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Tutto il libro di Giobbe potrebbe essere letto alla luce dell’antica
sapienza biblica che è esperienza vissuta, interiorizzazione
e riflessione: “Ti ho conosciuto per sentito dire, ma ora ti ho visto!” (42,5).
Il libro di Giobbe fa parte dell’A.T. e precisamente dei libri sapienziali (Salmi, Proverbi, Ecclesiaste,
Cantico dei Cantici, Sapienza, Ecclesiastico). Questi libri ci aiutano a
cogliere una sapienza universale che si trova in tutte le culture, non
attraverso una riflessione filosofica ma attraverso l’esperienza della fede. La
riflessione su Dio nasce da un’esperienza concreta e Giobbe parte dalla sua
esperienza.
Prima del Concilio Vaticano II prevaleva la teologia scolastica: prima
si spiegava Dio e poi si faceva esperienza di Lui. Oggi, invece, prevale la
teologia esperienziale: partire dall’esperienza di
Dio per arrivare alla sua conoscenza. L’ideale sarebbe armonizzare queste due
teologie. Questo gruppo di libri sapienziali si
ritrovano in questa massima: “L’inizio della sapienza è il timore del Signore”.
Tutto il libro di Giobbe si potrebbe dividere in due parti: una parte
poetica (3-42) e una parte in prosa (prologo ed epilogo).
La parte centrale è un testo pre-esistente a cui è stato aggiunto un
prologo e un epilogo. La parte pre-esistente racconta la storia di un uomo
giusto, chiamato Giobbe. Più che storia è una favola, un
racconto conosciuto in tutta la letteratura orientale. Non è quindi una
storia vera, ma si parla dell’uomo giusto e dentro a questo
racconto (o favola) l’autore ispirato ci vuole insegnare delle verità. Giobbe è
l’uomo perfetto, la sua vita non fa una piega, proprio per questo ci sono dei
dubbi circa la storicità del personaggio Giobbe, perché nessun uomo è perfetto.
Caratteristica della favola è quella di far emerger gli
estremi: il buono e il cattivo, ma dà anche degli insegnamenti: per Giobbe
tutto rimane mistero, lui non lo sa, ma noi che abbiamo letto il libro,
sappiamo come va a finire la sua storia. Noi tutti abbiamo delle prove,
anche la storia biblica è piena di personaggi provati da Dio. Abramo, per
esempio, non capisce come mai Dio prima gli permette una lunga discendenza e
poi quando nasce il figlio Isacco che avrebbe dovuto riunire questa
discendenza, Dio gli chiede di sacrificarlo sul monte Moria. Alla luce della economia della salvezza, possiamo dire che la prova è
un segno di benevolenza da parte di Dio. La prova è un segno delle nostre
forze, perché Dio mette alla prova coloro che ama, e nella prova c’è sempre un
intervento di Dio a favore dell’uomo. Giobbe prima
viene arricchito di ogni bene e poi è
provato da Dio. Anche nel battesimo di
Gesù, Dio lo chiama: “Figli mio”, ma poi lo manda nel
deserto per essere tentato da Satana. L’azione di Dio precede qualunque azione
dell’uomo. Questo non vuol dire che a livello umano, quando siamo provati siamo
sereni, tutt’altro, proviamo la tensione, il
contrasto. Ma la prova vista in questo progetto
salvifico di Dio, acquista una connotazione di fede. La prova è il segno della
nostra risposta al progetto di Dio, è la risposta a Dio che ci chiede se
abbiamo preso a cuore il suo progetto. Questo itinerario lo ha provato il
popolo di Israele: dopo essere stato scelto da Dio,
egli lo prova per 40 anni nel deserto, ma la mèta finale è la terra promessa.
La prova, quindi, si colloca dentro un cammino dove Dio interviene per primo.
(Giobbe 1,1-12)
Questa parte del capitolo primo si può dividere in tre momenti:
- Nella prima parte c’è la presentazione del personaggio Giobbe
(1,1-3).
- Nella seconda la presentazione della sua famiglia (1,4-5).
- Nella terza parte ci si trasferisce dalla terra al cielo dove sono
convocati i figli di Dio per decidere la
sorte di Giobbe (1,6-12).
All’inizio del libro ci viene presentato non
un figlio d’Israele ma un figlio della cultura orientale. Questo ha qualcosa da
dire alla cultura ebraica e anche a noi che spesso ci capita
di incontrare personaggi pieni di fede ma al di fuori della nostra cerchia. Di
Giobbe si dice che era: “Integro”, cioè
in armonia con se stesso, cioè viveva i valori morali. “Retto”:
la sua relazione con gli altri aveva una
dimensione di benevolenza, oltre i valori morali (“integri”), viveva anche i
valori sociali. “Temeva Dio”: ci sono due modalità
di timori: di paura e riverenziale. Qui in Giobbe predomina il primo aspetto. “Alieno
dal male”: il timore di Giobbe va verso la paura di offendere
Dio, non verso la consapevolezza della sua persona. Queste
stesse caratteristiche Dio le presenta a Satana (v.8):
cioè la benevolenza degli uomini verso di lui è riconosciuta anche da Dio.
La vasta famiglia di Giobbe: 7 figli e 3 figlie (simbolismo dei numeri
7 e 3 che indicano pienezza ), è presente nella
seconda parte, dove emerge un altro aspetto di Giobbe: la sua vita sacerdotale.
Dopo i banchetti dei figli gli sorge un dubbio: “forse
i miei figli hanno peccato”, e offre riti sacerdotali di purificazione per i
loro peccati.
Nella terza parte veniamo trasferiti nella sfera celeste (1,6-12): Dio
convoca i “suoi figli” (sono esseri superiori agli
uomini, che formano la corte di Jahwè e il suo consiglio e vengono identificati con
gli angeli) e tra essi c’è Satana. Questa figura di Satana, però, non deve
essere identificata con quel personaggio che noi conosciamo nel N.T. Qui
Satana, secondo l’etimologia ebraica indica l’avversario, l’accusatore; qui
però la sua parte è piuttosto quella di una spia. Si tratta di una figura
equivoca, distinta dai figli di Dio, scettica riguardo all’uomo, tutta tesa a
coglierlo in fallo, capace di scatenare su di lui ogni sorta di
mali e perfino di spingerlo al male. Anche se non è
deliberatamente ostile a Dio, mette in dubbio però la riuscita delle sue opere
nella creazione dell’uomo, e lo stesso atteggiamento di Dio nei confronti di
Giobbe: “Hai posto una siepe attorno a lui”.
Nel N.T. abbiamo una triplice denominazione di Satana con le relative
funzioni: il tentatore (colui che
seduce), il diavolo (colui che crea divisioni, contrasto)
e Satana (colui che crea opposizione).
Qui Satana (siamo nel V secolo a.C.) ha il compito di esaminare il
comportamento degli uomini, mettere in dubbio le persone e provare le stesse.
Nella Bibbia questa triplice funzione appartiene a Dio. Nell’episodio di Sodoma, nel dialogo tra Dio e Abramo, Dio stesso suscita in Abramo dei dubbi: “Se ci fossero 50 giusti”. Qui sembra che Dio conceda queste funzioni a Satana che investiga, esamina e prova. Ma noi sappiamo che Dio non vuole il male, ma lo permette solo a una condizione: che da quel male possa ricavare il bene per la persona che lo compie.
(Giobbe 1,13-22)
Questo brano si divide in tre parti:
v.12
v.13-19
v.20-22
Non possiamo introdurci in questo brano senza ripetere ciò che Dio aveva detto al v.12: “Ecco quanto
possiedo è in tuo potere ma non stendere la mano su di lui”.
La seconda parte (v.13) si apre con
un’espressione di tempo: “un giorno” espressione che
abbiamo già trovato al v.6: “Un giorno in cielo i
figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore”.
Nel v.6 c’era una convocazione da parte di
Dio di tutti i suoi figli. Qui, invece, (v.13)
l’espressione “un giorno” ci riporta sulla terra, dove sono riuniti i figli di
Giobbe.
Le disgrazie che stanno per accadere a Giobbe sono
senza perché: da una parte si dice che Giobbe era integro ed è ciò che anche
Dio riferisce a Satana; dall’altra possiamo dire che non c’è niente che possa
dare adito agli eventi che stanno per accadere.
Qui, appunto, si comincia a mettere in dubbio la teoria della
retribuzione diffusa al tempo di Giobbe: se ti trovi in disgrazia è perché hai
agito male, se godi benessere vuol dire che Dio è con te. Se
quest’uomo era giusto, integro, perché Dio permette
queste disgrazie?
La risposta l’abbiamo già data nella precedente riflessione: Dio prova
i suoi figli.
Anche Gesù, nel deserto è provato da Dio per vedere se si comportava da
figlio, il Padre nel Battesimo lo aveva chiamato: “Figlio”, ora Dio stesso
chiede una conferma: dimostra di essere figlio anche
nella prova.
E Gesù lo dimostrerà: “Sta scritto”.
A questo interrogativo (perché Dio permette il
male dell’uomo giusto?) risponde anche Isaia 55,6: “I miei pensieri, le mie vie
non sono le vostre”.
Dio agisce sempre per il bene della persona anche quando la mette alla
prova. Anche Gesù dà la sua versione e risponde all’interrogativo sul cieco
nato (“chi ha peccato, lui o i suoi genitori?”) e dice: “questo
avviene perché si manifesti la gloria di Dio”, cioè le sue vie.
Ritorniamo all’episodio: comincia ora ad
attuarsi tutto quello che Dio aveva detto a Satana, la scena si svolge con
rapidità: avvengono 4 disgrazie provocate da 4 fattori diversi: i Sabei, un fuoco, i Caldei, un
vento impetuoso.
La prima e la terza disgrazia (Sabei, Caldei) è provocata dagli uomini.
La seconda e la quarta (fuoco e vento) sono fenomeni naturali. L’uomo e
la storia da una parte, la natura e la creazione dall’altra, sono le due fonti
della sofferenza, e l’uomo di fronte ad esse è
impotente.
Di fronte a queste tragedie come reagisce Giobbe? (v. 20). Così come
lui offriva sacrifici (funzione sacerdotale) per i peccati dei suoi figli,
anche qui Giobbe svolge un ruolo sacerdotale: si alzò
e si stracciò le vesti, si rase il capo e si prostrò a terra.
Questi sono i gesti di una persona visitata dal lutto, dalla prova e
dall’umiliazione.
La veste stracciata è la dignità lacerata della persona. Ora la persona
lacerata è Giobbe che si arrende al progetto di Dio: “nudo
uscii dal seno di mia madre e nudo ritornerò”.
Questa azione liturgica (vv.20-22) termina
con questa benedizione e l’autore del libro conclude:
“In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto”.
Questo gesto liturgico (stracciarsi le vesti, rasarsi, pestarsi) avviene nel
profondo silenzio.
Concludendo possiamo dire che in questo primo capitolo
(Prologo) è racchiusa tutta la storia di Giobbe: c’è già la risposta che lui dà
alle prove della vita.
Sembra che questa storia sia lontana da noi, ma quante volte anche noi
di fronte a una disgrazia abbiamo pensato: ma cosa c’è
dietro?
Quante volte anche noi facciamo fatica a superare la legge della
retribuzione: cosa ho fatto io di male perché mi sono capitate queste
disgrazie? Anche noi dobbiamo rispondere a questi interrogativi con le stesse
parole del libro di Giobbe: “In tutto questo Giobbe non attribuì a Dio nulla di ingiusto”.
(Giobbe 2,1-13)
Quando leggiamo un libro, un testo della Sacra Scrittura, dobbiamo
valutarlo in tutto il contesto della Bibbia. E il
centro da cui dobbiamo partire è il mistero pasquale
di Cristo, morto e risorto.
Partendo da quest’ottica, come non vedere in
Giobbe, la figura del Giusto per eccellenza (Cristo), piagato in tutto il corpo
che ha dato la vita per noi?
E’ dentro questo
evento pasquale che noi comprendiamo la storia di Giobbe, la storia del popolo d’Israele, il
Servo sofferente di Isaia.
Con questo spirito ci accostiamo al libro di Giobbe, dove Cristo
diventa la chiave di lettura delle sue vicende non solo, ma di tutta la S.
Scrittura.
Possiamo dividere il testo in tre parti:
il dialogo (2,1-6)
l’azione (2,7-10)
un grande silenzio (7,11-13)
Nella prima parte (1-6) è rappresentata la stessa situazione letta al
cap. I, quando Dio convoca in assemblea “I suoi figli”
nel cielo.
C’è la stessa scena, c’è lo stesso Satana che ora però ha esaurito
senza successo la prima tentazione su Giobbe. Satana pensava di vincere, invece
è rimasto deluso, e di questo suo fallimento, nell’assemblea non se ne parla. Il Signore insiste di nuovo sulle caratteristiche di
Giobbe aggiungendo qualcosa in più: “egli è ancora
saldo nella sua integrità”.
Dio è presente in Giobbe in una modalità
diversa da quella che Giobbe vorrebbe.
Anche nella prova, nella tentazione, Dio non lo abbandona. Satana non si dà
per vinto e lancia un’altra sfida: “toccalo nella
pelle e ti maledirà” e il Signore acconsente, ma impone dei limiti: Egli rimane
sempre il Padre che dalla terra guarda il suo servo Giobbe. In questo dialogo
tra Dio e Giobbe, chi interferisce, chi sta nel mezzo, è sempre Satana.
Anche nel nostro cammino di fede, chi ci impedisce
di vedere Dio? Tutto ciò che si interpone tra Dio e
noi, un qualcosa che è in noi, fuori di noi e che ci impedisce di andare oltre:
Dio ha sempre un occhio verso Giobbe e lui ha un impedimento per vedere Dio.
Nella seconda parte, Satana avuto il permesso da Dio, attua il suo
programma: Giobbe viene colpito da una piaga in tutto
il corpo. Se nel cap.I Giobbe era
al centro della casa, della famiglia, ora con la sua malattia, vive ai margini.
Questa piaga che lo ha colpito ci aiuta a capire la sua situazione
nella famiglia, nella società, nella religiosità.
A causa di questa situazione Giobbe rappresenta il servo sofferente di Isaia, il popolo di Israele schiavo in Egitto.
All’interno di questo episodio c’è la figura della
moglie di Giobbe che non capisce; per noi la moglie rappresenta la famiglia, la
comunità religiosa. “Perché non maledici Dio?” sembra
dire la moglie di Giobbe, chi fa questi discorsi sono i vicini, i parenti, che
spesso non capiscono.
Ma se questo accadesse a noi, Dio mai volterebbe le spalle alla sua creatura.
Anche se Dio si trova in cielo e Giobbe sulla terra,
rimane sempre quel legame tra loro. Giobbe non maledisse
Dio!
La terza parte è caratterizzata dal grande
silenzio (v-13). Dentro questo silenzio c’è sempre una presenza: un buon
samaritano, un cireneo, una veronica.
Nella storia di Giobbe questa presenza sono i suoi amici, andati da lui
per condividere la sua sofferenza: partirono, arrivarono, e piansero.
Non soltanto hanno saputo, ma sono stati coinvolti nella sua storia:
“Stettero 7 giorni e 7 notti e nessuno gli rivolse la parola”. Ci sono stati i
7 giorni di festa dei figli di Giobbe; ora ci sono 7
giorni di silenzio. Tutti e quattro seduti senza dire niente: questo silenzio
attraversa il tempo, le generazioni, gli anni e giunge fino a noi.
Nei momenti della prova (lutto, malattia, sofferenza) anche noi non
sappiamo dire niente, così anche gli altri che ci sono vicini: si può
comunicare anche nel silenzio. Questo silenzio è vero perché è abitato dal
mistero di Dio e dell’uomo.
(Giobbe 3,1-26)
Col capitolo terzo ci inoltriamo nella parte
poetica del libro di Giobbe. Questa pagina si può capire solo alla luce
dell’evento Pasquale, del Cristo morto e risorto.
Possiamo dividere il brano in tre parti:
Il caos (1-10)
Non c’è riposo (11-19)
Basta! (un’esclamazione) – (20-26)
Nella prima parte (1-10) si nota un contrasto tra giorno e notte, luce
e tenebra.
Ci stupisce questa maledizione di Giobbe riferita al
giorno della sua nascita, dopo che nei primi due capitoli abbiamo incontrato un
Giobbe mite e fedele, che nella prima tentazione aveva esclamato: “Il Signore
ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore”.
E quando è stato toccato nella carne, nella seconda tentazione, ha
esclamato: “Se da Dio accettiamo il bene, perché non dobbiamo accettare il
male?”.
Adesso di fronte a questa imprecazione
rimaniamo stupiti: “maledetto il giorno…”. Questa maledizione di Giobbe è stata
pronunciata dopo che sono passati i 7 giorni e le 7 notti di silenzio, dove
Giobbe ha avuto modo di riflettere sul mistero di Dio e dell’uomo e frutto di
questo silenzio è stata appunto questa maledizione.
Come si spiega tutto ciò? Nella esperienza
mistica di coloro che ci hanno preceduto, come per esempio, S. Giovanni della
Croce, si hanno di queste esperienze.
Più si è raggiunti dalla luce e più si è
accompagnati dalle tenebre: questa è la legge del cammino di fede.
Quanto più siamo toccati dalla luce, tanto più facciamo
l’esperienza del nostro limite. Se Giobbe nelle prime due prove si è
abbandonato a Dio, ora è Dio stesso che gli dà la possibilità di rivolgersi a
Lui in questo modo, quindi anche questa imprecazione
di Giobbe è esperienza di Dio.
Dionigi l’Aereopagita parlava di “tenebre
luminose”. Il cammino di fede è segnato da queste tenebre luminose: la notte
dello spirito conosce il raggio di luce della risurrezione.
Di questa prima parte c’è ora da sottolineare
il “caos”, perché Giobbe vuole stravolgere l’ordine della Creazione: quando Dio
creò la luce, la chiama giorno e notte, Giobbe invece predilige solo la notte,
quindi c’è un capovolgimento dell’ordine della Creazione, perché Dio creando la
sera e il mattino disse che: “era cosa buona”.
Giobbe invece vuole restare solo nella notte, nelle tenebre, nella
notte non deve esserci nessuna espressione di amore:
“in quella notte non entrò giubilo”.
La notte, nel cammino di fede, conosce l’eterna luce
del primo giorno, nella notte c’è spazio per il giorno eterno, per il
primo giorno della settimana.
La seconda parte (11-19) è caratterizzata dall’espressione: “non c’è riposo”, ed è incentrata su due parole: “perché?” e
“laggiù”. Giobbe si chiede il “perché” di tante cose: della sua nascita, della
sua esistenza.
Di fronte a questi interrogativi la scelta che fa lui è “laggiù”, nel
regno dei morti, dove gli uomini cessano di agitarsi. Ma
tra questo “perché” e questo “laggiù” c’è un centro che noi possiamo
riconoscere in Cristo Gesù, nel suo regno, che è in noi.
Dall’alto della Croce, Gesù ha consegnato alla terra, all’umanità il
suo Spirito che è in noi.
3. La terza parte è caratterizzata dall’esclamazione “basta!”. E’ il
momento più forte dell’esperienza di Giobbe, perché non c’è pace nella sua
vita, non ce la fa più: “non ho tranquillità, non ho
riposo e viene il tormento” (v. 26).
Per capire questo momento facciamo riferimento ad altri brani della S.
Scrittura. Si pensi alla sterilità di alcune donne
nell’A.T. (Sara per esempio): quando
sembrava che le porte della vita fossero tutte sbarrate ecco che “nell’ora
calda della giornata, viene annunciato ad Abramo la nascita di un figlio”.
Nel N.T. sulla
Croce a Gesù che gridava il suo abbandono: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai
abbandonato?” Ecco che il Padre lo glorifica. Infine la lettera agli
Ebrei (12, 1-4): “Egli in cambio della
gioia che gli era stata posta innanzi, si sottopose alla Croce”. Una Croce che
è Pasqua.
(Giobbe 4,1-21; 5, 1-27)
Vediamo ora il capitolo 4 e 5, dove incontriamo per la prima volta, Elifaz, uno degli amici di Giobbe, sembra il più anziano ed
è una figura umana e profondamente spirituale.
Queste due caratteristiche: l’umanità e la spiritualità sono proprio
della persona saggia, cioè una persona che si avvicina
alla parola di Dio e capisce il Suo Cuore.
Diceva S. Agostino: “Quanto più ti avvicini a Cristo, tanto più le
parole umane diminuiscono”.
E il monaco Pacomio affermava: “Parlo a voi
attraverso la mia debolezza”. Nel testo c’è un clima sapienziale
dove il saggio insegna attingendo dal suo cammino
spirituale. Possiamo dividere i due capitoli in quattro parti:
- La figura spirituale di
Giobbe, caratterizzata da due termini: “allora” e
“ora” (4,1-6).
- Elifaz
presenta la dottrina della retribuzione (4,7-21)
- La fragilità dell’uomo
(5,1-19)
- Elifaz
consiglia Giobbe ad accettare la sua fragilità (5,19-27)
Nel precedente capitolo terzo, abbiamo ascoltato il monologo di Giobbe,
dove lui dopo aver fatto silenzio e aver riflettuto sul mistero di Dio e
dell’uomo per 7 giorni e 7 notti, esce con tanti interrogativi fino a
desiderare la morte. Dopo questo suo monologo intervengono
gli amici e Giobbe risponde a ognuno di essi. In questa prima parte è il saggio
Elifaz a parlare.
Il tono è quello di una persona umana e spirituale.
Prima di esporre il suo pensiero, Elifaz
parte proprio dalla vita di Giobbe, di ciò che lui ha fatto: “Tu hai istruito
molti e a mani fiacche hai ridato vigore”. Queste sono proprio le
caratteristiche dell’uomo spirituale e Giobbe lo ha fatto con i suoi figli:
Giobbe stesso, quindi è una persona saggia, spirituale.
Elifaz, fa notare a Giobbe che “allora tu hai istituito”, ma “ora
questo accade a te e ti abbatti?”. Vale a dire: tu che
hai sostenuto gli altri nel loro cammino, ora ti ribelli perché gli stessi
limiti sono caduti su di te? Ma questa è la pedagogia divina: non bisogna
appropriarsi del ruolo di “saggio” e di “sapiente”
perché anche tu porti le ferite e il limite dell’uomo peccatore. Con queste attenzioni,
Elifaz si introduce nel
discorso, conosce il travaglio di colui
che è chiamato ad essere guida dello spirito (“ora questo è toccato a te e ti
lamenti?”).
Il vero maestro spirituale è colui che conosce
la luce e le tenebre, ma le tenebre alla luce della fede diventano luce.
In questa seconda parte. Elifaz presenta la dottrina della retribuzione (4,7): “Ricordalo: quale
innocente è mai ferito e quando mai furono distrutti gli uomini retti?”.
Elifaz conferma questa dottrina partendo dalla sua esperienza: “Per quanto io
ho visto, chi coltiva iniquità, chi semina affanni, li raccoglie”.
Ma questa dottrina della retribuzione Elifaz, oltre che dalla sua esperienza l’attinge dalla
stessa Parola di Dio: “In una visione vide un personaggio ritto, un messaggero,
un angelo che gli dice: “Può il mortale essere giusto davanti a Dio o innocente
l’uomo davanti al suo Creatore?” (v.17).
Il contenuto della visione è il giusto rapporto della
creatura col Creatore, lo stesso Elifaz si riconosce
peccatore davanti a Dio e a Giobbe. L’uomo ha una fragilità intrinseca
che gli impedisce di presentarsi davanti a Dio come una persona giusta.
Elifaz, quindi, partendo dalla situazione di Giobbe, gli fa capire, nella visione
ricevuta da Dio, che l’uomo è intrinsecamente fragile.
In questa terza parte (5,1-23) si descrive la fragilità dell’uomo ed Elifaz spinge Giobbe ad accettare la sua. In questa terza parte ci sono tre momenti:
v.1: “Chiama dunque”
v.8: “Io mi rivolgerei
a Dio”
v.17: “Beato l’uomo
che è corretto da Dio”
La legge della retribuzione (“se tu sei nella disgrazia è perché hai
fatto del male”) è stata superata da Cristo che morendo in croce, ha salvato
tutti gli uomini.
C’è qui una grande beatitudine della sofferenza: “Beato l’uomo che è
corretto da Dio”
Ma perché Dio fa tutto questo (“Fa la piaga e la fascia, ferisce e
risana”)? Perché ama l’uomo e la prova è frutto dell’amore di
Dio.
Badiamo bene: parliamo di sofferenza di Dio non di quella che si crea l’uomo
o la si procura.
Il limite, la sofferenza sono, pertanto, il
luogo della manifestazione della risurrezione del Signore. L’intervento di Dio
nella vita di Giobbe, e quindi anche nella nostra, è questo: prima purifica e
poi apre cammini di pace e di salvezza.
d)
La quarta parte, quella conclusiva, è su questa scia: la beatitudine
della sofferenza si manifesta in questi due modi: la purificazione e la pace
“da sei tribolazioni ti libererò e alla settima non ti toccherà il male”(v.19).
Giobbe conoscerà di nuovo la prosperità delle cose e della famiglia ed Elifaz conclude: “questo abbiamo
osservato”.
Se le cose stanno così “sappilo” perché tutto
questo è per il tuo bene.
Elifaz invita Giobbe a pensarci su tutta la sua
vicenda: “Ascolta per il tuo bene”.
(Giobbe 6,1-30)
La risposta di Giobbe abbraccia sia il cap. 6 che il cap. 7. La
risposta che Giobbe dà agli amici si muove in un clima molto umano, anche se la
sofferenza, il travaglio, la difficoltà ad accogliere quanto Elifaz aveva detto, sono sempre forti e presenti nella sua
vita.
Questo cap. 6 lo dividiamo in tre parti:
1-13: Giobbe si lamenta di nuovo con i suoi amici.
14-21:Giobbe è abbandonato da tutti.
22-30: Giobbe parla dell’amicizia.
Il lamento di Giobbe possiamo capirlo alla
luce di quanto Elifaz aveva detto circa la dottrina
della retribuzione: “Quale innocente è mai perito?…” (4,7) e invita Giobbe alla
fiducia, nonostante la fragilità umana: “Se vivi questa infermità è perché hai
peccato, però devi avere fiducia”.
E Giobbe risponde: “Se si pesasse il mio cruccio e la mia sventura…”
Qui Giobbe mostra la difficoltà a conciliare l’invito alla fiducia rivoltagli da Elifaz, con la
situazione che lui sta vivendo e così si apre al rimprovero verso Elifaz: “Raglia forse il somaro quando ha l’erba
davanti?…”.
Se l’uomo grida è perché c’è un dolore che non
può tacere e allora le parole che escono possono essere anche senza senso
perché il dolore attanaglia.
Anche il vivere, l’alimentazione per Giobbe non ha più senso: “Si mangia
forse un cibo insipido?”.
Neanche il cibo comunica più la vita e allora a che serve vivere?
Dinanzi a questa esperienza di dolore egli invoca la
morte, eppure è convinto di non avere disobbedito alla legge del Signore: “Non
ho rinnegato i decreti del Santo”, e allora perché? Pur nel suo lamento Giobbe
rivela una grande umanità, ha la consapevolezza di
essere umano e che le sue forze possono cedere: “La mia forza è forza di
macigni?”, e allora prima che le forze cedano e lui possa commettere qualcosa,
è meglio morire.
In questa seconda parte (14-21) Giobbe fa l’esperienza dell’abbandono:
“A chi è sfinito è dovuta pietà dagli amici, anche se
ha abbandonato il timore di Dio”.
L’uomo ha sempre bisogno dell’amicizia, gli amici non dovrebbero
abbandonare neanche colui che si è allontanato da Dio.
Tutto il simbolismo che segue: i torrenti, le
carovane nel deserto, vogliono dire che: finchè siamo
nel benessere, nella salute, abbiamo tanti amici, ma quando la siccità si fa
presente (la povertà, la sofferenza) gli amici si trovano altre strade.
Così Giobbe agli amici:
così voi ora siete per me, siccome sono un fiume che non porta più acqua, vi
faccio paura, come quelle carovane che nel deserto deviano dalla loro pista e
si perdono: così ora voi siete per me,
vedete che faccio orrore e avete paura” (v.21).
Giobbe qui nel rimprovero agli amici pii e osservanti della legge,
tiene presente tutti i pii per eccellenza, cioè coloro
che si scandalizzano del comportamento eretico degli altri, di coloro che si
fermano a ciò che appare e non vanno oltre. Anche oggi
ci si stupisce come persone pie siano così vicine al tempio fatto di pietra e
così lontane dal tempio vero che è l’uomo, dove Dio è presente.
Queste persone pie si scandalizzano perché sono osservanti di norme e
di leggi. Qui Giobbe confuta la legge della retribuzione (anche lui è stato
osservante della legge ma ora vive questa situazione di sofferenza) e apre un
nuovo orizzonte per i suoi amici che ligi all’osservanza della legge, perdono
di mira l’uomo, la persona.
Nella terza parte (22-30) si parla
dell’amicizia. Qui Giobbe rivolgendosi agli amici dice: “Vi
ho detto forse: datemi qualcosa?”.
L’amicizia, dice Giobbe, non si fonda su un dare e un ricevere, né
sull’avere o sul non avere. Ma l’amicizia è l’essere
l’uno per l’altro, aiutandosi a portare i pesi gli uni degli altri. Elifaz aveva chiuso
il suo discorso dicendo: “Le cose stanno così, ascolta” (5,27).
E Giobbe ora risponde: “Ricredetevi, io non sono così” (6, 29). Abbiamo
qui due tensioni spirituali: l’uomo fedele alla legge della retribuzione e
l’uomo che partendo dall’esperienza pone al centro della vita la persona umana.
Nell’ultimo tentativo (“Ricredetevi, c’è forse iniquità sulla mia
lingua?”), Giobbe pone davanti agli amici la loro situazione: i grandi problemi
della vita non possono essere chiusi in realtà “pre-fabbricate” o in modelli
rigidi.
Giobbe conclude: “Che hanno di offensivo le
mie parole? Forse perché sono vere”.
(Giobbe 7,1-21)
Col cap. 7 si conclude un trittico che ha
avuto questi punti di riferimento:
Il monologo di Giobbe (cap. 3).
Il discorso di Elifaz
(cap. 4 e 5).
La risposta di Giobbe (cap. 6 e 7).
Nel capitolo 6 ci è stata presentata la vita
di Giobbe: una vita di atroce sofferenza, di abbandono e di incomprensione.
Invoca la morte perché si sente abbandonato da tutti, anche dai suoi amici: “A
chi è sfinito è dovuta pietà dagli amici” (6,14).
Giobbe parlando dell’amicizia aveva affermato che essa nasce dal presupposto di essere l’uno per l’altro e non deve essere fondata sul possesso.
Così Giobbe, nella conclusione del cap. 6, invita gli amici a ricredersi.
In questo capitolo settimo continua la risposta di Giobbe: egli
risponde a Elifaz
presentando un’altra teologia, non quella della retribuzione, ma quella
dell’esperienza della vita che attraverso un cammino di purificazione arriva a
contemplare la vicinanza di Dio.
Quindi un vivere non perché si è o non si è
retribuiti, ma un vivere perché Dio si rivela nell’esperienza della vita, anche
se sofferente e piena di travagli.
Se Giobbe ha la forza di
rivolgersi a Dio con quel: “Ricordati!” (7,7) è perché il dialogo tra loro c’è
sempre stato, difatti non si può dire a uno
sconosciuto espressioni come: “ricordati…mi cercherai…”.
Qui tocchiamo un punto fondamentale della comprensione della S.
Scrittura: cioè la “scienza spirituale”.
Il monaco Cassiano parla della “scienza
spirituale”, cioè della vita contemplativa dei padri
del I millennio e dice che: la vita contemplativa è il cammino di comprensione
delle parole di Dio. Una contemplazione che parte dall’esegesi, dal nucleo
storico della Parola di Dio e nei fatti narrati si scopre la presenza di Dio
fino ad arrivare ai sensi spirituali che sono nascosti nel testo letterale.
La contemplazione, quindi, non si fonda su fenomeni mistici, e fatti eclatanti, ma sulla comprensione della Parola di Dio, dove
si nascondono i sensi spirituali.
Le vicende di Giobbe, per esempio, ci riportano al Giusto per
eccellenza Cristo: questo è il senso spirituale.
C’è poi un altro senso nella Bibbia, ed è
quello morale: la figura di Giobbe, che rappresenta Cristo, diventa norma di
vita: nella ferialità, della vita di tutti i giorni è
nascosto Cristo Signore.
Si parte dal testo dell’A.T. si arriva a Cristo e si scorgono questi
germi di gloria, nascosti nella quotidianità della vita. Tornando al testo lo
dividiamo in due parti:
(1-6): si parla del lavoro dell’uomo sulla
terra
(7-21): la preghiera che nasce dalla sofferenza
Nella vita feriale dell’uomo il lavoro è duro, faticoso, pesante. Il
lavoro è paragonato a quello di un mercenario (cioè di
una persona che per vivere è legato al suo salario e quindi costretto agli
ordini di questo e quel generale d’esercito) e di un servo (consegnato
all’arbitrio del suo padrone).
Oltre alla fatica del lavoro, c’è un altro termine che Giobbe rileva:
il tempo.
E lo descrive in modo incisivo: “ se mi corico quando mi alzerò?”. Forse
anche noi conosciamo queste lunghe notti. Proprio in questa situazione reale,
di fatica nasce questa preghiera:
“Ricordati!” (7,7). Questo verbo ricorda quello di Elifaz a Giobbe,
quando lo invitava a prendere coscienza della sua situazione. Qui,
invece, Giobbe rivolgendosi a Dio, in un dialogo mai interrotto, comincia il
suo cammino di purificazione, di conversione, durante il quale ci sono momenti
come questi: “Un soffio è la mia vita, il mio occhio non vede più il bene
(Dio)”.
Questa preghiera che Giobbe rivolge a Dio,
mostra tutto il suo travaglio quotidiano: di essere abbandonato da Lui. Lui vive quest’antitesi:
il giorno (l’essere dimenticati da Dio), la notte
(voler essere dimenticati da Dio, per non soffrire più).
In questa tensione nascono tre interrogativi:
“Che è quest’uomo che tu te ne fai tanto
conto?” In tutti questi dialoghi colui che non parla è
proprio Dio. Giobbe vive con angoscia il contrasto: Dio considera l’uomo, ma
poi lo mette alla prova.
In questa dialettica c’è un altro interrogativo: “Fino a quando da me
non toglierai lo sguardo?” Questo travaglio è così grande, che dalla profondità
delle tenebre si intravedono i primi bagliori di luce.
Infine, il terzo interrogativo: “Perché non
cancelli il mio peccato?”.
Questi 3 interrogativi concludono la risposta
di Giobbe a Elifaz, ma il capitolo che si conclude
apre spiragli di luce: “mi cercherai”.
Dio è sempre in cerca della sua creatura: ha cercato Adamo dopo il
peccato, ha cercato Israele dopo il suo peccato, ha cercato il figlio prodigo
dopo il peccato. La caratteristica della vita cristiana è la ricerca: se uno cerca Dio è perché Lui per primo cerca l’uomo, e se
l’uomo lo cerca è perché Dio si è rivelato come Padre.
Dio crea l’uomo, ma spesso l’uomo fa l’esperienza dolorosa della sua
assenza. Giobbe vorrebbe dire: “Se mi cerchi, fa in fretta”; Giobbe non sa se
Dio gli è amico o nemico, perché vive tra la notte e il giorno, la luce e le
tenebre, la presenza e l’assenza. Dio è colui che fa
vivere e fa morire, ferisce e risana. Questa sezione (che va
dal cap. 3 al cap. 7) che ci ha presentato il modello e il tipo di dialogo tra
Giobbe e gli amici, si svilupperà anche nei capitoli successivi. Noi
possiamo così sintetizzarla: Giobbe maledice il giorno della sua nascita e
desidera la morte, prima Dio l’aveva protetto con “una siepe intorno alla sua
casa”, ma poi gli sbarra la strada della vita.
Poi abbiamo incontrato Elifaz, saggio e
sapiente, che mette in luce gli aspetti positivi di
Giobbe: ( “ Tu hai istruiti molti”) e lo invita a riflettere: “Se questo ora questo è toccato a te, non devi
abbatterti”. Il dialogo produce con l’esposizione della la
dottrina della retribuzione: “L’uomo è debole
e fragile”: la sofferenza fa parte dell’uomo peccatore.
Il dialogo con Giobbe si conclude con il
“magnificat” di Elifaz e la beatificazione della
sofferenza: “ Beato l’uomo che è provato da Dio”.
Elifaz in modo profetico annuncia che Giobbe avrà di nuovo una prole numerosa
e una grande prosperità: questa è la legge della
retribuzione.
Ma Giobbe risponde: “Per me non è così” e afferma la teologia della
vita: anche se la vita dell’uomo è dura, faticosa, è vita da mercenario e da
schiavo ma Dio non abbandona mai l’uomo: “Tu mi cercherai”: c’è un cammino, una
fatica che ci porta a una comprensione di un Dio che
spesso si nasconde e tace.
(Giobbe 19,1-29)
Ci troviamo nel secondo ciclo dei Discorsi:
I ciclo ( cap. 4-14)
II ciclo (cap. 15-21)
III ciclo (cap. 22-27)
Sono tre cicli di discorsi dove i tre amici di Giobbe entrano in
successione: abbiamo visto il primo, Elifaz, il più
anziano ma anche il più umano e spirituale.
Il secondo amico è Badad, sembra più giovane di Elifaz, legato alla sua
tradizione, anche lui espone la sua dottrina della retribuzione.
Se nel II ciclo di discorsi Badad è più sarcastico nel III ciclo è più mite.
Il terzo amico, Zafar, è il più giovane ma
anche il più agguerrito, definisce Giobbe “un chiacchierone”.
Abbiamo già visto un ciclo intero: il monologo di Giobbe (cap.3), il pensiero di Elifaz (cap.4 –5) e la risposta
di Giobbe (cap. 6-7).
Prima di entrare nel nostro testo (cap. 19), accenniamo brevemente al
capitolo precedente (18).
Qui Badad rivolge a
Giobbe parole dure: “Quando porrai fine alle tue chiacchiere?…il tuo ricordo
sparirà dalla terra… ecco qual è la sorte dell’iniquo: questa è la dimora di
chi misconosce Dio”.
Giobbe viene accusato di essere ateo, come non
pensare a questo punto al Giusto per eccellenza, a Cristo in Croce: “Se Dio
fosse suo Padre, verrebbe a liberarlo…”. In questo capitolo
19 è nascosto tutto l’itinerario spirituale della vita cristiana.
S. Bonaventura parla di 6 tappe per arrivare alla visione di Dio.
Attraverso un cammino di ascesi, Dio ci conduce alla
sua visione. Senza forzare il testo, ma per aprire altri orizzonti e altre
letture, dividiamo anche noi il nostro testo in 6 tappe, con una
introduzione:
Introduzione
(19,
1-4): è il lamento di Giobbe verso i suoi amici che, nonostante abbiano passato
con lui 7 giorni e 7 notti, continuano a insultarlo:
“Fino a quando mi tormenterete?”.
Prima tappa
(5-8): è caratterizzata dal verbo “sappiate”:
Dio è all’origine di tutto.
Seconda tappa
(9-12):
la spogliazione: “mi ha spogliato della mia gloria”.
Terza tappa
(13-16):
l’allontanamento “i miei fratelli si sono allontanati da me”.
Quarta tappa
(17-20): la solitudine: “Faccio schifo…”
Quinta tappa
(21-24): l’abbandono: “Pietà, pietà di me…”
Sesta tappa
(25-27): la visione: “Io lo so che il mio
vendicatore è vivo”.
Sviluppiamo ora brevemente questo itinerario
spirituale.
Dio è la fonte e la sorgente di tutto: questa è la prima tappa. Dio dà
inizio al nostro esistere e al nostro vivere. E se la umana esperienza mi porta
a vedere il mio limite, la mia sofferenza, Dio rimane sempre la sorgente, anche
se mi manda le prove, perché in esse c’è sempre un
briciolo della sua presenza. Ancorandoci al N.T. possiamo dire: “Il Verbo si
fece Carne”.
La seconda tappa è l’esperienza del deserto: è il cammino di
purificazione e di conversione. Come Gesù anche noi siamo spinti dallo spirito
nel deserto.
Nel deserto siamo soli (terza tappa), lontani da tutti. Il deserto non
è sempre identificato con un luogo: ciò che Giobbe sperimenta avviene nella sua
esistenza quotidiana.
Nel deserto la solitudine (quarta tappa) arriva fino alle estreme
conseguenze: “mi faccio schifo”.
Nell’abbandono (quinta tappa), nella purificazione, nella solitudine,
rimaniamo davanti alle nostre verità: nella misura in cui Giobbe accetta questa
sua realtà, tende la mano: “pietà, pietà di me”.
Quando noi raggiungiamo il punto più basso
della nostra vita e tendiamo le mani, ecco che scopriamo che il “mio Redentore è vivo” (sesta tappa).
Nell’esperienza più acuta, dobbiamo avere la forza di chiedere aiuto,
questa richiesta non è mancanza di carattere, perché siamo fragili, non siamo Dio.
Ma quando tendiamo la mano, Lui è li davanti a
noi.
In conclusione: il punto più alto dell’esperienza mistica (la visione),
parte sempre da un’esperienza di deserto, di spogliazione, di solitudine, di abbandono.
E quando sembra che tutto sia finito, interviene Lui, (Ef 2, 5-11).
Giobbe ora torna sulla terra, nei versetti conclusivi (28-29), con una
frecciata agli amici: “La parola punitrice che voi rivolgete a me, si ritorcerà
su di voi, perché questa Parola che giudica è Dio stesso”.
Continua il tema delle due tensioni: la teologia della retribuzione e
quella dell’amore.
(Giobbe 23,1-17; 24, 1-25)
Entriamo nel terzo ciclo di dialogo tra Giobbe e gli amici.
Nel capitolo precedente (22) Elifaz si è
rivolto per l’ultima volta a Giobbe per fargli prendere coscienza della legge
della retribuzione.
In questo capitolo troviamo un altro aspetto del saggio Elifaz: c’è una punta di polemica e di aggressività
nei confronti di Giobbe, facendogli presente tutte le sue colpe: “Non hai dato
da bere all’assetato, hai rifiutato il pane all’affamato”, e alla fine di
questa filippica Elifaz gli dice: “Riconciliati con
lui e sarai felice” (v. 21): è la legge della retribuzione: hai sbagliato e Dio
ti punisce, convertiti e sarai felice! Giobbe dinanzi a questo discorso di Elifaz risponde in questi due
capitoli (23 e 24).
In questa risposta di Giobbe scopriamo qualcosa di nuovo, si apre una
finestra di speranza e di luce: Giobbe pur dibattendosi contro il silenzio di
Dio, cerca un dialogo con lui, quindi la sua assenza è solo apparente (cap.
23).
Nel capitolo 24 Giobbe partendo dalla sua esperienza, apre gli
orizzonti sui mali del mondo, quindi non solo i suoi guai, ma ne esistono altri nella realtà del mondo.
Possiamo dividerlo in due parti:
vv. 1-9: Giobbe cerca il volto di Dio
vv. 10-17: Dio conosce il cammino dell’uomo.
a) Giobbe inizia il suo discorso (1-9) con un’espressione temporale: “Ancor
oggi”, mai aveva iniziato i suoi discorsi così. In questa
espressione si apre un orizzonte nuovo attorno a lui. Sembra che in quell’ “oggi”
lui riceva una risposta, non definitiva, ma che apre orizzonti nuovi. Quell’ “oggi” c’è anche quello di Cristo e della
liturgia (già-non ancora)
“Oggi” la salvezza è entrata in questa casa.
“Oggi” si è adempiuta quella Scrittura.
“Oggi” sarai con me in Paradiso.
Subito dopo questa espressione, Giobbe cerca
il volto di Dio: “Oh potessi sapere dove trovarlo, potessi arrivare fino al suo
trono”.
In questo reciproco cercarsi, c’è qualcosa di nuovo perché Giobbe vuole
dialogare con Lui: “esporrei davanti a Lui la mia
causa”.
Ma questa ricerca va a vuoto perché Lui è inaccessibile: “Se ne vado
avanti ed egli non c’è, se vado indietro non lo sento”. Dio è assente, non è
percepibile perché non dialoga, non è presente perché mette alla prova Giobbe.
Dio risponde con la sua assenza e col suo silenzio: “Se vado avanti non
c’è”.
b) Giobbe, in questa seconda parte (vv.10-17)
sviluppa questa presenza-assenza di Dio: è vero che Giobbe non dialoga con Dio,
ma Dio conosce il suo cammino, la sua condotta (v.10).
Giobbe afferma che il suo cammino si è svolto sulle orme di Dio e della sua
legge (v.11), cioè nella
fedeltà ai suoi decreti, ma nonostante ciò Dio agisce in piena libertà: “Ciò che
vuole lo fa”.
E di fronte alla libertà di Dio, Giobbe ha paura: “Per questo davanti a
Lui sono atterrito”.
Forse Giobbe pensava di piegare la volontà di Dio al suo volere,
facendo leva sulla sua fedeltà alla legge e sulla sua innocenza.
Forse proprio questo è il punto debole: nonostante la sua innocenza,
Dio “ciò che vuole fa”.
Anche questo capitolo possiamo dividerlo in due parti:
vv. 1-12: una meditazione sul destino del
giusto.
vv. 13-25: una meditazione sulla sorte del
povero.
a) In questa prima parte, usciamo dal piccolo mondo di Giobbe e ci inoltriamo sulla situazione del mondo (vv.1-12) e Giobbe arriva a dire agli amici: se gli empi
prosperano, a che serve la legge della retribuzione? Gli empi, infatti, sono
sempre felici, e il povero è sempre infelice: in questa situazione Dio non
interviene, non parla non agisce. Noi aggiungiamo: certamente Dio non agisce
secondo i nostri schemi, o come vorremmo noi.
Il cap. 24 inizia con un’espressione di Giobbe: ”Come
è possibile che l’uomo nell’arco della sua esistenza storica non possa
incontrare Dio?
E intanto, continua il testo (v.2) accanto a
noi prosperano i malvagi, “i professionisti della notte”, immagine molto vicino
a noi: i ladri, gli assassini, gli adulteri, si muovono, in genere di notte.
Chi difende questi derubati? Secondo Giobbe: nessuno.
Oltre al giusto, c’è un’altra categoria: “i
poveri” abbandonati a se stessi: (“escono dal loro lavoro -scacciati-, vanno in
cerca di vitto”) (v. 5). E Dio: “non presta attenzione
alla loro preghiera” (v.12).
b) Nella seconda parte di questo capitolo (vv.
13-25): Giobbe descrive gli “amici delle tenebre”: assassini, ladri, ecc..
Di fronte a questa analisi, dove i malvagi
prosperano, Giobbe rivolgendosi ai suoi amici, contesta la loro teoria della
retribuzione: “Voi dite che i cattivi, gli empi, i ladri sono “inghiottiti”.
Giobbe risponde: “Ma è proprio così, non è vero il contrario?”. Ma alla fine (v.24) Giobbe afferma
che c’è una giustizia che è applicata a tutti.
La giustizia di Dio sembra essere così lontana da quella degli uomini.
Anche se noi oggi, come Giobbe, ci chiediamo: perché tanti omicidi, tanti
innocenti soffrono, perché Dio non mette un po’ di ordine?
Dinanzi al giusto Giobbe e a noi, ci sono due strade: quelle degli amici (la
legge della retribuzione) e quella di Giobbe (la legge dell’amore).
Noi dobbiamo scegliere la stessa strada del giusto per eccellenza
(Cristo), che è la Croce: “stoltezza” per i pagani, ma
“sapienza” per chi crede, perché in essa si manifesta la “Potenza di Dio”.
(Giobbe 42,1-6)
L’ultima tappa de nostro cammino è la più alta,
è il momento contemplativo della vita di Giobbe.
Abbiamo iniziato questo cammino con la benedizione di Dio su Giobbe,
sulle sue proprietà, sui suoi figli (cap. I). Poi è subentrata la prova Dio: si
è fatto presente nella vita di Giobbe con la sofferenza.
Possiamo dire che il Signore si è fatto presente nella vita di Giobbe
con la via della benedizione e con la
via della prova. E’ stato facile per Giobbe riconoscere la
presenza di Dio nella benedizione, più difficile è stato riconoscerlo
nella via della prova.
In questo cammino sono intervenuti i suoi amici (
cap. IV): tutti avevano qualcosa da dire, gli amici sostenevano la via
della retribuzione, Giobbe quella della giustizia.
Al termine di questo cammino, sembra che le cose si sono
capovolte: ora Dio parla e gli altri fanno silenzio.
Nella misura in cui il piano di Dio è accolto da Giobbe, le parole
diminuiscono e Dio spiega a Giobbe il perché del suo agire libero partendo
dalla Creazione.
Questo lungo dialogo tra Giobbe e i suoi amici ( cap. 4-27) è la via
della purificazione.
Il cap. 28 non è ben collegato con quello che viene prima e dopo,
probabilmente è stata un’aggiunta al nostro testo.
Il nostro cap. 42, invece, ci porta all’ultima
fase del cammino di fede: la via della comunione ( è la dimensione
“sponsale” come la chiamano i mistici, tra il Creatore e le creature): “Io ti conoscevo per sentito dire,
ma ora i miei occhi ti vedono” (42,5).
Ma prima di arrivare a questa terza fase, ce n’è una intermedia:
è la via della illumunazione (cap. 38-39),
dove Dio illumina Giobbe che prende coscienza dell’agire libero di Dio nella
storia e nella Creazione.
Cardine però di queste tre tappe (purificazione, illuminazione,
comunione) è la Parola di Dio che spinge l’uomo a fare un cammino di
purificazione, lo illumina e alla fine lo incontra. Anche se nella prova non viene eliminata la nostra dimensione umana di ribellione,
però nella profondità del nostro essere, abbiamo ora più forza per accettare la
prova, perché anche in essa si manifesta la presenza di Dio.
Non dobbiamo, quindi, fermarci a una sola
modalità: Dio viene a noi in un modo sempre nuovo, dobbiamo, come Giobbe, anche
noi fare il salto dal “sentito dire”, all’ “esperienza” di Dio (42,5), al
“vedere” Dio. Nel Vangelo di Giovanni ci sono tre modalità
del verbo “Vedere”:
“vedere con occhi umani”
“vedere un particolare che mi colpisce e ferisce la mia realtà profonda”
“vedere le cose esterne e cogliere il mistero che è presente in esse”.
Giobbe solo dopo la prova “vede” in questo terzo modo: Dio presente
nella storia e nella vita dell’uomo. Per capire questo
capitolo 42 facciamo un passo
indietro e rileggiamo i cap (38-40), dove Dio
illumina Giobbe a vedere il mistero nascosto di Dio nel cosmo e nella storia.
Dividiamo il cap. 42 in due parti:
(1-6): Giobbe capisce il mistero.
(7-17): le cose si capovolgono.
a) Abbiamo visto come Dio dal “turbine” parla a Giobbe e lo illumina
circa le sue opere nel mondo e Giobbe ora comprende che Dio può tutto e allora
riconosce il suo errore: “Provo pentimento”.
Lui che voleva piegare Dio a tutti i costi, ora capisce, che la sua
volontà si manifesta anche con le prove e la sofferenza. “La polvere e la
cenere” (v.6) che erano il luogo dove all’inizio, lui
giaceva, luogo di umiliazione e di prova, ora
diventano il luogo di conversione: “adesso mi ricordo e ne provo pentimento”: è
l’inizio di qualcosa di nuovo.
b) Qui le sorti si capovolgono (vv. 7-17):
gli accusatori di Giobbe diventano coloro che chiedono
aiuto a lui per intercedere presso Dio per loro.
Se all’inizio Giobbe, nelle sue funzioni sacerdotali, offre sacrifici per
i suoi figli, ora li offre per i suoi persecutori. Anche i tre amici devono
convertirsi e accettare che Dio si muova fuori della legge della retribuzione, cioè al di fuori di questi schemi, che obbligano Dio a
comportarsi come vogliono loro.
Essi devono accettare la libertà dell’economia dell’amore, così anche
loro impareranno a dire “cose rette” riguardo a Dio.
Così tutti e tre vanno da Giobbe e chiedono di offrire i “sacrifici”
per loro. L’ultima parte del libro parla della nuova situazione di Giobbe, rivisitato da Dio con nuovi animali, figli e
figlie.
Possiamo in conclusione sintetizzare così la conversione di Giobbe e dei
suoi amici;
I PARTE (1-6): Conversione di Giobbe
I) Tappa: “Ho esposto cose
troppo superiori a me”
II) Tappa: ”Ascoltami e io
parlerò”(una preghiera)
III) Tappa: “Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora ti vedo con i
miei occhi”
IV) Tappa: “Mi ricredo e provo pentimento”
II PARTE (7-17): Conversione degli amici
I) Tappa: i persecutori vanno
da Giobbe: “non avete detto cose rette su di me”
II) Tappa: “offrite
7 vitelli…”
III) Tappa: “Giobbe pregherà per
voi”
IV) Tappa: “per
riguardo a lui non vi punirò“
TUTTO IL NOSTRO CAMMINO SI PUO’ CONCLUDERE COSI’:
PARLARE E’ ANCHE TACERE
(il silenzio parla)
CONOSCERE E’ ANCHE VEDERE (la vera conoscenza è vedere la realtà che è al di
là di quello che io vedo con i miei occhi umani)
SCHEMA
1.
Giobbe,
l’uomo di Dio, è tentato da Satana (Gb 1, 1-12)
2.
Prova:
privato delle cose e degli affetti (Gb 1, 13-22)
3. Prova:
privato dei familiari (Gb 2, 1-13)
4. Maledizione
del giorno della nascita (Gb 3, 1-26)
5. Gli
amici: dottrina della retribuzione (Gb 4, 1-21; 5,
1-27)
6. Risposta
di Giobbe (Gb 6, 1-30)
7. Il
lavoro dell’uomo sulla terra (Gb 7, 1-21)
8. Giobbe
risponde agli amici (Gb 19, 1-29) 9. Giobbe risponde agli amici (Gb 23, 1-17; 24, 1-25) 10. Giobbe risponde a Dio e Dio a Giobbe (Gb 42, 1-16)
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