HOME 

RIFLESSIONI SPIRITUALI

 
 

INDICE

 

“Chiamati a divenire conformi a Cristo” (Fil 3,10)

 

1.     La teologia dell’ascolto. 1

2.     Senso spirituale delle Scritture. 7

3.     Quale Messia attendiamo?. 15

4.     Fede-Amore e non dovere?. 21

5.     Gesù Cristo, Signore della storia. 26

6.     Il progetto di Dio (i sette sigilli) 33

7.     Rivisitando Giona. 40

8.     Una Chiesa Ecumenica. 50

9.     Passione secondo Matteo: la debolezza di Dio. 58

10.   L’Agàpe non avrà mai fine. 66

 

 

 

1.    La teologia dell’ascolto

(Dt 4 – 5 – 6)

 TORNA ALL'INDICE

Nella “Novo millennio ineunte” (N° 39-40) leggiamo:

“Il primato della santità e della preghiera non è concepibile che a partire da un rinnovato ascolto della Parola di Dio. Da quando il Concilio Vaticano II ha sottolineato il ruolo preminente della Parola di Dio nella vita della Chiesa, certamente sono stati fatti grandi passi in avanti nell’ascolto assiduo e nella lettura attenta della S. Scrittura, soprattutto poi  è l’opera dell’evangelizzazione e della catechesi che si sta rivitalizzando proprio nell’attenzione alla Parola di Dio. Occorre consolidare e approfondire questa linea, anche mediante la diffusione nelle famiglie del Libro della Bibbia. In particolare è necessario che l’ascolto della Parola diventi un incontro vitale nell’antica e sempre valida tradizione della “lectio divina” che fa cogliere nel testo biblico la Parola viva che interpella, orienta e plasma l’esistenza. Nutrirci della Parola per essere servi della Parola, nell’impegno dell’evangelizzazione. Questo è sicuramente una priorità per la Chiesa all’inizio del nuovo millennio. Dobbiamo rivivere il noi il sentimento infuocato di Paolo il quale esclamava: guai a me se non predicassi il Vangelo, chi ha incontrato veramente Cristo non può tenerselo per sé, deve annunciarlo”.

Alla luce di questa esortazione della Chiesa, mettiamoci in ascolto della Parola di Dio.

Meditiamo sul primo brano:

a) Dt 4, 1-9. Mentre negli scritti dei Profeti l’esortazione ad ascoltare la Parola del Signore invita ad aprire il cuore e la mente alla rivelazione comunicata da Dio per mezzo dei suoi inviati: i Profeti. Nel Deuteronomio, l’ascolto della Parola è orientato verso l’osservanza della legge mosaica, considerata come fonte di vita, come vera sapienza. Ma la teologia dell’ascolto, in questo Libro del Deuteronomio, non si esaurisce in questa prospettiva di tipo legalistico, cioè l’osservanza della legge, ma mette in risalto gli aspetti fondamentali con le provocazioni di grandi attualità per la nostra vita di fede. Per esempio, la fiducia nel Signore che parla, cioè l’esperienza straordinaria costituita dall’evento dell’ascolto della voce di Dio; la necessità di una guida, di un aiuto per introdurci in una lettura sapienziale della Parola, per una ricerca seria; poi ancora la prassi, l’amore, che rende fruttuoso l’incontro con la Parola. 

Le ricerche esegetiche più recenti sul libro del Deuteronomio hanno messo in luce, da diverse angolature, il contesto liturgico in cui ha avuto origine questo Libro, non è quindi solamente un codice legale (anche se nei capitoli 12 –26 troviamo tutta una serie di norme e di leggi), ma è anche una raccolta di “omelie” che hanno il carattere sia di una catechesi teologica, sia di una esortazione morale sui temi maggiori dell’Alleanza. Quindi l’ambiente in cui è nato il libro del  Deuteronomio è in  un’assemblea liturgia di Israele, probabilmente prima dell’esilio. Un’assemblea convocata dai Sacerdoti e Leviti che custodivano il deposito della Legge mosaica e avevano il compito di ripeterla periodicamente a tutto il popolo esortandolo a restare fedele agli impegni assunti nell’Alleanza con il Signore. Quindi già allora la Parola veniva proclamata, veniva in qualche modo masticata, non per se stessa ma in vista di una fedeltà ad un impegno, ad un’alleanza. E in questo contesto liturgico e omiletico,  si spiega bene l’insistenza del Deut sul tema dell’ascolto della Parola di Dio, della Legge, dei Comandamenti in base ai quali Dio ha stabilito la sua alleanza con Israele. Il verbo “schemà” (ascoltare) ricorre più di 80 volte nel libro e quasi sempre in riferimento alla Parola di Dio, proprio in vista di una fedeltà: nella misura in cui sei fedele al Signore, vivi. Noi potremmo dire: nella misura in cui interiorizzo il Vangelo, realizzo la mia esistenza di uomo, di donna, di credente. Questo invito (“Ascolta Israele”), è una formula tipica di esordio di un’omelia del Deut. Un paio di volte viene posta esplicitamente sulla bocca dei Sacerdoti per introdurre il loro discorso a tutto il popolo. In altri casi si trova all’inizio di un capitolo per indicare l’importanza della sezione omiletica.

Ho segnalato questi tre capitoli (4–5– 6).

Il cap. 4 è un’omelia sulla rivelazione del Sinai.

Il cap. 5 è un’omelia sul Decalogo.

Il cap. 6 è un’omelia sul comandamento principale dell’Alleanza.

Proprio in queste tre omelie di questi capitoli (4-5-6) il Deut ci offre anche delle indicazioni estremamente profonde per una teologia biblica dell’ascolto, che non è una moda post-conciliare, ma fa parte della nostra fede ebraico-cristiana. E nell’economia generale del Libro del Deuteronomio  si può dire che queste omelie rappresentano un insegnamento metodologico di fondo che serve a preparare, a introdurre la successiva esposizione della Legge, che sarà fatta anche di norme, però qui c’è una teologia. Un po’ come avviene nel Vangelo di Marco (4, 1-20), la parabola del seminatore posta quasi all’inizio del ministero pubblico di Gesù, predispone al vero ascolto della Sua parola. Così anche in queste pagine noi cerchiamo di mettere in luce alcuni degli aspetti più importanti di questa catechesi del Deut proprio sull’ascolto della Parola di Dio.

Prendiamo in considerazione questo cap 4 del Deut : qui c’è ascolto e visione. Nel Deut l’ascolto liturgico, l’ascolto ecclesiale, è sempre accompagnato dalla formula imperativa: “Ascolta” e dal vocativo “Israele” . Questo ascolto non è mai privato, personale ma sempre un ascolto eminentemente ecclesiale, liturgico, a cui è chiamato tutto il popolo. Quindi all’inizio del cap 4 questa formula (“Ascolta Israele”) riceve queste importanti connotazioni liturgiche, ossia le antiche parole della Legge vengono attualizzate nell’ “oggi” e  nell’ “ora” della vita del popolo: “E ora Israele ascolta le leggi e i decreti che io vi insegno”. Quell’ “ora” non è messa lì a caso: l’ascolto è un evento ogni volta sempre nuovo. Tutte le volte che la Parola di Dio è proclamata, è come se fosse la prima volta e capita spesso che un testo letto mille volte, un giorno ci appare nuovo, diverso. Al cap 5 il Deut dirà:“Il Signore non ha stabilito questa Alleanza con i nostri padri, ma con noi che oggi siamo qui tutti vivi” (Deut 5,3). Questo richiamo all’ “oggi” ritorna più di 70 volte. La memoria storica del “primo giorno” del primo “oggi” in cui la Parola di Dio fu rivolta a Israele, cioè  alla rivelazione del Sinai (e su cui si concentra tutta l’omelia del cap. 4), ha perciò un valore paradigmatico: per tutte le volte successive in cui vengono annunciati nuovamente i comandamenti della legge di Mosè, ogni volta che si proclama la Torà, si ripete in qualche modo l’evento originario prodottosi sul Sinai.

E vediamo nel concreto questa rivelazione di Dio nell’ascolto, Da questo evento fondamentale ed esemplare del Sinai  prototipo di ogni ascolto della parola, l’insegnamento più importante che si incomincia a trarre e che c’è incompatibilità tra l’esperienza dell’ascolto e l’esperienza della visione: “Il Signore vi parlò dal fuoco, voi udivate il suono delle parole ma non vedevate alcuna figura, vi era soltanto una voce” (Deut 4, 12). Jahwè non si è rivelato a Israele “facendogli vedere il suo volto” (la visione), ma “facendogli udire soltanto la sua voce (l’ascolto). Nessuna delle visioni cosiddette teologiche dell’AT ha mai la pretesa di descriverci realmente il volto di Dio, al contrario lo si vede solo di spalle (Es 33), lo si vede solo dai piedi in giù (Es 24), o se ne intravede appena il lembo del vestito (Is 6); tutte espressioni figurate, forse anche un po’ ironiche per affermare precisamente l’impossibilità della visione. Queste visioni dell’AT hanno anche un carattere simbolico, profetico, allusivo, dovremo attendere l’Incarnazione perché quella figura precisi i suoi contorni, sia riconoscibile in un uomo.  Su questo dovremo riflettere circa la nostra immagine di Dio. Quali sono le conseguenze di questo primo aspetto per la nostra vita spirituale? Quali sono le deduzioni che si devono trarre da questa prospettiva teologica sul piano dell’esistenza spirituale? Sono sostanzialmente due.

- La prima è che mentre la visione ha un’evidenza oggettiva che si impone da sé, l’ascolto richiede che si abbia innanzitutto fiducia in Colui che parla: questo è il primo insegnamento spirituale. Il fatto che la nostra esistenza spirituale sia posta sotto il segno dell’ascolto, anziché della visione significa che dobbiamo fidarci, dobbiamo accettare responsabilmente il rischio delle fede: credere senza vedere, sperare per fede la realizzazione delle promesse ancora non osservabili del Signore: “Ciò che uno già vede come potrebbe ancora sperarlo?” (Rom 8). La fede e la speranza, nell’economia neotestamentaria, sono radicate anch’esse sull’ascolto: “La fede nasce dall’ascolto” (Rom 10,17). La fede e speranza verranno meno quando ci sarà la visione, quando cioè rimarrà solo l’Amore (il famoso Inno alla carità di 1 Cor 13, 1-13).

- L’altra conseguenza pratica che viene dalla fede in un Dio che si lascia ascoltare ma non vedere è che  l’ascolto al contrario della visione è sempre un’esperienza aperta, che non può esaurirsi in se stessa, ma richiede un’operazione operativa della Parola udita. In tutta la Scrittura quando Dio parla, raramente lo fa per dirci qualcosa di Se, ma è quasi sempre per dire all’uomo cosa lui deve fare, operare. La visione biblica è una visione dell’ascolto e non esiste ascolto senza risposta, in questo caso senza una responsabilità morale. La religione degli idoli, vecchi e nuovi, può offrire ai suoi seguaci oggetti affascinanti e suggestivi da contemplare. Gli idoli  non esigono nessun impegno morale. Ma il divieto biblico delle immagini si riferisce proprio alla  negazione di una religiosità vista come evasione dalla realtà.  Tale divieto (quello delle immagini), infatti, trova la sua motivazione più profonda proprio nel fatto che l’unica immagine visibile di Dio è l’uomo stesso non l’dolo, per cui ogni contemplazione che sottragga l’uomo alle sue responsabilità concrete, lo aliena dalla vera adorazione del Dio invisibile: “Chi non ama il proprio fratello che vede, non può neppure amare Dio che non vede”.

Questi sono i primi due insegnamenti che ci vengono dal capitolo 4 del Duteronomio.

b) Riflettiamo ora sul cap 5 del Deut che possiamo definire come l’esperienza mortale dell’ascolto di Dio: “ascolto e morte”. Quando Mosè domanda al Signore di poter vedere il suo volto, cosa ottiene come risposta? “Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo”. Anche l’esperienza della Parola di Dio è anch’essa in qualche modo un’esperienza mortale. Tutto questo ci è ricordato con forza dalle “omelie” sul decalogo di Deut. 5, che dopo aver riportato le dieci parole di Dio a tutto il popolo riunito sul Sinai, riferisce in questi precisi termini la comprensione che Israele ebbe di quell’esperienza: “Oggi noi abbiamo visto che Dio può parlare con l’uomo e l’uomo restare vivo” (5,24). La parola di Dio è a rischio, non va da se che Dio possa parlare con l’uomo, come non è naturale che si possa vedere il suo volto. Sono entrambe esperienze-limite, al di fuori di quelle ordinarie e portano l’uomo su un terreno pericoloso di cui non è padrone, va al di là delle proprie possibilità, e porta alle soglie della morte. Che Dio abbia reso possibile ciò che umanamente è impossibile, questo costituisce precisamente la specificità della rivelazione divina ad Israele, l’unicità di questo evento sinaitico: “Chi tra tutti i mortali ha udito come noi la voce del Dio vivente parlare dal fuoco ed è rimasto vivo?”. Tuttavia un certo risvolto terribile e mortale esiste nonostante tutto, quando si ascolta la parola di Dio: “Ma ora se noi continuiamo ad ascoltare la voce del Signore nostro Dio certamente moriremo” (5,25). Anche l’ascolto è un’esperienza-limite: ascoltare la voce del Signore resta sempre un evento straordinario, spirituale che sfugge al controllo umano, determina delle situazioni critiche, di giudizio, non si può rimanere neutrali di fronte alla Parola, essa crea in noi la conversione o l’indurimento, in questo contesto si deve capire la richiesta del popolo che ci siano dei mediatori autorizzati, rappresentati qui dalla figura profetica e sacerdotale di Mosè, che spieghino al popolo la parola di Dio: “Avvicinati tu ad ascoltare quanto il Signore nostro Dio dirà, poi ci riferirai tutto ciò che ti avrà detto il Signore nostro Dio e noi lo ascolteremo e lo faremo” (5,27). E qui possiamo sottolineare la necessità della mediazione: a Emmuus, ai due discepoli Gesù spiega le Scritture; negli Atti degli Apostoli, l’etiope legge Isaia e non capisce, arriva Filippo e gli spiega il senso di quel passo che lui non capiva. Prima ancora dall’esigenza di un Magistero ufficiale che garantisca un’interpretazione oggettiva della Parola di Dio, questa richiesta del popolo a Mosè sembra rappresentare il bisogno umano di una pedagogia all’ascolto della Parola di Dio, per mettere in evidenza che l’ascolto non è sempre facile e non può essere preso alla leggera: c’è bisogno di una disciplina. Se diciamo queste cose oggi è per rendersi sempre più responsabili, quando prendiamo in mano un testo: andiamo avanti anche se non capiamo. I padri del deserto dicevano, quando qualcuno andava a dirgli: “Ho capito solo un versetto” essi rispondevano: “Vivi quello, se vivi quella Parola, maturi, la Parola cresce, è un’ascesi, ci sono tempi lunghi”. Non ci può essere un ascolto indisciplinato, occasionale, bisogna evitare di aprire la Bibbia a caso, dove si trova una frase  e si conclude: “Ecco questo mi dice il Signore”, ma chi lo garantisce? C’è un disegno di Dio in ogni Libro, non si può così aprire la Bibbia a caso, questo è un ascolto occasionale senza un’adeguata guida, senza quel rigore che ogni seria ricerca vuole, e così facendo, la Parola di Dio rischia di essere un’esperienza negativa, un’esperienza di morte invece che di vita. Quando il popolo faceva fatica a comprendere la Parola diceva a Mosè: “Spiegaci tu, ascolta tu poi ci riferirai”. Noi siamo tutti inabitati dal mistero trinitario, siamo tutti figli di Dio e se c’è questa disciplina personale certo che il Signore può parlare a tutti. Dice Isaia: “Verrà il tempo in cui nessuno mai sarà, ma lo Spirito Santo”.

Continuando il testo di Deut 5, diciamo che l’ascolto porta poi a una prassi. Nel racconto di conclusione dell’Alleanza sinaitica, dopo che Mosè ebbe messo per iscritto e riletto pubblicamente il documento dell’Alleanza (i dieci comandamenti), in base al quale venne sancita l’Alleanza tra Dio e Israele, c’è una differente versione della risposta del popolo. Mentre in Deut 5,27  il popolo dice: “Quello che il Signore ha detto noi lo ascolteremo e lo faremo”. In Es 24,7 il popolo risponde: “Tutto ciò che il Signore ha detto noi lo faremo e lo ascolteremo”. E’ splendido questo discorso. Esodo dice che la prassi precede l’ascolto, l’esegesi giudaica di questo testo, ha sempre considerato come insegnamento capitale della vera obbedienza alla Torà questa inversione, ed è nato il “midrash” (racconti che aiutano a capire meglio un messaggio). C’è un “midrash” molto noto secondo cui Dio offrì la sua Legge a tutti gli altri popoli del mondo e alla sua richiesta se fossero disposti ad accogliere la Torà, tutti risposero di volerla prima conoscere, di sapere ciò che era scritto prima di potersi impegnare, se non che una volta saputolo, si sentirono un po’ schiacciati dal peso, dalle esigenze un po’ radicali della Legge e rifiutarono questo dono di Dio. Soltanto Israele non pose a Dio alcuna condizione preliminare di conoscenza, non volle misurare in anticipo le proprie forze, accettò tutto il rischio di quel dono a caro prezzo e rispose: “Noi lo faremo”, prima ancora di conoscerla. Ecco l’insegnamento di questo “midrash”, che è un commento rabbinico: la vera radice dell’obbedienza non si trova tanto nella conoscenza del comandamento, quanto nella fiducia, nell’amore. E’ grande questo insegnamento: la fiducia e l’amore verso colui che mi parla, prima ancora di sapere quello che mi sta per dire io lo faccio perché mi fido. Nella Scrittura troviamo sia l’invito ad ascoltare per fare, sia quello a fare per ascoltare. Mentre il primo senso sottolinea che l’ascolto della Parola di Dio deve portare alla prassi, il secondo ricorda che la prassi è la dimensione vitale in cui si deve situare il nostro ascolto. La prassi diventa così il metro di misura della verità del nostro ascolto.

c) L’ultimo testo Deut cap 6 possiamo così definirlo: “Ascolto e amore”. All’inizio di questo capitolo si legge l’ascolto per eccellenza (lo “schemà”), che è la confessione di fede d’Israele: “Jahwè è l’unico Dio”. Nella recitazione quotidiana dello “schemà” ogni israelita si pone una mano davanti agli occhi, per significare che il mistero di fede annunciato in queste parole è un mistero accessibile all’ascolto e non alla visione. Questa convinzione è talmente radicata in loro che fanno anche dei gesti. Una prima verità che emerge in Deut 6 è che l’ascolto è condizionato dall’amore. Lo “shemà” stabilisce un unione profonda tra l’ascolto della Parola e l’amore di Dio. La condizione fondamentale perché sia possibile un vero ascolto della Parola è fidarsi, è l’amore fiducioso per colui che attraverso di essa parla al nostro cuore. Qui ci vuole veramente fede, non si può prendere un testo così come prendiamo un romanzo o la divina commedia. Senza questa fede assoluta nell’unicità del nostro Dio, senza amore radicale per lui il nostro cuore resta chiuso all’ascolto della sua voce. Il centro di tutta la teologia dell’ascolto è questo: un ascolto con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima con tutte le nostre forze. La radicalità e l’integrità dell’amore di Dio che ci propone lo “schemà” sono le stesse che ci sono richieste nell’ascolto della sua parola. Amare Dio e ascoltare la sua voce sono due aspetti della stessa realtà, due diverse formulazioni dello stesso comandamento fondamentale: l’ascolto e l’amore fino al martirio. Anche il NT si riferisce questa esegesi, a questa tradizione rabbinica. Uno dei problemi maggiori  che si è posta l’esegesi giudaica dello “schemà” (convinta come sempre che nella Scrittura non si dice mai nulla di casuale), è quello della determinazione delle tre facoltà con cui bisogna amare Dio: cuore, anima e forze. Se già si è detto “con tutto il tuo cuore” che bisogno c’è di aggiungere “con tutta la tua anima? Con tutta le tue forze?”. La risposta dei maestri dell’esegesi giudaica della “mishnà” (II sec. d.C) è che la precisazione “con tutta l’anima” significa “perfino se egli ti strappa l’anima”, cioè “fino al martirio”. Mentre l’aggiunta “con tutte le forze” significa “con tutto il tuo impegno”. Si deve amare Dio con tutto il proprio essere (il cuore), disposti a perdere tutti i propri beni materiali (le forze), fino al dono totale della vita (l’anima). L’insegnamento più importante sul tema dell’ascolto che si trova nei Vangeli è la parabola del seminatore e la sua spiegazione. Mt 13 Mc 4 Lc 8 sono i tre capitoli dei sinottici dove parlano della parabola del seme, dell’ascolto della Parola. In questi capitoli troviamo una coincidenza tematica illuminante, proprio con questa esegesi giudaica. Secondo la parabola evangelica, infatti, coloro che sono incapaci di accogliere la parola di Dio, cioè i terreni che non fanno fruttificare il seme, si distinguono in tre diverse categorie che nella spiegazione della parabola vengono così individuati:

- Coloro che non hanno un cuore che sappia capire la Parola: Mt 13. “Il maligno ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore”.

- Coloro che non sanno restare fedeli all’insorgere di persecuzioni e sofferenze: “Ascolta la Parola…appena giunge una tribolazione…”.

- Coloro che sono sviati dall’inganno della ricchezza: “Ascolta la Parola.. ma l’inganno della ricchezza…”.

Ecco il legame tra il vangelo e questa esegesi rabbinica. In sostanza, coloro che secondo il vangelo non sanno ascoltare la Parola di Dio sono esattamente quelli che, secondo l’esegesi giudaica dello “schemà”, non sanno amare Dio “con tutto il cuore, tutta l’anima e tutte le forze”.

Nello stesso modo si devono interpretare anche le tre categorie che costituiscono il terreno buono: cioè coloro che sono capaci di ascolto e fanno fruttificare la Parola (100, 60 e 30 per uno). Pertanto portano il cento per uno quelli che amano Dio con tutto il cuore e sacrificano per lui tutti i loro beni, la loro vita, la loro anima (i martiri). Portano frutto il sessanta per uno, coloro cha amano Dio con tutto il cuore e sacrificano per lui tutti i loro beni, ma non si trovano nell’occasione di dover dare anche la propria vita per lui. Portano frutto il trenta per uno coloro che amano Dio con tutto il loro cuore ma non si trovano nell’occasione di dover sacrificare per lui né la vita né i loro beni.

Conclusione: quale che sia il grado di persuasività di questo tipo di esegesi, sembra innegabile la continuità tematica che pone la parabola del seminatore sulla scia dell’interpretazione spirituale di questo “schemà” (“ascolto”). L’insegnamento principale che ci viene dato da questa esegesi, assunta poi dal vangelo è questo: è veramente capace di ascolto, di comprensione spirituale della parola di Dio, solamente colui cha ama il Signore, il suo unico Dio con quella integrità che rende il nostro amore sempre più conforme a quello che lui ha dimostrato per noi.

Questo è l’insegnamento teologico dell’ascolto, un ascolto che porta a una prassi, un ascolto che porta all’amore.

 

 

2.    Senso spirituale delle Scritture

TORNA ALL'INDICE

Nella “Dei verbum” (N° 21) leggiamo:

“La Chiesa ha sempre venerato le Divine Scritture come ha fatto con il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del Pane della vita dalla mensa sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli. Insieme con la Sacra Tradizione, la Chiesa ha sempre considerato e considera le Divine Scritture come la regola suprema della propria fede, esse infatti, ispirate come sono da Dio e redatte una volta per sempre, impartiscono immutabilmente la Parola di Dio stesso e fanno risuonare, nelle parole dei profeti e degli apostoli, la voce dello Spirito Santo. E’ necessario, dunque, che la predicazione ecclesiastica come la stessa religione cristiana sia nutrita e regolata dalla Sacra Scrittura”.

Cos’è questa intelligenza spirituale delle Scritture? Una caratteristica costante che si estende a tutti gli antichi Padri è il desiderio di inabissarsi sempre di più nel mistero della conoscenza di Dio e della sua parola senza mai saziarsi. Vivere sulla terra come persone possedute dal desiderio di scrutarlo con attenzione, non a caso la civetta era un po’ simbolo della contemplazione: scrutarlo con grandi occhi per vederlo anche nella notte più profonda, avere la nostalgia di Dio, come canta e prega il salmista: “L’anima mia ha sete del Signore, con lacrime lo cerca”. Nutrire nello spirito uno slancio verso di lui per vederlo fino alla piena sazietà, camminare sulla terra ma con il cuore e la mente continuamente in Dio, continuare a cercarlo fino a pervenire là dove splende la luce della Santa Trinità. E il punto di partenza di questo tipo cammino, che alcuni chiamano contemplazione, sono le Scritture. Nell’AT “la manna” del deserto, pane che non proveniva dalla terra, adattava la sua capacità nutritiva alle disposizioni del popolo d’Israele, che la raccoglieva e la mangiava. Quando ci accostiamo alla Scrittura, non pretendiamo tuttavia che le parole esprimano tutto il mistero di Dio, sarebbe da ingenui pensare che la Parola contenga tutto il mistero di Dio. La Parola è  proporzionata alla nostra capacità, alla nostra piccolezza, la Parola di Dio ci viene data come una “mano duxio”, un “condurre per mano” verso la comprensione di cose più profonde, più alte, consapevoli che il nascosto è più grande del visibile, che la ricerca dell’inesplorato del “Deus absconditus” deve occupare la vita intera perché la piena realtà è soltanto nel futuro. Le Scritture sono un semplice strumento per conoscere qualcosa di Dio. E questa ricerca deve occupare la vita intera perché le piena realtà è soltanto nel futuro, sotto il velo della lettera si nasconde la signoria della Scrittura, la gloria, lo spirito, ma lo spirito è  il Signore. Scrutare la Parola rimane la strada privilegiata della ricerca di Dio, la quale comporta una lettura nello spirito, è lo spirito che l’ ha ispirata. La mèta dove ci porta la Parola di Dio è molto alta: formarci un criterio sapienziale della vita, rileggere le Scritture per vivere sapientemente, per arrivare alla capacità di fare le stesse scelte di Cristo. Così lo sforzo della ricerca, del significato, del senso, diventa guida ad una vita virtuosa, cioè l’acquisizione di un comportamento cristolologico, che si concretizza proprio attraverso questo processo conoscitivo, questa ricerca quotidiana, costante del significato della Parola. Per cui la costante finalità della meditazione della Parola rimane poi quella di effettuare una traduzione cioè attuare “oggi” e “ora” quello che Cristo in primo luogo e i personaggi della Scrittura, in riferimento a lui, hanno operato nelle loro condizioni di vita. Scrutare la Scrittura, dice Gregorio di Nissa, è comando del Signore da non trascurare assolutamente, è la “conditio sine qua non”, la condizione necessaria per colui che si incammina in questo impegno voluto dal Signore, e poi avere un cuore puro, semplice, autentico. Una vita che avanza, nella comprensione delle Scritture, ci porta a indossare quella veste luminosa che il Signore ha mostrato sul monte della trasfigurazione, veste che ci rende conformi a lui, quando ci lasciamo trasformare dallo Spirito: “Rivestitevi del Signore nostro Gesù Cristo”.

Scopo di questa ricerca è diventare la Parola, uomini e donne divinizzate, come Mosè, splendenti in volto della gloria di Dio. Mosè quando scese dal monte aveva il volto luminoso,  lui però non lo sapeva, lo vedevano gli altri e gli dicevano: “Metti un velo perché facciamo fatica a vederti, a guardarti in faccia”. Cosa aveva fatto Mosé? Aveva dialogato con Dio faccia a faccia. Questo fa la preghiera, la ricerca di Dio: ti trasforma, ti divinizza, ti trasfigura, anche se tu non te ne rendi conto. Allora il credente scoprirà, vivrà questa unione con il Signore mediante la fede ed entrerà nel vero significato delle cose scritte, giacché punto di partenza di ogni contemplazione saranno sempre le Scritture. Ma oltre alla docilità a lasciarci condurre di gradino in gradino dalle cose sensibili, visibili, a quelle nascoste, a quelle sublimi, ci è richiesta anche una disponibilità alla fatica: scrutare con impegno, con costanza la Parola, cioè la capacità di riflettere, di sostare quando non si capisce. La tradizione patristica considera indispensabile, per arrivare alla vera conoscenza della Scrittura, la preghiera perché essa ci ottiene il dono dello Spirito. Luca spesso dice: “Chiedete il dono dello Spirito, le altre cose forse non ce le concederà, ma lo Spirito verrà sicuramente”. Il cristiano non è discepolo della lettera ma dello Spirito (2 Cor. 3).  Non è possibile capire il testo se si è lontani dallo Spirito, ora è proprio la preghiera che ci mette in relazione con lo Spirito. L’invocazione allo Spirito, anche con preghiere vocali e canti, non è un fatto puramente formale,  ma è un metterci in sintonia con la Sua presenza, che è già dentro di noi, si tratta solo di risvegliarla. Meditare e pregare la Scrittura senza un altro lavoro previo, di per sé non è ancora un fatto positivo. Gregorio Nazianzeno diceva: “E’  come preparare un pranzo mettendo sulla tavola spighe di frumento invece del pane”. Ma anche questo lavoro di approfondimento, di studio, un credente deve farlo rimanendo una persona di fede, adoratore del mistero, cultore del silenzio davanti a Dio, alla sua verità, perché è impossibile esprimere a parole ciò che è al di là della parola. Dio si esprime poco nella parola, il più è da riscoprire: quindi necessita sostare quando non si capisce. Le Scritture sono un tesoro nascosto, il cui significato, dice Gregorio Nisseno. “E’ come il pozzo nella storia di Giacobbe”,  la bocca di questo “pozzo” era ricoperta da una pesante pietra, che impediva alle pastorelle di attingere l’acqua della verità, e di riempirne gli abbeveratoi. Questa pietra è l’oscurità luminosa delle Scritture, perché partecipano della infinità stessa di Dio, non è possibile esaurirle con la ragione umana. Ascoltare la Parola del Signore è dono della sua parentela: “Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli? Chi ascolta la mia parola è madre, fratello e sorella”. Questa parentela cresce mediante l’ascolto e la sequela, cosicché più si progredisce nella vita nuova, più si comprendono anche le Scritture. Chiave di volta dell’intero edificio scritturistico, criterio interpretativo, rimane alla fine la persona di Gesù, nella sua duplice natura di incerata e creata, spirito e carne. Gesù di Nazaret per i suoi concittadini era il figlio del falegname: è l’uomo. Solo la fede portava a vedere in lui, il Figlio di Dio, e qui c’è una bellissima similitudine: come nel mistero di Cristo, si parte dall’umano per arrivare allo spirituale, così anche nelle Scritture, si parte dalla lettera, dal testo, per incamminarsi verso l’incomprensibile, verso quello che non si vede subito. Bisogna varcare la soglia della carne umana di Gesù di Nazaret per entrare nel mistero del Figlio di Dio. Come parimenti è necessario attraversare la lettera della Scrittura, accompagnati dallo Spirito, per entrare nel mistero della Parola, abbattendo il diaframma che impedisce di vedere.. Questo esercizio anche faticoso, sulla ricerca intensa di Dio, coinvolge tutta una vita, ci sospinge verso di Lui invitandoci a un dialogo nella preghiera e nell’esperienza contemplativa. Questo tipo di esercizio ci porta anche a una partecipazione alla vita stessa di Dio, ad essere coinvolto, trasfigurato verso l’uomo nuovo di gloria in gloria dallo Spirito, è lo Spirito che fa questo. Tutta la vita spirituale, in qualche modo è anche mistica, non solo quando penetra in modo intellettuale nelle cose di Dio, ma quando la vita nell’amore si converte e si trasforma nell’immagine di Gesù, quando cioè, c’è questa progressiva configurazione a Lui. Esperienza mistica non vuol dire altro che vedere le cose, le persone, gli avvenimenti, il mondo, dal versante di Dio. Certo che questo tipo di cammino ci porta ad avere i suoi occhi, la sua luce. Cassiano, uno dei grandi monaci, precedenti a S. Benedetto, nelle sue “Conferenze spirituali” diceva: “La prima cosa da fare è riformare i propri costumi, estirpare i nostri vizi, poi nasce anche la capacità di assimilare. Inutilmente, pensa di arrivare alla contemplazione chi prima non evita il contagio dei vizi, perché lo Spirito di Dio fugge l’inganno, non fa dimora in un corpo schiavo del peccato”.

Il discorso contemplativo del credente è quello di cercare intensamente l’intelligenza spirituale della Scrittura, modellandovi progressivamente la propria vita. Perché questa affermazione non rimanga generica, ci addentriamo un po’ la volta nei vari sensi. Intanto diciamo che Cristo è la chiave interpretativa della Scrittura. Per i Padri della Chiesa, la storia è divisibile in tre momenti: il tempo prima di Cristo: la figura, l’ombra, la forma che attende di essere realizzata (la profezia). Poi il tempo di Cristo: è la vera realtà che era prefigurata nell’ombra, l’immagine vivente rispetto alla figura, l’immagine del Dio invisibile. E il tempo futuro: il tempo in cui Dio porterà a termine questo progetto di ricapitolare tutte le cose in Cristo, immagine perfetta del Dio invisibile, colui nel quale risplende la verità posta al futuro. Il Cristo risorto, allora, dilata il passato, lo attualizza rendendolo comprensibile, ma anche anticipa, spinge tutta la realtà verso la pienezza futura. Tutto questo discorso ci dice che il nostro cammino spirituale di configurazione ha un legame insostituibile con la Scrittura. Leggere e meditare la Scrittura, non vuole dire rispolverare storicamente i fatti di Gesù, ma riviverli, al di là  di una fedeltà letterale. Nell’episodio di Emmaus, Cristo ai discepoli disorientati dai fatti pasquali e dall’incapacità di comprendere la Parola, spiega l’intelligenza delle Scritture riferendole a se stesso: “E cominciando da Mosè e da tutti i Profeti spiegò loro ciò che lo riguardava in tutte le Scritture”. In seguito il testo di Luca sarà ancora più esplicito, sempre la sera della risurrezione nel cenacolo con i Dodici, disse loro: “Sono queste le mie parole che vi dicevo quando ancora ero con voi, deve adempiersi tutto quello che è scritto di me nella Legge di Mosè e nei Profeti e nei Salmi. Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture” (Lc 24, 44-45). Luca raccontando questo episodio propone proprio uno schema di lettura della Parola: leggere l’AT: Mosè, Profeti, Salmi alla luce di Gesù che è il suo compimento. Anche Paolo, nelle sue riflessioni, vede nei fatti passati i riferimenti a se stesso: “Tutto quello che si trova nella Scrittura è scritto per noi” (1 Cor 9), con al centro Cristo: passato, presente e futuro, compimento di tutto e apertura verso il futuro. Emerge questa centralità di Cristo come specchio della nostra vita, Lui è il nostro confronto normativo. La vita spirituale reclama la Scrittura e leggerla vuol dire,  configurarci continuamente a Cristo, assimilare la sua vita, creando una specie di corrispondenza tra il suo l’evento e l’uomo nuovo che cresce in noi. In Gv 6 leggiamo: “Chi non mangia al mia carne e non beve il mio sangue di mora in me e io in lui”. Questo assimilare la carne e il sangue, questa dimora reciproca, non vuol altro dire che, assimilare, fare miei, i suoi sentimenti, il suo modo di amare.

Per i Padri antichi la Bibbia non è un semplice Libro di riferimento per la spiritualità e la preghiera, ma è l’anima, è la vita, la via autentica alla conversione, pane che viene dal cielo da raccogliere giorno per giorno. Gregorio Magno diceva che: “La crescita del credente nella carità si sviluppa in proporzione all’approfondimento della Parola di Dio”, cioè all’intelligenza spirituale delle Scritture”. E questa intelligenza spirituale delle Scritture, continuava Gregorio: “ Segna il cammino di ogni credente nella ricerca del Dio vivente”. Questa è una dottrina ribadita continuamente dalla tradizione dei Padri, quindi, l’esperienza della lettura della Parola, nasce proprio all’epoca patristica. Inizialmente i sensi delle Scritture sono due, quello letterale e quello spirituale, in seguito diventano quattro, perché quello spirituale è suddiviso in tre momenti. Questo può apparire un fatto tecnico, in realtà come vedremo adesso, è un reale cammino spirituale. Cerchiamo ora di addentrarci in questa vasta problematica, dei due sensi delle Scritture, sorta nel Medio e riportata dal  Catechismo della Chiesa Cattolica.

1) Il senso letterale. Riportiamo un detto di Agostino: “littera gesta docet” (“la lettera permette di renderci conto dei fatti”). La nostra fede non è una ideologia, una dottrina, ma una storia di salvezza. Quando leggiamo un testo, per esempio, la vigna di Nabot, ci troviamo di fronte a una storia drammatica, ma sotto c’è un messaggio molto bello.

2) Il senso spirituale si divide in tre momenti. Il primo è quello allegorico, anche se il termine può piacere poco, ma quando parliamo di allegoria a che cosa ci riferiamo? Al messaggio, al contenuto del testo: ogni brano ha il suo messaggio, che è chiamato appunto allegoria. Però il messaggio non va puramente contemplato ma assimilato. Il secondo senso spirituale è quello morale, antropologico (modo di comportarsi). Dopo aver capito il messaggio, il contenuto del brano, bisogna assimilarlo, comportarsi di conseguenza, questo contenuto deve cambiare la mia storia, il mio comportamento, anche il senso morale nasce dalla Parola. Il terzo momento del senso spirituale è quello anagogico, “anagogia” (‘an-ago) vuol dire trasferire, cioè aprirsi al desiderio delle cose eterne, elevarsi, condurre in alto. Questo in sintesi, ora cerchiamo di vedere il loro significato per scoprire ciò che è utile al nostro modo di accostarci alla Parola.

Circa il senso letterale abbiamo detto che la lettera ci permette di renderci conto dei fatti. Leggendo la Scrittura ci troviamo di fronte non ad una dottrina astratta ma a fatti realmente accaduti. Quindi il punto di partenza per comprendere le Scritture è quello di partire,  di prendere sul serio questo senso letterale, anche se è di due e tremila anni fa, con una cultura, un linguaggio diverso dal nostro. Gli antichi chiamano questo lavoro “conoscere la carne di Gesù”: di Gesù di Nazaret conosciamo la sua carne, ma non vediamo ancora il Figlio di Dio, che solo gli occhi della fede, possono penetrare (senso spirituale). Il senso letterale è conoscere la carne di Gesù, chi salta questo primo gradino rischia di compromettere ogni altra verità. Ugo di S. Vittore diceva: “Chi trascura lo studio della lettera somiglia al grammatico che crede di poter fare a meno dell’alfabeto”. Lo stesso Agostino diceva: “Senza il fondamento della lettera, tutto l’edificio sarebbe un castello in aria”.

Quindi accostando la Scrittura dobbiamo avere questa attenzione preliminare, un passaggio obbligato che bisogna approfondire prima di spingerci oltre. E questo pur essendo un senso obbligato, importante non è tutto, però ne è il primo fondamento. Certamente non possiamo fermarci qui, bisogna scoprire, cogliere il frutto dello Spirito nascosto sotto la lettera. S. Girolamo faceva l’esempio di un albero carico di frutti ma coperto dal fogliame, da lontano si vedono solo le foglie (senso letterale), ma appena si è più vicini si possono cogliere anche i frutti (il senso spirituale: il frutto dello Spirito). Quindi l’approfondimento del senso letterale ci porta alla soglia di quello spirituale, che non vuol dire smentire il testo, cioè far dire al testo ciò che  si vuole, ma il senso spirituale rimane lo sforzo di approfondire, assimilare la Scrittura perché diventi cammino di fede verso il Signore. Senso spirituale dice una vita che scruta le Scritture per la propria santificazione, altrimenti non servirebbe a niente. Dicevamo all’inizio che bisogna inabissarsi nella Parola fino alla piena sazietà.

Questo cammino, quindi, ha questi tre momenti: allegorico, morale e anagogico.

a) Il senso allegorico è il contenuto, il messaggio del brano, bisogna cercare al di là della lettera e dei fatti il mistero profondo e nascosto per  elevarci alla comprensione delle cose che non si vedono subito. E l’allegoria ci dice che tutto quello che c’è nella Scrittura è profezia di Cristo e della Chiesa: “E partendo da Mosè, dai Profeti e dai Salmi, Gesù ha spiegato loro quello che lo riguardava”. Il senso allegorico ci fa capire ciò che è nascosto, ciò che c’è dentro, che è sempre il mistero di Cristo nascosto nei secoli presentato sotto diverse figure e molteplici aspetti. L’allegoria invita a leggere la Scrittura con occhi di fede per superare la lettera e così cogliere la storia di Dio, il suo progetto provvidenziale nella rivelazione di Gesù. La lettura della parola ha lo scopo di farci cogliere la presenza di qualcuno, la ricchezza nascosta nella parola, sempre in riferimento a Cristo. A questo proposito c’è un bell’esempio di Gregorio Magno: “Cristo è come un fuoco nascosto nella pietra, finché la pietra è nelle mani puoi osservarne solo la superficie che resta fredda, ma appena la rompi con il ferro, vedi  sprizzare il fuoco dall’interno della pietra. Come dunque il fuoco è presente nella pietra così Cristo, fuoco segreto, è presente nella lettera”. Certo che tale lettura richiede molto di più che la semplice preparazione tecnica, essa domanda occhi interiori, occhi spirituali, occhi illuminati e guariti del Vangelo, occhi ricevuti da Dio, gli occhi della fede. Chi ha fatto un po’ di esegesi biblica in qualche modo è privilegiato, ha uno strumento in più in mano, però l’intelligenza spirituale non si ferma lì, ma nasce da una tensione di fede, è la fede che fa andare al di là della lettera, per cogliere lo Spirito.

In conclusione, il senso allegorico ci introduce, attraverso la luce Spirito Santo, al mistero nascosto della Scrittura, ci fa passare dal visibile all’invisibile, e alla fine ci porterà sempre a Gesù Cristo, Figlio ineffabile del Padre, che ci apre alla fede, all’accoglienza, un po’ come la Samaritana, che dopo aver sentito la spiegazione di Gesù, matura il suo assenso e alla fine aderisce pienamente. Quindi dal senso letterale si passa all’allegoria (il contenuto, il messaggio), come dalla lettera allo spirito, dal fatto sensibile alla realtà profonda. L’allegoria quindi costruisce la fede, che per natura non è contemplazione estetica della verità ma adesione dell’ esistenza al contenuto di fede.

Questo, in fondo, è il primo senso spirituale ma subito dopo, c’è l’altro senso:

b) Senso morale. La morale insegna come comportarsi. Il senso morale è comportamento evangelico, ecco perché l’allegoria (il contenuto) sfocia necessariamente nella morale, e non può essere disgiunta. Cercare il senso della Scrittura produce come conseguenza necessaria un orientamento di vita, che definisce l’agire di un credente. Da qui la necessità che la morale cristiana perché rimanga genuina, sgorghi sempre dal mistero di Dio scrutato nella Scrittura, senza questa dipendenza, le leggi cristiane diventano moralistiche, ossessive, non fanno crescere, non sono le leggi che salvano l’uomo, ma è lo Spirito del Signore. Non è il Diritto Canonico che salva, ma lo spirito del Vangelo, la vita cristiana deve fondarsi sulla imitazione libera e gioiosa del Signore, che si scruta nella Parola. Quindi il senso morale mi permette di focalizzare meglio uno degli scopi per cui leggiamo la Parola: ricercare lo spirito del Vangelo, il mistero di Gesù, per riprodurlo nella nostra vita. Da qui nasce un serio cammino di conversione. Diceva Origene: “ Dopo il mistero della fede (l’allegoria), le opere della fede (la morale)”. Leggendo la Scrittura con quest’ottica intravediamo qualcosa che ci riguarda, quello che Paolo esplicitamente diceva: “Tutto quanto è stato scritto prima è stato scritto per nostro ammaestramento”. Compresa così la Scrittura diventa pienamente Parola di Dio per noi, Parola che si rivolge a ciascuno di noi “ora”, “oggi”. Parola che dimostra un aggancio sorprendente per la nostra vita, con le nostre situazioni. Parola attraverso cui il Signore ci restaura, ci fa nuovi, invitandoci a una seria conversione del cuore. E a questo punto arriviamo all’ultimo senso.

c) Senso anagogico. Dal greco “anago” (condurre in alto, trasferire, cambiare). L’anagogia mi indica la meta verso cui tendere. La venuta di Cristo la possiamo distinguere in un triplice avvento.

- L’avvento nella carne (storicamente a Betlemme). Gesù dopo essere stato annunciato dalle Scritture, ha proseguito la sua opera nel mistero  del suo corpo mistico che è la Chiesa. Questo primo avvento, quindi, lo si comprende nella fede attraverso il primo gradino del senso spirituale, che è l’allegoria.

- Il secondo avvento è tutto interiore: scopo della morale è assimilare il messaggio.

- Il terzo avvento è il continuo venire di Cristo in noi, fino alla pienezza dei tempi quando Lui sarà tutto in tutti, quando cioè la Chiesa, tutti noi che siamo suo Corpo, rivestiremo lo stato di pienezza di Cristo.

Questi pertanto sono i tre momenti della venuta di Cristo (è venuto nella carne, viene dentro di noi, e ci porta alla pienezza) e i tre momenti del senso spirituale delle Scritture (il contenuto, l’assimilazione e l’anagogia).

Il senso anagogico stimola la vita a una spinta dinamica, verso un di più, verso un meglio, verso una pienezza di vita che è quella stessa di Cristo. Il Vangelo non è una pia pratica, ma deve portare l’uomo a una pienezza di vita, a un  cammino verso un’evoluzione personale, comunitaria, cosmica. Il mistero di Cristo scoperto e accolto nella fede, tende a portare avanti tutte le cose verso la pienezza futura. E’ Cristo stesso, dice Paolo agli Efesini, che porta avanti questa pienezza, servendosi di tutti noi, perché ognuno di noi ha un suo compito storico, salvifico, e su ciascuno di noi c’è un disegno di Dio. Ecco lo scopo di una lettura sapienziale della Scrittura: riscoprire il nostro posto, la nostra responsabilità, in questo immenso movimento di crescita verso la pienezza, siamo tutti in cammino, siamo tutti in crescita, siamo tutte persone che si muovono verso un di più, verso un meglio. E questa è una dimensione irrinunciabile nella vita della Chiesa, nella vita personale, senza questa dimensione tutto si arresta, si atrofizza. L’anagogia ripropone questo tema del compimento della perenne primavera delle nostre Chiese, dei testimoni del “nuovo” nel mondo, c’è bisogno di questa testimonianza profetica nella storia. Dobbiamo coltivare queste virtù, come la disponibilità a crescere, la coscienza di sentirci in crescita, perché Dio ci chiama verso una pienezza, un futuro che è sempre più grande, che ci appartiene come nostra pienezza, perché di questa pienezza noi saremo rivestiti.

Questo senso anagogico ci dà la coscienza di essere persone vive, in una Chiesa vivente, animata da un Dio vivo, da uomini vivi oggi. Questo senso anagogico ci dà la certezza che Lui saprà darci questo “nuovo” perché siamo creati e ricreati da Lui continuamente, da un Dio che ci matura, facendoci e rifacendoci, mettendoci dentro delle attrattive, dandoci degli ideali, degli stimoli, dandoci, in una parola, tutta la ricchezza dinamica di Cristo, mediante lo Spirito Santo.

Paolo scriverà ai Corinti. “ Voi siete la lettera di Cristo composta da noi, ma incisa non con inchiostro ma con lo Spirito del Dio vivente nel vostro cuore, non su tavole di pietra ma su tavole che sono cuori di carne” (2 Cor 3, 1-6). I Corinti, per Paolo, sono diventati l’espressione di Cristo, perché hanno incontrato la Parola del Vangelo che lui ha annunciato loro, e l’ hanno accolta, l’ hanno accettata,e ora la riesprimono nella vita personale, comunitaria, in termini leggibili. Essi cioè esprimono nella loro vita il mistero di Gesù che hanno ascoltato con la Parola, Parola che è incisa dallo Spirito nei loro cuori e che l’apostolo paragona all’inchiostro. Cosa fa l’inchiostro? Ha il potere di rendere chiaro, leggibile un pensiero. Senza l’azione dello Spirito, dice Paolo, la Parola non prende carne nella comunità, nelle persone, non è leggibile, per questo, dice lui, è importante rimanere sulla Parola invocando lo Spirito perché si incida nel nostro cuore. In conclusione questo senso anagogico ripropone alla nostra vita il tema della speranza, il senso ultimo della vita, la fecondità delle nostre fatiche, delle nostre attese. L’anagogia concreta è il vertice di questa piramide, dove la riscoperta di Cristo (l’allegoria), e la nostra assimilazione a Lui (la morale), sfociano nella visione piena, cioè nella vera patria, qui ci porta l’anagogia.

Al termine di questa indagine ci accorgiamo che quanto detto non è un fatto così artificioso, si tratta di presentare semplicemente un cammino di fede, che parte dalla Carne di Gesù, si comprende nella fede, si vive nella propria esistenza e si apre all’accoglienza sempre nuova della Parola, maturando la propria persona per crescere fino alla contemplazione della gloria. Questa sapienza tradizionale della Chiesa nel leggere le Scritture assicura anche l’unità della vita, il punto di arrivo della fatica, la speranza cercata. Voglio chiudere con un brano di un monaco medioevale, che scriveva così: “L’esperienza della lettura sacra acuisce la sensibilità del lettore, aumenta la capacità di comprenderla, scuote dal torpore, allontana l’ozio, dà ordine all’esistenza, corregge le cattive abitudini, provoca un pianto che fa bene e trae dal cuore compunto le lacrime, frena le chiacchiere e le banalità, accende il desiderio di Cristo, della patria celeste. La lettura sacra, deve sempre accompagnarsi all’orazione ed esserle intimamente unita, perché dalla lettura siamo istruiti e dall’orazione siamo purificati. Così chi vuol essere sempre con Dio, deve pregare di frequente e di frequente leggere, quando preghiamo, infatti, siamo noi che parliamo con Lui, e quando leggiamo è Lui che parla con noi. Chiunque cerca la perfezione deve progredire nella lettura, nella preghiera, nella meditazione. Leggendo si impara ciò che non si conosce, meditando riteniamo ciò che abbiamo imparato, con la preghiera otteniamo di vivere ciò che abbiamo ritenuto. La lettura delle Sacre Scritture ci ottiene questo duplice dono: rende più perspicace la comprensione dell’animo e conduce l’uomo, dopo averlo strappato alle vanità del mondo, all’amore di Dio”.

Dopo aver chiarito il senso delle Scritture, ci addentriamo ora nei testi biblici.

 

 

3.    Quale Messia attendiamo?         

         (Mc 3,13-17; Lc 7, 18-23)

TORNA ALL'INDICE

Questo testo è determinante per una prospettiva di vita veramente evangelica perché ci aiuta a capire il senso del nostro battesimo, avendo però sempre davanti il battesimo di Gesù. L’episodio del battesimo di Gesù è sconcertante, perché ci presenta un messianismo povero, tanto che Gesù stesso dirà: “Beato chi non si scandalizzerà di me”. Il Padre Eterno non spreca parole, nei Vangeli potremo dire che parla solo due volte: qui nel Battesimo per dire “Questo è il mio Figlio”, e più avanti alla Trasfigurazione, per ribadire la stessa cosa: “Ascoltatelo, questo è mio Figlio”. C’è un’altra presenza, sulla Croce: “si fece buio”. Il buio è un segno della sua presenza, ma lì non c’è nessuna parola. Quindi: “Questo è il mio Figlio”, vuol dire che il Suo Figlio è quello lì, Gesù, guardate a Lui, ascoltate Lui.

Nel Battesimo, quindi c’è la prima parola del Padre che ci presenta il Figlio, e questa presentazione indica anche lo stile di vita di Gesù.  Il Padre presenta le credenziali del Figlio, è una scena scandalosa, mai capita abbastanza, anche il Battista fa fatica a capire. In questa scena di Gesù che si mette in fila con i peccatori c’è la prima rivelazione di chi è Dio, e tutto il Vangelo sarà lo svolgimento di questo tema iniziato proprio con il Battesimo. Questa scena richiama il finale del Vangelo: Gesù qui si fa battezzare, cioè si immerge nell’acqua (immergersi nell’acqua è il simbolo della morte) e vedremo che alla fine che il vero battesimo sarà quello della Croce: “C’è un altro battesimo che devo ricevere”. Qui si immerge, si mette in fila con i peccatori, sulla croce è tra due malfattori; qui si squarcia il cielo, là si squarcia il velo del tempio; qui scende lo Spirito, là dona lo Spirito; qui il Padre lo proclama Figlio, sotto la croce è il centurione che attesta la figliolanza divina di Gesù: “Veramente costui era il Figlio Dio”. Il Vangelo quindi è racchiuso tra queste due scene, tutto il resto, cioè quello che sta in mezzo non è che la spiegazione di questi due battesimi (al Giordano e sul Calvario), per cui il Battesimo non è semplicemente un episodio della vita di Gesù, ma è il principio, l’origine di tutto il suo ministero, tutto il resto è lo svolgimento di questo principio. Cosa rappresenta il Battesimo? La rivelazione del Figlio uguale al Padre, quindi rappresenta la rivelazione di Dio, è la prima volta che Dio si presenta in modo così concreto tra gli uomini. Potremmo dire che Dio  ha pensato per tutta l’eternità come doveva fare, poi per 30 anni forse ha studiato più da vicino la situazione, e alla fine non ha trovato altro modo che questo: mettersi in coda ai peccatori. Non si può dire che abbia improvvisato, ci ha pensato a lungo: l’eternità più 30 anni. Proviamo a immaginare chi sia Dio, noi certamente non ci saremmo mai aspettati un Dio che viene da Nazaret, dalla Galilea, un paese semi pagano, che fa il falegname, che ha 30 anni, non è sposato e non ha un gran mestiere, e si mette in fila con i peccatori, si fa battezzare con un battesimo di conversione, si immerge nell’acqua, accetta, cioè, fino in fondo la condizione umana. Come è diverso questo Dio da quello imparato sui catechismi: “Dio è l’essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra”, questo è vero però questo Dio così perfetto è quest’uomo in fila con i peccatori. Se contempliamo questa scena capiremo un po’ di più il mistero di Dio: Dio è simpatia assoluta per l’uomo, è solidarietà assoluta con l’uomo perduto, col suo limite, solidale laddove addirittura noi siamo “maledetti”: nel peccato. Questa è la prima presentazione di Dio (tutto il resto del Vangelo sarà lo svolgimento conseguente di questa presentazione) che culminerà sulla croce, dove, quello che qui è avvenuto simbolicamente, in modo anticipato, profetico, là si realizzerà in modo definitivo. Allora il Battesimo è la scelta definitiva del Figlio, e il Padre la approva: “Questo è mio Figlio” e mi compiaccio, mi piaci, bravo. Anche il Battista trova sconveniente questo battesimo di penitenza, che vede Gesù in fila con i peccatori, sorge una discussione  tra Giovanni e Gesù: non è giusto che avvenga questo e Gesù replica: “Così  si compie ogni giustizia” che significa: questa è la volontà di Dio.

- Che cosa Gesù è venuto a fare sulla terra?: “Gesù dalla Galilea viene al Giordano da Giovanni per essere battezzato da lui”. Viene per essere battezzato, battezzare vuol dire “andare a fondo”, “essere immersi”, e Gesù va a fondo, nella nostra realtà umana, perché nessun uomo sia più solo, e viene soprattutto laddove è più solo, nel suo limite, nella morte, nel peccato, e Lui viene per essere lì con noi. Questa è la scelta fondamentale di Dio: essere con l’uomo, con un amore più grande di ogni limite, anche Paolo ci pensa sopra a queste cose, dice infatti che “Gesù si fece maledizione, peccato, per noi”. Noi andiamo nel fiume Giordano per lasciare lì le nostre immondezze, i nostri peccati, e Lui cosa fa? Si immerge in quelle. Questa del battesimo è una scena che non va mai dimenticata, è la chiave di lettura di tutto il vangelo, ogni brano dimostra come Dio entra nella mia storia, nella mia vita, non con la prepotenza, ma con la solidarietà assoluta, con la simpatia, con la compassione, con la condivisione, perché Lui è il Figlio e vuole essere solidale con i suoi fratelli, non sarebbe il Figlio se non fosse così, e Dio non sarebbe Padre se non andasse tra i figli e i fratelli perduti. Quindi, questo semplice andare di Gesù verso il Giordano, in fila con i peccatori, ci rivela anche chi è Dio, chi è il Figlio, chi è il Padre. Certo che questo cambia tutto il nostro immaginario su Dio: dov’è quel Dio tremendo e potente che tutte le religioni hanno, dov’è quel Dio giudice severo? E’ lì “in fila con i peccatori”: questa è la sua santità, cioè la sua diversità: Lui è il Santo, il diverso da noi, perché davanti al male è sempre l’amore, si mette lì in fila, Lui che è il giusto, il santo, porta il male su di sé perché non lo sente chi lo compie. Questa scena contiene veramente un po’ tutto il vangelo: quando pensiamo a Dio, non dimentichiamo questa scena. E qui Gesù non dice niente, non ha ancora parlato, eppure trovandosi all’inizio del suo ministero, poteva presentare un suo programma, invece sta zitto: questa è la scelta di Dio, questa è l’unica scelta che salva l’uomo, tutte le altre lo perdono. Qui si vede veramente lo stile di Dio: viene per essere “immerso, affogato” nella nostra situazione.

Teniamo presente che quando si parla del battesimo di Gesù  si intende parlare anche del nostro battesimo, anche noi dobbiamo avere questo stesso spirito del Figlio, questa solidarietà con i fratelli, questo metterci in fila con gli altri.

1) Dopo questo inizio, c’è la prima scena: “Giovanni però voleva impedirlo”. Questo verbo all’imperfetto “voleva” indica insistenza: “continuava ad impedirlo” non è giusto, e Gesù ribadisce: “Proprio così si adempie la giustizia di Dio. Voleva impedirlo perché diceva: “Io ho bisogno di essere battezzato da te”. Gesù invece non battezza nessuno, lo dice chiaramente l’evangelista Giovanni: “Non era Gesù a battezzare, ma i suoi discepoli”. Noi siamo battezzati “in Lui”, nel suo battesimo, cioè nel contenuto del suo battesimo: cioè lui non è venuto per cacciarci sott’acqua, è venuto per venire sott’acqua con noi, e noi siamo battezzati in Lui, nella sua morte, nel suo amore per noi. Allora il nostro battesimo ha un significato particolare: siamo immersi nel suo amore per noi. Gesù dice a Giovanni: “Bisogna che io sia battezzato da te”, è Dio che ha bisogno di essere battezzato da noi, cioè di entrare nelle nostre fragilità, nei nostri limiti, per condividerli, ma Giovanni voleva impedirlo! Se lui non viene al Giordano, cioè se non viene sulla nostra morte, sul nostro peccato, noi siamo soli lì dove abbiamo bisogno.

Di fronte al fatto che Gesù si faccia battezzare da noi, si immerga cioè nella nostra situazione, nel nostro male, nella nostra morte, nel nostra peccato, di fronte al fatto che Luidia la vita per noi, che muore in croce per noi, come si fa a dubitare su chi è veramente Dio? E’ uno che ama infinitamente. Quanti di noi sono cresciuti in un immaginario di Dio diverso da questo del battesimo, forse perché non leggevamo a fondo questo testo. Ed è proprio nel battesimo che si rivela l’essenza di Dio, la sua santità, che è un’essenza contraria a quella immaginata da tutte le religioni, compreso il Battista che non vuole, ma Gesù lo corregge: “Lascia ora, conviene che noi adempiamo ogni giustizia”. Quindi, Gesù chiede il permesso di essere battezzato: lascia, permetti, concedi, conviene a te, anzi conviene a noi che Lui si faccia battezzare, conviene a noi che Lui sia lì con noi, perché così si compie ogni giustizia, che è la volontà del Padre. E’ proprio in questa solidarietà del Figlio con tutti i fratelli che si compie la volontà di Dio in tutto il mondo. Se Gesù è l’ultimo della fila, solidale con i peccatori, ormai è presente dappertutto, perché ha scelto proprio l’ultimo posto, è presente nella morte e nel peccato, è proprio così che si compie il disegno di Dio, che è quello di essere presente con il suo amore dappertutto.

Quindi il battesimo di Gesù, cioè la sua morte, è il compimento di “ogni giustizia di Dio” e la sua giustizia sarà sulla croce, il suo giudizio è dare la vita per tutti i suoi figli, e la dà nel Figlio, in Gesù. Ed è quasi commovente che chieda il permesso: “Lascia, permetti…”, e una specie di supplica, mendicando il nostro consenso, e Giovanni lasciò, lo permise. Se ci pensiamo bene: Dio chiede a noi il permesso per entrare nel nostro male, nel nostro peccato, di battezzarci nella nostra situazione, perché così si compia ogni giustizia. Tutta la Scrittura si compie nel fatto che Gesù è solidale con noi, anche nell’orto del Getsemani quando Gesù dice: “Siete venuti a prendermi come se fossi un malfattore”, è proprio così che si compie ogni Scrittura: “Che io sia annoverato tra i malfattori. Tutta la Scrittura rivela la passione di Dio per l’uomo. E’ importante capire in questo modo l’immagine di Dio, per comprendere anche la scelta fondamentale di un credente, di un cristiano: che è la misericordia, la compassione, la solidarietà con i peccatori, i male detti. Certo che aveva ragione Giovanni a scandalizzarsi: non è possibile!.

2) Poi c’è la seconda scena: “Dopo che fu battezzato, Gesù esce dall’acqua e si aprono i cieli e scende lo Spirito”. Come nella sua morte si squarciò il velo del tempio che nasconde Dio, il cielo infatti è il simbolo di Dio; così nel battesimo “si aprirono i cieli” cioè la terra si congiunge con il cielo in questo aspetto di solidarietà e Dio non è più là in cielo, è ormai qui con noi, il cielo è sulla terra e noi abbiamo la sua vita, e per unire cielo e terra scende lo Spirito, che infrange questa separazione. E lo Spirito viene su di lui come “colomba”, lo Spirito è la vita, il respiro di Dio sulla terra, la vita di Dio è questo amore tra il Padre e Gesù. In Gesù, nel suo battesimo, nella sua morte, è donato a noi il suo stesso amore, e questo amore diventa principio di vita nuova. Questa scena dello Spirito che aleggia sulle acque richiama la Genesi, come lo Spirito era presente all’origine del mondo, così è presente ora nella nascita di un mondo nuovo con Gesù. In questa scelta di solidarietà di Dio con noi nasce la creatura nuova, ripiena dell’amore di Dio.

La “colomba” ha tanti altri significati: è anche il simbolo di Israele fedele al Padre.

A questo punto c’è la voce del Padre: “Questo è il mio Figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto”. Di fronte a questa scelta che ci scandalizza, il Padre dice: “Questo è mio Figlio”, cioè questo assomiglia a me, gli altri no. Questa voce dal cielo ci dice che Dio non ha volto, era proibito farsi un immagine di Dio, ma in Gesù, Dio ha una voce, il suo volto diventa Parola incarnata, se ascoltiamo Gesù, la Parola del Padre diventiamo anche noi come Lui immagine del Padre, uguale al Padre. In questa scena del Battesimo abbiamo in miniatura tutta la rivelazione di Dio, compresa la croce. Anche noi siamo battezzati nel suo battesimo, nella sua morte, anche noi riceviamo il suo Spirito e il Padre ci conferma in questa scelta. Come viviamo il nostro battesimo? Sull’esempio di Gesù che fa queste scelte e su queste scelte c’è la benedizione del Padre, avremo noi la forza di fare la scelta del nostro battesimo in sintonia con quella di Gesù in una vita di condivisione, di fraternità, di accoglienza verso tutti senza giudicare nessuno? Dobbiamo imparare a vivere quell’amore che tutto copre, tutto spera, tutto sopporta, quella carità che non avrà mai fine.

Gesù ha appena iniziato il suo ministero e agisce in sintonia col suo battesimo: cerca i peccatori, mangia con loro. Giovanni non ha ancora capito fino in fondo questa scelta di Gesù anche se l’ha battezzato. Informato dai suoi discepoli di tutti questi avvenimenti, li manda da Gesù a dirgli: “Giovanni ci ha mandati da te a dirti: sei tu quello che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, infermità, donò la vista a molti ciechi, poi diede loro questa risposta: “Andate e riferite a Giovanni ciò che voi vedete e udite: i ciechi riacquistano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella e beato chi non si scandalizzerà di me”. In questa risposta di Gesù si affrontano diversi problemi della storia della salvezza: questo messianismo povero di Gesù risponde veramente ai disegni di Dio? Se è vero che così, che ne è delle grandi attese di Israele? Come può Gesù essere il Messia e il salvatore se la storia dopo di lui sembra continuare come prima? Tutte queste domande hanno una radice comune: Gesù è un Messia diverso dalle attese dell’uomo. Anche il Battista, pur essendo un grande profeta, il precursore, è confuso: Dio ha promesso un Messia e ne arriva un altro. Dio va sempre al di là della promessa, e lo dimostra il fatto che la storia di Gesù è diversa da quella che noi ci aspettavamo.

Le attese dell’uomo sono diverse dalle promesse di Dio, e la storia mostra un Gesù che condivide le disgrazie dell’uomo: guarisce dalle malattie e infermità, dona la vista, è per questi disgraziati la realizzazione della promessa. Il nocciolo della questione si basa sul tipo di messianismo di Gesù che contraddice il nostro delirio di onnipotenza e di gloria, su questo punto ci si scontra sempre, e Gesù giustamente dice: beato chi non si scandalizza. Il suo messianismo povero e umile ha fatto problema a Israele e fa problema anche all’uomo di oggi, l’uomo da sempre attende una storia diversa da quella reale, dove cessino le contraddizioni, dove la croce sia totalmente assorbita dalla risurrezione, un mondo dove non c’è più il male, ecco perché siamo tutti chiamati alla sequela di Gesù povero e umile, che non ha liquidato la storia, ma l’ha vissuta dalla parte di colui che pur non facendo il male se ne fa carico e lo porta nella propria croce, unica via alla risurrezione, e noi come Chiesa non possiamo immaginare un altro Messia. Su questo argomento l’errore è costante, riguarda Ebrei, cristiani, il Battista, i discepoli, di ieri, di oggi e forse anche domani. Anche Israele attendeva un Messia che prendesse in mano il potere, che eliminasse ogni male, ma Gesù elimina il male fasciandolo, anzi portandolo su di sé, prendendosene cura, facendone il luogo della salvezza. Ma questo Gesù l’aveva profeticamente annunciato mettendosi in fila con i peccatori, entrando in quell’acqua, portandola su di sé: il messianismo di Gesù è questo suo farsi carico del male del mondo. Il Battista attendeva un Messia forte, un giudice tremendo che spazzasse l’aia dal mondo, per dare un inizio un po’ magico a un mondo nuovo, dove il travaglio della storia si plachi e si arrivi presto a un’escatologia beata, tutti attendiamo un Messia così. Gesù, invece, è sì il Messia, ma viene in estrema debolezza, senza potere, vittima di ogni male, ed è proprio portandolo che lo vince, facciamo fatica ad entrare in questa logica, è il Salvatore e vuol bene a buoni e cattivi, fa sorgere il suo sole sui buoni e sui malvagi, la sua misericordia lo inserisce nella nostra miseria, rispetta la libertà, facendo di ogni miseria oggetto di misericordia. Questo suo amore per l’uomo lo rende debole, non arresta una storia di perdizione ma la volge in storia di salvezza, ed è questa nostra storia concreta che contiene la salvezza e questa salvezza è la misericordia di Uno che si fa carico del negativo e ne paga il costo perché altri ne gustino il  frutto positivo; qui siamo lontani dal settarismo di puri, di buoni.

“Beato chi non si scandalizzerà di me”. Questa beatitudine anche per noi  rimane una pietra d’inciampo, anche noi ci scandalizziamo di questo. Ma se siamo discepoli di questo Signore, che da re si fa servo, da Salvatore viene condannato, da Giusto si fa solidale con la nostra ingiustizia, che da Dio patisce la nostra morte, se anche noi accettiamo un messianismo che esula dalle nostre attese e  accettiamo un Messia crocifisso, povero, umile, che si prende cura del male con la grazia, allora anche noi diventeremo ciò che attendiamo, anche noi saremo: poveri, umili, crocifissi.

Tutta l’attività di Gesù è interpretata da Lui stesso, non tanto coma azione di potenza quanto come passione di misericordia, e in questo ci visita un Dio che si fa vicino ai lontani, giustifica l’iniquo, vivifica i morti, e qui Luca elabora una interessante teologia della storia della salvezza, dando la chiave di lettura del Cristo Salvatore attraverso il suo stile di vita, la sua parola, la sua azione, per cui rispondendo al Battista, risponde al problema sempre attuale del messianismo cristiano e la sua risposta è l’unica valida fino a noi. Il dubbio di Giovanni è ben fondato, perché lui aveva annunciato un Messia forte, un giudice severo che avrebbe inaugurato “il giorno del Signore”, tremendo come un fuoco: i giusti sarebbero stati salvati, i peccatori bruciati, e Gesù invece si rivela come misericordia, inesorabilmente attratto dalla nostra miseria: è perdono per il peccatore, è giustificazione dell’ingiusto, è assoluzione dell’empio, non giudica nessuno, è compassionevole, salva tutti coloro che si riconoscono peccatori, l’unica condanna è il non condannare, l’unica esclusione è il nostro non accogliere, lui ci accoglie sempre, l’unico suo giudizio è non giudicare, l’unica sua salvezza è la misericordia. Il giusto vuole che Dio dia ai buoni il premio e ai cattivi la punizione, il giusto attende uno stipendio per il suo agire, vorrebbe un condono, un regalo. Tanto il giusto quanto il peccatore attendono qualcosa, ma c’è chi non attende più niente: qui capiamo perché i ciechi, gli storpi attendono, perché sono in situazioni estremamente povere, forse la situazione più povera è quella di chi si ritiene giusto, perché non attende più niente. La buona notizia è riservata a tutti i poveri, purchè si sentano mancanti dell’essenziale, e solo a questi si rivela il Cristo e non ai sapienti ai potenti, a chi si sente a posto. Inoltre Gesù ha uno stile di assoluta povertà, rifugge da ogni presa di potere, anche a fin di bene: il famoso “ventilabro” che il Battista si augurava che il Messia avrebbe scosso per vagliare, alla fine questo ventilabro l’ha preso in mano il nemico, nella passione è il diavolo che vaglia.

Come può Gesù essere il Messia se la storia dopo di lui continua ancora come prima? Gesù non ha voluto cambiamenti spettacolari. I potenti sembrano siano al loro posto, i poveri sempre più malmessi nonostante la “new economj”. E’ chiaro allora: o Gesù non è colui che si aspettava oppure bisogna attendere un altro. Queste tensioni sono sempre vive e attuali, per cui la domanda del Battista è anche la nostra: “Sei tu colui che deve venire?”. E’ la questione perenne del discernimento cristiano nella storia.

 “Nello stesso momento Gesù guarì molti da infermità, malattie, spiriti cattivi”, questo versetto di Luca fa da sfondo alla risposta di Gesù agli inviati del Battista: “Andate e riferite a Giovanni ciò che avete udito…”. Qui Gesù cita Isaia,  in lui si realizza questa promessa del profeta, è lui il vero Messia, e a questo punto gli inviati del Battista sono in grado di dare la risposta. Gesù risponde al grande interrogativo del Battista e anche al nostro interrogativo. Il cristiano non può essere né stupidamente ottimista né catastrofico, conosce il male del mondo e come Gesù lo può vincere solo facendosene carico, la Chiesa deve fare così. Questa azione storica di misericordia è già escatologia, è già fine dei tempi, anche noi in questo modo dobbiamo annunciare il Regno, la salvezza vera dell’uomo. Il Padre si è fatto presente in Gesù: è questo il suo modo definitivo di agire, cioè con la sua misericordia infinita, non a caso questo capitolo viene dopo l’invito di Gesù: “Siate misericordiosi come il Padre”. Questa è la novità profonda, che ha scandalizzato il Battista e scandalizza anche noi, ma di fronte a questo messaggio Gesù ribadisce: “Beato colui che non si scandalizzerà di me”. Questa è la conclusione di Gesù, non è una frase messa lì  a caso. Noi, come il Battista, pensiamo sempre a un altro tipo di Messia. Il fatto che il Regno di Dio si realizzi a volte in modo modesto, questo è occasione di scandalo. Dio nella storia è Gesù, Dio nella storia agisce attraverso Gesù, con il suo stile umile, povero, impotente; ecco perché c’è il rischio del rifiuto, il rischio di aggrapparci al carro dei potenti. Gesù opera non nella potenza del giudizio ma nell’umiltà della misericordia, non con la forza e la potenza delle sue opere ma con la debolezza del suo annuncio: è la scelta di questa debolezza che lo porterà ad essere il Messia crocifisso. La croce è la conseguenza di questo stile di vita.

A questo punto ci chiediamo: è questo il nostro stile di vita di credenti? Non possiamo uscire da questa strada, la beatitudine del regno dato ai poveri (“Beati i poveri perché di essi è il regno dei cieli) è proprio per chi accetta questo scandalo. Cosa diceva il buon Simeone? “Egli è qui per la rovina e la salvezza di molti in Israele”, prevedeva che non tutti avrebbero accettato questa proposta. Gesù con i fatti e con la spiegazione che ne dà, si conferma veramente il Messia atteso, che piaccia o no e su questo Messia povero che c’è la conferma del Padre: “Questo è il mio figlio” e non un altro, state bene attenti, si può presentare qualche altro con un altro stile di vita. La fede che dà salvezza è discernere con la mente e accettare con il cuore la visita di Dio in Gesù, il Messia, il Signore crocifisso per misericordia. Rileggiamo: Isaia 29, 35; 42, testi che confermano questo stile che Gesù ha inaugurato, questo suo messianismo, questo suo modo di essere Messia e noi siamo battezzati in questo suo stile, in questo suo modo di essere.

 

 

4.    Fede-Amore e non dovere?        

                                                        ( Lc 7, 36-50)

 TORNA ALL'INDICE

Anche questo testo, come il precedente del Battesimo di Gesù, viene a sconvolgere un certo tipo di educazione ricevuta. E’ un brano che non finisce di stupire. Vediamo il contesto: nel cap 6 Luca riporta il discorso della “pianura”, e in 6,36 c’è la famosa espressione: “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro”. Questa esortazione è un po’ il cardine del vangelo di Luca, questa maternità di Dio Padre è il centro della rivelazione. Subito dopo il cap 6,  nel cap 7, Gesù cerca di mettere in pratica quanto ha detto, incomincia a guarire il servo del centurione pagano, così dimostra  la sua misericordia verso gli estranei. Secondo gesto è far risorgere il figlio della vedova di Naim, anche questo è chiaramente un gesto gratuito: con che cosa questa donna poteva pagare la vita del figlio? E questo Messia, che usa misericordia, invece di portare il fuoco, come il Battista voleva, faceva problema a tutti.  Subito dopo questi due gesti di Gesù, troviamo il brano precedente (7, 18-23) sul messianismo povero: “Sei tu colui che deve venire oppure dobbiamo aspettare un altro?”.

Ed è in questo contesto che si inserisce il nostro brano, quasi a giustificare ulteriormente la presa di posizione di Gesù. E’ un brano sorprendente che tocca il problema fondamentale di ogni fede, di ogni religione, di ogni persona e tocca anche il problema del male. Diciamo se non ci fosse il male tutto andrebbe bene, però il male c’è, cosa si può fare? Lo si può espiare, lo si può rimuovere, lo si può punire. Le religioni insegnano come premiare il bene (o come il bene premi per se stesso: fai bene e ricevi bene) o come punire il male (o come il male si autopunisce: fai il male e male ricevi). Per sé il male è irrimediabile perché c’è, per qualcuno esige punizione, espiazione, anche l’espiazione non è un gran bene, è un male della stessa misura, è un male che si subisce nella stessa dose del male che si è fatto, è un doppio male. Ora questo testo ci fa uscire da queste prospettive, perché pone il problema non di chi è il più bravo, non di chi va premiato di più, né di chi fa meno male. Il problema è un altro perché il comandamento è un altro. Il comandamento è quello dell’amore, il problema allora è: chi ama di più,  non chi è più giusto, più perfetto, più bravo. E dal brano risulta chiaro che ama di più, paradossalmente, chi ha peccato di più, perché gli è stato perdonato di più. Il male diventa così il luogo del perdono, il luogo di un amore più grande che si riceve e la possibilità di un amore più grande cui corrispondere, per cui per Gesù, per la nostra fede, anche il peccato non è una parola definitiva che distrugge le possibilità dell’uomo, ma paradossalmente è una possibilità in più di amore: “Chi amerà di più? Colui al quale fu perdonato di più”. E’ la scena più delicata di tutto il Vangelo.

Da una parte c’è Gesù, dall’altra due personaggi opposti: il fariseo giusto, perfetto, l’uomo dabbene che fa il suo dovere, che paga le decime, che digiuna due volte la settimana; dall’altra una donna: una prostituta. Nel brano parallelo di Marco, che potrebbe essere l’unzione di Betania, quello che fa questa donna è l’unica cosa, in tutto il Vangelo, che Gesù chiama “bella”. Gesù qualifica questo gesto come bello. Gesù, in questa scena non è uno spettatore ma è  coinvolto, un coinvolgimento che inquieta il fariseo.

Teniamo presente che Luca si rivolge al cristiano già battezzato. Quando comincia il suo Vangelo, scrive a Teofilo, uno che ama Dio (“Teo” – “filòs” = amico di Dio), uno che si sa amato da Dio, è un credente, ha capito che il Signore gli vuol bene e ha capito che gli deve voler bene, che bisogna essere bravi, bisogna essere apostoli. Ecco il pericolo costante anche del cristiano: di diventare un po’ fariseo, a noi la parola “fariseo” richiama qualcosa che squalifica, fariseo vuol dire una persona perfetta, che fa il suo dovere, che è rispettoso; anche in noi c’è il rischio di cadere in questo fariseismo nel nostro rapporto con Dio, ma ciò che mi salva non è la mia perfezione, ciò che mi salva, paradossalmente, è il mio peccato perdonato, come luogo di esperienza di un amore più grande, come capacità di amare di più: è questo il riscatto del cristianesimo.

Gesù in tutto il Vangelo è sempre un po’ in polemica con i farisei, mali voleva anche bene perché gente zelante della legge, che cercava di osservare la parola di Dio, erano persone serie, che prendono sul serio la fede, Dio e gli impegni. C’è quasi il sospetto che il tentativo di Gesù sia anche di convertire il fariseo, e lo si vede molto bene in Luca, anche da questo brano, come anche nell’episodio del fratello maggiore della parabola del figlio prodigo: convertire il giusto dalla propria giustizia alla misericordia. Anche Paolo, prima della conversione, era irreprensibile nell’osservanza della legge, poi ha scoperto che la salvezza non era frutto della sua irreprensibilità, ha scoperto che la salvezza era un dono, ha scoperto l’amore del Signore per lui che “mi ha amato e ha dato se stesso per me”. Se c’era uno che non meritava niente era proprio lui, stava andando a Damasco per arrestare altri cristiani, e lì è accecato: “Cosa devo fare Signore?”. Ha scoperto un nuovo principio di vita: ha scoperto l’amore assoluto di Dio per lui, è questo il suo vangelo. Certamente dopo la sua conversione avrà lavorato ancora più di prima, ma è cambiato dentro, non lavorava più per guadagnarsi qualcosa, lavorava per rispondere con amore. Anche noi usciamo da una fede-obbligo-precetto ed entriamo in una fede-amore-gratuità.

Prima vita di Paolo era una risposta ad un suo desiderio di perfezione, ispirazione giusta, sacrosanta, molto umana, poi però è diventata una risposta all’amore di Gesù. In tutto il Vangelo Gesù non riesce a convertire neanche un fariseo, tenta in tutti i modi, accetta perfino di andare a mangiare con loro, ma gli va sempre di traverso qualche cosa: hanno sempre da ridire su quello che dice, su quello che fa.

Nicodemo che è l’unico che ha a che fare con Gesù, sarà quello che dopo lo deporrà nella tomba. Solo da Risorto riuscirà  a convertire un fariseo, e sarà Paolo: il libro degli Atti avrà come protagonista questo fariseo convertito.

Mentre Gesù era in casa del fariseo “una donna una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto colmo di olio profumato”. Qui Luca con grande arte ci presenta i due personaggi: da una parte il fariseo, uomo giusto, che si merita il paradiso, irreprensibile, degno dell’apprezzamento di Dio e del suo amore. Dall’altra parte: una donna, una pubblica peccatrice i quella città. I due personaggi sono accostati perché: il fariseo ha un rapporto con Dio non di amore ma di scambio: io faccio il bene e tu mi devi la salvezza; io mi comporto bene e ho il diritto di andare in paradiso; il tuo amore io me lo merito perché sono bravo. Praticamente il fariseo tratta Dio da “prostituta”, perché vuol comprare l’amore di Dio con la sua osservanza, certamente la vera prostituta è il fariseo. In questo accostamento l’evangelista vuol far capire che il peccato del fariseo è di prostituzione: tratta Dio come uno che va pagato, e quanti di noi trattano Dio come uno che va pagato. Questa prostituta invece che è veramente tale ed è consapevole, perché vende se stessa, si vede accolta e perdonata. Qui si contrappongono purtroppo due religiosità:

- quella del dovere, della perfezione, del mio “io” che è integro davanti a Dio, il quale mi deve tutto perché sono bravo, mi merito anche il suo amore,

- e quella dell’amore, rappresentata da questa donna, che si scopre graziata, perché è disgraziata, si sente amata gratuitamente e ama gratuitamente, e la sua vita diventa una risposta a questo amore.

Questo è il grande insegnamento: o la nostra fede è una risposta di amore o siamo dalla parte del fariseo. Nel brano c’è uno specchio rovesciato: il fariseo è il prostituto e la prostituta è realmente la sposa, quello che vorrebbe essere il fariseo, cioè colei che ama il Signore con tutto il cuore perché si sente amata e perdonata. Di questa donna si dicono le qualità: peccatrice di professione, è conosciuta da tutti, porta un alabastro di profumo di nardo, molto pregiato. Nel Cantico dei Cantici uno dei nomi di Dio è “Profumo effuso”, perché Dio di natura sua si dona, non si nega a nessuno, è una presenza che impregna tutto, e questa donna porta il profumo. Dio è amore, è dono, e questa donna è la sposa che ha lo stesso amore dello sposo e si pone presso i suoi piedi. Si elencano anche i gesti che la donna compie, mentre non è riferita nessuna parola, questa donna non dice niente, non dirà nulla in tutto il brano, non ha nemmeno un nome, fa solo dei gesti. Presso i suoi piedi: “Li lava con le sue mani, li asciuga con i suoi capelli, li bacia, li profuma”.  La scena di per sé è indecente, è imbarazzante come minimo, e come se dal Papa che sta facendo un pontificale va una donna a fare questi gesti, la caccerebbero via subito: è una cosa indecente. Il Vangelo lo dice, lo riferisce ed è vitale questa scena, è fondamentale questo pianto che è di gioia, questi capelli che asciugano corrispondono a lavare i piedi: un gesto di affetto, di amore, un gesto sponsale. Gesù definirà questa scena “fede”, la fede che cos’è? E’ questo amore gratuito.

A questo punto il fariseo comincia a dubitare: cosa avviene in casa mia, se costui fosse un profeta non permetterebbe certe cose. Da una parte il fariseo cerca di scusare Gesù:si vede evidentemente che non sa di cosa si tratta, è un forestiero, però una cosa è chiara: non è un profeta, perché se fosse profeta capirebbe che donna è questa, e non si lascerebbe neanche toccare, la manderebbe via, il profeta che è giusto come lui, non può approvare certe cose.

Quindi da una parte il fariseo cerca di scusare: è chiaro che Gesù non è un profeta, perché il profeta condanna la prostituzione, ed è vero, i Profeti, però, non condannano solo questo tipo di prostituzione, ma la condanna più forte è verso un certo culto reso a Dio, fatto da certe persone giuste, che fanno certe liturgie, anche perfette, per guadagnarsi l’amore di Dio e per sentirsi a posto con la coscienza. Ma il vero culto a Dio è fatto di amore verso di lui che è Padre, e verso fratelli da amare, amore che si manifesta nella misericordia (“misericordia voglio non sacrificio”), nel perdono. Quando i profeti parlano di prostituzione, parlano di un certo culto a Dio inteso come un idolo (i “noviluni”, “i sabati”), l’idolo non impegna, ma Dio chiede di agire, vuole che si faccia la sua volontà, che è l’amore verso i fratelli. Ma i farisei credevano che per tenersi buono Dio bastavano solo le prestazioni religiose, un po’ di incenso, delle belle cerimonie. Questa i Profeti chiamavano prostituzione.

A questo punto Gesù vuol dare una lezione pacata, fraterna anche al buon Simone: “Ho una cosa da dirti: parla Maestro: un uomo aveva due debitori… condonò a tutti e due…chi amerà di più?”. Ecco il discorso: la nostra fede si deve trasformare in amore. Il creditore è Dio e noi tutti siamo in debito con lui, ama di più colui che ha sperimentato più amore gratuito, non chi è più bravo, ma chi si sente amato di più, il peccatore perdonato si sente amato di più. Se vogliamo realizzare pienamente la nostra vita dobbiamo essere fermamente convinti che il Signore gradisce: non è chi è più bravo, ma chi ama di più, perché il comandamento è quello dell’amore e non del dovere, perché Dio è amore, e colui che sperimenta più perdono ama di più, il male stesso non è qualcosa da espiare all’infinito: è il luogo sempre più grande del perdono. Tutti quando pensiamo al nostro passato, avvertiamo qualche volta un certo rimorso (quel gesto potevo evitarlo, quell’azione mi pesa, quel peccato non era da me) che cerchiamo di rimuovere (se non avessi fatto tutto questo sarei più perfetto, più gradito a Dio), e non pensiamo forse che quello è stato il luogo dove abbiamo sperimento un amore più grande, la possibilità di amare di più. Perché avvertiamo questo disagio di noi stessi? Perché nonostante tutto siamo ancora un po’ farisei: se non l’avessi fatto mi sentirei più a posto, invece no, è proprio lì che ho sperimento la grazia, la gratuità del perdono. S. Agostino diceva: “Felix culpa” e Paolo ai Romani (5,20): “Dove abbonda il peccato sovrabbonda la grazia”, cioè il male, il peccato sono il luogo dell’esperienza dell’amore gratuito e chi sperimenta l’amore gratuito è capace di amare, perché il nostro amore è solo una risposta all’amore che riceviamo. Allora il peccatore non è che sia ammesso alla vita di fede in un grado minore, ma è l’unico che entra davvero nel rapporto con Dio che non è di prostituzione, ma di grazia: Dio mi ha graziato, perdonato, mi vuol bene gratuitamente, io sono un salvato per amore, allora la mia vita è una risposta di amore gratuito per lui. Questo è il salto da una religiosità del dovere alla grande scoperta di Dio come amore. Qual è il mio atteggiamento interiore, qual è la radice della mia fede? Da dove nasce la mia pratica religiosa? Da un senso del dovere o perché sono innamorato di Dio?

A questo punto Gesù fa il paragone dei gesti tra il fariseo e la donna: “Vedi questa donna?”: lui l’ha accolto in casa ma non gli ha lavato i piedi, forse non era obbligatorio, era una gentilezza, però quando uno torna da lontano da un viaggio e cammina senza scarpe ha bisogno di lavarsi i piedi, ma il fariseo non ha infranto regole particolari, l’ha invitato e basta. Costei invece con le lacrime gli ha lavato i piedi, con i capelli li ha asciugati, ha fatto molto di più di quanto si poteva fare per gentilezza, ha fatto un vero gesto d’amore: “Tu non mi hai baciato”. L’ospite lo poteva accogliere anche con il bacio, ma anche senza, è un gesto di venerazione. “Costei non ha smesso di baciarmi i piedi”. Gesù contrappone un’accoglienza molto formale, anche se ineccepibile, a un’accoglienza vera, autentica. Questa donna, dice Gesù, fa così perché si è sentita amata, graziata, per questo ama infinitamente, per questo risponde all’amore con l’amore, per questo ama più di te, è meglio lei di te, anche se tu non hai fatto niente di male, ma non ami se non la tua buona immagine. “Colui che si sente poco perdonato, ama poco”, continua Gesù, tu ti senti a posto, ti accontenti di te stesso, sei chiuso in te stesso, non ami nessuno, ami solo la tua perfezione, non ami veramente. Conclude Gesù rivolgendosi alla donna: “Ti sono rimessi i peccati” e i commensali: “Ma chi è costui che rimette anche i peccati?”. Rimettere i peccati voleva dire allontanarli, mandarli via, i peccati che le stavano addosso, che aderivano, che la imprigionavano, ora sono andati via, la donna non è più avvolta dal senso di colpa, di peccato, anzi proprio nel perdono il peccato è diventato il luogo dell’amore più grande. “Chi è costui che rimette il peccato?”. Ritorna ancora il tema del messianismo debole, è mestiere di Dio rimettere i peccati, e Dio è venuto per perdonare, per trasformare il nostro male in un amore più grande. Il male è il luogo della misericordia che lo vince, e Gesù è Figlio misericordioso come il Padre, è il Figlio che ci chiama a diventare come lui, misericordiosi come il Padre. Quante cose sono da cambiare dentro di noi!

La parola conclusiva: “La tua fede ti ha salvata”, dà il senso di tutto il brano. Cos’è la fede cristiana? Non è la mia osservanza, non è l’essere bravo, non è un accumulo di pratiche, la fede è esattamente questo amore per Gesù, che si esprime, in questo brano, con le lacrime, i capelli, il bacio, il profumo. E’ questo amore per Lui che poi mi porterà a pregare, a stare volentieri con Lui, ma tutto nasce dall’amore per Lui, perché Lui per prima mi ha amato ed è morto per noi.

La fede non è solo l’assenso dell’intelletto a certe verità rivelate, non è solo credere ai dogmi di fede che pur vengono estrapolati dalla Scrittura, è anche questo. Ma quando noi celebriamo la festa dell’Immacolata o della SS. Trinità non facciamo la festa al dogma, ma a queste realtà non ci toccano. C’è una fede fatta di verità e una fede-adesione, una fede-amore, quindi la fede non è solo un assenso razionale a certe verità, la fede è baciare quei piedi, bagnarli con le lacrime, profumarli: amo perché ho sperimentato questa grazia, questo amore. La fede è una risposta concreta di amore all’amore, usciamo, quindi, dal semplice senso del dovere. “Oggi, domani è festa di precetto…” . Come se si potessero precettare ( cioè obbligare con coercizione o con un’ingiunzione) queste realtà.

Niente di nuovo in tutto questo, già i Profeti dicevano: “Allora conoscerete chi è il Signore, perché: perdonerò i vostri peccati”. Conosciamo Dio solo nel perdono, Dio non fa male a nessuno, fa solo bene, ci lascia liberi, purtroppo noi facciamo il male, ma anche il male non è il luogo della condanna, della punizione, dell’espiazione, è il luogo dove sperimentiamo un amore più grande.

“La tua fede ti ha salvato”. La fede ha salvato questa donna, il giusto Simone invece non ha fede se non in se stesso; chi non ama come questa donna, non ha ancora capito, come Simone, che la fede è accogliere l’amore di Dio per noi. La salvezza è amarlo con tutto  il cuore con tutta l’anima, con tutte le forze, proprio come questa donna. La fede è accettare l’amore di Dio in Gesù e traboccare di questo amore verso di lui; è esperienza di essere amati e di amare Gesù. Ed è con questa fede che salva che questa donna cammina verso la pace, verso la pienezza della luce del volto di Dio. C’è un messaggio radicale da vivere in questo brano, una scena da contemplare, un contenuto da assimilare. Se anche noi agiremo così, tutta la nostra vita sarà trasformata.

 

5.    Gesù Cristo, Signore della storia        

                                                         (Ap 4-5)

 TORNA ALL'INDICE

Il mistero della storia e del futuro.

Dopo la visione preparatoria che troviamo nel primo capitolo dell’Apocalisse e le sette Lettere alle varie Chiese, che occupano i capp. 2-3.

a) Con il cap 4 l’Apocalisse ci introduce nel mistero della storia, e nel mistero del futuro. Questo brano è pieno di consolazione, si “apre per noi una porta nel cielo”: Dio non tiene nascosto il suo segreto, il suo mistero, c’è la possibilità di salirgli accanto, di vedere le cose dal suo punto di vista, e questo naturalmente per pura grazia, perché solo il Signore per pura grazia può aprire il segreto del suo cuore, della sua mente, dei suoi progetti. Ed  è proprio quello che avviene: “Una porta era aperta nel cielo … sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito”. Ci possiamo domandare a che cosa serve sapere le cose che devono accadere in seguito, perché è così importante? Solo una curiosità da soddisfare? Certamente no, il discorso è un altro, il fatto è che, la comunità cristiana di Giovannei e la Chiesa devono annunciare il Vangelo, che è la notizia di un’opera di salvezza. Il Vangelo eterno  è la speranza di un mondo nuovo, di quel mondo che Dio si impegna a creare: noi dobbiamo annunciare questo. Se dovete annunciare il Vangelo dovete sapere quello che accadrà, quello che Dio farà della storia, della nostra storia, delle nostre sofferenze, delle nostre gioie, che segnano il cammino dell’uomo nella storia, nel mondo. Leggiamo questi testi per dare delle risposte, fin dove possiamo, nella fede alle nostre esistenze. Sapere il futuro in questo senso non è questione di “maghi” che vogliono anticipare la conoscenza, il problema è sapere qual è la nostra speranza, che cosa davvero possiamo annunciare nel mondo, con sicurezza, che non venga dai nostri sogni, ma dal progetto di Dio. Quel “salì quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito” manifesta la volontà di Dio di svelare il suo progetto di salvezza, perché Giovanni lo possa conoscere e lo possa annunciare, è quello che assieme a Giovanni cerchiamo di fare noi quando leggiamo le Scritture. In altre parole si tratta di sapere il contenuto del vangelo, qual è il messaggio del Vangelo, qual è la nostra speranza. E’ significativo che Giovanni per conoscere il senso della storia, debba uscire dal mondo: “Sali quassù”. Per sapere il senso della storia non basta leggere i giornali, non basta studiare i libri di storia, cercare le riflessioni dei filosofi sull’uomo: se tu vuoi sapere il senso della storia devi salire presso Dio. Certo concretamente conoscerai anche i fatti, gli eventi, però per cogliere il significato devi salire “presso Dio”, spesso stando dentro la storia non capisci, vedi solo dei piccoli frammenti, se vuoi capire davvero il disegno devi salire presso Dio, vedere le cose dal punto di vista del suo progetto: la Parola come discernimento della storia. E Giovanni riceve come un dono questo modo di vedere le cose e ce le comunica anche a noi. “Una porta era aperta nel cielo”, significa capire la storia.

“Vidi un trono circondato da un arcobaleno, simile a smeraldo, attorno al trono ci sono 24 vegliardi, e 4 esseri viventi”. A volte queste immagini ci confondono ma non è difficile coglierne il signifcato: i 24 vegliardi sono una specie di simbolo della Storia della salvezza, dovrebbero significare insieme i Patriarchi dell’Antico Testamento e gli Apostoli del Nuovo. Raccolgono l’ esperienza del popolo di Dio nella storia della salvezza, cioè tutti i grandi personaggi che conosciamo attraverso la Scrittura, da Abramo in poi, che hanno camminato secondo la volontà di Dio, che sono stati guidati dal suo progetto, che sono rappresentati da questi 24 personaggi misteriosi, che stanno accanto al trono e Dio sta in mezzo, come dominatore di questa storia della salvezza.

Poi ci sono i “quattro viventi”. Il numero 4 rappresenta la totalità dello spazio: est, ovest, sud, nord. I quattro viventi quindi sono il simbolo del cosmo, dell’universo, della creazione. Allora mettendo assieme i 24 vegliardi (tutta la storia della salvezza) e i 4 esseri viventi (il cosmo, la creazione) diciamo Dio è il Signore del mondo e il Signore della Storia, non ce ne sono altri, tutto è attorno al suo trono: Dio ha creato l’universo e domina il cammino della vita dell’uomo nel mondo. Per cui essi proclamano davanti al Signore: “Santo, santo è il Signore Dio l’Onnipotente, Colui che è che viene… Tu sei degno di ricevere la gloria, l’onore, la potenza, perché tu hai creato tutte le cose, e per la tua volontà furono create e sussistono”. Se uno vuol capire la storia deve partire da Dio, dal riconoscimento che c’è un Dio, Signore del mondo. Non si può capire la storia dai tetti in giù, dai tetti in giù si possono vedere gli avvenimenti, ma non si può capire quello che succede veramente, per farlo bisogna partire da Dio, perché Lui sta al centro del mondo, come Signore, come sovrano, il “trono” infatti rappresenta la sua sovranità. Questa è la sintesi del cap. 4.

b) Col cap. 5 c’è l’aspetto più significativo: “Vidi poi nella mano destra…. un libro a forma di rotolo…sigillato con sette sigilli”. I testamenti, secondo il diritto romano, dovevano essere sigillati con 7 sigilli. Questo Signore che siede sul tono, ha nella mano destra il rotolo, che contiene il senso della storia, cioè la sua volontà. Il senso della storia significa questo: l’uomo vive la storia di oggi (fra cento anni questa generazione non ci sarà più) e stando nella storia di oggi si trova a confrontarsi con avvenimenti che spesso non riesce a controllare fino in fondo, si scopre impotente, non è lui il signore delle cose, e spesso gli avvenimenti lo condizionano. L’uomo si trova nella storia e si trova a fare i conti con destini misteriosi, che fanno soffrire, a volte incontra cattiveria insopportabile, pianto di innocenti, che stenta a spiegare, a dare un significato. Questo l’uomo vuole capire: si trova nella storia spesso a contatto con queste situazioni che non riesce a dare una risposta, non riesce a capire, basti pensare alla sofferenza degli innocenti. L’uomo arriva anche a chiedersi se questo materiale complesso di cui è fatta la storia, vita abbia uno scopo, perché se piangere serve qualcosa, ci sta, se c’è da provare l’angoscia e questa costruisce qualcosa di positivo, la si sopporta anche. Ma quello che non riesce a sopportare è il peso della sofferenza che non porta da nessuna parte, che sembra inutile: è il dramma dell’assurdo, che fa fatica a sopportare. La risposta a tutte queste perplessità sta in quel rotolo, perché in quel rotolo c’è scritto il testamento di Dio, la sua volontà, il suo progetto. L’ideale sarebbe poterlo leggere, poter sciogliere quei sigilli, leggere quel rotolo.

“Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli? Ma nessuno, né in cielo né in terra era in grado di aprire il libro. Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo”.

Non c’è  nessuna forza umana o sovrumana che sia in grado di sciogliere il mistero della storia, il mistero della vita. Non bastano i filosofi, né i potenti, nemmeno gli angeli né demoni (né sopra la terra né sotto terra) a rivelare il significato di queste cose. Non bastano queste realtà per farci capire e farci entrare nel mistero della storia, l’uomo rimane radicalmente impotente.

“Io piangevo molto perché non si trovava uno degno di aprire il libro e di leggerlo”.

Il pianto di Giovanni è il pianto di tutti gli uomini, che non sono stati in grado di capire il senso delle loro sofferenze, delle loro angosce, si sono trovati radicalmente deboli di fronte agli avvenimenti che hanno anche sopportato, non hanno potuto fare altro che subirli senza riuscire a comprenderli: “Io piangevo molto”. E’ il pianto dell’uomo, è il pianto che attraversa e accompagna le sofferenze immense dell’umanità. Ma….

“Uno dei vegliardi mi disse, non piangere più, ha vinto il leone della tribù di Giuda, il germoglio Davide, lui aprirà il libro e i suoi sette sigilli”.

“Non piangere più”, esprime la proclamazione di un avvenimento nuovo, dalla storia di Adamo fino in poi è avvenuto un evento nuovo, un evento straordinario, c’è qualcosa di radicalmente inatteso, di inedito che finalmente può dare senso alle cose, può svelare il mistero degli avvenimenti.

“Ha vinto il leone della tribù di Giuda, il germoglio di Davide”. Questi sono due attributi messianici. Il primo viene da Genesi 49, 9-10: nella benedizione ai figli, quando Giacobbe benedice Giuda lo proclama “leone di Giuda” (“Un giovane leone è Giuda”) titolo che poi è diventato messianico: il messia quindi è come il leone di Giuda, leone nel senso di nobiltà, forza irresistibile. Accanto al leone è citato anche: “Il germoglio di Davide”, e questo viene da Isaia 11,1 quando il Profeta annuncia che dal ceppo di Iesse, dalla famiglia di Davide, scaturirà un nuovo germoglio che sarà il Messia.

Quindi il leone della tribù di Giuda, il germoglio Davide, cioè questo Messia forte e vincitore, aprirà il libro e i suoi sette sigilli. Dunque bisogna aspettare la venuta di qualcuno che è forte, che è vincitore, di un “leone forte e nobile”.

Ma adesso viene la sorpresa:

“Poi vidi ritto, in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi (il cosmo), e dai vegliardi (l’intera storia biblica), un agnello come immolato, aveva sette corna (la potenza) e sette occhi (lo spirito), simboli dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra”.

Ecco la sorpresa: ci aspettavamo “un leone” e abbiamo “un agnello”, ci aspettavamo un “vincitore” e abbiamo “lo sgozzato”. Ma è proprio questo il mistero della storia: questo Messia debole, crocifisso. Guai se usciamo da questa pista.

“Vidi ritto in mezzo al trono” indica che l’agnello è in piedi, è il Vivente, se è sul trono vuol dire che esercita la sovranità, è un vincitore, ed è “circondato dai 4 esseri viventi” (il cosmo, il mondo) e “dai 24 vegliardi” (la storia). La storia dipende da lui, quell’agnello sgozzato è il Signore del mondo e il Signore della storia. L’agnello porta ancora i segni del sacrificio del suo “sgozzamento”. Questo fa parte della tipica teologia di Giovanni; anche nel suo Vangelo, riferisce che il Signore risorto “porta i segni della passione”  e li mostra ai suoi discepoli quando appare nel giorno di Pasqua: “Mostrò loro le mani e il costato e i discepoli gioirono al vedere il Signore”. La stessa cosa capiterà la settimana dopo con Tommaso. Segni che servono a ricordarci che il “crocifisso” e il “risorto” sono la stessa persona. E’ vero che è  risorto ed è glorioso, ma porta i “segni” del sacrificio e difatti se è risorto e glorioso è solo perché si è sacrificato. Quindi la risurrezione non è solo un “dopo-la-morte” ma è anche un “dentro-la-morte”: è quella morte che viene trasfigurata, ma è morte. Senza sacrificio non c’è nemmeno la risurrezione: se l’agnello non è “sgozzato” non è nemmeno “vittorioso”, se non ha sacrificato se stesso non è neanche in grado di vincere, di vivere come un risorto.

L’agnello immolato ha “sette corna” e “sette occhi”. Le “corna” indicano la potenza irresistibile, è un agnello ma potente. Anche Matteo alla fine del suo Vangelo riferirà queste parole del Signore: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra”, ma è un potere che non ha conquistato con la potenza ma attraverso il suo mistero pasquale di morte e risurrezione; è una potenza d’amore, un potere di donare la vita: “Tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato” (Gv 17). Questo è il potere che ha l’agnello sgozzato: di dare la vita di Dio, proprio perché l’ha donata, la comunica, ha un potere irresistibile, un potere salvifico. Queste sono le “sette corna”: un potere senza limiti, ma un potere di dare la vita.

I “sette occhi, simboli dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra”. L’immagine del Cristo risorto è ancora giovannea, il Risorto è sorgente dello Spirito (la Pentecoste), comunica cioè ai suoi lo Spirito con abbondanza lo stesso giorno di Pasqua: “Ricevete lo Spirito Santo”.

Ecco chi è questo “agnello sgozzato ritto in piedi” che ha questa potenza, che ha questo dono dello Spirito. Sulla croce Gesù dirà: “Tutto è compiuto” e “chinato il capo spirò”: ha comunicato lo Spirito di Dio che era in Lui, l’ha comunicato per vivificarci. E “uno dei soldati lo colpì ed uscì sangue ed acqua”: è una morte feconda, una morte che produce vita: e la vita è certamente quella dello Spirito. Gesù ha la pienezza dello Spirito, perché sceso su di lui, ma quello Spirito ora lo trasmette, lo comunica a tutti.

Facciamo una sintesi di questo discorso: solo “l’agnello immolato, sgozzato”, è capace di aprire il “rotolo” cioè di dare una risposta al senso della storia. Questo “agnello sgozzato” è regale perché è sul trono; è vittorioso (“ritto in piedi”) sulla morte anche se porta i segni del suo “sgozzamento”. E’ al centro del mondo e della storia (perché attorno a lui ci sono i 4 esseri viventi e i 24 vegliardi) con l’onnipotenza di Dio per dare la vita (simbolismo dalle “sette corna”) e con la pienezza dello Spirito da comunicare (simbolismo dei “sette occhi”).

Questo “agnello” quindi sta al centro del mistero della storia, e lì che troviamo la  risposta ai nostri dubbi, se uno vuol capire la storia deve guardare a lui deve rivolgere lo sguardo su di lui, deve guardare a questo trono, perché quell’avvenimento che è la passione di Gesù, la sua Pasqua,  non è stato uno dei tanti avvenimenti della storia ma è la sintesi della storia, è il compimento, il traguardo della stessa storia.

E cosa è successo nella Pasqua di Cristo? Gesù, fatto della stessa nostra carne, perché nato da Maria, ha portato la nostra natura umana al compimento, alla perfezione, nell’obbedienza al Padre, ha reso quella “carne” fedele, perfettamente obbediente a Dio, anche se ha attraversato il mistero della morte. Quando questa umanità arriverà all’obbedienza a Dio fino alla morte, allora entrerà nella gloria, diventerà perfetta. La Risurrezione, l’Ascensione vogliono dire questo: con Gesù un pezzo di mondo è davanti a Dio, è trasformato, è trasfigurato. Di preciso anche noi non sappiamo come Gesù si sia presentato nel cenacolo, come sia passato a porte chiuse, qualche immagine ce la dà Paolo, lasciamo la spiegazione ai teologi (circa le qualità del corpo glorioso che Dio ci darà) ma non investighiamo troppo sulle sorprese di Dio, cioè su che cosa Dio ci riserverà alla fine della nostra vita. Quello che è importante è sapere che la nostra umanità è accanto a Dio nella gloria, la storia non ha altro senso che questo: che questo mondo venga condotto fino a Dio. La nostra storia, il nostro mondo faccia il cammino che ha fatto Gesù Cristo: cioè viva la Pasqua, compimento della storia, “pasqualizzi” gli avvenimenti, guardi a questo l’agnello pasquale “ritto sul trono”, e “degno di aprire il libro e sciogliere i sigilli” cioè di svelarci il senso della vita, e della storia.

Che il nostro assimilarci a Lui serva proprio a capire il senso della vita, il senso delle gioie e delle sofferenze, delle angosce e delle speranze.

La Pasqua è davvero il compimento della storia, ecco perché lui “è degno di aprire il libro e sciogliere i sigilli”. Non sono i grandi studiosi che scrutano i grandi avvenimenti della storia, non sono i potenti che pensano di decidere gli avvenimenti della storia, ma è Colui che ha dato la vita nella fedeltà al disegno del Padre, cha ha trasformato la sua vita in un atto di obbedienza e di amore, che “scioglierà i sigilli”. Questo è il mistero profondo della storia, a volte non sappiamo dare delle risposte, perché ci mancano gli strumenti, gli elementi. Se attraverso una lettura costante della S. Scrittura assimiliamo dentro di noi una coscienza illuminata dalla Parola, forse lì possiamo trovare delle risposte, che umanamente spesso non sappiamo dare a certe situazioni.

“L’agnello giunse e prese il libro dalla destra di colui che era seduto sul trono, e quando l’ebbe preso i 4 esseri viventi (il cosmo) e i 24 vegliardi (la storia) si prostrarono davanti all’agnello, avendo ciascuno un arpa e coppe d’oro, come di profumo che sono le preghiere dei santi, cantavano un canto nuovo: tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli”.

Perché è degno? “Perché sei stato immolato, e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra”. Capiamo ora qual è il senso della storia: che l’uomo venga riscattato per Dio e diventi un regno di sacerdoti, che l’umanità venga liberata da quelle catene di egoismo, di egocentrismo e diventi veramente una umanità per Dio. Qui è tutto il discorso delle conversione.

Questo ha fatto Gesù Cristo, ma non solo, ha trasportato la sua umanità dal nostro mondo al mondo di Dio, perché ha fatto della sua umanità, una umanità obbediente a Dio, ricca di amore e facendo questo ha riscattato tutti gli uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione: è la liberazione dal male, perché questo mondo, questa umanità di ogni lingua popolo e nazione, appartenga a Dio, diventi un regno di sacerdoti, divenga cioè una umanità di persone in grado di convertire la propria vita in offerta gradita a Dio, in questo senso noi viviamo il nostro sacerdozio comune, nella misura cioè in cui siamo in grado di convertire la nostra vita in un’ offerta gradita a Dio. Fare cioè quello che ha fatto Gesù che ha trasformato la sua vita in offerta gradita al Padre, attraverso la fedeltà alla Parola, attraverso una vita d’amore, fino alla fine: “Ci ha amato fino alla fine”. Gesù rende possibile questo anche a noi, se gli andiamo dietro, se lo assimiliamo, se ci configuriamo a Lui, e trasciniamo dietro la storia: ecco il senso profetico oltre che regale del popolo di Dio. Non c’è altro che questo da realizzare nella storia: diventare questo regno di sacerdoti, offrendo a Dio non qualcosa ma la nostra storia, la nostra vita: “Il sacrificio gradito a Dio è la nostra vita”. Quando la vita non appartiene più a noi ma a Dio, quando Dio può sentire il profumo della vita dell’uomo come qualcosa a Lui gradito, allora stiamo realizzando la nostra vita, la nostra storia.

La vita di un credente è una vita che viene trasformata, come? Aderendo al Vangelo, quotidianamente, con pazienza, con bontà: questa è la conversione quotidiana che non è una fatica ma ci rende noi stessi, ci rende veramente graditi al Padre. Nell’ottica di S. Giovanni, il senso della storia, non sta nei grandi progressi culturali o tecnici, che ci siano anche questi è importante, non dobbiamo essere oscurantisti, però il senso vero è la trasformazione dell’umanità in qualcosa di gradito a Dio: in una vita d’amore e di servizio. Quando avviene questo la storia è completa, è realizzata, non c’è nessun limite, povertà o condizionamento. Quando anche noi trasformeremo la nostra umanità in qualcosa di gradito a Dio, allora anche le cose più pesanti, più angoscianti, possono diventare un’offerta a Dio. Regnare vuol dire non essere più schiavi del mondo e delle cose, ma usare anche i condizionamenti del mondo e delle cose per realizzare la nostra vocazione, che ha come fine la glorificazione di Dio nella nostra vita.

“Che venga il tuo regno”: nella nostra vita, vuol dire: “Fa che noi siamo dei testimoni del tuo regno”.

“Sia santificato il tuo nome”: non è un semplice augurio ma una realtà che deve realizzarsi: il tuo nome sia santificato attraverso la nostra vita, chi vede noi glorifichi il Padre, perché la nostra vita è un annuncio della santità di Dio.

“Durante la visione intesi voci di molti angeli attorno al trono, agli esseri viventi e ai vegliardi, miriadi di migliaia e dicevano: l’agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione. Tutte le creature della terra, del cielo, di sottoterra, del mare, udii che dicevano: a colui che siede sul trono e all’agnello: lode, onore e potenza nei secoli dei secoli e i quattro esseri viventi dicevano: Amen e i vegliardi si prostrarono in adorazione”.

Tutta la storia tutto il cosmo è ai piedi di questo Messia crocifisso, qui si vede dove termina il progetto di Dio, cioè, in questa liturgia celeste che svela il senso della storia, il senso del mondo. Quando la storia, il cosmo, gli angeli, le creature riconoscono la sovranità dell’agnello e attribuiscono a lui il potere, la ricchezza, la sapienza, la forza, allora la storia è rivelata nel suo senso. Quando celebriamo l’Eucarestia, glorifichiamo l’Agnello, riconosciamo che a lui spettano potenza, sapienza, gloria. Quando celebriamo l’Eucarestia, la storia, il senso della vita umana, tutto il materiale di cui è fatta l’esistenza umana viene trasformato in lode a Dio. Il pane e il vino che sono le fatiche e le sofferenze degli uomini diventano lode a Lui. Quello che noi in fondo dovremmo realizzare, quello che costituisce la nostra speranza è che tutta la nostra vita diventi una liturgia, una lode. Quello che compiamo nell’ora dell’Eucarestia dovrebbe animare, coinvolgere tutto il resto: il lavoro, la fatica, i momenti di tristezza. Dentro tutte queste cose entrino la lode, la glorificazione di Dio. Giovanni ha posto come la chiave di lettura di tutto il resto del libro dell’Apocalisse questi capp. 4 e 5. Dopo ci sarà una serie di avvenimenti che tentano di chiarire quello che avviene nella storia, ma il senso è praticamente determinato da questa immagine fondamentale: dell’agnello ritto, in piedi, sul trono di Dio e con i segni della passione, con la pienezza della potenza (le sette corna), con l’abbondanza dello spirito ( i sette occhi), da donare, da comunicare a tutta la terra.

E a noi non ci rimane che contemplare, perché lì in quella storia c’è anche la nostra storia, c’è il senso delle nostre fatiche, delle nostre sofferenze, delle nostre gioie, non c’è un’altra immagine che ci aiuta a dare una risposta. Quello che dovremmo semplicemente fare è prendere questi due capitoli e assimilarli e riuscire a rinnovare la nostra fede nel Signore, nell’agnello, come in colui che dà senso alla nostra vita, non ci sono altri immagini. Il discorso lo possiamo rapportare alla storia del mondo, ma il discorso va rapportato soprattutto alla nostra storia, alla vita di ciascuno di noi. Anche per ciascuno di noi vale il discorso che il senso delle cose, sta nell’agnello, che lui è in grado di sciogliere l’enigma della nostra vita, guardando a lui, ricevendo da lui potenza, quell’energia, quella forza, anche noi possiamo trasformare la nostra vita in offerta sacerdotale, gradita. Fare questo vuol dire portare la vita a compimento, a perfezione, e diventare come lui, conformi a lui, trasformando ogni giorno la nostra vita, la storia, perché il regno venga.

Nel prossimo brano dell’Apocalisse (6-7) cercheremo di sciogliere questi sette sigilli per capire cosa c’è dentro.

 

  

 

6.    Il progetto di Dio (i sette sigilli)        

         ( Ap 6-7)

 TORNA ALL'INDICE

Colui che è in grado di aprire il libro e aprirne i sigilli era proprio questo agnello sgozzato, ma ritto in piedi, ed è anche colui che decide e che definisce il valore degli avvenimenti, di ciò che effettivamente accade nella storia. Ecco perché nel precedente incontro eravamo chiamati a contemplare questo agnello sgozzato. Nella storia avviene il riscatto degli uomini perché possano diventare tutti lingua, popolo di Dio, regno di sacerdoti, in grado di vivere nella piena libertà dei figli di Dio. Questa è la chiave di lettura di tutto il resto.

a) Nel cap 6 Giovanni narra l’apertura dei sette sigilli, cerchiamo di capire ciò che questo brano ci vuol dire. Questi sette sigilli sono elementi di un quadro che definisce il complesso della storia umana, non è necessario metterli in fila, come se venissero uno dopo l’altro: il terzo cavallo non appare dopo il secondo, i quattro cavalli cavalcano insieme.

Ci sono 4 elementi che descrivono tutto il corso della storia, per l’Apocalisse non c’è l’idea di epoche che si susseguono, c’è un affresco che ci viene comunicato e ci viene svelato attraverso questi 7 sigilli: è il progetto di Dio che era stato annunciato fondamentalmente nell’Antico Testamento e che adesso viene svelato nella vita di Gesù e nella vita della Chiesa. Questo è il testamento scritto e sigillato: gli eventi di Cristo, gli eventi della Chiesa, il tempo che noi viviamo, gli annunci dell’A.T, il progetto di Dio. Questo libro sigillato è con 7 sigilli.

La prima cosa che il testo ci dice è che il tempo che noi viviamo è questa cavalcata misteriosa dei 4 cavalli: il primo bianco, il secondo rosso fuoco, il terzo nero, il quarto verdastro. Sul secondo, sul terzo e sul quarto non c’è problema. Il cavallo rosso è il cavallo che indica la guerra; quello nero indica la carestia, la penuria dei beni materiali; il testo afferma: “Avevo una bilancia in mano e udii gridare una voce in mezzo ai quattro esseri viventi: una misura di grano per un danaro e tre misure d’orzo per un denaro”, cioè l’orzo, il grano sono venuti meno, sono razionati. Il quarto cavallo, quello verdastro è il cavallo della peste, della morte: “Lo seguono la morte e gli inferi”.

E’ misterioso il primo cavallo, quello bianco: “Sul quale cavalca un arciere vincitore, che esce per vincere ancora”. Chi è questo cavaliere? Che significato ha il suo cavallo? Alcuni autori ci aiutano a comprendere questo cavallo citando Abacuc 3: “Dio viene da Teman, il Santo dal monte Paran, la sua maestà ricopre i cieli, delle sue lodi è piena la terra, il suo splendore è come la luce, bagliori di folgore escono dalle sue mani, là si cela la sua potenza”. In altre parole il profeta descrive l’irruzione di Dio nella storia degli uomini e la sua venuta giunge insieme con il giudizio, con una serie di calamità, di sofferenze: la peste, la carestia. Giudizio di Dio nel senso che sono fatti storici che rappresentano una risposta di Dio al tentativo del mondo di chiudersi all’avvenire incominciato in Gesù Cristo. La storia del mondo, secondo questi 4 cavalli, è l’irruzione di Dio accompagnata da una serie di catastrofi: guerra, peste, morte, carestia. E non pensiamo a delle cose particolari, questi sono fatti quotidiani: sono di oggi e di tutti i tempi, la violenza, la morte, la malattia accompagnano da sempre la storia dell’uomo. Questi cavalli hanno sempre cavalcato, tutta la storia è segnata dalla loro cavalcata, però con loro c’è la misteriosamente presenza di Dio: queste realtà, queste esperienze che ci accompagnano sempre sono anche chiamate “giudizi di Dio”, ma in che senso? Non è che la peste, la guerra colpisca solo i cattivi, la guerra la subiscono tutti, soprattutto gli innocenti, i deboli. Cioè sono “giudizi” nel senso che esprimono le crepe che esistono nella storia del mondo, cioè il mondo non è autosufficiente, il mondo non è capace di salvare gli uomini, non è nell’ordine del mondo che l’uomo trovi la sua gioia e la sua pienezza di vita, questo è il senso della “cavalcata”. L’uomo cerca di creare un ordine del mondo e fa bene, ma si illude se pensa di riuscire a creare un mondo così perfetto da trovarvi lì la sua realizzazione. Quei cavalli dicono che in realtà il mondo ha delle crepe e li avrà sempre, la morte è la prima e fondamentale crepa. Un mondo dove si muore è un mondo che non è capace di dare la vita in modo permanente; un mondo dove c’è la violenza è un cosmo nel quale non si può porre un’abitazione stabile, non si può fare il nido perché la violenza lo snida. Così tutte le altre miserie, sofferenze, disgrazie, esprimono l’insufficienza del mondo, e quindi lo aprono alla salvezza di Dio. E’ vero che di per sé non dovrebbe esserci  bisogno di queste violenze o delle malattie per avvicinarsi a Dio, ma è anche vero che le crepe, le insufficienze, le debolezze: sia quelle che vengono dalla natura (come la malattia e la morte), sia quelle che vengono dalla cattiveria dell’uomo (la guerra, la violenza) costringono il mondo a cercare la salvezza oltre se stessi, a cercarla in Dio. Ma noi siamo così duri di cuore che non ci crediamo ancora. Gli esempi la Bibbia ce li dà, pensiamo per esempio alle cosiddette “piaghe d’Egitto”, sono ferite che colpiscono l’Egitto e che mettono in ginocchio un potere che si riteneva onnipotente, credeva di poter fare quello che voleva, pensava di voler opprimere gli israeliti perché valevano poco, dal punto di vista politico e militare era un popolo che non valeva niente e l’Egitto si illudeva in questo modo di poter schiacciare Israele. Queste famose “piaghe” o “prove” sono le crepe che l’Egitto deve trovare in se stesso, è costretto a vedere che non può fare tutto, che non è onnipotente, che deve fare i conti con la morte, la tempesta, con l’acqua diventata sangue, con tutte queste cose. Pensiamo anche alle sofferenze di Giobbe: Giobbe aveva una vita religiosa ideale, equilibrata, compiva tutte le opere di virtù e aveva la benedizione di Dio. Poi all’improvviso la sua vita ha mostrato delle crepe grosse: gli vengono tolti i figli, i beni, la salute, la stima degli altri. E Giobbe è costretto a cercare un Dio al di là della sua insufficienza, a cercare un Dio diverso, a trovare Dio non semplicemente come il garante della sua felicità naturale, del suo benessere materiale, l’aveva visto così prima, aveva fatto quasi una specie di contratto con Lui. Giobbe era virtuoso e Dio da parte sua era provvidente, poi all’improvviso Giobbe scopre attraverso le crepe della sua vita, attraverso le sofferenze, un Dio inedito, ed è costretto a fare un salto di fede, è costretto a non stare attaccato ai benefici di Dio ma a un Dio senza benefici. E’ un salto di fede che deve fare, è costretto a staccarsi dalle cose, questo distacco è certamente una sofferenza per Giobbe, nemmeno meritata, nel caso dell’Egitto una sofferenza in fondo procurata. Però è quella sofferenza cui passa la maturazione vera della fede.

Quindi questi primi 4 sigilli vogliono indicare che la storia del mondo ha delle spaccature, non è integra, non è perfetta, non è autosufficiente, e proprio per le crepe che l’uomo incontra può aprirsi all’intervento di Dio che viene come vincitore, per vincere ancora, viene come salvatore per salvare ancora.

Il quinto sigillo è “la voce dei martiri. E anche questo fa parte degli elementi misteriosi della storia del mondo: “Vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano reso e gridarono a gran voce: fino a quando Signore, tu che sei santo, verace, non farai giustizia, non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?”. Quante volte viene di pregare in questo modo, di chiedere a Dio, perché permette delle ingiustizie così gravi, perché permette che degli innocenti siano schiacciati, perché non interviene, perché non fa giustizia? La storia è così e non bisogna nemmeno pensare di trovare una giustizia immediata, i martiri alzano davanti al Signore il lamento: “Fino a quando?”. E’ un’espressione tipica delle “lamentazioni” dell’AT: “Fino a quando Signore continuerai a dimenticarmi” (Salmo13). E’ l’espressione dell’uomo che si trova davanti a una storia che non capisce, in cui la giustizia di Dio non si manifesta. Allora: “Se tu sei Santo, verace, non farai giustizia?”.

Anche Abacuc, quando si trovava di fronte al popolo pagano dei Caldei che distruggeva, annientava, si chiedeva: fino a quando Signore?

Quante volte nel corso della storia della salvezza ci siamo trovati e ci troveremo ancora di fronte al mistero inquietante del ritardo del Signore! Ma questo fa parte della storia, Dio è certamente un Dio giusto, farà giustizia, anche se dal nostro punto di vista c’è il ritardo, vediamo che Lui non viene nel momento giusto, la storia non spiega fino in fondo certi sacrifici dei martiri, certe testimonianze eroiche, per questo il lamento, in qualche modo è giustificato: “Fino a quando, tu che  sei Santo, verace, non farai giustizia, non vendicherai il nostro sangue?”. Questo non vuol dire che vogliono la vendetta per sé, ma vogliono che venga il regno di Dio, vogliono che venga la sua giustizia sul mondo, non è una questione personale, è quella di vedere che Dio si manifesti per quello che è. Ma questo ci tocca tutti da vicino, quando nel Padre nostro diciamo: “Venga il tuo regno”, chiediamo a Dio che non permetta che in questo mondo comandino la forza del denaro, la forza del potere, della violenza, chiediamo che venga a regnare Lui, che incominci a regnare dentro di noi, dentro la nostra storia personale, perché non riusciamo a sopportare un mondo ingiusto come quello in cui viviamo. Questo noi chiediamo e questo lo chiedono i martiri.

“Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco finché fosse completo il numero dei loro fratelli”.

Da una parte c’è questo gesto di consolazione: “Viene data una veste candida”, che è la veste del vincitore. Bianco è il colore della vittoria, viene proclamato che sono dei vincitori, ma viene chiesto nello stesso tempo di “pazientare ancora un poco”. C’è un mistero di Dio che comprende anche il martirio, include anche il dono della vita, da parte dei servi del Signore, e questo progetto deve essere portato fino a compimento. In Luca 24,26 quando Gesù spiega ai discepoli di Emmaus, dice: “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. A questi discepoli Gesù spiega il motivo della sua morte. Il suo martirio, in qualche modo, rientrava in questo grande disegno misterioso di Dio. Quindi, che non perdano la fiducia di fronte agli avvenimenti angoscianti, di cui sono testimoni, ma sappiano vedere anche quella morte in funzione della vita: “Non bisognava che il Cristo sopportasse, perché entrasse nella sua gloria?”. Ma quello che vale per Gesù, vale anche per i discepoli del Signore, per i suoi testimoni, anche per loro può esserci, potremo dire “deve esserci”, il tempo del martirio, perché possano entrare nella pienezza della gloria. Ogni cristiano deve essere potenzialmente disposto al martirio, forse non potrà capitare a noi, ma ogni giorno ci sono martiri. Può essere un’affermazione provocatoria, ma per Giovanni è realmente così, per Giovanni il martirio entra nelle possibilità concrete. Quando si esamina la storia non pensiamo che il martirio sia escluso, la sovranità di Dio sulla storia si esercita anche attraverso questa realtà misteriosa, paradossale. Gesù ha detto che “non cadrà un capello del vostro capo senza che Dio lo voglia”, perciò il martirio non avviene senza che Dio lo sappia, avviene all’interno del suo progetto, all’interno della sua misteriosa sapienza. Nella storia deve manifestarsi il fallimento vittorioso della croce, ritorna questa debolezza di Dio: la vittoria della croce attraverso il fallimento. E la vita della Chiesa deve comprendere anche questo, guai se il cristiano ha paura di questo e si aggrappa ai poteri del mondo, va fuori strada, non è più discepolo del suo Signore.

Il sesto sigillo comprende una serie di elementi: il primo è lo sconvolgimento dell’universo: “Vi fu un violento terremoto, il sole divenne nero come un sacco di crine, la luna diventò simile al sangue, le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra”. Naturalmente la natura rivela la presenza della gloria di Dio, uno sconvolgimento della natura esprime un intervento diretto e immediato di Dio. Questo testo è stato letto anche in riferimento al “giorno del giudizio”; questo per dire come neanche il mondo, il cosmo, può apparire un rifugio sicuro e rassicurante. L’uomo non può mettere il suo nido nella storia, perché c’è questa cavalcata dei “quattro cavalli”, cioè comprende queste realtà: la guerra, la morte, la carestia. L’uomo non vi può mettere la sua sicurezza, ma non la può mettere nemmeno nel cosmo, anche se si per sé si presenta solida e rassicurante, in realtà anche lui ha le sue crepe: le catastrofi naturali.

b) Giovanni nel cap 7 dice come avviene la formazione del popolo di Dio: la storia è fatta di persecuzione, martirio, ma è fatta di un popolo di Dio che viene costruito ed edificato, come?:

“Vidi poi un altro angelo che sedeva all’oriente e aveva il sigillo del Dio vivente”, questo per dire che l’uomo, la storia, il cosmo, hanno queste insufficienze e sarà Lui a vincere e attraverso queste prove Lui sta costruendo il suo popolo. E’ vero c’è sempre in agguato questa cavalcata nella storia, ma Dio sta costruendo il suo regno.

“Vidi un angelo che saliva dall’oriente e aveva il sigillo del Dio vivente e gridò a gran voce ai 4 angeli, ai quali era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare: non devastate finché non abbiamo impresso il sigillo del Dio vivente sulla fronte dei suoi servi”. Cioè prima che si compie il giudizio definitivo di Dio, alcuni vengono segnati con un sigillo, con un tau. Il simbolo del “tau” è preso dal libro di Ezechiele 9, in questo testo leggiamo che Dio ha deciso di distruggere il tempio di Gerusalemme, a motivo degli abomini che vengono compiuti, ma prima di farlo c’è un uomo con un vestito di lino, che va a segnare con un “tau” la fronte di quelli che sono rimasti fedeli al Signore, perché non vengano toccati dalla distruzione e siano liberati, protetti. Quindi il sigillo  è un segno di appartenenza, chi porta il sigillo di qualcuno è sua proprietà, e non c’è dubbio che nel NT il sigillo è prima di tutto quello su cui è sigillato Gesù: Dio ha messo su Gesù il suo sigillo, perché lui appartiene al Padre, è consacrato a Lui: quello che Gesù dice, fa, pensa è in perfetta sintonia con il Padre. Gesù è “sigillato” Gv 6: “Il Padre ha messo il suo sigillo”. L’immagine poi si sposta: come Gesù porta il sigillo del Padre, il credente porta il sigillo di Cristo, appartiene a Lui. Qui ritorna il primo tema trattato: quello del battesimo. Nel battesimo lo Spirito sigilla il credente, rendendolo un consacrato, la vera consacrazione avviene lì, il credente a motivo del battesimo, della fede è un consacrato, appartiene a Gesù Cristo, ecco perché la nostra vita è una progressiva configurazione a lui. Essere battezzati nel nome di Gesù Cristo vuol dire portare quel nome sopra di noi, vuol dire “fare un passaggio di proprietà”: se prima appartenevo al mondo ormai appartengo a Gesù Cristo, unicamente a lui. L’immagine del sigillo lo troviamo altre volte nel NT, in modo particolare in Paolo, Efesini 1: “In Cristo, anche voi, dopo aver ascoltato la Parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avete in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo, che è stato promesso, che è caparra della nostra vita”.

Questi eletti poi vengono segnati e sono 144.000, quante volte questo numero è stato discusso. Questa cifra cosa vuol dire? Questa cifra la si ottiene moltiplicando: 12x12x1000. 12 è il numero tipico del popolo di Dio (12 i patriarchi di Israele; 12 gli apostoli del nuovo popolo di Dio), è un numero salvifico legato alla storia della salvezza. 12x12: è il simbolo della pienezza del popolo di Dio, moltiplicato x 1000 significa accresciuto all’infinito. Non bisogna credere a questi numeri chiusi, non diamo valore ermetico a questo numero, ma intendiamolo come il popolo di Dio nella sua integrità, allargato all’infinito. Di fatto questo popolo di Dio rappresentato da questi 1444.000 può essere descritto come “una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni razza, popolo, lingua”. Non è quindi altro che popolo di Dio, visto nella sua realtà celeste come vincitore. Come la storia costruisce questo popolo? “Costoro vestiti di bianco con le palme in mano chi sono e donde vengono? Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavate le loro vesti rendendole bianche col sangue dell’agnello”. Anche la persecuzione, la prova fanno parte delle regole del gioco, servono a costruisce questo popolo, che siamo tutti noi. La grande tribolazione è un elemento della storia umana e dell’esperienza della Chiesa, guai a dimenticare questo! La Chiesa conosce nel mondo la persecuzione, la tribolazione già annunciate esplicitamente dal Signore, quindi non dovrebbero stupire. D’altra parte se uno vuol essere coerente, cristiano fino in fondo, non può vivere secondo la logica del mondo, pensiamo alle Beatitudini: miti, misericordiosi, puri, portatori di pace. Il mondo dice: beati i ricchi, i prepotenti, i furbi; il cristiano ha una sua logica, non vive la logica del mondo che è l’egocentrismo, ma secondo la logica dell’amore, del servizio, è debole, è povero nella gratuità, e il mondo fatica a capire questo comportamento, lo ritiene inconcepibile. Bisogna avere un animo fondamentalmente cristiano per riuscire a comprendere il servizio ai deboli, ai poveri, agli ultimi nella gratuità. Ci possono anche essere dei non-battezati che vivono così, quindi il loro un animo è profondante cristiano.

Questo fatto della tribolazione è sottolineato per esempio dalla 1 Pt 4: “Carissimi non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano”. La persecuzione, per Pietro, non è una cosa strana, “non vi meravigliate più di tanto”, ma “nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo (è questa la tribolazione) rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria, possiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi se venite insultati per il nome di Cristo, perché la spirito di Dio riposa su di voi”. La persecuzione non dovrebbe stupire né sorprendere un credente, in fondo era nei patti: “Non bisognava che il Figlio dell’Uomo soffrisse…”.

Questi martiri dell’Apocalisse, sono passati attraverso la grande tribolazione e “hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’agnello”. E’ un sangue misterioso quello che può rendere bianche le vesti, lo si capisce in riferimento al battesimo, con cui l’uomo viene purificato, reso nuovo, figlio di Dio.

L’ultima parte del testo è forse la più consolante, perché nonostante la cavalcata, comprese le tribolazioni, si va costruendo il popolo di Dio, il Dio con noi:

“Resi candidi dal sangue dell’agnello stanno davanti al trono di Dio, e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario, e colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro”.

Pensiamo a questo Dio che a un certo momento allarga la sua tenda per abbracciare tutti i popoli. Per indicare questa speranza cristiana c’è l’immagine di questa tenda: una delle grandi immagini della Bibbia. Quando gli Ebri escono dall’Egitto, sono dei nomadi, si accampano, rizzano al centro dell’accampamento la tenda del Signore, il tabernacolo, la tenda del convegno. Se uno voleva incontrare il Signore poteva andarvi lì e lì ricevere la Parola di Dio, come guida della sua vita. La tenda del convegno serviva a questo e nel libro dell’Esodo troviamo queste belle parole: “Io darò convegno agli Israeliti in questo luogo, che sarà consacrato alla mia gloria, consacrerò la tenda del convegno e l’altare, abiterò in mezzo agli Israeliti e sarò il loro Dio, sapranno che io sono il Signore il loro Dio che li ho fatto uscire dal paese d’Egitto, per abitare in mezzo a loro: io il Signore loro Dio”.

Notiamo l’insistenza di questa espressione: “Abiterò in mezzo agli Israeliti … sarò il loro Dio… sapranno che io sono il Signore loro Dio, che li ho fatti uscire… per abitare in mezzo a loro”.

Questa parola (“Io il Signore loro Dio”) vale anche per noi, è ripetuta tre volte per indicare quella intimità che Dio vuole stabilire con Israele, che non è semplicemente un popolo, così come Lui non è semplicemente un Dio: Lui è il Dio d’Israele. C’è un rapporto di intimità, di comunione e la tenda è la presenza del Signore: se li ha liberati dall’Egitto è per stare in mezzo a loro, non poteva stare in mezzo a un popolo schiavo, i cristiani vivono di questa libertà dei figli di Dio. Ora li ha liberati perché in mezzo a un popolo libero Dio può abitare veramente.

Ora qui viene annunciato che Dio non solo pianterà la tenda in mezzo al suo popolo ma che la allargherà per coprire tutti i popoli, perché tutti i popoli appartengono del Signore.

Questa immagine di speranza è accompagnata alla successiva: quando lui coprirà la tenda di questo popolo che lui va costruendo, pur attraverso la tribolazione, allora “non avranno più fame né sete né li colpirà il sole né arsura di sorte” Questa grande cavalcata finirà, la fame, la sete, le crepe della storia, le realtà di limite, di disagio che l’uomo è stato costretto a sperimentare nel mondo e che spesso lo hanno obbligato a cercare la salvezza per altre strade, finalmente Dio donerà questa integrità che il mondo con tutto il suo potere non è stato capace di donare, di raggiungere: “L’agnello che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita, Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi”. Questa è parola del Signore, non sono storielle, chi si immerge dentro sente nascere la speranza, pur in mezzo alle crepe della storia e alle nostre personali. L’agnello diventa pastore, questo mutamento è strano ma i cambiamenti di immagini nell’Apocalisse sono facilissimi. Questo agnello diventa il pastore del Salmo: “Il Signore è mio pastore, non manco di nulla, su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce, mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino per amore del suo nome”.

L’ultima annotazione: la vittoria sulla morte pone il sigillo su tutto, questa tenda abbraccia tutti: “Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi”. La vittoria sulla sofferenza si allarga alla prospettiva della vittoria sulla morte, già preannunciata da Isaia (25, 8-9) e che sarà espressa in modo ancora più perfetta alla fine del libro dell’Apocalisse. Isaia diceva: “Eliminerà la morte per sempre, il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, farà scomparire da tutto il paese la condizione disonorevole del suo popolo, perché il Signore ha parlato e si dirà in quel giorno: ecco il nostro Dio, in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato, rallegriamoci ed esultiamo per la sua salvezza”.

I sette sigilli sono il compimento di questo progetto nella storia, una serie di desolazioni e di sofferenze fanno parte della storia e vanno interpretate come esperienze che manifestano le crepe nell’ordine umano: il mondo non è in grado di salvare, di dare la vita. E’ proprio della storia il fatto che il progetto di Dio non si realizzi subito, l’attesa edifica il popolo di Dio. Solo con l’appartenenza a lui, (questo sigillo con cui vengono segnati gli eletti), solo attraverso la tribolazione “nel sangue dell’agnello”, si aprirà il cammino dell’uomo, del credente, alla speranza nella vita, di questa vita donata da Dio al di là di ogni limite, di ogni debolezza. Solo alla fine tutto cesserà e ci sarà la vittoria finale sulla morte e sulla sofferenza perché “Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi”.

“Quando l’agnello aprì il settimo sigillo si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora. Vidi che ai 7 angeli ritti davanti a Dio, furono date sette trombe”.

 E’ veramente misteriosa questa mezz’ora. Il silenzio assoluto prepara l’ultima e definitiva parola di Dio, di questo tratta il resto dell’Apocalisse. Ma in fondo il mistero della storia, anche se in modo sintetico è già esposto in questi capitoli, per coglierne i contenuti in modo più preciso occorreranno gli altri capitoli ma certamente quello che verrà detto è l’espansione di questo.

L’ultima e definitiva parola di Dio avviene solo dopo un silenzio di mezz’ora: è necessario il silenzio assoluto del mondo, il silenzio delle cose, il silenzio della storia, perché la parola di Dio si esprima con la massima efficacia, con la massima chiarezza.

Non dimentichiamo mai di avere questo sigillo battesimale, cioè che apparteniamo a Cristo, e viviamone le conseguenze (accettazione della sofferenza, debolezze, croci), consapevoli che alla fine, saremo tutti sotto quella tenda che Dio stenderà, dove sarà eliminata “tutta la cavalcata”, compresa la morte.

 

 

7.    Rivisitando Giona        

                                                        (capp. 1-2-3-4)

TORNA ALL'INDICE 

L’autore di Giona propone un Dio che si impietosisce, che perdona, impersona nei sentimenti quanto Gesù incarnerà concretamente nella storia.

Per chi non conoscesse questo libro faccio una breve sintesi.

Il libro di Giona è uno dei più brevi tra gli scritti dell’AT e prende il nome dal suo protagonista che è Giona, che di per sé si riferisce a un antico profeta vissuto sotto Geroboamo II (780-750 a. C.).

Dio invia il suo profeta Giona a Ninive, la grande città degli Assiri, dove dilaga la corruzione, con questa precisa missione: annuncia l’imminente castigo che sta per abbattersi su di essa ed esortarla alla conversione, ma Giona nel suo nazionalismo religioso non riesce a comprendere il modo di agire di Dio verso i pagani e disobbedisce, invece di andare a Ninive si imbarca per Tarsis. Dio allora punisce questa sua disobbedienza inviando una furiosa tempesta che minaccia di affondare la barca. I marinai in preda allo spavento gettano in mare Giona, dopo che la sorte lo aveva designato come il colpevole e dopo che egli stesso aveva svelato come che la tempesta improvvisa fosse opera del suo Dio “sdegnato” per la sua disobbedienza. Un grosso pesce inghiotte Giona, il quale rimane nel suo ventre tre giorni e tre notti. Giona in preda allo spavento riconosce la sua colpa e prega Dio di salvarlo, Dio accoglie la preghiera di Giona che viene rigettato dal pesce sulla riva. Sfuggito dalla tempesta e al pesce Giona riceve da Dio nuovamente l’ordine di recarsi a Ninive e portare il suo messaggio, questa volta Giona obbedisce, anche se a malincuore. Gli abitanti di Ninive dal re fino agli ultimi credono alla parola di Dio che è rivolta a loro per bocca del suo profeta e si convertono, fanno penitenza delle loro colpe, offrono sacrifici e preghiere e Dio mossosi a compassione, perdona e risparmia la vita. Giona che dopo l’annuncio era uscito dalla città e si era seduto fuori in attesa del giudizio, un po’ scettico sull’esito della sua missione, quasi desiderandone in cuor suo il fallimento, ne rimane indispettito, si dimostra geloso del perdono dato da Dio ai pagani, e rivela il motivo della sua disobbedienza: “Sono fuggito perché so che tu sei un Dio misericordioso, clemente, longanime, di grande amore, che ti lasci impietosire” e invoca da Dio la morte: “E’ meglio per me morire che vivere”. E il Signore lo rimprovera di questo suo atteggiamento e poi come impietosito, fa crescere sopra di lui una pianta di ricino, con larghe foglie, che faccia ombra al suo capo, e il profeta ne sente refrigerio. Ma il giorno dopo Dio manda un verme a rodere la pianta che secca e fa spirare un vento afoso, mentre il sole è più forte, e Giona spossato dal caldo invoca da Dio nuovamente la morte. E la voce di Dio che nuovamente lo rimprovera e gli mette davanti il suo egoismo: “Tu ti dai pena per la pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica, che tu non hai fatto spuntare, poiché in  una notte è sorto e in una notte è finito e io non dovrei aver pietà di Ninive, la grande città, nella quale ci sono più di centoventimila esseri umani?”.

Certamente è un racconto simbolico ma ha un forte insegnamento. Uno dei messaggi centrali è certamente la condanna del particolarismo esclusivistico di Israele, impersonato da Giona, e la proclamazione della universalità della salvezza. L’autore del Libro confessa che Jahwhè è un Dio d’amore, pietoso, longanime, la cui misericordia si estende al di là dei confini di Israele, anche ai pagani, abbraccia tutte le creature, senza distinzione di razza. Per cui qui viene rimproverata una mentalità integralista, l’elezione non è un privilegio ma una scelta gratuita di Dio.

Ma cerchiamo di entrare in questo testo:

a) Il primo capitolo si presenta così: Dio chiama e il profeta fugge. Questa parola del Signore rivolta a un uomo ha un significato molto profondo, non esiste che in poche rivelazioni che Dio parli direttamente, per qualcuno è uno scandalo. Dio esce dal suo silenzio perché si preoccupa delle nostre situazioni, non abbandona mai l’uomo nonostante quello che possa apparire, non vive nella sua solitudine. In questo libro Dio non solo parla, ma forza, crea tutte le cose perché avvenga quello che egli vuole. E meno male che Dio fa così anche se  a noi sembra che Lui violi la nostra libertà: fa buttare Giona in mare, lo fa ingoiare da un pesce, lo fa ributtare sulla spiaggia, e lo ripesca. Può sembrare una violenza, a Dio non importa tanto che sia o no una violenza, importa che l’uomo non si senta solo, abbandonato ma viva il suo disegno d’amore fino in fondo. Il profeta fugge perché ha capito benissimo dove Dio voleva arrivare. La fuga del profeta è un aspetto della teologia ebraica: gli Ebrei erano persuasi che Dio vivesse e parlasse solo in funzione di loro, come popolo prediletto, credente, e Giona pensa che per sfuggire a Dio basta uscire dai confini d’Israele. Ai marinai che gli chiederanno: “Ma chi è il tuo Dio?”, Giona risponderà: “Il mio Dio è il Dio del cielo e della terra”, non il Dio di tutti gli uomini, ma Giona ritroverà Dio presente in tutti gli uomini, pregato dai popoli pagani. Giona all’inizio rifiuta la sua missione (è un elemento costante che troviamo nelle chiamate dei profeti): Mosè supplica Dio di non mandare lui, dice che è balbuziente. Isaia dice: sono un peccatore, ho le labbra impure e Dio purifica le labbra con carbone ardente, per renderlo atto alla sua missione. Amos dice: sono un povero pastore, un contadino cosa vuoi che venga a fare? Giona è scelto proprio perché è un egoista, intriso fino al midollo della mentalità ebraica, Dio sceglie proprio un ebreo perfetto per farlo non ebreo e per renderlo veramente atto alla sua missione, fa il vuoto attorno a lui: lo fa buttare in mare, gli taglia i ponti. Giona non ha più nessun legame: non ha più nessun padre, nessun popolo e alla fine non gli rimane che andare dove vuole Dio. Dio distrugge a Giona le sue certezze, solo così Giona può fare il cammino che Dio gli ha stabilito, non è possibile sottrarsi a Dio: già dai tempi di Abramo: “Vattene dal tuo paese”, dell’Esodo a Mosè: “Và a liberare il mio popolo”. Profeta è il battezzato, il credente, che riceve l’invito di Dio: “Và, lascia, cambia” e non è possibile scappare da Dio, perché Dio è di tutti e di tutto. Giona è il simbolo d’Israele e Ninive è il simbolo dell’umanità peccatrice, e Dio dà a Giona (Israele) una missione di salvezza per l’umanità intera, ma Giona (Israele) si rifiuta, non vuole che Ninive venga perdonata, non vuole partecipare alla salvezza delle altre nazioni e fugge lontano, mette tra sé e Dio il mare, il deserto: luoghi, simboli  del male, sperando di sfuggirgli. La logica conseguenza di questa fuga è il sonno: “Appena imbarcato scende nelle profondità della nave e si addormenta nella stiva”. Il sonno nel modo orientale è indicato come il luogo della meditazione, qui il sonno serve al profeta per dimenticare: è il luogo della dimenticanza, dell’incoscienza, dormendo Giona può sfuggire, non pensare, può non avere consapevolezza di quello che succede, può dimenticare ogni cosa, la propria responsabilità.

La descrizione di Giona è la descrizione di Israele, di  qualunque popolo, di qualunque persona che si sente chiamato da Dio a una missione, è la descrizione di ciascuno di noi. Israele ha una missione di salvezza universale, non esiste una salvezza che non sia universale, ma non accetta di fare questa salvezza per tutti: Dio prende Giona e lo obbliga ad essere salvezza per tutta l’umanità, Ninive si convertirà. Giona poi avrà il coraggio di ammettere il proprio peccato, di ammettere che la salvezza viene solo da Dio, quando dirà: “Prendetemi e buttatemi in mare”. Quella nave rappresenta il mondo in cui Israele è chiamato ad annunciare la salvezza. La nave è anche uno dei simboli più frequenti per manifestare la realtà del mondo: su quella nave è presente il mondo intero, e c’è una tempesta in atto: le tragedie del mondo, le tragedie della storia, e c’è un ebreo, ci sono dei pagani, c’è la realtà della vita e ognuno invoca il suo Dio, e l’uomo che deve portare la salvezza dorme. Questo anche per dire che il tradimento dell’uomo non è mai irreparabile, Dio sa ricostruire sempre tutto e Giona viene risvegliato dai marinai a causa della tempesta. Non sarebbe stato necessario risvegliare Giona se non ci fosse stata la tempesta. E’ un testo molto simbolico: le tempeste dell’umanità spesso servono per svegliarci dal sonno, possono essere traumatiche: pensiamo alla tragedia delle torri in America; ma possono anche essere delle cose che ci toccano da vicino: nella comunità, nella famiglia. Non ci si sveglia da soli dal sonno, a volte ci vuole un altro che ti svegli: la tempesta è l’occasione che scuote Giona dal sonno perché anch’egli possa invocare il suo Dio. Giona, un chiamato da Dio,  che deve portare un messaggio  di salvezza ai pagani, ora è lui che riceve un messaggio di salvezza dai pagani. Sono i pagani che svegliano Giona (Israele) alle sue responsabilità, a prendere coscienza del suo peccato, addirittura lo invitano a pregare. Giona deve portare la salvezza e invece è salvato. Dio con i nemici salva gli amici e la Scrittura è piena di queste cose: il figlio prodigo, il peccatore, quello che ha tradito, che ha abbandonato il padre, è colui che salva il fratello maggiore, perché gli fa prendere coscienza dell’amore del Padre.

Sulla nave l’unico che non pregava era il credente Giona, che viene invitato a invocare il suo Dio: “Ognuno sulla nave invocava il proprio Dio”, che non era Jahwhè , il vero Dio degli Ebrei, eppure sono proprio loro, i marinai, a intuire che nella tempesta c’è un segno degli dèi, e questa in fondo è la fede. Cos’è la fede? Questa capacità di intuire, di saper scorgere negli avvenimenti della vita i segni di Dio. Noi siamo distratti, facciamo fatica a capire questi segni di Dio nella nostra vita. Se una persona fa bene tutte le cose, ma non intuisce negli avvenimenti della vita il segno di Dio non è ancora un credente. Se la vita non è un segno, non dice niente, è banale; se la vita non trasmette qualcosa attraverso dei segni è vuota: una nuova nascita è un segno, non è solo una nascita, un matrimonio è un segno, non un contratto tra un uomo e una donna; una malattia, spesso è un segno. Abbiamo perduto il simbolismo della vita, la vita non ci dice più niente. E a questa realtà di simbolo, di “segno” viene risvegliato Giona, perché la tempesta è segno che Dio vuole dire qualcosa: “Prega il tuo Dio, come noi stiamo pregando il nostro” non dicono prega il “nostro dio”, c’è un senso di rispetto verso il Dio di Giona.

Anche nell’attuale nostro contesto pluri-religioso, vorremmo chiederci: “Se  già nell’AT c’è questa indicazione di rispetto per le altre religioni (“Prega il tuo Dio, come noi stiamo pregando il nostro”), noi oggi facciamo la stessa cosa? 

Mentre Giona dorme i pagani pregano, Giona non si preoccupa, è pago della sua salvezza, i pagani chiamano il credente a pregare il suo Dio, dicono infatti: “Prega il tuo Dio” e non “Vieni a pregare con noi”. La tempesta “segno” provocato da Dio scuote i pagani e  spesso rende indifferenti i credenti, che purtroppo seguono la loro strada e  non capiscono i “segni” di Dio.

Giona alla fine si risveglia alle sue responsabilità e dice: “E’ colpa mia”. Ha ammesso di essere scappato, di aver contraddetto il comando di Dio. Ma uno potrebbe chiedersi: è colpa dei credenti se ci sono le tempeste nel mondo? Su quella nave è successo questo, i pagani chiedono a Giona: “Ma chi sei, da dove vieni, chi è il tuo Dio”. Giona risponde: “Credo nel Signore Dio, creatore del cielo e della terra e del mare” è lo stesso Dio che pregano i pagani, perché anch’essi vedono nella tempesta, nell’acqua, nel vento, nello sconvolgimento della natura, un segno di Dio. Forse noi ci limitiamo a dare delle spiegazioni scientifiche alla natura, sono anche risposte giuste, ma non vanno al di là. I pagani, invece che non conoscono Jahwè, tuttavia lo vedono senza saperlo, temono Dio più di Giona e sentono il peso del suo peccato. E di fronte a Giona che si assume la colpa, i marinai cercano di salvare se stessi e la  nave, ma anche di salvare Giona: hanno capito che è colpa sua. Stanno per morire perché ha tradito lui il suo Dio e malgrado ciò tentano anche di salvarlo. Alla fine sono costretti a buttare Giona in mare. La tempesta avviene perché gli eletti non hanno consapevolezza del messaggio ricevuto. Anche la Chiesa nell’analizzare il tempo presente può anche affermare che gli uomini cercano solo le loro comodità, l’effimero, però spesso non dice una parola sulle proprie responsabilità, quello che dice può anche essere vero, ma rischia di non essere creduta se non si mette anch’essa dalla parte dei peccatori, se  il mondo è nelle tenebre è perché noi non lo illuminiamo, Gesù ci ha detto che dobbiamo essere luce, sale, se il mondo è senza sapore è forse perché noi siamo senza sale. Senza andare lontano a cercare i colpevoli, scopriamo il male nel nostro intimo, nel nostro profondo, e così Giona dice: “Ricada su di me il castigo, gettatemi in mare”, ammette finalmente il suo male e “la tempesta si calmò”. Giona riconosce la sua colpa, porta su di sé il suo peso e il mondo riprende il suo cammino, solamente così ridiventa strumento nelle mani di Dio, quasi a dire: “Chi vuole aiutare il mondo deve innanzitutto prendere consapevolezza del proprio peccato, non del peccato degli altri”. Farsi gettare in mare perché si calmi la tempesta, significa morire; accettare di annullare la propria esistenza perché gli altri possano fare la loro strada. Perché devo morire, perché devo farmi gettare in mare? E la mia vita. Perché devo volere l’annullamento della mia persona? Chi si pone queste domande non ha consapevolezza cosa sia l’amore, se uno non si getta in mare non capirà cos’è l’amore: l’amore è veramente uscire fuori dal proprio mondo “gettarsi in mare”, per poter riscoprire la vita di un altro. E non è vero che più cresco più capirò la vita di un altro, è necessario che il mio “io” diminuisca, perché l’altro possa crescere, spesso non capisco l’altro perché non mi pongo seriamente in ascolto. Giona capisce e accetta di essere buttato a mare, perché i marinai possano fare la loro strada. Essere veri credenti vuol dire anche accettare di scomparire, e la vera vita di Giona infatti incomincia nel momento in cui i marinai lo buttano in mare: un pesce lo ingoierà, lo ributterà dopo tre giorni sulla spiaggia e Dio gli ripeterà di nuovo l’invito: “Adesso vai a Ninive” e questa volta il profeta non rifiuta la sua missione.

Qual è il senso,  il messaggio di questo primo capitolo? Il messaggio è che Dio vuole la salvezza di tutti. Tutti sono salvi per opera di Dio: i marinai, i Niniviti, Giona stesso, il profeta, l’ebreo, il figlio prediletto messo alla pari con i pagani. E tutti sono salvi grazie anche alla loro collaborazione all’opera di Dio: la preghiera dei marinai, il pentimento di Giona, la penitenza dei Niniviti. Tutto quello che capita a Giona avviene perché alla fine Ninive sia salva. Ninive era il centro del potere malefico, maledetta dai profeti, ed è proprio Ninive che Dio vuole salvare, nello spirito della penitenza: è il metodo educativo di Dio per salvare il suo popolo. Dietro il cammino che Dio fa insieme al suo popolo per salvare tutti i popoli, c’è questa pedagogia divina, che porta il suo popolo a capire il significato profondo della presenza degli amici. Negli Ebrei era radicata questa netta distinzione tra la discendenza di Abramo e le altre discendenze: solo la prima era la prediletta, ebbene Dio insegna al suo popolo il significato profondo anche dello straniero. Qui in Giona si recupera questo significato, che già nell’Esodo, in Ezechiele, lo straniero era nella predilezione di Dio. E gli Ebrei simboleggiati in Giona, pensavano che il popolo ebraico dovesse diventare talmente forte da essere punto di riferimento, realtà fondamentale, per tutti gli altri popoli, essere il salvatore di tutti gli altri popoli, ed è giusto: quel popolo è stato scelto per questo, e lo saranno ma non come credevano loro: questo è il dramma, anche il dramma della Chiesa: essere dei salvatori non nella potenza, ma come lo fu Giona “buttato in mare”, la salvezza dei marinai viene da questo abbandono di Giona in mare. E’ il destino di Cristo, è il destino della Chiesa, “il Servo di Jahwè ha portato nel suo corpo le piaghe perché nelle sue piaghe noi fossimo sanati”. Questo è successo a Gesù, e Giona è profeticamente l’annuncio di Gesù, anzi è lui stesso che si identifica in Giona (Mt 12,40). Se questo è successo a Cristo questo non può non capitare anche alla Chiesa, che è sua continuazione, suo corpo mistico, e succederà ad ogni uomo (Cristo cosmico): ogni volta che qualcuno paga per un altro, salva. I popoli saranno salvati, liberati, perché qualcuno ripeterà l’esperienza di Giona: è importante scoprire chi è Giona oggi. La storia del mondo diventa intelligibile in riferimento al Servo di Jahwè, a Cristo, a tutti i “cristi”, ai vari Giona, che vengono buttati a mare.

b) Nel secondo capitolo: avviene la conversione di Giona. Quando  si trova nel pesce si mette a pregare. Il mare si fa tranquillo quando Giona viene buttato in mare e in quel profondo abisso Giona accetta l’invito del capo dei marinai e prega il suo Dio. Proprio in quel profondo abisso del mare ricomincia la sua missione: nella profondità del male, nell’abisso delle tenebre, l’uomo prega. La preghiera diventa il luogo intorno al quale gira la storia, gira il mondo. La forza della preghiera riesce a cambiare la storia e Giona fa questa esperienza e prima di andare a Ninive prega: “Jahwhè diede un ordine e il pesce vomitò Giona sulla spiaggia”: è Dio che decide l’ora e i momenti della missione. Quando egli decide torniamo sulla spiaggia e ricominciamo il nostro cammino, è inutile che andiamo altrove, che cerchiamo compensazioni o compromessi: è Dio che ci trascina dove vuole, è inutile che dichiariamo la nostra indegnità, la nostra insoddisfazione, la chiamata precede ogni nostro volere, Dio sceglie nonostante l’indegnità, nonostante il peccato. Quello che rende santi non è la decisione umana ma la scelta di Dio, Gesù, dirà Paolo, è diventato maledizione per il peccato del mondo. Se l’amico di Dio non fosse perseguitato, scrive Origene, se la Chiesa non fosse messa a morte, il mondo finirebbe. Giona è gettato in mare per proclamare la gloria di Dio, muore per risorgere, così è di ogni morte, così è di ogni battesimo. Giona viene vomitato dal pesce, il mare non sopporta di avere con sé un amico di Dio in preghiera, nonostante sembri che Giona venga sommerso dal mare, il mare rigetta Giona, ed egli trascina con sé tutte le tenebre. La stessa cosa è avvenuta per Gesù: sceso nella morte,  alla sua risurrezione riporta con sé tutti i morti. Analogamente avviene per chi è perseguitato, per chi è schiacciato: sembra scomparire ma porta con se tutte le vite.

A questo punto avviene la conversione dei Niniviti: “Adesso và a Ninive” e Giona proclama: “Fra 40 giorni Ninive sarà distrutta”. Giona profetizza un disastro, una catastrofe, l’annientamento di quella città. Ma il messaggio che Dio vuol portare è la salvezza per tutti i popoli, Cristo dirà ai suoi apostoli: “Andate fino ai confini della terra e annunciate la salvezza a tutte le nazioni”. Nel discorso della Montagna dice: “Amate anche i vostri nemici, pregate per quelli che vi perseguitano”. Questo annuncio di Gesù, che ci sembra così sconcertante, ha radici lontanissime: questo testo di Giona.

Giona è invitato, come ebreo, ad annunciare la salvezza di Ninive, la salvezza del suo nemico. Dio vuole la conversione ma seria: è un’alternativa totalizzante: a Ninive tutto si fermò: “Nessuno dal re fino alle bestie toccò né cibo né acqua” (cap. 3). A noi sembra un’esagerazione, forse perché riteniamo che non cambi granché, ma chi deve cambiare siamo prima di tutto noi. L’annuncio di Dio è sempre un alternativa globale, dal profondo, l’invito a prendere coscienza del proprio peccato, non è un “optional”, spesso ci obbliga. Quante volte Dio deve “spaccare” la nostra vita” per farci rendere conto che qualcosa deve cambiare. Ninive giudica se stessa e Dio la salva, se Ninive non si fosse giudicata Dio l’avrebbe condannata e l’avrebbe distrutta perché quello sarebbe stato l’unico modo per salvarla. Così è stato per Giona: l’unico modo per ritrovare se stesso era quello di dimorare per tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, cioè di morire a sé stesso. Giona deve fare quello che Dio gli ha detto, non può andare dove vuole. L’uomo è libero solo di amare: se tu ti giudichi Dio ti salva. Basta vedere gli episodi del Vangelo: il pubblicano che si batte il petto torna a casa giustificato, il prodigo, la Maddalena. L’annuncio nuovo del Vangelo  è proprio questo: se tu ti giudichi, io ti perdono.

“Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta”. È un annuncio ben chiaro di un amico di Dio, di un profeta, ma a Dio non importa niente di sconfessare il suo profeta, Dio usa i suoi profeti, i suoi amici perché  i popoli prendano coscienza del loro peccato e siano salvi. La profezia, il dito puntato non significa, che si realizzerà da parte di Dio la prova o il castigo, la condanna o la punizione. Dio è preoccupato dell’amore da dare, non tanto dei suoi amici. Attraverso il suo profeta Dio annuncia una distruzione ma per la glorificazione: la sua gioia è nel perdono. Quante volte nella Messa abbiamo ascoltato questa Orazione: “O Dio che sei onnipotente soprattutto nel perdonare”.

E Giona stesso si deve convertire: andava in una direzione e Dio lo “acciuffa” e lo riporta indietro. Credeva di essere il migliore e scopre che non è neppure capace di pregare. Credeva di essere l’unico credente e vede che tutti gli altri pregano e lui dorme, non prega. Doveva essere il salvatore di tutti i pagani e viene buttato in mare mentre gli altri si salvano.

Giona deve morire a se stesso, gli amici di Dio possono riacquistare il senso della loro missione al momento della loro morte. Essere dei battezzati, essere amici di Dio, essere nella Chiesa significa solamente essere uno strumento nelle mani di Dio per annunciare al mondo che tutti sono salvi: questo è l’annuncio. La novità che gli amici di Dio possono annunziare è che Dio giudica il mondo ma per salvarlo. Chi vuol essere battezzato riceve la missione solamente di perdonare, la Chiesa esiste nella misura in cui è capace di perdonare. Una comunità cristiana la si riconosce nella misura in cui è capace di perdonare sempre, fino a settanta volte sette, dice Gesù a Pietro, e non nella misura di fare, di imporsi, di aver ragione, di combattere, di comandare.

c) Nel terzo capitolo, per la predicazione di Giona, Ninive si converte, perfino gli animali fanno penitenza ed è scritto che “Dio ritornò sulla sua decisione e non li punì come aveva minacciato”. Questa è la cosa che fa imbestialire Giona: Dio ha cambiato idea. Non è da Dio cambiare idea. Dio quando ha deciso una cosa è quella. Se aveva promesso di distruggere Ninive doveva distruggerla. E di fronte a questo atteggiamento di Dio che cambia, ci introduciamo:

d) Nel capitolo quarto, che è un dialogo sulla misericordia. E’ uno stupendo dialogo tra Giona e Dio sulla misericordia e sul perdono. Giona esprime a Dio le sue riserve sul modo con cui ha deciso di trattare Ninive, se ne dispiace, si ribella a questa sua decisione, non è da Dio ritornare sui suoi pensieri, disapprova questa compassione di Dio per una città potente nel male e dice che “preferisce morire che vivere”. Ma Dio risponde a Giona giustificando il suo atteggiamento e scusando Ninive perché “non sanno quello che è bene e quello che è male”. E’ una delle situazioni più frequenti dentro la vita dell’umanità, questo dialogo profondo è il dialogo che inconsapevolmente noi facciamo tutti i giorni. Giona non capisce perché Dio si comporta così, addirittura con i nemici di Israele. Praticamente qui Dio abolisce ogni distinzione tra il popolo eletto, il popolo santo e i pagani. Basta vedere in questo Libro chi prega e chi non prega, chi crede e chi non crede, chi si comporta secondo Dio e chi no. Potremmo addirittura chiederci come qualcuno ha fatto, se questo libro sia stato scritto per convincere una città come Ninive a convertirsi oppure per convincere un profeta come Giona a convertirsi: chi deve cambiare veramente? Di fronte al fatto evidente che il peccato di Ninive è diventato l’occasione perché Giona si converta, il cristiano si chiede: vale la pena essere credenti se i credenti sono trattati così?

Giona prevedendo tutto, sapeva già prima di partire di casa come sarebbe andata a finire. Nonostante quell’esperienza terribile di tre giorni in mare, dopo la conversione della città di Ninive, non è ancora convinto e si mette lì fuori della città per vedere come sarebbe andata a finire. Naturalmente lui voleva che la città fosse distrutta, e fa l’ultimo tentativo per far recedere Dio dal suo disegno di salvezza. Tutta la scena del capitolo quarto è una finzione appositamente scritta dall’autore per trasmettere un messaggio che è quello della misericordia.

Giona è un uomo impegnato, serio: è chiamato a convertire una città potente nel male e ce la mette tutta e Dio risponde alla serietà dell’uomo quasi scherzando. A Giona gliene sono capitate di tutti i colori, perfino la sua profezia non si è avverata: Dio va contro il suo profeta per salvare una città, non gli importa che il suo profeta faccia o no una bella figura, gli importa che la gente sia salva. A Dio non importa che i credenti abbiano ragione, a Dio importa che tutti gli uomini riconoscano che sono figli suoi: e questa è la tragedia dei credenti. Fortunatamente Dio non prende sul serio Giona, perché se lo prendesse sul serio dovrebbe assolvere Ninive e condannare lui. Questo profeta che nel suo egoismo non riesce a percepire l’importanza della misericordia di Dio, non gli importa proprio niente.

“Per me è meglio morire che vivere”, secondo Giona, Dio non capisce che se i Niniviti saranno perdonati riprenderanno a fare la vita di prima! E se gli altri verranno a sapere del perdono di Dio, imiteranno i Niniviti nel peccato (se Dio ha perdonato i Niniviti perdonerà anche noi) e Dio non capisce che sta giustificando un cattivo comportamento? E Giona vuole insegnare a Dio, spesso lo facciamo anche noi, noi saremmo più capaci di Lui a mettere a posto le cose. Ci sono due modi di condurre il mondo, la storia: con la misericordia o con la giustizia. Dio conduce il mondo con la misericordia, Giona vorrebbe la giustizia, che ha in mente lui. Quando, secondo Luca, il figlio prodigo torna a casa, la prima cosa che il padre fa, è una gran festa, il figlio è tornato e gli va incontro, è lui che gli corre incontro, non gli lascia nemmeno il tempo di dire le cose di cui voleva, per chiedergli scusa, chiama tutti e fanno festa e mentre fanno festa torna il maggiore: ma come c’è festa per mio fratello? Io non entro in quella casa, e il Padre è costretto ad uscire a chiamare anche lui per farlo entrare a far festa, e il maggiore: “Io mi sono sempre comportato bene, e tu non mi hai dato niente per far festa. Questo ne ha combinato di tutti i colori e tu gli fai pure festa”. A pensarci bene il maggiore ha qualche ragione, quello che dice è giusto, non è da Dio, non è giusto che Dio faccia così. Sia nella situazione di Giona che in quella del figlio maggiore, la miseria e l’egoismo degli uomini manifestano ancora più grande la misericordia di Dio. Misericordia che non è capita neppure da un profeta, ci possono essere profeti che non possono capire la misericordia di Dio, convinti come sono della necessità della giustizia. E la missione aveva talmente insuperbito Giona che non capiva più un Dio che voleva perdonare: non è umano perdonare, non è secondo la logica umana. Dio scusa l’uomo: “Non sanno quello che è bene e quello che è male”. Gesù sulla croce dirà: “Non sanno quello che fanno”. Si può quasi dire che Dio non sopporta di essere offeso dall’uomo, lo vuole scusare: “Ha agito senza pensare a ciò che faceva”. E qui siamo ancora nell’Antico Testamento. Se non capiremo fino in fondo questo modo di agire di Dio, addosseremo a Lui cose tremende che non gli appartengono: spesso noi non abbiamo annunciato n Dio di questo genere, misericordioso, paziente, mite,  e così abbiamo portato tanta gente alla disperazione. Giona pur essendo scelto da Dio è egoista, è meschino: vuole insegnare a tutti, anche a Dio. Isaia pensando al futuro Messia dirà: “Verrà il giorno in cui non ci sarà nessuno che verrà istruito dal proprio fratello, ma tutti saranno ammaestrati da Dio”. Torniamo al discorso iniziale: la lettura sapiente delle Scritture, mossi dallo Spirito.

A questo punto è Giona che deve essere convertito: “Già prima di uscire di casa lo sapevo che sarebbe andata a finire così” ed è lì fuori per assistere alla vendetta di Dio, non entrerà mai a far festa con i Niniviti, come il fratello maggiore della parabola, non avrà niente da spartire con loro. A questo punto la condizione di Ninive è risolta e quello che preme a Dio ora è Giona: è lui che adesso deve salvare dal suo egoismo. Come è difficile salvare un credente egoista, è più facile salvare un grande peccatore che un credente: “I peccatori, le prostitute vi precederanno”. Anche Dio fa fatica a convertire un credente insuperbito. Quando uno crede fermamente a qualche cosa è molto pericoloso, è difficile toglierlo via dalla testa. In alcuni movimenti ecclesiali, queste cose purtroppo ci sono, dispiace ammetterlo, ma ci sono. Nella parabola del fariseo e del pubblicano del Vangelo, il fariseo pregava: “Ti ringrazio che non sono come quel pubblicano” e tornò a casa non perdonato ma con un peccato in più. L’amore di Dio si manifesta solamente nel perdono universale: Dio o ci perdona tutti o non perdona nessuno. Giona è distaccato, è risentito contro Dio e allora Dio fa sorgere questa pianticella di ricino che lo copre per calmarlo. In fondo essere battezzati, essere degli eletti non è in funzione nostra, ma degli altri. Il privilegio di essere scelto non è per Giona è per i Niniviti. Israele, simboleggiato in Giona, deve annunciare la rovina dei suoi nemici ma per vederne la salvezza: è nella salvezza dei suoi nemici che Israele sarà salvato. La Chiesa se vuole ritrovare il suo ruolo deve ripetere la stessa cosa: deve denunciare il peccato dei suoi nemici per vederne la salvezza e sarà salvata solo nella salvezza di tutti gli altri. Difatti Dio cosa dice a Giona?: “Tu ti preoccupi per una pianta e io non dovrei preoccuparmi di Ninive, dove ci sono più di centoventimila persone e molti animali”. La salvezza di Dio è totale, deve essere tale: l’uomo è salvato insieme a tutta la creazione. Se ci guardiamo attorno anche la nostra natura inquinata è il segno dell’inquinamento che c’è dentro di noi. Che l’aria sia irrespirabile, spesso l’acqua imbevibile, non solo un fatto rilevato da strumenti scientifici, è un problema dell’uomo. Procurarsi mascherine per respirare o depuratori per l’acqua, questo è sopravvivere non è vivere, il problema è più profondo. In fondo il Libro di Giona dice che è inutile andare a cercare la colpa degli altri, vidiamo prima quella nostra.

 La profezia di una condanna si conclude sempre con una salvezza, se invece vogliamo che la profezia si concluda con la morte siamo dalla parte di Giona: e qui siamo inquinati, vogliamo la condanna, la giustizia e non avvertiamo il nostro profondo coinvolgimento nella condanna degli altri. Gesù dopo la risurrezione diceva ripetutamente: “Non abbiate paura, non temete, vi do la mia pace”. Quanta paura c’è in questo momento e noi andiamo alla ricerca di tante sicurezze. Uno che si presenta con una grande sicurezza nasconde una terribile paura, un po’ tutti l’abbiamo. Giona aveva una grande paura che andasse a finire come è andata a finire: “Sono fuggito da te perché avevo paura di te”: paura di incontrare l’amore, la misericordia. Il figlio maggiore non vuole entrare in casa a far festa perché ha paura di incontrare la misericordia del Padre. I farisei non vogliono condividere il banchetto di Gesù con i peccatori, perché hanno paura del coinvolgimento. Spesso siamo indifferenti perché abbiamo paura di coinvolgerci, di giocarci con quello che si presenta davanti, e alla fine siamo un po’ tutti depressi perché abbiamo paura. E Giona quando ha avuto paura cosa ha fatto? E’ caduto nel sonno profondo: è meglio dormire, vediamo se al risveglio le cose sono cambiate! Purtroppo le cose non sono cambiate, perché è dentro di noi che ci deve essere il cambiamento, non nelle situazioni esterne. Non è stata Ninive ad essere distrutta, ma, purtroppo, Gerusalemme. La salvezza ha questa caratteristica: è universale, altrimenti non è salvezza. Le nazioni pagane possono insegnare anche a Israele: “Svegliati và a pregare il tuo Dio”: non importa chi sia il tuo Dio, ma prega. Questa universalità della salvezza è  la caratteristica più evidente del vero umanesimo: siamo uomini nella misura in cui siamo universali. Per cui il problema non è neanche credere o non credere, il problema è questa grande libertà interiore, questa vita secondo lo Spirito che va al di là di tutti gli steccati e spesso noi abbiamo chiuso sotto chiave questa grande libertà. Vogliamo la spiegazione razionale di tutto e abbiamo perduto anche la gioia, non c’è più il coraggio di sognare e perdiamo la libertà. Il sogno è una realtà più grande di qualsiasi realtà: io sono a volte quello che sogno. La prima cosa da fare è quella di non essere troppo sicuri di se stessi, di essere fanatici, e Giona era un po’ fanatico, sicuro di sé, a tal punto che voleva dettare legge anche a Dio. Si è fanatici quando si ha paura di perdere qualcosa, e quando si ha paura di perdere qualcosa si perde la libertà. Non ci sono credenti e non-credenti: tutti credono in qualche cosa, siamo tutti in cammino verso una verità più grande di quella che già possediamo: la verità che possediamo certo è una verità ma non è la Verità. Nel primo incontro dicevamo: come possiamo pretendere che Dio si manifesti totalmente in una semplice parola, che è anche parola di Dio, ma Dio è molto più grande della  sua Parola che noi leggiamo. Allora cominciamo ad essere consapevoli che siamo tutti in cammino verso una verità più grande, se accetto questo cambia completamente il mio rapporto con chi mi sta accanto, forse perché anche lui mi porta un annuncio di una verità più grande di quella che già io posseggo. Giona (Israele) non aveva capito questa realtà profonda di questa universalità ed è quello che anche noi facciamo fatica a capire: siamo alla ricerca più di una giustizia che di una misericordia, e qualche volta la misericordia più difficile è quella da usare con noi stessi: non ci perdoniamo e non abbiamo misericordia con gli altri perché non l’abbiamo con noi stessi. Dovremmo, come dicevano gli antichi padri del monachesimo, imparare a memoria certi capitoli delle Scritture, non ultimo, forse, questo libretto di Giona. Forse anche la nostra vita cambierebbe, ci convertiremmo a questo modo di agire di Dio e Signore, per diventare più fratelli tra di noi, donando più luce, più sale alla nostra terra.

 

8.    Una Chiesa Ecumenica        

                                                         (Atti 10-11)

 TORNA ALL'INDICE

Questo testo degli Atti è in  continuità col discorso precedente: l’apertura della la salvezza è per tutti. Da Giona, integralista e nazionalista, che si sorprende del perdono di Dio ai pagani, a Pietro che si sorprende dell’agire di Dio, a favore dei pagani. Lo Spirito Santo sorprende sempre, deve sorprenderci sempre, e ha diritto di sorprenderci. Difatti in questo episodio degli Atti tutto è orchestrato dallo Spirito Santo: la visione di Cornelio, la visione di Pietro, l’incontro di Pietro a casa di Cornelio, e il primo discorso di Pietro a Cesarea, dove avviene improvvisamente l’effusione dello Spirito, anche su dei pagani. Cosa che sconcerta tutti, compresa Gerusalemme, e Pietro deve giustificare a Gerusalemme quello che è avvenuto, cioè come Dio ha stracciato tutti i confini stabiliti dall’uomo.

 

1) Visione di Cornelio (Atti 10, 1-9).

In questo primo testo (10, 1-9), c’è la presentazione di Cornelio, la visione, e il luogo (Cesarea) della irruzione divina. L’episodio infatti inizia con l’indicazione della città dove è avvenuto questo intervento di Dio, decisivo per il futuro della vita della Chiesa: il futuro della Chiesa è legato a questa visione. Cesarea è una città che il re Erode aveva fatto costruire in 12 anni, in onore di Cesare Augusto. Era diventata sede abituale del procuratore romano e al tempo della missione cristiana era la città più importante della Palestina. Qui c’era una popolazione mista formata da una minoranza di Giudei e da una maggioranza di pagani, e i rapporti erano abbastanza tesi. I Giudei facevano appello al fatto che Cesarea era stata costruita da un re giudeo (Erode, appunto), i pagani potevano fare riferimento al fatto che la vita pubblica della città e le sue istituzioni erano pagane (in onore di Cesare). Quindi sullo sfondo storico di una tale situazione etnica, caratterizzata da tensioni tra Giudei e pagani, acquista maggior rilievo il fatto che proprio a Cesarea alcuni giudeo-cristiani saranno testimoni del fatto che anche i pagani abbiano ricevuto lo stesso dono dello Spirito Santo. Là dove vivevano questi due gruppi etnici divisi tra loro e in continuo conflitto, nasceva una comunità cristiana fatta da persone che pur appartenendo a estrazioni culturali e religiose diverse, sentivano il bisogno di vivere in comunione, grazie allo stesso dono dello Spirito Santo, che Dio aveva loro concesso.

Questa solenne introduzione alla visione di Cornelio è giustificata dal ruolo che svolgerà il centurione in questa vicenda.  Nei suoi confronti infatti Pietro opererà un miracolo molto più grande di quelli operati lì in quei giorni, e cioè: la guarigione del paralitico alla porta del Tempio e quella della discepola di Ioppe.

 Accanto alla figura di Cornelio va notata, nell’introduzione, la presenza di tutta la sua casa: quello che accadrà a lui e alla sua casa farà epoca nella storia della Chiesa. E Luca metterà in buona luce, come è suo costume, questi personaggi romani, e fra le qualità di Cornelio merita una particolare attenzione quella di “pio”  di un “timorato di Dio”. Sono appellativi che incontreremo ancora due volte nella storia di Cornelio e altre volte negli Atti: nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, Paolo incomincia il suo discorso con le parole: “Israeliti e voi timorati di Dio”.

La parte centrale della visione di Cornelio è costituita dall’apparizione e dal dialogo dell’angelo di Dio che Luca descrive secondo il cliché stereotipato del genere letterario delle “apparizioni”: l’irruzione improvvisa del messaggero celeste, il saluto, la risposta, il messaggio e poi la scomparsa.

“Manda degli uomini a Giaffa e fai venire un certo Simone, detto Pietro”: è un ordine divino. E’ significativa, a questo proposito la domanda di Cornelio: “Che c’è Signore?”. La storia è messa in cammino da un intervento di Dio, Cornelio deve uscire dal suo isolamento per mettersi in contatto con una persona che vive altrove, questa distanza geografica, che l’angelo di Dio comanda di annullare, certamente non è lunga: Cesarea dista da Giaffa una cinquantina di km, ma è la distanza spirituale che è enorme.

A Giaffa  Pietro è ospite di una comunità di giudeo-cristiani, cioè di quei cristiani che provenivano dal mondo giudaico (Pietro in qualche modo si sentiva il leader  del movimento cristiano nato a Pentecoste), e si erano convertiti al cristianesimo.

Cornelio, anche se pagano, è simpatizzante del giudaismo, non conosce ancora Gesù di Nazaret, non ha nessuna esperienza della comunità cristiana. Cosa potrà significare quest’ordine dato dall’angelo a un pagano come Cornelio, di cercare un contatto con un capo dei cristiani come Pietro? D’altra parte il messaggero non rivela al centurione di Cesarea lo scopo di questo comando, non indica neppure il motivo per cui deve mandare alcuni uomini per far venire Pietro a Cesarea, che lui neanche conosce.

Ma se un intervento di Dio induce Cornelio a mandare una delegazione a Giaffa per chiedere a Pietro di voler gentilmente recarsi a Cesarea, certamente l’incontro tra questi due personaggi, non è un colloquio banale tra persone: è un evento carico di mistero, che Cornelio e chi legge gli Atti, attende che sia svelato in seguito.

Però l’intervento dell’angelo che entra nella casa di Cornelio, come nella casa di Maria, anticipa già simbolicamente l’ingresso della salvezza cristiana nella sfera vitale di una famiglia pagana. Certo che la pietà religiosa di Cornelio è quella tipica del giudaismo: le sue preghiere, le sue elemosine, sono accettate da Dio come un sacrificio, e l’intervento dell’angelo appare come una risposta, un premio di Dio per la pietà di Cornelio. D’altra parte il testo non suggerisce nella religiosità di Cornelio nessun elemento che potrebbe far pensare ad una farisaica morale del compenso. Non si dice negli Atti come Cornelio preghi, che vanti dei meriti per la sua osservanza, ma è l’angelo di Dio che rivela al centurione che la sua preghiera è riuscita gradita a Dio.

Per Luca l’ingresso dell’angelo nella casa di Cornelio e  il messaggio che comunica al centurione è un dono di Dio, anche se dato in cambio del dono che Cornelio ha fatto con la sua preghiera, con la sua elemosina al Signore. A questo punto, potremmo dire che nello stesso tempo in cui avveniva questo evento a Cesarea con Cornelio, avviene anche la visione di Pietro.

 

2) Visione di Pietro (Atti 10, 9-16).

Pietro è il secondo protagonista di questa vicenda (10, 9-16), colui al quale Cornelio aveva inviato la sua delegazione. E’ interessante osservare l’analogia dell’esperienza vissuta da Cornelio con quella di Pietro, al pari del centurione romano che risiede a Cesarea, Pietro risiede a Giaffa. Cornelio ha una visione, Pietro riceve questa rivelazione, nel contesto di una preghiera. Nella situazione di Cornelio, il mediatore divino è un angelo di Dio, nell’esperienza di Pietro è una voce, come nel caso di Saulo. Ma l’identica risposta dell’uno e dell’altro: “Signore”, accomuna le due esperienze, sotto un unico regista della storia: il Signore Dio. E il contenuto della rivelazione che Pietro riceve non sembra avere nessuna relazione con la problematica personale di Cornelio, questo rafforza la convinzione che il vero soggetto operante della prima e della seconda scena è sempre il Signore Dio, e ci fa capire che sia Cornelio che Pietro sono semplici strumenti attraverso i quali si realizza il piano di Dio. Intanto considerato in se stesso l’episodio di Pietro è chiaro: il lenzuolo calato dal cielo dove si trovavano varie specie di animali puri e impuri, il termine profano, regole tipiche delle purità alimentari e il comando della voce celeste che per te volte ordina a Pietro: “Uccidi e mangia” (cioè, ciò che Dio ha reso mondo, cessa di considerarlo profano), non possono avere che un solo senso: Dio ordina a Pietro di lasciar cadere tutte le distinzioni legali tra cibi puri e impuri. Questa triplice ripetizione della voce celeste indica con chiarezza che il superamento di tali leggi di purità degli alimenti è per l’instaurazione di un’ottica li liberta ed è una rivelazione che viene da Dio. Questa è una rivelazione che Dio dona al capo della comunità cristiana perché liberi il cristianesimo da queste leggi di purità alimentare, che se avevano una ragione di esistere nella economia veterotestamentaria, sono assurde nella nuova alleanza fondata da Gesù. Questo superamento della legge sui cibi era già stato oggetto della predicazione di Gesù di Nazaret e la tradizione sinottica ha conservato una sentenza di Gesù con la quale “egli dichiarava mondi tutti i cibi”.

E qui ci si domanda il senso di questa visione di Giaffa, tuttavia questo secondo intervento della voce celeste: “Ciò che Dio ha reso mondo, cessa di chiamarlo profano”, lascia aperta la possibilità, che oltre alla questione degli alimenti ci sia un riferimento concreto anche alle persone. Infatti anche “ciò che Dio” (è un neutro) può riferirsi alle cose ma anche alle persone e dal seguito del racconto sapremo che tale possibilità, nell’attuale redazione di Luca, è una certezza.

 

3) Incontro di Pietro con gli inviati di Cornelio (Atti 10, 17-23).

 Luca sottolinea con insistenza i ripetuti tentativi di Pietro di interpretare la visione solo in senso letterale. Ma, come vedremo in seguito, la visione si riferirà ad una realtà che Pietro per il momento non riesce a cogliere, perché è ancora un giudeo ben radicato. La voce ha detto a Pietro: “Alzati, uccidi e mangia, ciò che Dio ha reso  mondo cessa di considerarlo profano” e mentre Pietro si chiedeva il significato di questa visione, lo Spirito gli disse: “Alzati, discendi, và con loro” senza tentare di interpretare la visione. E alla luce interpretativa dello Spirito, Pietro comprende che la visione del lenzuolo interessava non soltanto gli alimenti ma anche e soprattutto le persone. Infatti i due imperativi: “Uccidi e mangia”, che riguardavano gli animali, sono compresi per mezzo dello Spirito Santo, in riferimento agli due imperativi che seguono: “Discendi e và con loro”, che interessano i rapporti di comunione tra le persone. Questi imperativi stanno a significare che non ha più alcuna ragione d’essere la tradizionale distinzione giudaica tra uomini puri (Giudei) e impuri (i pagani). Quindi solo alla luce di questa ulteriore rivelazione dello Spirito (“Discendi e và con loro”) è possibile l’incontro tra Pietro e gli inviati di Cornelio: da notare che questi sono tutti pagani.

Questa rivelazione assolve a una duplice funzione, prima di carattere diciamo ermeneutico (cioè di metodo, interpretativo) perché permette di cogliere il collegamento tra la visione di Cornelio e quella di Pietro, e l’altra di carattere ecumenico, perché consente di superare la distanza spirituale tra Giudei e pagani, che nonostante l’arrivo della delegazione di Cornelio a Giaffa, questa chiusura, questa separazione persisteva. Se il cammino materiale dei delegati di Cornelio ha reso possibile il superamento della distanza geografica tra Cesarea e Giaffa, il cammino intellettuale di Pietro non era sufficiente ancora a colmare la distanza spirituale tra Giudei e pagani: occorreva un’ulteriore illuminazione dello Spirito che facesse comprendere a Pietro il disegno di Dio. L’intervento dello Spirito Santo, che induce Pietro all’azione evoca una costante teologica del libro degli Atti: ogni qualvolta istruzioni o comandi vengono dati in una visione, in un’estasi, attraverso la voce dello Spirito, la voce di un angelo, siamo di fronte a una tappa importante nella realizzazione del piano di Dio: “Pietro, allora li fece entrare e li ospitò”: un pagano non poteva entrare nella casa di un giudeo.

Condotto dallo Spirito sul senso profondo della visione e illuminato dal dialogo con gli inviati di Cornelio, Pietro non ha difficoltà ad ammettere i pagani sotto lo stesso tetto, dove egli abita. I delegati del centurione, che arrivati a Giaffa chiedevano dove fosse ospite Simone, detto anche Pietro, non solo hanno la gioia di osservare che Pietro va loro incontro: “Ecco sono io colui che cercate”, ma vengono introdotti nella casa e ospitati. Nella stessa casa dove Pietro ospita il giudeo-cristiani,  sono ospiti anche i pagani. Tutto ciò non può non avere valore simbolico, in considerazione del futuro sviluppo della nazione: giudeo-cristiani e pagano-cristiani saranno insieme nell’unica Chiesa di Dio. L’azione che Pietro compie nei confronti dei delegati di Cornelio, annuncia simbolicamente il conferimento del Battesimo che egli ordina di dare alla casa del centurione, e attraverso il quale i pagani faranno il loro ingresso nella casa del Signore.

 

4) Incontro a Cesarea di Pietro e Cornelio (Atti 10, 23-33)

Il senso fondamentale di questa scena è l’ingresso di Pietro nella casa di Cornelio. Luca non poteva sottolineare meglio l’importanza dell’avvenimento: sia la visione di Cornelio, che quella di Pietro, erano finalizzate da Dio a tale incontro, e la descrizione dell’avvenimento è curata bene dall’autore degli Atti, fin nei minimi particolari. Ben quattro volte ripete lo stesso verbo: “Entrare”. Il significato dell’avvenimento è illustrato in modo convergente dal comportamento e dal discorso di Pietro: questi entra nella casa di Cornelio, nella consapevolezza di essere un uomo. E’ molto bello questo atteggiamento di Pietro: “Alzati, anch’io sono un uomo”. C’è il dovere di non ritenere profano, impuro, alcun uomo: il fatto che Pietro sia un giudeo e Cornelio un pagano non è più motivo di discriminazione, possono incontrarsi nel comune possesso della stessa umanità. Questa è la base: se non siamo uomini, non siamo nemmeno cristiani. Le prescrizioni legali giudaiche sono definitivamente superate, attraverso un lungo processo di riflessione, Pietro ha compreso che Dio gli ordinava di non tenerne più conto. Il gesto di Cornelio che si prostra ai piedi di Pietro per adorarlo, simile a quello dei pagani di Listra nei confronti di Paolo, ha il colore di una bestemmia: Pietro si scandalizza.

L’ingresso di Pietro nella casa di Cornelio segna l’inizio di una nuova fase della storia nella quale gli uomini hanno la possibilità di intrecciare rapporti di comunione con tutti, senza lo scrupolo di dover trasgredire una legislazione discriminante. Quante norme sono ancora discriminanti! Dopo l’esperienza di Cornelio per un giudeo che voglia avere rapporti con un pagano non sarà più necessario un intervento dello Spirito: perché qui è già intervenuto.

Accanto a questo significato fondamentale di questo incontro (cioè non c’è più distinzione tra giudei e cristiani), ce n’è un altro a livello simbolico: con Pietro entra nella casa di Cornelio la salvezza di Dio. L’identità, operata da Luca, nel descrivere sia l’ingresso dell’angelo che quello di Pietro nella casa di Cornelio, pone le due scene in rapporto reciproco: l’intervento dell’angelo nella casa di Cornelio preannuncia l’ingresso di Pietro nella casa del centurione romeno, una scena qualifica l’altra.

Il terzo dato teologico da rilevare è la marcata accentuazione della dimensione comunitaria dell’evento.

Il racconto delle tre scene precedenti lasciano pensare che l’episodio interessi solo la figura di Cornelio e di Pietro. Anche se insieme a Cornelio è fatta menzione della sua casa, tutto lascia pensare che si tratti di elementi secondari, una vicenda strettamente personale. Ma in questa quarta scena, invece, balza agli occhi prepotente la dimensione comunitaria di quanto sta per accadere.

Arrivato Pietro a Cesarea, Luca nota che, erano ad attendere l’ospite non solo Cornelio, ma anche i suoi parenti, gli amici più intimi, e infine, nella conclusione della scena, si precisa che: “Tutti noi siamo qui riuniti per ascoltare tutto ciò che ti fu ordinato dal Signore”, anche Pietro è accompagnato, non è solo, tutti sono in attesa del discorso di Pietro. L’avvenimento ha un significato teologico che trascende la sola figura di un uomo, per quanto importante come Cornelio, per rivestire un significato comunitario.

Se all’inizio poteva sembrare che era stato Cornelio, su comando dell’angelo, a mandare a chiamare Pietro, qui invece appare chiaro che la venuta di Pietro non interessa  soltanto il centurione di Cesarea, ma tutta la sua casa. A Cesarea sta per nascere una nuova comunità di salvezza.

 

5)  Discorso di Pietro (Atti 10, 34-43).

- Il primo messaggio contenuto nel discorso di Pietro è l’affermazione che la salvezza di Dio è destinata a tutti gli uomini. Il capo della comunità cristiana comincia il suo discorso con una dichiarazione di principio, dalle dimensioni universalistiche: “Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga è a Lui accetto”. Dio non guarda in faccia a nessuno, ama il forestiero e gli dona pane e vestito, diceva già il Deuteronomio. Grazie all’opera di Gesù, Pietro comprende che l’imparzialità di Dio verso tutti i membri del popolo eletto si estende anche a tutti gli uomini di qualunque nazione “chiunque teme Dio e opera la giustizia è a lui gradito”. Per piacere a Dio non è più necessario far parte del popolo giudaico, l’imparzialità di Dio non si manifesta soltanto nel “giudizio”, ma ora “nelle relazioni verso tutti gli uomini”. Cornelio, uomo giusto, timorato di Dio, le cui opere buone salivano come memoriale al suo cospetto, vive nella condizione presupposta dal discorso di Pietro, anche se è un pagano, è un amico di Dio, anche se non è un credente. Questa prospettiva universalistica, con la quale Pietro apre il suo discorso non è  che un’applicazione cristiana di un principio già noto nell’AT e nel giudaismo. Anche a Pentecoste Pietro aveva terminato il suo discorso con la dichiarazione che Gesù è il Signore (Att, 2,36): era un discorso rivolto soltanto al giudei, ora egli parla ai pagani, dice che Gesù è il Signore di tutti. L’antica professione di fede: Gesù è il Signore” è qui utilizzata da Luca in senso universalistico: “Dio ha mandato Gesù, Signore di tutti per stabilire la pace tra giudei e greci”; “Cristo è la nostra pace” (Efesini), qui si vede il forte legame che c’è tra Paolo e Luca. “Chiunque crede in lui riceve il perdono”, gli uomini ormai non si distinguono più tra puri e impuri, la vera purificazione si ottiene mediante la fede, che non opera più alcuna discriminazione fra gli uomini. Tutto il messaggio biblico dell’AT riletto alla luce dell’esperienza di Gesù Cristo  è una testimonianza del fatto che la salvezza di Dio è offerta a tutti gli uomini.

- Il secondo messaggio del discorso di Pietro è costituito dalla stessa centralità della persona e del ministero di Gesù E qui Luca nel ricordare i fatti più salienti della sua vita (l’inizio del suo ministero, il Battesimo, la sua attività in Giudea, in Galilea, fino all’Ascensione) presenta Gesù come il realizzatore definitivo delle promesse di Dio.

La salvezza che Dio offre agli uomini è la persona stessa di Gesù nella totalità della sua esperienza, del suo mistero. I cristiani di tutti i tempi non potranno mai staccarsi dall’evento-Gesù, senza compromettere seriamente la genuinità della propria fede. Cornelio è il primo pagano che diventa cristiano, non perché convertito dagli uomini ma da Dio: questo è il fatto strepitoso che suscita lo stupore di Pietro, il quale deve semplicemente constatare che Dio “non fa differenze di persone”. I giudeo- cristiani venuti da Giaffa con lui, sono meravigliati che anche su un pagano è stato effuso il dono dello Spirito, sarà poi la stessa comunità di Gerusalemme a riconoscere che Dio ha concesso anche che ai pagani la penitenza per la vita.

Convertito da Dio, Cornelio è già un cristiano.

 

6)  Effusione dello Spirito e Battesimo (Atti 10, 44-48).

Dopo aver letto questi episodi, il lettore degli Atti finalmente comprende qual’era lo scopo cui mirava Luca fin dall’inizio. Tutta la storia di Cornelio è stata orchestrata dall’evangelista per mettere in risalto l’effusione dello Spirito Santo sui pagani. La pentecoste dei pagani avviene nella casa di un pagano, Cornelio. E questo per una iniziativa gratuita di Dio, anche noi dovremo sempre fare i conti con le iniziative gratuite di Dio, in tutti i tempi. E’ Dio che ha posto sullo stesso piano pagani e giudeo-cristiani. Attraverso il battesimo e la comunione di vita con i giudeo-cristiani i pagani hanno fatto il loro ingresso ufficiale nella comunità ecclesiale.

- l primo dato teologico da rilevare è che l’ irruzione improvvisa e assolutamente gratuita dello Spirito sulla casa di Cornelio, stravolge tutto il normale processo di iniziazione cristiana le cui tappe importanti erano fondate sulla proclamazione della Parola di Dio, l’ascolto, la fede, la conversione, il battesimo e il dono dello Spirito. Qui sembra che tutto questo non abbia senso.

- Un’altra chiara preoccupazione teologica di Luca è l’assimilazione della Pentecoste dei pagani con Pentecoste cristiana, cioè la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli.

Luca fa un parallelismo e dice: ciò che è avvenuto a Gerusalemme, nel giorno di Pentecoste avviene qui a Cesarea, l’accostamento tra le due scene emerge da una serie di termini che sono caratteristici nella descrizione delle due esperienze: per esempio il termine “tutti” (“pàntes”) è riferito sia agli apostoli presenti nello stesso luogo dove furono beneficiari di una tale comunicazione divina, sia a “tutti (“pàntes”) i pagani presenti a Cesarea dove sono investiti del dono dello Spirito. L’effusione dello Spirito a Pentecoste provoca nei giudei presenti a Gerusalemme una reazione di stupore, di meraviglia (dicevano: “Sono ubriachi”), uguale a quella provata dai giudeo-cristiani che avevano accompagnato Pietro da Giaffa a Cesarea, e che sono testimoni di questo evento. Quindi sia nella pentecoste giudaica sia in quella dei pagani, lo Spirito è definito come “dono”.

 A Gerusalemme Pietro dice: “Ravvedetevi e fatevi battezzare nel nome di Gesù Cristo per ottenere il perdono dei vostri peccati e riceverete il dono dello Spirito santo”.

A Cesarea, gli amici di Pietro si meravigliano che anche sui pagani è stato effuso il dono dello Spirito Santo.

Nell’uno e nell’altro caso, l’irruzione dello Spirito è espressa con lo stesso verbo “effondere” e al dono dello Spirito segue il fenomeno della “glossolalìa”, questo parlare in lingue, che vuol dire “farsi capire” non tanto linguaggi strani. I membri della casa di Cornelio ricevuto lo Spirito parlano in lingue, cioè annunciano le meraviglie di Dio, i cristiani di Cesarea magnificavano Dio. E  come se queste analogie non bastassero, Luca sottolinea chiaramente l’identità dell’esperienza spirituale avuta dagli apostoli a Gerusalemme e dai pagani a Cesarea: “Forse che si può proibire che siano battezzati con l’acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?”. L’identità del dono dello Spirito costituisce la prova decisiva perché Pietro non abbia più alcuna difficoltà a comandare che essi siano battezzati e inseriti ufficialmente nella comunità ecclesiale. Il conferimento del battesimo sancisce in modo ufficiale l’accoglienza dei pagani nella comunità ecclesiale. Non è più il battesimo che dona lo Spirito ma esso segna l’appartenenza ormai definitiva dei pagani di Cesarea alla Chiesa, il vero dono che Pietro fa a Cornelio e che era l’unica ragione del suo viaggio a Cesarea è il conferimento del battesimo. Lo Spirito non è certo una realtà istituzionale, è dato alla Chiesa ma non è proprietà della Chiesa, la sua presenza, pur essendo talvolta legata a un ministero umano resta sempre una realtà trascendente, che Dio liberamente concede come dono a qualsiasi uomo. Lo Spirito sfugge a tutti i tentativi umani di manipolazione, dirà Giovanni: “Lo Spirito Santo è come il vento, non  si sa dove viene né dove và”. D’altra parte l’azione dello Spirito si manifesta pienamente nella comunità ecclesiale. Il dono dello Spirito crea la vera libertà e la vera comunione fra gli uomini. Per Luca la comunione ecclesiale non è soltanto un fatto spirituale ma anche una realtà esterna, visibile, che deve manifestarsi nella vita quotidiana dei credenti, nel cap 2 e 4 degli Atti leggiamo che “mettevano tutto in comune”.

E alla fine Pietro deve fare una relazione di quello che è avvenuto:

 

7)  Discorso di Pietro a Gerusalemme (Atti 11, 1-18).

Pietro di fronte alle critiche che venivano da Gerusalemme è costretto a dire come stavano le cose, per cui la comunità pagano-cristiana di Cesarea riceve il riconoscimento ufficiale nell’incontro di Pietro con la Chiesa di Gerusalemme.

- Questo è ilprimo  significato fondamentale di questo brano. Secondo la concezione teologica della Chiesa che ha l’autore degli Atti, tutte le comunità cristiane sparse nel mondo, pur nel pluralismo culturale e religioso che li caratterizza, devono essere collegate in modo vitale con la Chiesa Madre di Gerusalemme. Anche Paolo rispetterà lo stesso stile: terminato il primo viaggio missionario, giunto insieme a Barnaba a Gerusalemme, furono accolti dalla Chiesa, dagli apostoli, dai presbiteri e annunciavano “tutto ciò che Dio ha operato per mezzo loro”. Quindi nessuna meraviglia che tale regola venga rispettata dallo stesso Pietro, per la comunità nata a Cesarea, benché sia sorta per iniziativa esclusiva di Dio. Gli interventi di Dio messi in atto nell’origine della Chiesa di Cesarea non esonerano questa nascente comunità dalla comunione con la Chiesa di Gerusalemme. Pietro ne è consapevole, perciò sale a Gerusalemme e fa la sua dettagliata e ordinata esposizione dei fatti e riceve il sigillo ufficiale della Chiesa che pubblicamente riconosce che “anche ai pagani Dio ha concesso la penitenza per la vita”. E attraverso la comunione con Gerusalemme, tutte le chiese locali sono collegate a Gesù di Nazaret come centro della storia. E la Chiesa di Gerusalemme non è vista da Luca come centro di potere, cui tutto deve essere subordinato, ma come luogo di mediazione, che consente alle chiese di tutti i tempi, sparse per il mondo, di essere “cattoliche” nel senso di “universali”. Il riconoscimento che la comunità di Gerusalemme ha dato all’operato di Pietro è stato in fondo un atto di obbedienza a Dio: “Anche ai pagani Dio ha concesso la vita”.

- Il secondo aspetto del messaggio teologico contenuto in questo brano, che emerge dal discorso di Pietro, si può cogliere nel versetto conclusivo: “Chi ero io da potermi opporre a Dio?”. E questo è un interrogativo che dobbiamo porci tutti nei casi delle nostre storie: “Chi ero io per oppormi a Dio?”. A volte Lui ci sopravanza, d’altra parte questa conversione dei pagani aveva suscitato problemi all’interno della Chiesa di Gerusalemme: Pietro ha offerto ospitalità a dei pagani e lui stesso è ospite in una famiglia di pagani, certamente non ha osservato le leggi, le norme legali del tempo. A Gerusalemme erano in comprensibile apprensione, il testo diceva: “Quelli della circoncisione si erano fatti portavoce”. L’effusione dello Spirito sulla famiglia di Cornelio appare quindi come un nuovo compimento di una Parola del Signore.

Quante suggestioni nascono da questo brano, forse l’abbiamo letto tante volte, ma letto in modo analitico capiamo come lo Spirito Santo, ci sorprende. La grande libertà dello Spirito và al di là delle nostre istituzioni, che vanno sempre in qualche modo relativizzate, siamo in cammino verso  il Regno e deve affacciarsi il senso della provvisorietà: qui si pianta soltanto tenda, ciò che rimane è il Signore e il suo regno, Lui ha sempre il diritto di scombinarci, quando ci leghiamo in modo irreversibile alle nostre idee, alla nostra visione della vita, un po’ come era successo a Giona. Da qui l’apertura continua alla Parola, allo Spirito che vibra in essa, relativizzando anche le nostre piccole miserie, ma restando aperti al dono dello Spirito, alla sua libertà che è senza limiti.

Ecco il legame tra il libro di Giona dell’AT e questo degli Atti del NT.

 

9.    Passione secondo Matteo: la debolezza di Dio        

 

 TORNA ALL'INDICE

Questo tema ci riporta ai testi iniziali: la debolezza di Dio, il messianismo debole, e qui siamo al culmine di questa prospettiva della debolezza, è un testo che ci tocca veramente da vicino.

 

1) Matteo 12, 15-21.

Perché un Dio debole?  Della “forza” di Dio ha parlato l’AT, pensiamo alla Creazione, all’Esodo, un Dio “forte” che compie ciò che vuole, al quale nulla è impossibile, un Dio che può sterminare l’esercito degli Egiziani, può divorare con il fuoco i peccatori, un Dio che schianta i cedri del Libano, fa tremare le montagne come i vitelli che saltano nella prateria. Siamo stati educati dall’AT alla forza irresistibile di Jahwè. “Chi potrà resistere di fronte a Lui?”. L’AT ci fa comprendere che questa forza è tipica di Dio ed Egli non può rinunciarvi senza rinunciare ad essere Dio, che è potente di natura sua.

Una seconda considerazione a cui l’AT educa il credente è che Dio non può non odiare il male con tutta la sua forza. Sono talmente opposti che non si tollerano. Quindi Dio distrugge il male, lo annienta, la sua natura di “forza” di fronte al male diventa “collera”, “ira”. Non c’è pace tra Dio e il male. E sullo sfondo di queste verità veterotestamentarie, alle quali non ci viene chiesto di rinunciare, appare Gesù, il Servo scelto da Dio, il Prediletto. Matteo ha addirittura ampliato il testo di Isaia, che diceva semplicemente: “Il mio eletto” qui invece dice : “Il mio prediletto”, il mio amatissimo. E qui è suggerita l’idea del figli unico: Gesù servo prediletto scelto, che  non è soltanto colui che compie le opere di Dio ma colui che ci rende Dio vicino, lo manifesta, è il Dio con noi, guardando a Lui comprendiamo veramente chi è Dio, perché è il prediletto del Padre e ce lo manifesta. Il paradosso è inatteso e per gli apostoli è molto difficile da capire che questo Gesù, sia debole, per cui quando i farisei hanno tenuto consiglio per toglierlo di mezzo, Gesù si allontana, ha ceduto in qualche modo, ha lasciato che l’ira divampasse: “Saputolo si allontanò di là” (v. 15). Forse è un primo segno della sua debolezza. C’è un altro aspetto che ha colpito Matteo: “Guariva tutti” ma ordinava di non divulgarlo, Gesù non cerca adesioni, non sa farsi propaganda, non sa farsi valere. Come si può conciliare questo modo di comportarsi di Gesù, che dimostra mitezza, misericordia, col suo essere inviato di un Dio, potente, invincibile? Certo che i discepoli vacillano. E questo oracolo di Isaia (vv. 18-21) rincara la dose su questa impressione generale che i discepoli stanno ricevendo: quest’uomo non è forte, non sa farsi valere, ci obbliga anche a cedere, a ritirarci con lui, dice di voler parlare al mondo ma poi non usa i mezzi necessari. Cosa dice la Profezia? “Porrò il mio spirito sopra di lui, annunzierà la giustizia alle genti però non contenderà né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce”. Per il momento l’unica consolazione dei discepoli è che pur se essi non capiscono, (comprenderanno dopo la risurrezione), si tratta però di parole pronunciate dal Profeta Isaia. Pensiamo al come doveva turbarli il fatto che Gesù non “contendesse”, il particolare sembra aggiunto da Matteo; il testo ebraico diceva: “Non griderà né alzerà il tono”, nel Vangelo leggiamo: “Non contesterà”. Ma l’immagine del Messia che vuole farsi valere contro i nemici è anche quello di uno che contesta il male, lo affronta direttamente. Perché dunque: “Non contenderà né griderà, né si udrà nelle piazze la sua voce?”. Perché non userà i mezzi per impressionare le grandi masse? Anzi: “La canna infranta non spezzerà, non spegnerà il lucignolo fumigante”. Il Messia è un mite, non è invadente, è rispettoso, diremmo “è un timido”. Ecco il paradosso del Dio forte che si manifesta debole, che viene per sconfiggere il male, tuttavia sembra avere una voce così fievole che il male può gridare e soffocarla. Eppure la Profezia mantiene il carattere di missione universale, fino al trionfo della giustizia: “Nel suo nome spereranno le genti. La profezia in Matteo può essere letta in chiave di Passione e Morte di Gesù: “La canna infranta non spezzerà”, sarà Lui stesso la canna spezzata, per tale fedeltà al Padre.

“Non spegnerà il lucignolo fumigante”: ma saranno gli altri a spegnerlo, perché non ha saputo farsi valere. Ecco perché sgorga dal cuore una domanda: “Tu Dio grande che reggi il cielo e la terra, che hai in mano ogni cosa, perché ti manifesti povero, impotente, debole?”. Dio non annienta, non distrugge, si lascia irridere: siamo di fronte a un paradosso misterioso. Noi viviamo in questo mondo dove l’ingiusto trionfa, e chi non si cura di Dio, sembra vivere spensierato: i propri affari vanno a gonfie vele. Noi stessi viviamo questo mistero della debolezza di Dio, queste realtà sono parte della nostra esperienza di ogni giorno.

Questa è una prima immagine, ma vediamo quello che viene dopo:

 

2) Matteo 21, 33-45.

Matteo ci parla del padrone della vigna, questa parabola Gesù la pronuncia a Gerusalemme in una momento di polemica ormai tesissima con i suoi avversari.

La vigna in fondo è il popolo d’Israele amato da Dio, per il quale ha fatto tanto, e Dio è il Padrone. Questa vigna “ l’affidò a dei vignaioli e se ne andò”. Uno potrebbe dire: qui lo sbaglio è del padrone, se ci teneva tanto alla vigna, dovrebbe starci lui, tenerle in proprio, non fidarsi di altri. Continua la storia della debolezza di Dio che affida le sue cose più care all’uomo, affida la vigna al suo popolo, a gente di cui non dovrebbe riporre fiducia, ma in realtà di fida. La debolezza di Dio sta nel fatto che si fida della libertà umana. Però, purtroppo, tale fiducia è mal riposta: “Quando fu il tempo dei frutti mandò i suoi servi da quei vignaioli per ritirare il raccolto. Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l’altro lo uccisero, l’altro lo lapidarono” . Così pensavano: “Adesso la vigna è nostra, ne facciamo ciò che vogliamo”. Siccome il padrone li ha lasciati liberi si sono presi confidenza e hanno dimenticato che la libertà era loro data per coltivare la vigna, per farla fare dei frutti. I vignaioli, infatti, accolgono guardinghi i servi, tentano la forza del padrone: “Forse non è tanto capace”.

 “Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono allo stesso modo”. I servi sono in numero maggiore, però la scena si ripete. I vignaioli pensano che il padrone non sa proprio farsi valere, che è troppo debole, ed ecco la prova definitiva.

“Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio”. Ormai i vignaioli sono diventati talmente malvagi da non riuscire più a rendersi conto della situazione. Come mai ci manda il figlio, dopo tante botte ricevute dai servi precedenti, vorrà dire che non ci tiene al figlio, forse se ne vuole sbarazzare, comunque è un ingenuo, un illuso questo padrone, non ha affatto quella potenza che temevamo, e: “Dicono tra sé: Costui è l’erede, venite uccidiamolo e avremo noi l’eredità e presolo lo cacciarono fuori dalla vigna e l’uccisero ”.

Proviamo a rileggere questa parabola dal punto di vista del Padrone: egli vuol dare fiducia, la vigna a cui tiene molto, la dà a questa gente, per dar loro la possibilità di farsi strada, di rendere un servizio importante anche a se stessi. Poi quando manda i servi e tornano malconci, pensa: forse è stato un momento difficile, devo aiutarli a capire e se è gente che ragiona si convincerà. Alla fine manda il Figlio, veramente rischia tutto per la fiducia che ha in ognuno di loro: avranno rispetto almeno di mio figlio! Capiranno ciò che stanno facendo. La debolezza del padrone è, quindi, amore, è volontà di promuovere nel bene la libertà degli uomini, rischiando veramente tutto. Dio manifesta il suo amore salvifico ad ogni costo: qui c’è l’incredibile fiducia di Dio nei confronti di ciascuno di noi. Ci pare strano che il padrone manda il figlio pensando che sia ucciso, eppure la Scrittura dice che “Dio consegna il figlio agli uomini senza risparmio, senza riserva”, perché bisogna dare fiducia fino in fondo e Gesù dice: “Cosa farà a quei vignaioli il padrone della vigna quando verrà?”. E sono gli ascoltatori che dicono: “Farà morire miseramente quei malvagi”, cioè per loro il delitto è degno della più severa condanna, ma il Signore dà un’altra interpretazione: “La pietra scartata diventa testata d’angolo del tempio nuovo”, Gesù, il figlio dell’Uomo, disprezzato, ucciso fuori le mura è la pietra scartata che diventa pietra angolare, è il Figlio che ci dà l’eredità definitiva, la sua croce svela la distruttività della nostra violenza e la forza del suo amore. Questa è l’opera meravigliosa di Dio: la nostra miseria fa uscire la sua misericordia. La Chiesa riconosce in Gesù l’Agnello, che abbiamo visto nell’Apocalisse, questo Agnello immolato e vittorioso che vince il male con il bene, spegnendo in sé la nostra potenza di morte.

“Farà morire miseramente quei malvagi”: è la lettura della storia che facciamo noi, perché noi pensiamo che Dio sia più violento dei cattivi, che ripaga con la stessa moneta. La condanna, che senza saperlo, pronunciamo sugli altri, sarà portata dal Signore stesso, che “per noi si è fatto maledizione e peccato perché noi diventassimo giustizia di Dio” . La vendetta di Dio è una vittoria che supera ogni possibilità di immaginazione umana, la sua fedeltà riesce a trovare una via d’uscita anche nella infedeltà. Dio compie la cosa più mirabile che l’uomo possa concepire. Il suo amore non conosce vendetta ma solo vittoria, questa vittoria i discepoli la capiranno il mattino di Pasqua, quando Dio nella sua fedeltà darà la vita a Cristo, vittima dell’infedeltà. E questa vita sarà il dono offerto ad ogni uomo, nonostante ogni sua infedeltà, Dio rimane sempre fedele a se stesso e fa di ciò che l’uomo rigetta il centro della storia, il dono continuamente rifiutato, la pietra scartata è posta a testata d’angolo. Dio si proclama Padre dei perduti, dei reietti, di tutti coloro che sono uccisi senza speranza, dà loro la vita come a Gesù e li pone come luogo di salvezza per il Cristo (tutti i Giona buttati a mare). Dio ha rotto la morale e la mentalità della giustizia, se fosse stato giusto ci avrebbe condannato tutti, la sua è una giustizia sbalorditiva che solo l’amore conosce. A chi fa il male Lui continuamente fa il bene; a chi non vuol ricevere, Lui continuamente dona, e alla fine si giunge alla svolta decisiva: dona tutto se stesso nel suo Figlio. Lui non giudica nessuno, chi non si aspetta nulla riceve tutto. La storia si fa con chi non avanza diritti, il centro della storia è Dio, il Dio che si è donato e che è stato scartato, gli scartati quindi sono dei privilegiati, gli stanno vicino. In questo brano viene descritta tutta la storia del popolo in un crescente continuo di infedeltà e cattiveria, ma Dio risponde sempre secondo la fedeltà del suo amore, basta pensare a Osea, Ezechiele. E quando l’infedeltà raggiunge il suo culmine e sembra aver vinto definitivamente, Dio risponde con il prodigio dei prodigi della sua fedeltà, con la cosa più mirabile ai nostri occhi: “sacrificando suo Figlio” perché Egli rimane fedele e non può rinnegare se stesso.

 

3) Matteo 27, 39-44.

Vediamo questa scena che è incredibile: gli insulti che Gesù riceve mentre è in croce nei suoi ultimi istanti. Caratteristica della Crocifissione è quella di essere considerata come la cosa più vergognosa: si trattava di far morire un uomo esponendolo all’insulto, alla vergogna pubblica, la stessa condizione del condannato era quella di essere additato al ridicolo. E la Scrittura insiste molto sulle ingiurie lanciate contro Gesù. Cerchiamo di capirne il senso in questa logica della debolezza di Dio.

- “E quelli che passavano lo insultavano”: i primi che lo insultano sono i passanti, cioè la gente che aveva sentito parlare di Gesù e magari aveva qualche volta anche ascoltato i suoi insegnamenti. Anche se aveva pensato che parlava bene se ne era poi andata per la sua strada e ora ritrovandolo in croce si meraviglia di come sia andata a finire. Naturalmente viene fuori quel gusto della malignità, che è sempre presente in noi. Se Dio era veramente in lui non sarebbe finito in croce, vuol dire che ci ha ingannati, le ore passate ad ascoltarlo sono state una perdita di tempo. Il Vangelo, infatti, annota che “lo insultavano scuotevano la testa”. C’è una parvenza di ragione in questa gente: quando il giusto è perseguitato, è all’estremo delle forze, i benpensanti dicono: se è finito così male, qualcosa ci deve essere sotto. Qualcuno dei passanti si ricorda anche di qualche parola, aveva detto che “avrebbe distrutto il Tempio”, la voce certamente era circolata, era passata di bocca in bocca, faceva colpo, e dunque, provi a salvarsi, mostri il suo potere. Altri avevano sentito parlare di Gesù più a lungo, e ricordando che pretendeva addirittura di essere il Figlio di Dio, allora, dicevano: “Se è amato da Dio scenda dalla croce”, un tale ragionamento appare di buon senso, sottende una certa idea di Dio: Dio che è il grande, il potente, il vittorioso, chi si affida a Lui, pur se sarà provato da momenti oscuri alla fine trionferà, se non trionfa vuol dire che Dio non è con lui, non può fare quella fine se Dio è con lui. A partire da quell’idea di Dio nasce l’insulto, che diventa addirittura bestemmia, una specie di rivalsa: quest’uomo credeva di dirci chissà che cosa, ma a noi le sue parole sembravano troppo strane, adesso finalmente si dimostra che avevamo ragione noi: è la rivincita di chi non si era mai impegnato troppo, non aveva voluto capire. Ancora una volta di fronte a Gesù, anche nella morte, ogni uomo rivela se stesso, manifesta la sua meschinità, la mediocrità dei propri pensieri, e questa mediocrità si esprime con tale spontaneità che le persone credono di dire le cose più sensate. Questi sono i passanti, ma dopo chi viene?

- Ci sono i teologi: “Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano. Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso”. Passano gli intelligenti, i teologi, persone che in fondo si erano sentite minacciate nella loro immagine di Dio, da questo modo di agire di Gesù. I sacerdoti, gli scribi, gli anziani, erano le categorie che avevano in mano il potere religioso, culturale, in parte anche amministrativo, gente responsabile, seria, che ride, si prende gioco di Gesù: adesso finalmente si è svelato il trucco. Quest’uomo per un momento ci ha impressionato, l’abbiamo preso anche un po’ sul serio, ma ora vediamo che non valeva nulla, non può nemmeno salvare se stesso. E’ interessante vedere come si rivela la mentalità dei teologi, degli eruditi: “Ha salvato gli altri”, cioè riconoscono questa attività taumaturgica di Gesù, non possono negarla, li ha impressionati, ma non può salvare se stesso. Dunque in quel “salvare gli altri” c’era qualcosa che tutto sommato non andava. Quando noi abbiamo gridato che era in nome di Beelzebub che lui scacciava i demoni e lui si è indignato, in realtà eravamo noi nel giusto. Il nostro ragionamento teologico con cui avevamo smascherato la sua posizione diventando anche odiosi alla gente, qui si rivela esatto, perché “non può salvare se stesso”, pur concesso che davvero abbia salvato gli altri. Se è  il re d’Israele, come ha detto, come sembrava che dichiarasse nell’ultima seduta nel Sinedrio, poi anche di fronte a Pilato “scenda dalla croce” e gli crederemo. Quindi qui entra in gioco il momento religioso: scenda dalla croce, mostri il potere di salvare se stesso e allora crederemo. Al ragionamento teologico si aggiunge una citazione della Bibbia. “Si è fidato di Dio, adesso lui lo salvi”, ha detto di essergli Figlio. Se veramente è così legato al Padre, Dio confermi la verità di questo legame. Poi chi c’è ancora?.

- Ci sono anche i due ladroni. E’ diversa la versione di Matteo da quella di Luca. Luca ha anche il buon ladrone. Qui c’è una terza categoria di persone che sono i ladri crocifissi con Gesù. L’uomo della strada lo insulta, perché si è sentito un po’ ingannato. I sacerdoti, i rappresentanti della cultura, perché con la sua dottrina li ha minacciati. I due ladri lo insultano perché non li aiuta, visto che tu in questo momento sei un disgraziato come noi, deciditi a dimostrare che sei qualcuno, salva anche noi.

Ma pensiamo a Gesù che ascolta sofferente, agonizzante queste parole, che toccano il cuore della sua missione: la salvezza, essere figlio di Dio, re d’Israele, il nuovo Tempio, la capacità di salvare gli altri, la fiducia nel Padre. Tutte cose messe in discussione, tutte le prerogative di Gesù, qui sono messe alla prova, legate a un filo sottilissimo: “Se scendi dalla croce, crederemo”, ma se ci rimani non possiamo accettare tutto ciò per cui hai detto di essere venuto. A questo punto noi in quale categoria di persone ci metteremmo? Forse in quella dei passanti, cioè di coloro che non vedevano chiaro ciò che stava succedendo, forse anche noi gli avremmo detto: crediamo in te, ma scendi, se compi il minimo gesto in questo momento, moltissimi crederanno in te, hai compiuto tanti miracoli, se sei venuto per farti accettare cosa ti costa compierne un altro per farti acclamare, fa che tutti cadano in ginocchio e gridino “veramente era il Figlio di Dio, ci siamo sbagliati”. E Gesù, invece, chiama direttamente in causa il Padre con la parola ispirata del Salmo: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”.

A questo punto anche noi dobbiamo chiederci: quale idea di Dio abbiamo? Quella dei sacerdoti, dei ladri, o della gente comune? L’idea di un Dio potente, vittorioso, che salva con un atto di forza, oppure l’immagine di un Dio che assume la vostra debolezza, la vostra vulnerabilità, di un Dio che crede fino in fondo alla vostra libertà? E se è questa seconda immagine in cui credete,  come potrei, senza rinnegare tutto questo, scendere dalla croce? Trionferebbe l’immagine del Dio potente e io non porterei a termine la mia missione perché nel momento decisivo rinnegherei questa vulnerabilità di Dio messa nelle mani dell’uomo, non avrei dato credito alla vostra libertà, in tal modo si penserebbe che Dio non è stato serio nell’offerta dell’amicizia, non si è sottoposto a tutte le sue conseguenze, quindi, in conclusione non ama veramente l’uomo né la sua libertà. Come si potrebbe affermare la misericordia di Dio senza limiti se a un certo punto dicessi basta, l’esperimento qui è finito?. Come potevo io entrare fino in fondo nel vostro battesimo, nella vostra morte, lì dove siamo soli, isolati, se scendevo dalla croce. Per questo ritorna la domanda: ma qual è il Dio in cui crediamo noi? E’ il Dio del Vangelo, è il Dio della rivelazione di Gesù Cristo, è il Dio che nessun filosofo ha potuto mai pensare, immaginare, che si rivela nel Crocifisso, che non si può riconoscere se non con una totale conversione del cuore? Oppure al Dio potente, che si impone e fa rispettare le sue leggi con la forza? Chiediamo anche a Maria che ha vissuto sotto la croce questa rivelazione del Padre. Noi, ancora una volta, vogliamo cambiare questo immaginario di Dio, ma queste realtà ci aiutano a capire quanto ancora siamo pagani nel nostro concetto di Dio, vogliamo un Dio che ci provi ma che ci salvi prima che le cose vadano male, torniamo sempre all’immagine di un Dio a nostro servizio, non un Dio a cui possiamo e dobbiamo affidarci totalmente, così come Gesù si è affidato al Padre. Dio è per noi come un mare noi vogliamo buttarci in lui ma con qualche salvagente, per poterci ancora salvare da soli. Gesù ci pone di fronte al nostro paganesimo e ci interroga: “Sei disposto ad aprire il cuore al Dio del vangelo e a tutto ciò che tale accettazione comporta?

 

4) Matteo 27, 45-54.

“Dall’ora sesta ci furono tenebre su tutta la terra fino all’ora nona”.

Questa espressione densa, pesante, ricorda le tenebre che ricoprivano l’abisso all’inizio della creazione. E’ il momento misterioso della vita del Signore, forse è l’avverarsi di quello stato di abbandono che è sperimentato e continua ad essere sperimentato, dai mistici cristiani e non solo, della desolazione spirituale. Gesù sarebbe giunto a sperimentate al massimo tale stato di abbandono, sarebbe giunto all’estremo della disperazione umana, non in quanto peccaminosità e ribellione contro Dio, ma come angoscia e sofferenza. Comunque è certo che Gesù muore come capo del Corpo mistico, come capo di tutti noi, tutte le esperienze che avvengono in noi e che possiamo difficilmente oggettivare e spesso comunicare ad altri, ciò che in noi si verifica di abbandono, di angoscia, di solitudine, di chiusura, di mancanza di fede, di speranza, di amore a Dio, tutto questo per noi è una via verso la conoscenza di Cristo, perché lui ci è passato, è il capo di tutti noi. Ciascuno di noi partendo dalla propria esperienza è invitato a cogliere nelle ultime parole di Gesù il punto di riferimento per intuire che come avviene dentro di noi, così è avvenuto in Gesù, e lui anche nel suo abbandono, si mostra amico e ci rivela chi siamo e attraverso quali misteriosi sotterranei (tunnel) giungiamo alla conoscenza di Dio e alla libertà del cuore. Una corrente mistica occidentale ha spesso considerato ineliminabile nell’uomo spirituale l’esperienza dell’aridità, del tedio, della fatica, dell’oscurità, della notte. Ma è un cammino ascendente: dalla debolezza della nostra carne, attraverso la purificazione, si arriva alla contemplazione della luce di Dio. Ma questa realtà bisogna interpretarla cristologicamente, alla luce del Vangelo, noi siamo chiamati laddove è Cristo, a conoscere Dio come Cristo ce lo ha fatto conoscere. E poiché la potenza di Cristo si è rivelata nella debolezza, la luce di Dio si è rivelata nelle ore oscure della croce, la gloria e la speranza di Dio si sono manifestate nel grido di dolore e di abbandono di Gesù, anche noi in qualche maniera siamo chiamati attraverso le vie proposte da Gesù alla conoscenza di un Dio diverso da quello che pensiamo.

Torna la domanda: “Ma perché Dio si fa conoscere nella croce? Non poteva Gesù scendere dal legno, salvarci in maniera più facile? Se l’avesse fatto, avrebbe davvero preso sul serio l’abisso dell’uomo e del mondo? La sua non è stata una morte gloriosa ma violenta. Ci sono, per grazia di Dio, delle morti dove si respira un’aria di serenità, di pace: è la forza del Risorto che si riversa nell’esperienza più tragica dell’uomo, che qualche volta trasfigura la morte, ma la morte di Gesù non è stata così.

Dopo le sue ultime parole si verifica il malinteso: “Costui chiama Elia”, danno una spugna con aceto, c’è confusione, nessuno spettacolo di grandezza, non gente ammirata che prega (se escludiamo Maria e Giovanni). Tutto si svolge tra il serio e il ridicolo, in mezzo a persone abituate a vedere morire i condannati, e Gesù di nuovo che grida ad alta voce, un grido privo di parole, misteriosissimo. La morte di Gesù è drammatica, non ha l’aureola della serenità e della pace, precipita nell’abisso della malvagità umana che lo inghiotta. Notiamo che mentre Giovanni e Luca ci presentano l’aspetto trasfigurante della morte di Gesù, Matteo e Marco mostrano l’aspetto più drammatico e amaro.

Questo secondo aspetto rappresenta la sua partecipazione a tante nostre morti senza grandezza, proprio come avviene nella maggior parte degli uomini  e delle donne della terra: pensiamo a tutte le carneficine, a tutti i lager, a tutti gli attentati, i terrorismi. Questa morte drammatica e amara del Signore è la sua partecipazione a tante nostre morti senza aureole, senza grandezza. La morte di Gesù partecipa della imprevedibilità dell’esperienza umana della morte, non c’è che da adorare il mistero del Signore che si è assimilato con ciascuno di noi. Non sappiamo quale sarà la nostra esperienza di morte, tuttavia sappiamo che il Signore, con amicizia ci ha preparato la strada e ci verrà incontro, questo è sicuro!

Dopo che Gesù ha reso lo Spirito, ecco che si schianta il velo del Tempio in due parti, trema la terra, si spezzano le pietre, si aprono i sepolcri, il centurione che teme. Gli esegeti rimangono perplessi di fronte alla descrizione degli Evangelisti. E’ vero che di fronte alla morte di Cristo non c’è che il silenzio, ma è un silenzio dove anche queste risonanze cosmiche possono essere colte solo dalla fede. Ci limitiamo a considerare ciò che accade al centurione e alle guardie: “Sentito il terremoto, visto quel che succedeva furono presi da grande timore: davvero costui era Figlio di Dio!”. Siamo di fronte alla prima proclamazione di Gesù e al primo rivelarsi degli effetti di questo paradosso di Dio, di questa sua debolezza nell’esperienza umana, proprio in quel momento traspare chi è veramente il Signore. Nel momento umanamente meno adatto, nel momento in cui era apparsa tutta l’amarezza della morte di Gesù e la gente vi aveva assistito con indifferenza, il centurione e le guardie, che sono al di fuori, non possono resistere al linguaggio degli avvenimenti ed esclamano: “Malgrado tutto questo Gesù era qualcuno, forse era veramente il Figlio di Dio”. Come sono giunti a questa intuizione? Qui si manifesta il paradosso di Dio che si è rivelato nella maniera più contraria a quanto ci saremmo aspettati: quello che i passanti, l’uomo della strada, i sacerdoti, che non hanno capito, lo hanno capito i soldati. Possiamo pensare che tra di loro c’era qualcuno che prima aveva insultato Gesù e che poi standogli molto vicino ha cominciato a comprendere la pazienza di Dio, il suo modo di essere, il suo modo di agire. Chi guardava da lontano, non ha colto il senso della scena, mentre chi ha visto Gesù a breve distanza, non è riuscito a sottrarsi all’impressione che Dio fosse nel Crocifisso, anche se tutto diceva il contrario.

 “Veramente era amato da Dio”. Dovremmo chiedere al Signore di non riflettere su di lui stando lontano: “Perché ti sei comportato così, era proprio necessario? Perché anche noi dobbiamo fare così?”. Ma dobbiamo riflettere su di lui andandogli vicino, come hanno fatto i soldati, loro malgrado. Se avremo il coraggio di superare il cerchio della gente che da lontano grida senza capire, senza parlargli, ma di entrare nel mistero del suo cuore, allora ci sarà anche per noi una nuova rivelazione, si “spezzerà questo velo del tempio”, che è l’antica conoscenza di Dio, di un Dio grande, potente, che vince il nemico, che schiaccia l’avversario. Deve spezzarsi questo velo del tempio, deve nascere una nuova visione di Dio, il Dio misterioso che un velo copriva questo velo del tempio, conservandone l’intangibilità, l’alterità assoluta, l’inaccessibilità, ora si è fatto debole, povero, vulnerabile in Gesù e può entrare nel cuore di ogni persona, può diventare veramente esperienza di vita anche nostra: esperienza sia di Cristo sia delle esperienze umane di cui abbiamo paura, che vogliamo guardare da lontano, e da cui ci difendiamo con parole convenzionali.

Aiutaci Signore a leggere questa parola, questo grande segno, perché tu Signore, non sei morto semplicemente, sei morto su una Croce, la tua fu la morte del crocifisso. Le qualità del Crocifisso non potevano essere le qualità di Dio del “velo del tempio”: Dio forte, potenza, superiorità; qui c’è debolezza, svuotamento. Quale immagine di Dio, quale immagine di uomo? Tutto è legato alla la croce di Gesù che è la negazione di ogni immagine di Dio intesa come, onnipotenza dispotica, come indifferenza al destino dell’uomo. E dalla croce nasce un’immagine diversa anche di uomo: questa croce è la condanna di ogni immagine di ipocrisia, di strapotere, di sopraffazione, di invidia. Nasce un vero nuovo umanesimo, l’umanesimo del servire, l’umanesimo delle beatitudini. Aiutaci, o Signore, a contemplare la tua morte crocifissa, la Parola che è scritta nella tua morte crocifissa.

Aiutaci, per tuo dono, a rintracciarla nella nostra vita, nelle nostre comunità, in tutte le persone, negli uomini e nelle donne del nostro tempo.

Mi sembrava giusto toccare questo tema del Crocifisso, così vibrante e commovente. Siamo partiti dal battesimo di Gesù, che era la sua condivisione fino in fondo con l’uomo peccatore, per arrivare poi fino alla condivisione con le nostre morti più atroci, più crudeli, più disperate. Gesù è passato anche da queste nostre morti perché chiunque passi di lì non si senta solo.

 

10.                      L’Agàpe non avrà mai fine        

 (I Cor 12,31b -14,1)

 TORNA ALL'INDICE

Questo è uno dei testi più conosciuto, più amato, ed è un epilogo degno delle tematiche che sono state trattate precedentemente.

Iniziamo ad esaminare questo brano dal suo contesto: qui siamo alla fine del capitolo 12, esamineremo il cap 13, fino all’inizio del 14.

Nel capitolo 12 Paolo ha allargato la prospettiva dei Corinti, facendo cogliere loro la molteplicità dei doni carismatici, doni che tutti abbiamo, ora li vuole condurre a un approfondimento: i carismi senza l’àgape, la carità, non valgono niente. Fa una specie di passaggio dall’esterno verso l’interno, dalla organizzazione esterna della comunità, con la molteplicità delle mansioni, al principio di vita dal quale dipende il valore di tutto il resto.

Il dono più sublime, dice, è la carità, che non è un carisma è una via, una strada. Quindi il contesto immediato in cui si colloca il brano è dentro la Chiesa: le caratteristiche della carità sono viste in relazione alla vita della comunità. Se i carismi, per la loro stessa natura, sono elementi di differenziazioni, qualche volta anche di tensione, l’agàpe, la carità, al contrario è l’elemento unificante. Tuttavia la carità è una dimensione così centrale della vita cristiana che ogni espressione ne è coinvolta, pena la sua nullificazione, la sua irrilevanza, la sua stessa morte. E’ opportuno subito evidenziare il senso del sostantivo “agàpe”, in questo specifico contesto ricorre sempre in forma assoluta, senza alcuna specificazione grammaticale, né di aggettivi né di complementi. Altrove Paolo si esprime in maniera diversa, parla dell’ “agàpe di Dio”, cioè l’amore di Dio, l’ “agàpe di Cristo”, l’ “agàpe dello Spirito”, l’apostolo parla anche della “sua agàpe”, della “nostra” ecc. cioè l’amore vicendevole, c’è anche l’ “agàpe della verità”, cioè l’amore per la verità. A differenza di tutti questi usi, qui l’ “agàpe” viene eretta a grandezza unica, autonoma, addirittura personificata. Invece che col semplice verbo: “Se non amo”, viene espressa con una frase compiuta: “Se non ho l’amore”, che evidenzia maggiormente il concetto di agàpe come realtà che può persino essere autonoma rispetto a chi doveva possederla. Così come si può avere o non avere lo Spirito di Cristo. La grande solennità con cui qui l’agàpe viene celebrata, induce a considerarla un valore universale, prescindendo dal suo contesto immediato. Ci può aiutare a scoprire le sue diverse direzioni “l’agàpe di Dio per l’uomo, l’agàpe del cristiano per Dio, l’agàpe vicendevole dei cristiani tra di loro e verso tutti gli uomini”. Qualche studioso ha notato una mancanza di cristologia nell’elogio della carità, Paolo tuttavia non avrebbe mai scritto questa pagina se non avesse avuto l’esperienza viva e personale del Cristo, non fa un discorso astratto, neppure una poesia sull’amore, si sforza soltanto di riproporre ai cristiani di Corinto, che erano tentati di strumentalizzare i doni dello Spirito, i vari carismi, per affermare se stessi. E propone loro l’esperienza di Cristo che ci ha salvati con la follia della croce, che è il massimo dell’amore, e non è un caso che l’elogio più grande della carità, Paolo l’abbia fatto in questa lettera che contiene i tratti più forti della “teologia crucis”.

Quanto detto fa luce anche sul particolare genere letterario del brano: per qualcuno è un’esortazione morale, per altri un inno, un discorso di sapienza, un sermone. Tuttavia sembra possibile dichiarare 1 Cor 13 un semplice encomio solenne dell’agàpe e nel testo l’amore viene celebrato con solennità, con intensità.

a) Incominciamo col primo versetto: “Vi mostrerò la via più sublime” (12,31b).

Paolo invita i Corinti, particolarmente interessati ai doni, ai carismi, ad appassionarsi ai doni davvero grandi: “Desiderate intensamente i carismi più grandi. Ebbene, vi mostrerò io la via più sublime”. Per i discepoli di Gesù il dono più sublime, per antonomasia, è l’agàpe, la carità, al di fuori della quale, il traguardo di un’esistenza realizzata viene mancato. Come il pio israelita percorrendo la via della Legge, della Torà, nella misura in cui era fedele ad essa, abitava nella pienezza dell’alleanza con il suo Dio, così il cristiano, seguendo la strada dell’agàpe può giungere alla sublimità della vita in Cristo, che si mostra nella sua croce, ed è Lui stesso, in verità, la carità di Dio. Diceva Ignazio di Antiochia: “L’amore è la via che vi innalza a Dio”. Colui che vive la carità cammina nello Spirito, rimane in Lui, può camminare in Cristo Gesù, può giungere alla statura perfetta di Lui, unica via che conduce al Padre, è la via per eccellenza. Paolo sembra dire: l’agàpe non è soltanto un dono dello Spirito Santo, ma è la presenza dello Spirito Santo medesimo nel cuore dell’uomo. La carità non conduce soltanto a Dio ma è già Dio in noi, l’agàpe cammina con chi ama.

b) Continuiamo con 1 Cor 13, 1-3.

Paolo subito dopo questa introduzione, per avvalorare questo suo principio (“la via più sublime è la carità”), mostra la superiorità dell’agàpe, con una triplice antitesi, che fa luce sull’essere del cristiano. L’ “io” del cristiano senza l’amore è inconsistente, può anche gloriarsi dei carismi più nobili, ma se non è impastato di agàpe, tutto quello che fa è semplicemente vanità. Per essere carità l’ “io” del cristiano deve passare attraverso una reale morte di sé, solo allora l’agàpe può diventare in lui sorgente di vita.

- La prima antitesi è tra l’amore e il parlare in lingue: “Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità sarei come un metallo che rimbomba o come cembali che crepitano”. Potrei avere le più alte dialettiche, potrei essere anche un grande comunicatore, ma se non ho la carità, non comunico assolutamente niente, il suo interminabile parlare è semplicemente rumore, strepito e rimbombo.

- Il secondo confronto è tra l’amore e la profezia, la conoscenza, la fede: “Se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri, e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla”. La profezia era una tra le attività cristiane più sublimi, era infatti la conoscenza di tutti i misteri, che è proprio dell’uomo spirituale, a cui lo spirito rivela la sapienza di Dio, che riguarda il suo disegno di salvezza, rimasto nascosto da secoli e che ora è rivelato nel Cristo crocifisso. Il possesso di tutta la conoscenza sta a indicare una pienezza di conoscenza, intesa come esperienza profonda dei tesori della sapienza di Dio nascosta in Cristo. L’espressione: “Se possedessi tanta fede da trasportare le montagne” esprime tratti tipicamente evangelici: “Se avrete fede pari a un granello di senape direte a questo monte spostati ed esso si sposterà”. Secondo Paolo quel cristiano che possiede tutti questi carismi ma non ha l’amore esiste come una nullità, privo di ogni valore, di ogni importanza. Qui si avverte l’eco del libro di Sapienza 9: “Se anche uno fosse il più perfetto tra gli uomini, mancandogli la tua sapienza sarebbe stimato un nulla”.

- L’altra antitesi è tra la carità e il dono dei propri beni e della propria vita: “E se distribuissi tutti i miei beni, consegnassi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe”. Si possono fare queste cose per protagonismo. Secondo Paolo è possibile consegnare i propri beni ai poveri, sacrificare la propria vita, senza avere la carità. Anche in questo caso, tutto ciò per l’uomo può costituire il massimo del suo sacrificio, una generosità senza limiti, ma se non è vissuto nell’amore non è utile a nessuno, è solo un’opera faraonica, autoesaltante. La caduta e lo smarrimento della carità svuota ogni azione anche la più straordinaria ed eroica. Ma c’è  di più: senza l’amore non si “è”. E Paolo lo sottolinea espressamente: “Non sono nulla”, solo amando l’uomo “è” e “fa essere” l’altro.

c) Poi arriviamo a 13, 4-7: dove vengono elencate le operazioni della carità.

Questo versetto descrive le qualità dell’agàpe, definite da 15 verbi, che ne evidenziano non il contenuto astratto ma l’azione che suscita. Di queste 15 tre sono positive: l’agàpe è paziente, benigna, si compiace della verità; otto sono negative: non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, ecc. E le ultime quattro ancora positive: tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. Nota il Card. Martini: “Ci accorgiamo subito che la lista dei non  è più lunga della lista dei si, a sottolineare la preferenza di Paolo nell’indicare ciò che l’amore non fa. E le stesse opere positive richiedono un “patire” più che un “agire”. Quindi amore non significa” fare qualcosa per gli altri” come si pensa abitualmente, ma piuttosto il “sopportare” gli altri come sono. Messo alla prova, l’amore vero sa tollerare, è paziente, sopporta”.

 Approfondiamo un po’ questi versetti.

La carità è paziente, è magnanime. La magnanimità è un dono dello Spirito, pazienza e magnanimità sono qualità proprie di Dio, il quale è “lento all’ira”, sopporta con grande pazienza, dà a chi ha sbagliato il tempo della conversione. E’ l’agàpe che fa del cristiano un uomo paziente, generoso, tollerante, disponibile verso tutti. L’agàpe sopporta l’altro quando questi disprezza, lancia ingiurie, l’agàpe non contraccambia il male ricevuto, rinuncia al proprio diritto. La carità dischiude sentimenti costanti ed elevati, un atteggiamento generoso, nobile.

E’ benevola la carità (v. 4). La stessa benevolenza come la pazienza è un dono dello Spirito, è un tratto di Dio, che si mostra benevolo verso tutti gli uomini, verso i credenti, verso i pagani, i buoni e i cattivi. L’agàpe sospinge i cristiani a indossare sentimenti di tenerezza, di bontà, a mostrarsi benevoli gli uni verso gli altri. La carità mostra anche un tratto esteriore di signorilità, di affabilità: è l’atteggiamento di chi aiuta sorridendo, di chi previene con tatto, con discrezione. Il suo contrario è la severità, la durezza. Potremmo dire che la benignità porta sempre con sé l’olio della mitezza. Il cristiano è chiamato a mettersi a servizio degli altri, è qualcuno di cui ci si può servire, è una persona che riveste un atteggiamento tale che per gli altri è un invito a domandargli servizi effettivi.

La carità non è invidiosa. L’agàpe non si esprime nella gelosia, nella rivalità, nell’invidia, perché la gelosia è grettezza e la carità è magnanimità, la gelosia crea divisioni e la carità è comunione. La carità non è mai fanatismo.

La carità non si vanta. Ha il senso delle proporzioni, non eccede in atteggiamenti di superiorità nei confronti degli altri, ritenendoli più deboli, più incapaci. Colui che vive nell’amore ha la percezione del proprio limite e anche del proprio valore, non è molto loquace: chi ama non chiacchiera troppo.

La carità non si gonfia d’orgoglio. Il gonfiarsi esprime l’atteggiamento di colui che vuol farsi da sé, ambisce a riempire l’esistenza della propria presunta pienezza, senza accorgersi che è vuoto e sterile, è pieno di sé, fa sentire agli altri il peso del suo effimero. Al contrario chi ama si dona così com’è, anche nei confronti degli altri l’agàpe tende a tenersi in disparte, tutta al più si pone a fianco, in compagnia della persona.

La carità non manca di rispetto. Il verbo usato da Paolo ha anche a che fare con la sfera della sessualità, in questa linea l’amore rispetta il decoro, conosce la disciplina, la misura, conosce anche la grazia, la leggiadria, c’è un rispetto anche dei costumi, c’è un riflesso della dimenticanza di se stessi. Il dominio di sé è messo in azione anche dal tatto, che è il tratto fondamentale dell’amore, spesso nei nostri comportamenti siamo intempestivi, non sappiamo attendere e tacere. L’agàpe è molto attenta alla sensibilità dell’altro.

La carità non cerca il proprio interesse. Forse sta qui il cuore dell’agàpe. Questo atteggiamento è fondato sull’amore di Dio che è pura gratuità. Ed è espressa da Cristo che non cercò di piacere a se stesso (Rom. 15), ma si fece carico di tutte le nostre ingiustizie. Così il discepolo non cerchi il proprio interesse ma quello degli altri. Un amore gratuito disinteressato è un amore universale, che non fa preferenza di persone. Le preferenze del cristiano, se ne ha, vanno agli ultimi della terra, a coloro a cui non si può ottenere un contraccambio.

La carità non si adira. L’agàpe non è acida, non perde il controllo di sé, non si lascia irritare, perché in se porta la forza stessa di Dio, che si manifesta nella debolezza.

La carità non tiene conto del male ricevuto. L’amore non fissa il ricordo del male sul libro della memoria. Nella lettera ai Romani Paolo dirà: “Non lasciarti vincere dal male ma vinci il male con il bene”. La carità prende il male su di sé e lo vince. L’amore non ha l’istinto di eternare il male, al contrario ne estingue il ricordo. E’ l’atteggiamento proprio di Dio che fa sorgere il sole sopra i buoni e sopra i cattivi, fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. E’ l’amore stesso di Gesù che sulla croce prega per i suoi crocifissori: “Non sanno quello che fanno”.

La carità non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. L’agàpe soffre quando si compie un’ingiustizia e si rallegra là dove si fa la verità. L’amore prende parte con gioia alla verità che riconosce nell’altro la ricerca, la carità non è presente nello spirito settario, ma applaude al bene, al vero. La carità sta a fondamento dell’edificazione del mondo, della storia.

La carità tutto scusa, tutto copre. Gli ultimi quattro verbi che descrivono l’agàpe sono accompagnati dal termine “tutto”. L’amore è un’immensità che tutto avvolge, tutto sceglie con coraggio, tutto scusa: la carità non amplifica il male del fratello ma l’accoglie nel suo cuore magnanimo, lo scusa con la sua discrezione, lo copre con il suo silenzio. La carità “tutto crede”: l’agàpe non perde mai fiducia, è sempre orientata a dare molto credito al fratello ancor prima di essere sicura che lo merita, semplicemente si fida dell’altro. La carità “tutto crede”: è simile alla semplicità del fanciullo che sempre si fida, perché la sua fiducia si fonde in Dio, e vede l’uomo e il mondo alla luce della creazione e redenzione. La carità “tutto spera”: l’agàpe non cessa mai di sperare, sa attendere anche quando è davanti al male. La speranza è modo e segno del peregrinare del cristiano, tutto spera da Dio, ma spera anche di ottenere dall’uomo che si strappi dalle sue schiavitù: ad un simile sperare dell’amore non c’è confine. La carità “tutto sopporta”: accetta ogni debolezza, ogni fallimento, sopportando tutto supera tutto, anche la sofferenza e la morte: è l’esperienza di Paolo prigioniero: “Sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelti”. Ed è una sopportazione che aborrisce la lamentosità, nel momento in cui le speranze sono smentite, la carità non si lamenta delle ingratitudini ma le sopporta, sapendo che: “La tribolazione produce pazienza, la pazienza la virtù provata, la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rom 5, 3-5).

Paolo delinea la virtù della carità quasi personalizzandola, l’agàpe è il soggetto dei verbi, tutti attivi, che esprimono relazione, non dicono che cosa fare o a chi farla, ma come porsi di fronte all’altro, in questo modo si fa concretezza e il cristiano è afferrato dall’agàpe. L’uomo agàpico è come perduto nella carità, in lui si fa presente l’amore stesso del Cristo. La famosa frase: “Charitas Cristi urget nos”, significa: “L’amore del Cristo ci sospinge al pensiero che Uno è morto per tutti, perché quelli che vivono, non vivono più per se stessi ma per colui che è morto ed è risorto per noi”.

Diversa è la condizione di chi rimane intrappolato nel proprio “io”. Il cristiano che insegue le lingue, le profezie, i miracoli, la conoscenza, rischia di farsi discepolo di una sapienza mondana che lo costringe alla sua autoglorificazione e lo chiude alla relazione condannandolo, perché il proprio “io” lo porta a prevalere sul fratello. L’elogio della carità come appare nei vv. 4-7 è una specie di cristologia velata: l’amore, l’agàpe per Paolo è  prima di tutto l’atto attraverso cui Cristo è morto sulla croce ed è risorto per noi. Ai Corinti come a tutti i cristiani, amanti di esperienze spirituali eccezionali, l’apostolo offre questa via, che va molto al di là di ogni immaginabile desiderio.

L’ultima strofa parla della perennità della carità

d) L’ultima parte di questo Inno 13, 8-13: parla della perennità della carità.

Quest’ultima parte si apre con un’affermazione che rivela una certezza incrollabile: “La carità non avrà mai fine”. Questa affermazione è pienamente vera solo in Dio, Lui solo persiste nel suo amore. La carità discerne ciò che è essenziale da ciò che non lo è. I doni più alti che edificano il Corpo di Cristo avranno fine: le profezie scompariranno. Nel momento in cui la profezia si adempie verrà annullata, sarà superata, non servirà più. Il dono delle lingue cesserà, venute meno le profezie, anche le lingue taceranno, il silenzio trionferà, perché il discorso sarà definitivamente concluso. La stessa conoscenza svanirà, nel momento in cui Dio manifesterà se stesso con larghezza, più nessuno potrà vantarsi della propria porzione segreta di conoscenza. Tutti questi carismi apprezzati dai Corinti (profezie, dono delle lingue, conoscenza dei misteri di Dio) sono dichiarati parziali, solo l’agàpe rimarrà, solo essa è la perfezione. E Paolo insiste: “In modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo, ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà”. I carismi cesseranno col passar della vita, della comunità storica, ciò che è parziale, imperfetto deve perciò lasciare il posto al tutto, alla totalità del mondo futuro. Il frammento della nostra conoscenza viene superato dalla rivelazione definita di Dio, il “tutto” è solo l’agàpe. La perfezione e l’integrità della carità gettano luce sulla maturità cristiana: “Quand’ero bambino parlavo da bambino”: colui che si affida ai carismi è come un bambino che balbetta. Al contrario l’uomo posseduto dalla carità è il cristiano adulto nella sua umanità: se non siamo umani non siamo nemmeno cristiani. La totalità dell’uomo perfetto si realizzerà pienamente solo nell’escatologia, alla fine. In questo nostro tempo davanti a Dio siamo tutti dei fanciulli. Ora vediamo in modo confuso, come in uno specchio: c’è questo non-ancora, c’è il rischio di cercare Dio solo nei prodigi, nel miracolismo, in ciò che appare meraviglioso straordinario. Al contrario, è solo rimanendo nella semplicità dell’agàpe che possiamo incominciare a intravedere “faccia a faccia” il nostro Dio, perché Lui è agàpe, carità. Nel tempo presente ogni conoscenza di Dio è incompleta (“ora conosco in modo imperfetto”), oscura, solo lasciandomi amare da Dio-agàpe, io posso cominciare a conoscere come Lui stesso mi conosce, a vedermi come Lui steso mi vede, ad accogliermi come Lui stesso mi accoglie. L’agàpe diviene così il luogo divino, in cui Dio si dona a me in Cristo per lo Spirito e io mi dono totalmente a Lui in Cristo, per lo Spirito. Abitando in questo vincolo comune: “Chi mangia la mia carne dimora in me e io in lui” c’è questa dimora reciproca, anche se tuttavia il nostro sguardo rimane opaco, confuso: “In quel giorno conosceremo Dio come Lui ci conosce adesso”. Vedremo in volto l’Amore, capiremo che la gloria di Cristo è la croce, e anche le umiliazioni, le difficoltà che noi abbiamo vissuto in questo mondo facevano parte di quella gloria che si sarebbe rivelata dopo, che già nella debolezza si nascondeva il volto glorioso di Cristo. Nell’agàpe il carisma finisce, perché nell’amore siamo oltre il dono carismatico, la carità è all’inizio e alla fine: “ Or dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma più grande di tutte è la carità”. Dio non è né fede né speranza ma è amore e se Dio non amasse non sarebbe più Dio: Dio è semplicemente agàpe. Quando noi sforziamo di amarci vicendevolmente, facciamo ciò che Dio è da sempre: l’amore. Ecco perché l’agàpe è la più grande di tutte.

“L’agàpe non avrà mai fine”. Paolo termina il suo elogio alla carità con un invito pressante ai suoi interlocutori affinché perseguano con sollecitudine la via più perfetta di tutte: “Aspirate alla carità”, cioè cercatela, andate a caccia, essa sola realizza l’autentico credente, la vera comunione cristiana. Una lettura attenta dell’Inno alla carità ci fa comprendere che essa soltanto può edificare una comunità, una famiglia, la Chiesa. Solo l’agàpe è forza aggregante, dono gratuito, amore disinteressato, capace di edificazione. Anche i vari carismi, i vari doni che abbiamo, senza la carità diventano strumenti di prestigio, potere, fonte di divisione, momenti di tensione. Unicamente amando Dio e i fratelli più dei propri doni siamo spinti a orientarli al bene di tutta la comunità, in vista dell’unità di tutto il Corpo che è la Chiesa. E questa edificazione comune non sorge in maniera automatica, cioè come semplice conseguenza del carisma, ma esse cresce col carisma in quanto animato dall’amore ed  esercitato nell’agàpe.

 

 

Bibliografia

 

Don Franco Mosconi                  Meditazioni Spirituali                 Camaldoli (AR) 2002

 

HOME          RIFLESSIONI a cura di DON ANTONIO SCHENA - MOTTOLA (TA)TORNA ALL'INDICE