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ATTI DEGLI APOSTOLI

 
 

INDICE

PRESENTAZIONE DEL VESCOVO.. 1

ATTI  DEGLI  APOSTOLI 1

INTRODUZIONE.. 1

I.     LA CHIESA DI GERUSALEMME.. 5

PROLOGO (1, 1-5) 5

L’ASCENSIONE (1, 6-14) 5

SOSTITUZIONE DI GIUDA (1, 15-26) 6

LA PENTECOSTE (2, 1-13) 7

IL PRIMO DISCORSO DI PIETRO (2, 14-41) 10

LA VITA DELLA PRIMA COMUNITA’ CRISTIANA (2, 42-47) 11

GUARIGIONE DELLO STORPIO (3, 1-11) 12

SECONDO DISCORSO DI PIETRO (3, 12-26) 12

PIETRO E GIOVANNI DAVANTI AL SINEDRIO (4, 1-31) 13

LA FRODE DI ANANIA E SAFFIRA (5, 1-11) 14

LA SECONDA PERSECUZIONE  (5, 17-42) 15

STEFANO E GLI ELLENISTI (6,1-8,1a) 16

LA TERZA PERSECUZIONE E LA DISPERSIONE (8,1b-3) 19

II.    LA MISSIONE NELLA GIUDEA E NELLA SAMARIA.. 21

IL VANGELO IN SAMARIA (8, 4-25) 21

L’EUNUCO ETIOPICO (8, 26-40) 22

LA VOCAZIONE DI SAULO  (9, 1-19) 22

III.   LA MISSIONE FINO ALL’ESTREMITA’ DELLA TERRA.. 24

VISIONE DI PIETRO E LA CONVERSIONE DI CORNELIO (Cap 10-11) 24

PERSECUZIONE DI ERODE (12, 1-23) 33

IL PRIMO VIAGGIO MISSIONARIO DI PAOLO (cap. 13-14) 35

IL CONCILIO DI GERUSALEMME (15, 1-35) 37

IL SECONDO VIAGGIO MISSIONARIO DI PAOLO (15,36 - 18,22) 40

PAOLO A FILIPPI (16, 11-16) 41

PAOLO A TESSALONICA (17, 1-9) 42

PAOLO AD ATENE (17, 16-34) 42

PAOLO A CORINTO (18, 1-17) 44

IL TERZO VIAGGIO MISSIONARIO DI PAOLO (18,23 - 26,32) 46

PAOLO A EFESO (19, 1-40) 46

L’ARRIVO A GERUSALEMME E L’ARRESTO  (21, 1-40) 49

DIFESA DI PAOLO DAVANTI AI GIUDEI DI GERUSALEMME  (22, 1-30) 50

PAOLO DAVANTI AL SINEDRIO E IL COMPLOTTO CONTRO DI LUI (23, 1-35) 51

IL PROCESSO DAVANTI A FELICE (24, 1-27) 52

PAOLO SI APPELLA A CESARE (25, 1-27) 53

IL DISCORSO DI PAOLO DAVANTI AL RE AGRIPPA (26, 1-32) 54

IL VIAGGIO DI PAOLO VERSO ROMA (27,1 - 28,30) 55

L’APOSTOLO PAOLO.. 58

LA VITA.. 58

LA CONVERSIONE DI PAOLO.. 59

LA CRONOLOGIA.. 60

LA TEOLOGIA DI PAOLO.. 61

LE LETTERE PAOLINE. 66

PRIMA LETTERA AI TESSALONICESI 68

INDIRIZZO E RINGRAZIAMENTO (1, 1-10) 70

PREDICAZIONE DI PAOLO A TESSALONICA (2, 1-20) 70

MISSIONE DI TIMOTEO  (3, 1-13) 71

SANTITA’ E VITA CRISTIANA (4, 1-18) 72

IL RITORNO DI CRISTO (5, 1-11) 73

ESORTAZIONI FINALI (5, 12-28) 74

SECONDA LETTERA AI TESSALONICESI 74

INDIRIZZO E RINGRAZIAMENTO  (1, 1-12) 76

LA SECONDA VENUTA DI CRISTO E L’ANTICRISTO  (2,1- 3,15) 76

EPILOGO (3, 16- 18) 77

CONCLUSIONE.. 78

STORIA DEL POPOLO EBRAICO.. 79

SOMMARIO BIBLICO.. 87

BIBLIOGRAFIA.. 91

 

PRESENTAZIONE DEL VESCOVO

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Carissimi,
sono molto lieto di incoraggiare questa iniziativa di lettura comunitaria della Parola di Dio. Quest'anno vi accostate agli Atti degli Apostoli: crescerete nella fede!
S. Agostino ce lo ricorda: "Dopo la risurrezione, dopo che fu elargito lo Spirito Santo, dopo che gli Apostoli furono ammaestrati, confermati e costituiti come primi dottori nella Chiesa, per mezzo della loro parola anche gli altri credettero in Cristo come bisognava credere, cioè mantenendo salda la fede nella sua risurrezione".
Dal canto suo il Papa ci esorta a intensificare il già "rinnovato ascolto della Parola di Dio" per scoprire e vivere il primato della santità e della preghiera. Dice il Papa: "Da quando il Concilio Vaticano II ha sottolineato il ruolo preminente della Parola di Dio nella vita della Chiesa, certamente sono stati fatti grandi passi in avanti nell'ascolto assiduo e nella lettura attenta della sacra Scrittura. A essa si è assicurato l'onore che merita nella preghiera pubblica della Chiesa. A essa i singoli e le comunità ricorrono ormai in larga misura, e fra gli stessi laici sono ormai tanti che vi si dedicano anche con l'aiuto prezioso di studi teologici e biblici. Soprattutto poi è l'opera dell'evangelizzazione e della catechesi che si sta rivitalizzando proprio nell'attenzione alla Parola di Dio. Occorre, carissimi Fratelli e Sorelle, consolidare e approfondire questa linea, anche mediante la diffusione nelle famiglie del libro della Bibbia. In particolare è necessario che l'ascolto della Parola diventi un incontro vitale, nell'antica e sempre valida tradizione della lectio divina, che fa cogliere nel testo biblico la parola viva che interpella, orienta, plasma l'esistenza".
Vi auguro che la Parola di Dio, accolta nella lettura degli Atti degli Apostoli, "interpelli, orienti e plasmi" la nostra vita personale e comunitaria.

 

X Pietro Maria Fragnelli

Vescovo di Castellaneta



ATTI  DEGLI  APOSTOLI

 

INTRODUZIONE

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Gli Atti degli Apostoli raccontano la storia della Chiesa delle origini, dall’Ascensione del Signore (At 1, 6-11) all’arrivo di Paolo a Roma (28, 16-30). Il nucleo del racconto consiste nella lenta ma graduale diffusione del messaggio cristiano da Gerusalemme, a tutta la Palestina (“in tutta la Giudea e Samaria” 1,8), fino agli estremi confini della terra. L’annuncio, quindi, è rivolto prima agli ebrei, poi ai pagani.

Nella prima parte degli Atti (nei primi 12 capitoli), il compito di estendere la fede al mondo ebraico è affidato a Pietro, che inizia da Gerusalemme, e continua poi in tutta la Palestina. Mentre la diffusione del Vangelo nel mondo greco-romano e l’annuncio ai pagani, seconda parte, (dal capitolo 13 fino alla fine) è affidato a Paolo, il quale continua l’opera avviata da Pietro e dai Dodici, in comunione con  loro e per loro mandato.

L’unanime tradizione cristiana a partire dalla metà del II secolo attribuisce l’opera a Luca, compagno di viaggio di Paolo, menzionato nell’epistolario paolino come «medico carissimo» (Col 4,14; cfr. Fm 24; 2Tm 4,11). Per questo la maggior parte degli studiosi è sempre stata incline a ravvisare in Luca quel misterioso personaggio che in alcune pagine degli Atti appare come testimone oculare degli avvenimenti che narra in prima persona (sono le cosiddette «sezioni noi»: At 16,10-17; 20,5-21; 27,1 - 28,16).

Per quanto riguarda il tempo e il luogo di composizione non è possibile dire nulla di preciso, è certo soltanto che fu scritto non molto tempo dopo il vangelo. L’opinione più seguita colloca la data di composizione degli Atti intorno all’anno 80.

Il racconto copre un trentennio delle origini cristiane, dal 30 d.C. anno in cui si colloca verosimilmente l’Ascensione, fin verso il 60 d.C. data probabile dell’arrivo di Paolo a Roma.

Il libro si presenta come la continuazione di un’unica opera  (Vangelo e Atti) dedicata alla stessa persona, l’«egregio Teofilo», la cui identità rimane a noi sconosciuta. Nella prima parte (Vangelo) Luca, narra la storia di Gesù e la sua attività cominciando dalla Galilea fino all’ascesa al cielo in Gerusalemme. Nella seconda (Atti degli Apostoli), presenta l’origine e la diffusione della Chiesa da Gerusalemme fino a Roma, svelando così un disegno non soltanto geografico ma storico e teologico, che presenta il cammino della fede della Chiesa primitiva, che parte dal popolo d’Israele e raggiunge tutti i confini della terra.

Il libro degli Atti proietta gli Apostoli nel “cenacolo della strada”, nel senso che la straordinaria vicenda di Gesù di Nazaret che ha sconvolto la loro esistenza, ora, con la sua risurrezione ed ascensione al cielo, li obbliga a ritornare in quella strada che è la vita di tutti i giorni, ma con una “novità” (il Vangelo), che deve raggiungere tutti gli uomini: “Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni” (Lc 24, 45-49).

 

I. Contenuto e divisione. – Uno sguardo d’insieme al libro degli Atti mette subito il lettore davanti a una grande varietà di elementi: discorsi, sommari, episodi, descrizioni, racconti autobiografici («sezioni noi»), narrazioni di miracoli, contesti ebraici, ambienti giudeo-cristiani, situazioni tipicamente elleniche e romane, il tutto però tenuto insieme da un disegno unitario che sembra trovare ispirazione già nelle ultime parole che Gesù rivolge ai discepoli prima dell’ascensione: «Riceverete da lui (lo Spirito Santo) la forza per essermi testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea e la Samaria e fino all’estremità della terra» (At 1,8). Sulla scorta di questo annuncio la storia degli Atti viene disposta in modo tale che al succedersi progressivo di fatti narrati secondo un l’itinerario geografico, si sovrapponga uno sviluppo dell’esperienza cristiana, che si svolge in varie fasi.

- La una prima fase (cc. 1-7) è tutta localizzata a Gerusalemme, dove i cristiani, di estrazione ebraica, continuano a frequentare il tempio e ad osservare le prescrizioni mosaiche,

- Una seconda fase intermedia (cc. 8-12), è localizzata prevalentemente in Samaria e nella Giudea, nella quale si descrive l’estendersi del vangelo dagli Ebrei ai pagani secondo un chiaro disegno divino già manifestato a Israele,

- Nella terza fase (cc. 13-28), si descrive l’operato missionario di Paolo e la vita delle Chiese fuori della Palestina, formate da cristiani che non si sentono più legati alle pratiche giudaiche.

Come si vede, storia e teologia si intrecciano e i fatti contengono tutti un significato teologico che li collega a un disegno divino. In questa prospettiva sono da leggersi tutti gli episodi maggiori degli Atti. Ostacoli, prigionie e persecuzioni non impediscono alla piccola comunità dei discepoli di espandersi sotto la guida dello Spirito, anzi si rivelano come un fattore scatenante. Il piano di Dio, adombrato già nelle Scritture antiche, si compie nonostante gli impedimenti degli uomini, anzi, paradossalmente, grazie ad essi la «parola» si diffonde, cresce il numero dei credenti, la Chiesa si edifica in Israele e tra i pagani, e la predicazione del vangelo raggiunge finalmente Roma, dove il vangelo di Gesù Cristo viene annunciato «con piena libertà e senza ostacoli»: questa è l’ultima parola (e il traguardo finale) con la quale termina il libro degli Atti (28,31).

 

II. Composizione e stile. - L’autore degli Atti non ha inteso tracciare un quadro completo delle origini cristiane. Servendosi di un genere letterario in uso nella tradizione ellenistica, che conosceva gli Atti di Annibale, gli Atti di Alessandro, ecc., (genere letterario già adottato nella letteratura biblica, come i libri dei Maccabei dedicati ai grandi liberatori d’Israele sotto la persecuzione religiosa dei Seleucidi), Luca ci ha dato un racconto ordinato della nascita della Chiesa e del passaggio del vangelo alle genti servendosi di testimonianze e documenti di diversa provenienza, che oggi gli studiosi cercano di analizzare, cercando di distinguervi ciò che è primitivo da ciò che appartiene alla redazione di Luca. Ciò vale soprattutto per la prima parte, dove l’autore ha dovuto attingere a fonti palestinesi, mentre nella seconda parte i viaggi di Paolo e i suoi processi fino al trasferimento a Roma possono essere il racconto di un testimone oculare che ha integrato le notizie con ricordi personali e con informazioni raccolte nelle comunità evangelizzate da Paolo. Tra le caratteristiche narrative proprie dell’autore colpiscono soprattutto l’equilibrio degli episodi, le ripetizioni e la presenza dei discorsi. Un esempio caratteristico di disposizione binaria dei fatti si trova nella presentazione delle figure di Pietro e di Paolo: di tutti e due viene riferito un discorso inaugurale, At 2,14-36 e 13,16-41, lo scontro con il mondo della magia, 8,9-24 e 13,6-11, una sequenza di guarigioni prodigiose, 5,15-16 e 19,11-12, il risanamento di uno storpio, 3,1-10 e 14,8-10, e la risurrezione di un morto, 9,36-42 e 20,7-12. Tra le ripetizioni sono rilevanti la triplice narrazione della conversione di Paolo, 9,1-18; 22,5-16; 26,10-18, e le ripetizioni che si leggono nella conversione di Cornelio, 10,1 - 11,18 esperienza capitale nella chiesa della prima ora.

Un posto particolare nell’economia degli Atti spetta ai discorsi. Essi vengono collocati nei punti più importanti della narrazione per indicare il significato degli eventi. L’autore segue in ciò i moduli della storiografia antica (per esempio Tucidide, Tito Livio) che usava intrecciarli con il racconto e se ne serviva per esprimere in maniera oratoria le tesi dell’opera. E’ difficile quindi ritenere che l’autore riproduca alla lettera o riassuma discorsi veramente pronunciati. Sembra piuttosto che voglia riprendere i temi fondamentali dell’annuncio della fede agli Ebrei e ai pagani, nel quadro dei ricordi storici e di circostanze documentate. Così i discorsi di Pietro a Gerusalemme contengono i termini tipici dell’annuncio evangelico fatto agli Ebrei. Il discorso di Stefano (Atti 7, 2-53) riflette certe discussioni che sorsero ben presto nelle prime comunità e da cui nacque il movimento missionario degli ellenisti. Anche il discorso di Pietro a Cesarea (Atti 10, 34-43) offre un saggio della catechesi tenuta fuori di Gerusalemme a persone ancora legate al mondo giudaico. Lo stesso ci mostra il discorso di Paolo agli Ebrei di Antiochia di Pisidia, (Atti 13, 16-41).

Il discorso di Listra (Atti 14, 15-17), documenta invece un tipo di predicazione alla gente semplice dei piccoli centri, mentre quello pronunziato all’Areòpago di Atene (Atti17, 22-31), rappresenta un tipico appello missionario alla cultura greco-romana. Il discorso tenuto a Mileto agli anziani di Efeso (Atti 20,18-35), ha i tratti tipici del discorso di addio, in cui si danno agli uditori le ultime direttive perché continuino il lavoro iniziato dagli apostoli. Infine i discorsi di difesa (Atti 22, 1-21; 24, 10-21; 26, 2-23), rispondono alle accuse che venivano rivolte ai cristiani di abbandono della legge mosaica e di insubordinazione allo stato romano.

 

III. Valore storico e didattico. - Da quanto si è detto si deduce che negli Atti non è da cercarsi una presentazione completa e organica delle origini cristiane, bensì una delineazione storico-teologica del compimento del disegno salvifico di Dio annunciato nell’Antico Testamento, realizzato nella vita-morte-risurrezione di Gesù Cristo e portato per mezzo della chiesa tra tutte le genti. L’opera possiede un sicuro carattere storico, attestato oltre che dalla persuasione della Chiesa antica, che lo ha distinto accuratamente da altri «Atti» o racconti di vicende di vari apostoli nati nel II secolo, anche dal confronto con i dati offerti dalla storia profana e dall’archeologia.

I personaggi politici che compaiono negli Atti sono quelli del tempo e hanno un riscontro preciso nella storiografia antica. Le città e le province romane, gli itinerari per terra e per mare e persino le direzioni e i periodi dei venti per la navigazione sono rigorosamente aderenti alla realtà. In particolare il complesso dei titoli dei governatori delle diverse località viene riferito con sorprendente esattezza; si trovano così i «proconsoli» a Corinto e a Pafo, i «politarchi» a Tessalonica, il «primo» a Malta.

Ma se la narrazione degli Atti, analogamente a quella dei vangeli, corre sul terreno della storia, il suo scopo, come già si è detto, è di comunicare attraverso la storia un messaggio spirituale per tutta la Chiesa. Si ricava infatti dalla lettura del libro degli Atti un quadro esemplare dei primi cristiani, che viene presentato come modello e guida alle Chiese di tutti i tempi. Con la risurrezione di Gesù e particolarmente con l’effusione dello Spirito Santo a Pentecoste è iniziato il tempo messianico definitivo, nel quale la Chiesa è chiamata a essere ministra della «parola» e dello Spirito tra tutte le genti «finché Egli venga».

Nella presenza di gente proveniente dai principali popoli allora conosciuti, si prefigura già la vocazione universale della Chiesa e la sua missione di essere «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano», secondo la solenne affermazione del Concilio Vaticano II (Lumen Gentium, 1).

Le linee fondamentali del suo cammino si trovano nella docilità allo Spirito, nella fedeltà al messaggio di Gesù Cristo, nella comunione, nella carità fraterna, nella preghiera assidua, nella libertà interiore, nel servizio ai fratelli, con la gioia nelle persecuzioni e la speranza nel cuore, in un’apertura universale senza preclusioni di razza né di cultura. Quale fu la Chiesa delle origini, tale deve essere la Chiesa per sempre, se vuole essere fedele alla «testimonianza» affidatale dal Signore prima del suo commiato visibile: “Mi sarete testimoni fino all’estremità della terra” (At 1,8).

 

 I.      LA CHIESA DI GERUSALEMME

 

PROLOGO (1, 1-5)

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Come per la sua prima opera (il Vangelo), Luca apre il suo nuovo libro con un prologo-dedica indirizzato a Teofilo. Con queste parole iniziali si stabilisce un aggancio con il vangelo, del quale vengono ripresi e sviluppati due eventi finali (il ricordo delle apparizioni del Risorto e la sua promessa di donare lo Spirito Santo), che sono quasi la sorgente da cui avrà inizio la nuova narrazione. Si delinea così il tempo della Chiesa, tempo caratterizzato dall’annuncio del vangelo a tutti gli uomini: sarà questo il compito dei primi predicatori e missionari, compito descritto appunto nell’opera che stiamo per leggere.

TORNA ALL'INDICE L’ASCENSIONE (1, 6-14)

Con questo racconto Luca si accinge a  scrivere il libro degli Atti. L’intento è teologicamente importante: il tempo di Gesù che Luca racconta nel Vangelo (e che termina con l’Ascensione) e il tempo della Chiesa (che inizia con l’Ascensione) sono due momenti di un “unico tempo”, quello della grazia che rivela la fedeltà di Dio alle sue promesse e la tenerezza del suo amore di Padre, manifestato nella morte e risurrezione del suo figlio Gesù.

Gesù è il Salvatore, ma i suoi discepoli sono gli annunciatori e i portatori della salvezza mediante la parola e i sacramenti.

Un altro elemento che non deve sfuggire è la prospettiva lucana, presente sia nel Vangelo: “Cominciando da Gerusalemme” (Lc 24,47) che negli Atti: “Avrete forza dallo Spirito Santo e mi sarete testimoni da Gerusalemme fino a gli estremi confini della terra” (Atti 1,8).

Luca che è un cristiano probabilmente di origine pagana, riconosce che Gerusalemme è il luogo per eccellenza dove c’è il Tempio cioè, la Presenza di Dio; il luogo della realizzazione delle promesse, la terra santa che ha percorso il Figlio di Dio fatto carne. Ciò vuol dire che, se i discepoli dovranno partire da Gerusalemme per raggiungere tutti i “confini della terra” (Atti 1,8), è da questa terra, che dovranno ereditare tutta una storia di salvezza che li ha preceduti.

Dio – Gesù Cristo – gli Apostoli: una relazione di continuità che sviluppa una storia di amore che sgorga dal cuore di Dio ed è destinata ad entrare nel cuore di ogni uomo, attraversando i secoli e i confini della terra!

Il ritorno di Cristo al Padre inaugura anche il cammino della Chiesa: il suo uscire dalla storia segna il suo ingresso nella Chiesa. Anzi, la Chiesa si radica sulla trascendenza del suo fondatore glorificato, per prolungare “fino all’estremità della terra” (v. 8) la dinamica vitale.

Gesù, ormai nella gloria del Padre, non è più da vedere, ma da attendere nella fede, da annunziare come proposta di vita e da testimoniare con la forza dello Spirito. L’assente del mondo si fa presente attraverso l’esperienza e la testimonianza della Chiesa che è continuazione visiva della vicenda storica del Signore e costruttrice di storia con prospettiva di eternità.

Sulla Chiesa grava la missione-dovere di “fare discepoli” di Cristo tutti i popoli. Non si tratta di un indottrinamento, ma di uno stile di vita contagioso, che parte dall’esperienza battesimale e si arricchisce con il pane della Parola e dell’Eucarestia.

In definitiva, credere all’Ascensione del Signore significa comunicare ad ogni uomo la speranza-certezza che niente vi è nella sua vita che non abbia un destino di gloria.

Ora i discepoli devono tornare a Gerusalemme (v. 12) per dare inizio alla loro missione, come Gesù aveva loro indicato: “Cominciando da Gerusalemme”. E nel Cenacolo si raccolgono in preghiera costante con Maria, la madre di Gesù, le donne e i parenti dello stesso Gesù. Questo ritratto della comunità delle origini offre lo spunto a Luca per presentarci una nuova lista degli Apostoli, ormai priva di Giuda (vedi la prima lista in Luca 6, 14-16).

 

TORNA ALL'INDICE SOSTITUZIONE DI GIUDA (1, 15-26)

Questa scena è collegata alla precedente. In un’assemblea di tutti i credenti Pietro suggerisce di ricostituire il numero pieno dei Dodici, così da riproporre l’ideale continuazione delle dodici tribù d’Israele, come era avvenuto nella prima scelta di Gesù. Rievocando le vicende terminali della vita di Giuda, Pietro ci offre una versione diversa del suo suicidio rispetto a quella per impiccagione narrata da Matteo (27,5): sembrerebbe, infatti, una caduta in una voragine, ove il suo corpo si sfracella (così è descritta la fine degli empi in Sapienza 4,19).

Pietro, basandosi su due passi biblici (Salmo 69,26 e 109,8), riletti in chiave cristiana alla luce della passione di Cristo, propone la sostituzione di Giuda.

La sostituzione deve essere, comunque, effettuata tra i testimoni della prima ora, cioè tra coloro che avevano seguito l’arco intero del ministero pubblico di Gesù. Due sono i candidati, un certo Giuseppe detto Barabba, e Mattia. E’ però, al Signore che viene affidata la scelta attraverso un’invocazione e il sortilegio[1]. Quest’atto del sortilegio non è un rimando al caso, ma un affidarsi a Dio che avrebbe guidato per questa via la sua scelta. Ed è il nome di Mattia a emergere dal sorteggio. Sarà lui il nuovo dodicesimo apostolo.

TORNA ALL'INDICE LA PENTECOSTE (2, 1-13)

Luca paragona questo racconto della Pentecoste[2] a una teofania, cioè a una manifestazione divina, simile a quella del Sinai accompagnata da vento e fuoco, cioè da tempesta e folgori, segni della trascendenza di Dio.

- Il “vento” o lo “spirito” (ruah in ebraico e pnéuma in greco) hanno lo stesso significato sia in ebraico che in greco e rivelano o simbolizzano entrambi la presenza e l’azione di Dio (Gen 1,2;2,7; Sal 33,6; 104,30; 1 Re 19, 11-13; Gv 3, 5-8; 20,22).

-  Il “rombo” richiama subito “i lampi e tuoni” della rivelazione sinaitica: il “suono fortissimo di tromba che scuote il popolo”,

- Anche il “fuoco” è un elemento tipico della presenza di Dio. Il Signore, nell’esodo del popolo ebraico, marcia alla testa del popolo come colonna di nube di giorno e come “colonna di fuoco” durante la notte (Es 13, 21-22). Dio parla dal “fuoco” (Dt 4,12; 5,4.22.24); nel fuoco Dio dona le tavole della legge (Dt 9,10). Il “Sinai era fumante perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco”.

L’immagine delle “lingue di fuoco”, quindi, mette in evidenza che lo Spirito scese su ciascuno dei presenti.  In conclusione come “tutto” il Sinai era pervaso dalla potenza della manifestazione di Jahwè, così “tutta la casa” dove si trovavano gli apostoli venne “riempita” dalla presenza dello Spirito che prese pieno possesso degli Apostoli.

L’intento dell’autore sacro va certamente al di là del puro dato letterario, cioè della pura espressione visiva. Parlando del dono dello Spirito ai discepoli, egli vuole anzitutto sottolineare che ci troviamo di fronte a una manifestazione divina. Nel giorno di Pentecoste, la prima comunità cristiana ha fatto l’esperienza di una particolare rivelazione di Dio, che si è comunicato ai credenti come realtà interiore di luce e di forza che li ha cambiati, li ha abilitati e resi disponibili alla missione. Dio, col suo Spirito, ha preso possesso della comunità post-pasquale (come l’AT si impossessava dei profeti), e li mette in grado di continuare l’opera del Figlio.

E’ lo stesso Spirito più volte promesso dal Cristo (Lc 24,49; Gv 16,7; At 1,5) che avrebbe dovuto riempirli di “forza” (Atti 1,8),  e avrebbe comunicato loro i “carismi” (1 Cor 12,4) necessari per la predicazione e la testimonianza.

L’effetto immediato dell’azione trasformante dello Spirito si manifesta subito qui, col dono delle lingue[3]. Sembra che la versione più antica di questo racconto, non riferisca che gli apostoli parlavano “in altre lingue” (“xenoglossia” dal greco: “xenos” = straniero e “glossa” = lingua) ma semplicemente il loro parlare “in lingue” (“glossolalìa”: “lalìa”= loquace e “glossa” = lingua) cioè “parlare un linguaggio diverso”, estatico. E l’estasi che accompagna l’episodio è testimoniata nei vv. 7 e 12.

Quindi l’interpretazione della “glossolalìa pentecostale” (parlare “in lingue”, cioè in “modo estatico”) trasformata degli apostoli in “xenoglossia” (“in altre lingue”), è considerata da numerosi studiosi come un’innovazione di Luca nell’interesse della sua teologia improntata sull’universalismo. Questa tesi è suffragata da due elementi presenti in questo testo:

- Nella descrizione della reazione della città al fenomeno del “dono delle lingue”, si registra la presenza di “Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo”. Sono gli ebrei della diaspora. L’espressione vuol sottolineare l’universale provenienza dei Giudei. Più avanti l’universalismo verrà di nuovo ribadito con un secondo elemento:

l’elenco dei popoli[4] (vv. 9-11).

Quindi prima ancora che gli Apostoli possano uscire da Gerusalemme per raggiungere “gli estremi confini della terra” secondo il comando di Gesù (Atti 1,8), i popoli si sono già radunati attorno a loro. Si tratta di un abile annotazione di Luca, per mettere in risalto l’universalità dell’azione dello Spirito e della salvezza.

Nel “dono delle lingue”, Luca vede anche la restaurazione di quella unità tra gli uomini che si era perduta a Babele.

Nella tradizione biblica, Babele (Gen 11, 1-9)  è presentata come luogo e simbolo della dispersione degli uomini, origine di lotte etniche e di imperialismi destinati a creare barriere e ostacoli all’unità dei popoli. Dio scende dalla sua residenza celeste per scardinare i folli progetti degli uomini: “Il Signore li disperde sulla superficie di tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città”, fondata su una pericolosa unità: quella  nell’imperialismo, per ricostruire col dono dello Spirito nel giorno di Pentecoste, quella comunione tra i popoli fondata sull’annuncio di un’unica Parola, che permette di professare l’unica fede in Cristo nelle varie lingue. In questo modo si attua il superamento dell’esperienza negativa di Babele, si passa dall’integralismo religioso del popolo ebraico (la torre di Babele) all’universalismo dei popoli (la Pentecoste cristiana).

Certamente il “dono delle lingue” è solo uno degli aspetti dell’azione trasformante dello Spirito, perché lo Spirito, oltre al dono delle lingue, istruisce anche i primi missionari (Atti 8,29; 10,19; 11,12; 13,2); è la forza decisiva e stimolante nella proclamazione del messaggio (Atti 4,31; 6,10; 11,23) e nella conversione alla fede di Cristo (Atti 2, 38; 8,15; 10,44; 19,2). Esso infonde pure forza per sopportare la persecuzione (Atti 4,29; 9, 16-17; 13,52) e rimane il principio direttivo nell’attività missionaria di Paolo (Atti 13,4; 20, 22-23; 21,4.11). Lo Spirito è il motore principale negli eventi decisivi degli Atti, Colui che apre la Chiesa ai pagani (10,19; 11,12).

L’evento della Pentecoste sottolinea che il Cristo vive e agisce ormai attraverso lo Spirito Santo, il che non gli impedisce di agire talvolta in prima persona (si pensi ad esempio alla vocazione di Paolo in Atti 9,3).

Concludiamo il nostro discorso sulla Pentecoste, con una riflessione più spirituale.

Lo Spirito che ricostruisce l’unità, attraverso lo stesso linguaggio dell’intera umanità, ha dato appuntamento a Gerusalemme (v. 5) e non nella casa dove si trovavano gli apostoli, nello spazio aperto dove stanno tutte le genti delle nazioni e non nel chiuso delle riunioni di pochi eletti, E’ il primo passo e il più importante, anche più del discorso di Pietro. Interessante è anche il fatto che l’unità viene ricostruita con un’azione diversificata (le fiammelle scendono su ciascuno dei presenti, v. 4): è l’unità plurale dello Spirito. L’unità si costruisce nella molteplicità dei linguaggi: “Li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio” (v. 11).

Il tempo dello Spirito è caratterizzato dall’universalità anche in campo religioso,  cioè dall’ecumenismo: “giudei e proseliti” (v. 11). Ciò a causa della forza rinnovatrice capace di trasformare gli apostoli in predicatori e la folla degli uditori in credenti.

La Chiesa, dunque, nasce universale (=cattolica) e la sua missione deve trascendere ogni divisione di lingua e di cultura. La sua originaria vocazione le vieta di usare un solo linguaggio e di identificarsi in una cultura particolare.

Si tratta di un compito arduo, ma quanto mai impellente oggi. Le paure e i ritardi nell’aprirsi agli apporti dei nuovi popoli che vengono alla fede sono frutto delle pigrizie umane, non delle esigenze dello Spirito. Le nostre chiusure al “diverso”, le molteplici espressioni di razzismo umiliante o addirittura violento sui “poveri-cristi” che approdano al nostro paese, gli integralismi teologici o spirituali dei gruppi o di singoli sempre in contesa, ecc… non si sa fino a che punto siano dettati da quell’unico Spirito, che tende a “formare un solo corpo” senza distinzioni di giudei o greci, di schiavi o liberi, di donne o di uomini”

Il centro dell’esperienza cristiana non è il frutto di una conoscenza morale, ma la potenza dello Spirito di Cristo; per questo il credente non è assimilabile a un sapiente o a un uomo pio: ma è una persona traboccante di Spirito che, in tutto ciò che fa e dice, manifesta questa singolare presenza che lo ha rinnovato. Naturalmente uomini spirituali non ci si inventa, non è la generosità dell’impegno a renderci tali, ma il dono di Dio.

TORNA ALL'INDICE IL PRIMO DISCORSO DI PIETRO (2, 14-41)

Questo è il primo dei tanti discorsi che costellano gli Atti degli Apostoli e che sono altrettanti esempi della proclamazione evangelica della Chiesa degli inizi. Questo discorso di Pentecoste è tutto intarsiato di citazioni bibliche in modo da mostrare la coerenza intima tra l’annuncio dei profeti e gli avvenimenti cristiani. Pietro, quale primo testimone[5] dell’evento pasquale, inizia il suo discorso con una lunga citazione del profeta Gioele (3, 1-5), dedicata all’effusione dello Spirito di Dio sull’intero popolo messianico, in modo da mostrare il collegamento con ciò che è accaduto a Pentecoste. Si è così entrati in quegli “ultimi giorni”, cioè nel tempo della pienezza annunziato da Gioele.

L’apostolo passa poi a proclamare l’elemento centrale nello schema dei discorsi missionari, il cosiddetto kerjgma cioè l’annunzio fondamentale cristiano: quello della morte e risurrezione di Gesù. Anche questo evento centrale della fede della Chiesa è visto come l’attuazione di una profezia, attribuita a Davide, considerato l’autore dell’intero Salterio. Si cita, infatti, il Salmo 16, 8-11 (ripreso da Paolo in Atti 13, 34-37), che esalta la liberazione dalla morte del fedele, ora inteso come il “Santo” per eccellenza, cioè Cristo. Pietro osserva che Davide non poteva riferirsi a se stesso: la sua tomba era allora venerata in Gerusalemme. Egli, quindi ispirato dallo Spirito divino, dichiarava già la gloria del Messia, che noi abbiamo visto compiersi nella Pasqua di Cristo.

Pietro continua il suo discorso esaltando soprattutto la Risurrezione, confermata dalla testimonianza apostolica e vista come la sorgente del dono dello Spirito.

E’ significativo notare che si usa anche in questa pagina, come nella rappresentazione della Risurrezione in Giovanni, l’immagine dell’ “innalzamento” o glorificazione per descrivere l’evento pasquale. Cristo, dopo l’umiliazione dell’esistenza terrena e della morte, riappare nella gloria della sua divinità, assiso come Signore alla destra del Padre. E Pietro anche per questo cerca una conferma biblica e la trova nel Salmo 110,1: “Oracolo del Signore al mio signore: siedi alla mia destra”.

Alla proclamazione dell’annuncio cristiano gli uditori reagiscono con una domanda che, per alcuni, faceva parte dell’antico rituale battesimale: “Che cosa dobbiamo fare?”. Si ha così il passaggio alla risposta morale del credente, che Pietro formalizza in due elementi capitali: la conversione e il battesimo. E’ per questa via che l’uomo viene rinnovato e riceve il dono dello Spirito Santo, riservato non solo agli Ebrei ma anche ai “lontani” scelti dalla libera chiamata divina. Il numero di tremila, storicamente eccessivo, vuole descrivere la diffusione straordinaria degli inizi, quando il cristianesimo si è affacciato alla storia.

TORNA ALL'INDICE LA VITA DELLA PRIMA COMUNITA’ CRISTIANA (2, 42-47)

L’autore degli Atti inserisce qui il primo di una serie di “sommari”[6] che hanno lo scopo di illustrare la vita e la testimonianza della Chiesa delle origini.

Quattro sono le colonne fondamentali che reggono la comunità cristiana: l’insegnamento degli apostoli, la koinonìa (cioè la comunione fraterna nei beni), la frazione del pane (la celebrazione eucaristica in memoria di Cristo) e le preghiere nel tempio. Luca esalta in particolare la koinonìa (si legga anche 4, 32-37), segno di una condivisione efficace delle proprietà personali. E’ questa testimonianza forte e gioiosa ad attirare molti alla nuova religione.

La perseveranza nell’insegnamento degli apostoli è fondamentale per approfondire la fede che i credenti hanno abbracciato e della quale gli apostoli sono i maestri autentici (“Abbiamo visto il Signore” Gv 20,25).

L’unione fraterna (“koinonìa”) si manifestava nella comunione dei beni materiali, venduti volontariamente, dando il ricavato agli Apostoli per essere usato a vantaggio dei bisognosi. Naturalmente l’anima di questo comportamento è l’amore fraterno dei cristiani.

La perseveranza nella frazione del pane, si riferisce alla celebrazione eucaristica, indicata nei primi tempi col gesto rituale dello spezzare il pane consacrato in vista della distribuzione (1 Cor 10,16). Questa celebrazione, che caratterizzava in modo eminente la comunità cristiana, si svolgeva, come ci viene detto dopo, in case private: “Spezzavano il pane a casa” (v. 46), ma non viene indicata la frequenza (ma cfr. 20,7).

La frequenza nella preghiera. I cristiani frequentavano ancora il Tempio (2,46; 3,1; ecc..), ma qui si tratta forse di preghiere propriamente cristiane, come quella di 4, 24-30. Ma senza scendere a una determinazione particolare, si deve ritenere che le quattro “perseveranze” erano praticate simultaneamente dai cristiani e in modo comunitario: esse continuano a essere un ideale anche per le nostre comunità.

 

TORNA ALL'INDICE GUARIGIONE DELLO STORPIO (3, 1-11)

Per dimostrare che il ministero di guarigione di Gesù venne continuato dagli Apostoli da lui scelti, Luca registra un episodio che era stato conservato nella tradizione della comunità. La struttura e la tematica ci sono familiari dai racconti di guarigioni riportati nei sinottici: la scena (vv. 1-2); il punto dottrinale (v. 6); la guarigione per mezzo di parole e gesti (vv. 6-7); esito positivo e dimostrazione (v. 7-8); la reazione edificante degli spettatori (vv. 9-10). Le comunità primitive raccontavano i miracoli degli Apostoli allo stesso modo in cui narravano quelli del Maestro, così che si dava l’impressione che fosse lo stesso Signore che operava i prodigi compiuti nel suo nome dai suoi testimoni.

Più che di guarigione, qui si deve parlare di risurrezione. Lo storpio, infatti, proprio perché tale, viveva sotto la maledizione pronunziata da Davide (2 Sam 5,8) che gli impediva l’ingresso al Tempio per prendere parte alle assemblee liturgiche, perciò si trova alla Porta Bella, confine tra il cortile dei pagani e quello delle donne. Guarendo lo storpio, Pietro, come aveva fatto Cristo (Mt 21,14; Lc 14,21), vuole togliere tutte le barriere e formare un’assemblea universale aperta a tutti.

Pietro non offre allo storpio quello che non ha (argento e oro) ma quello che ha: il nome di Gesù. Egli infatti agisce in nome di un Altro e sa di offrire qualcosa che non gli appartiene. Ed ecco il dono della salute fisica, come segno e anticipo della salute completa, quella escatologica.

Anche lo “stupore” della gente è simile a quello dei testimoni dei grandi miracoli di Gesù (Lc 4,22; Mt 8,27), stupore simile anche a quello che invadeva i testimoni di una apparizione di Dio nell’AT (Gen 15, 1-7; Es 3, 1-5). Il miracolo di Pietro e Giovanni è dunque una specie di teofania: Dio è ora presente nei suoi apostoli.

 

TORNA ALL'INDICE SECONDO DISCORSO DI PIETRO (3, 12-26)

“Ciò vedendo, Pietro disse al popolo” (v. 12). E’ Pietro a spiegare che il miracolo dello storpio è avvenuto per opera di quel Gesù respinto e ucciso dai Giudei. Quello stesso Gesù è ora risorto e nel suo nome si è compiuto il prodigio. La morte di Gesù non è stata un incidente o solo la conseguenza di un’azione contestatrice verso le autorità, ma il compimento delle Scritture. Di qui le conseguenze: la necessità del pentimento, della fede in Gesù, come lo annunzia la Chiesa, per fare parte del Regno. Come nel primo discorso, Pietro fonda le sue affermazioni reinterpretando l’AT. Qui fa riferimento a un passo del Deuteronomio (18, 15-19), così da avere la testimonianza di Mosè. In quel testo si annunziava la continuità della presenza dei profeti dopo la morte di Mosè, ora Pietro vi intravede nel Messia, profeta perfetto, il volto di Cristo. A Mosè si associano nel prefigurare Cristo anche tutti i profeti, a partire da Samuele. Proprio per questo gli Ebrei devono essere i primi a riconoscerlo perché, memori della promessa fatta a d Abramo, siano pronti a comunicarlo a “tutte le tribù della terra” (Gen 12,3). Cristo, chiamato “servo” come il servo del Signore cantato da Isaia (capitoli 42; 49; 50; 53), è perciò il punto di convergenza di tutte le speranze dell’AT. E questo può essere compreso solo ora, quando con la venuta di Cristo si è compiuta la storia della salvezza.

TORNA ALL'INDICE PIETRO E GIOVANNI DAVANTI AL SINEDRIO (4, 1-31)

Nel momento in cui la salvezza viene annunciata a Israele, vengono arrestati i suoi predicatori. Inizia così l’ondata di opposizione che culminerà nella dispersione della comunità (8,1) e nell’annuncio del messaggio ai pagani (capp. 10 e ss.).

Essi vengono arrestati a causa della predicazione sulla risurrezione, negata dai Sadducei, corrente giudaica sostenuta dall’aristocrazia sacerdotale.

Pietro e Giovanni dopo una notte in carcere, vengono deferiti al Sinedrio, il supremo Consiglio giudaico. Davanti a questa assemblea Pietro, nel suo terzo discorso, ribadisce l’annuncio pasquale cristiano, fondandolo ancora sulle Scritture, in questo caso citando il Salmo 118,22 già usato nei Vangeli al termine della parabola dei vignaioli omicidi (Mt 21,42). Gesù Cristo è la base di ogni salvezza offerta da Dio all’umanità, come la pietra da testata d’angolo di un edificio.

Un quarto discorso, ma il secondo davanti al Sinedrio, sarà pronunciato da Pietro nel capitolo successivo (5, 29-32).

La “franchezza” con cui egli parla impressiona i giudici, i quali concludono la seduta con una semplice diffida, temendo reazioni popolari a una condanna. Ma nonostante i moniti a tacere, Pietro e Giovanni dichiarano il principio dell’obbedienza a Dio come superiore a quella riservata agli uomini.

Rimessi in libertà, Pietro e Giovanni si ricongiungono ai loro fratelli di fede e si riuniscono in preghiera. L’orazione ha al centro una citazione del Salmo 2, un testo messianico che ora viene ritagliato nella parte dove si descrive la ribellione di alcune genti contro il re Messia. Si ha così la possibilità di raccontare il Salmo alla vicenda di Gesù condannato, ma indirettamente anche a quella appena vissuta dagli apostoli. Si chiede, allora, a Dio la “franchezza” nell’annunziare il vangelo, cioè il coraggio proprio degli uomini liberi, nella certezza che il Signore sosterrà i suoi testimoni con segni e prodigi. A conferma dell’esaudimento della preghiera si ha una teofania, cioè un intervento divino caratterizzato dal segno del terremoto, accompagnato da una nuova effusione dello Spirito Santo, come nel giorno di Pentecoste.

A questo punto viene inserito nel racconto il secondo sommario (4, 32-37) destinato a dipingere la vita della Chiesa in modo esemplare (il primo sommario l’abbiamo trovato in 2, 42-47).

Da un lato c’è la testimonianza della Risurrezione di Cristo, che è il cuore dell’annuncio e della fede cristiana.

Dall’altro lato, ampio spazio è riservato alla comunione fraterna dei beni, con un rimando sia all’AT che alla cultura greca. La frase: “Nessuno tra essi era bisognoso” evoca un appello del libro del Deuteronomio (15,4), mentre l’ espressione “ogni cosa era fra loro comune” è l’eco di un proverbio greco sugli amici, citato anche da Platone. Questa comunione si manifesta concretamente con il mettere in comune i beni, così da poterli distribuire a ciascuno secondo il bisogno.

Di questa prassi si presentano due esempi antitetici. Il primo è quello di Giuseppe detto Barnaba, un ebreo della diàspora cipriota, che vende un campo consegnandone integralmente il ricavato alla cassa della comunità. Il secondo caso ha per protagonista una coppia di cristiani: Anania e Saffira.

TORNA ALL'INDICE LA FRODE DI ANANIA E SAFFIRA (5, 1-11)

Qualcuno ha definito questo racconto il “brano più difficile del Nuovo Testamento”. Quali i problemi sollevati? Innanzitutto ci sembra di essere ancora all’Antico Testamento, dove il giudizio e il castigo di Dio si rivelano inesorabili e fulminano la morte dei peccatori (cfr 1 Re 14, 1-18). Un altro interrogativo: di quale peccato si tratta? Può essere punita così una bugia di due sposi che vogliono far bella figura e nello stesso tempo cautelarsi per il futuro? Perché non è dato loro la possibilità di spiegarsi e anche  di riconoscere il loro gesto sbagliato e di convertirsi? Certamente si può affermare che questo racconto agghiacciante di Anania e Saffira, come gran parte delle narrazioni popolari, hanno un certo fondamento nella realtà, ma l’attuale sequenza dei fatti e l’interpretazione della loro morte come un castigo divino – di cui non si hanno paralleli nel NT – sono indubbiamente prodotti dell’immaginazione popolare.

Questo episodio è costruito sull’opposizione tra lo Spirito Santo e Satana, e sul contrasto: vita-morte, verità-menzogna, fiducia-paura. Il peccato di Anania e Saffira non è solo un peccato di vanità o una menzogna, ma un affronto e un attentato contro la santità e l’integrità cristiana che hanno la loro radice nella presenza dello Spirito Santo: “Tu non hai mentito agli uomini ma a Dio(5,4). Nel gesto di Anania che introduce la menzogna e la bramosia del denaro dentro la comunità dei discepoli è all’opera quella potenza menzognera, Satana, che già si servì di Giuda per condurre Gesù alla morte. Per questo si manifesta improvviso il giudizio di Dio di cui Pietro si fa interprete autorevole. Il loro peccato, quindi, è visto come un attentato contro la santità e l’integrità della comunità cristiana, che si fonda sullo Spirito. Per questo porta alla morte fisica, ma soprattutto spirituale: poiché essi si sono contrapposti allo Spirito che dà la vita. L’accento sulla potenza di Satana (v. 3) e sulla tentazione (v. 9) può alludere alle tentazioni di Gesù (Lc 4, 1-13). Alcuni hanno suggerito un paragone con 1 Cor 5, 1-5 dove Paolo ordina una scomunica (cioè l’allontanamento dalla comunità) con la formula: “Sia dato in balia di Satana”.

Si propone qui un terzo sommario (5, 12-16), dopo i primi due (2, 42-47 e 4, 32-35), che rappresenta la comunità cristiana delle origini riunita nel tempio, nell’area del portico di Salomone Un colonnato già noto per la guarigione operata da Pietro e Giovanni (3,11). Essa è circondata da un’aura di ammirazione e rispetto. Pietro continua l’opera di Cristo con le guarigioni delle folle di infermi e di sofferenti, testimoniando così la salvezza nella fede.

TORNA ALL'INDICE LA SECONDA PERSECUZIONE  (5, 17-42)

Il successo clamoroso degli Apostoli fa scattare un secondo arresto, ordinato dalle autorità religiose-giudaiche. La liberazione miracolosa ad opera di un angelo è l’anticipazione di ciò che sarà narrato più diffusamente a proposito di Pietro (12, 6-17) e di Paolo (16, 25-34). E’ il segno della protezione divina sulla missione apostolica. I persecutori, però, non desistono dal contrastare l’opera degli apostoli, che sono di nuovo convocati e interrogati. Così Pietro è costretto per la seconda volta a difendersi davanti al Sinedrio e lo fa ribadendo un principio già formulato nella sua prima arringa difensiva (4,19) e che, tra l’altro, lo stesso filosofo greco Platone metteva in bocca a Socrate: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (5,29).

Pietro proclama nuovamente l’annunzio della morte e risurrezione di Cristo, celebrando Gesù come “capo e salvatore”. Nel v. 30 la croce è chiamata con il termine greco xjlon (“legno”, “albero”) che rimanda a Deuteronomio 21,22 (vedi anche Atti 10,39; 13,29). L’ostinazione di Pietro irrita i giudici, che si orientano perfino verso una sentenza capitale, come era stato deciso nei confronti dello stesso Gesù. Entra in scena un membro del Sinedrio della corrente dei Farisei, più aperta rispetto a quella dei Sadducei a cui appartenevano i sacerdoti. Il suo nome Gamaliele[7] è noto anche alla tradizione giudaica ed era un intellettuale stimato. Il suo intervento è centrato su un principio storico-teologico: se un’idea o un movimento sono frutto di progetti umani, prima o poi sono destinati a svanire. Se, invece, in essi c’è la presenza divina, sono destinati a permanere. La parole di Gamaliele hanno il loro effetto e, dopo una sommaria flagellazione, gli apostoli vengono messi in libertà.

TORNA ALL'INDICE STEFANO E GLI ELLENISTI (6,1-8,1a)

L’annunzio evangelico ha, così spazio per diffondersi (6, 1-6). Nella comunità ormai allargata anche a Ebrei di lingua greca della diàspora[8], oltre che agli Ebrei palestinesi, cominciano le prime tensioni. Esse riguardano soprattutto la distribuzione dei beni che, come si è visto (4, 32-35), era il fiore all’occhiello della comunità cristiana. Le vedove di lingua greca erano, infatti, trascurate, data la prevalenza di Ebrei convertiti nella Chiesa delle origini.

Ci imbattiamo a questo punto del racconto di Luca nel primo dissenso nella Chiesa di Gerusalemme. Già si è parlato delle persecuzioni esterne da parte delle autorità giudaiche, ora è una crisi interna che disturba l’unità idilliaca della Chiesa.

In realtà, questa crisi prefigura il superamento e la liberazione della Chiesa da certe costrizioni e restrizioni del giudaismo palestinese: la crisi infatti nasce tra due gruppi di giudei convertiti al cristianesimo, gli “ebrei” e gli “ellenisti” (giudei della diàspora di lingua greca, che abitavano a Gerusalemme).

Di fronte a questi dissensi, gli Apostoli, ribadendo che la loro missione primaria era quella della preghiera e della predicazione, decidono di affidare la gestione dell’attività caritativa a un collegio di sette saggi, i cui nomi di origine greca rivelano la loro provenienza. Luca non attribuisce però ad essi la definizione di “diaconi” (“servi”, “ministri”), che sarà usata da Paolo.

Un breve sommario (v. 7) delinea la diffusione della parola di Dio proclamata dai missionari cristiani: essa fa breccia anche nella classe sacerdotale, inizialmente ostile.

 

a) L’arresto di Stefano (Atti 6, 8-15)

A questo punto entra in scena  - e sarà per due capitoli protagonista – la figura di Stefano, uno dei sette incaricati della condivisione giusta dei beni. La tensione tra lui e una sinagoga[9] composta da Ebrei provenienti, come lui, dalla diàspora dà il via a una vicenda drammatica, descritta da Luca tenendo in filigrana la passione e morte di Gesù, che ora si ripropongono e continuano nel discepolo. Stefano viene, infatti, arrestato e incolpato da falsi testimoni che – come era accaduto per Gesù – lo accusano di tre reati.

Ha pronunziato bestemmie contro Mosè e contro Dio.

Ha parlato contro “il luogo santo” (il tempio di Gerusalemme) e la legge.

Ha sostenuto che Gesù di Nazaret distruggerà questo luogo e cambierà le usanze mosaiche.

 

b) Il discorso di Stefano (Atti 7, 1-53)

L’interrogatorio davanti al Sinedrio permette all’imputato di difendersi. Ed egli, raffigurato come un santo dal narratore (“il suo volto era come quello di un angelo”), pronunzia un lungo discorso, il più ampio e sistematico tra quelli degli Atti degli Apostoli. Come in quello di Paolo in 13, 16-41, si ha qui il tentativo di abbozzare sinteticamente tutta la storia di Israele, tratteggiata nell’Antico Testamento, interpretandola alla luce di Cristo. E’, quindi, un maestoso esempio di predicazione biblica in uso nella Chiesa delle origini.

La trama del discorso segue lo svolgimento degli eventi così come sono delineati nella Sacra Scrittura. In questa pagina tre sono i personaggi-cardine di quella storia di salvezza che vengono evocati. Si parte da Abramo, chiamato da Dio in Mesopotamia e avviato verso la terra di Canaan, sostenuto dalla promessa di una discendenza e legato a Dio dal vincolo della circoncisione.

Particolare attenzione nella discendenza di Abramo è riservata alle vicende di Giuseppe, il patriarca biblico tradito e venduto dai fratelli, ma scelto da Dio alla gloria in Egitto, ove fu nominato viceré dal Faraone. E’ facile comprendere come questo personaggio risulti caro a Stefano, sia perché illustra la storia di Gesù, sia perché la sua vicenda si riflette anche nell’esperienza personale che egli sta vivendo. Lo stanziamento in Egitto degli Ebrei permette il passaggio alla terza figura, quella più ampiamente trattata: Mosè. Si segue il racconto dell’Esodo fin dai suoi esordi, con la nascita e la salvezza del popolo ebraico. L’intensità della ripresa della figura di Mosè è dovuta alla connessione che la tradizione evangelica aveva posto tra lui e Gesù.

Mosè si presenta come salvatore del suo popolo, ma sono proprio i suoi a non comprenderlo. Ne è testimonianza l’episodio della lite tra Ebrei sedata dallo stesso Mosè, e l’astio dei suoi connazionali nei suoi confronti (Esodo 2, 13-15).

Costretto a riparare nella terra di Madian, Mosè vive la straordinaria esperienza del roveto ardente e riceve l’incarico da parte di Dio di liberare Israele oppresso. Stefano sembra quasi interrompere il corso della narrazione, per ribadire un atto d’accusa contro l’ingratitudine del popolo ebraico: “Questo Mosè, che avevano rinnegato… proprio lui Dio aveva mandato per essere capo e liberatore” (v. 35).

Si passa così al grande evento dell’esodo, accompagnato da “prodigi e segni” e sfociato nel soggiorno peregrinante del deserto. Stefano dipinge Mosè quasi in un alone di luce, celebrandolo come il mediatore perfetto tra Israele e il Signore e come il profeta per eccellenza, che comunica la parola divina. Ma la ribellione e l’ostinazione di Israele costringono Dio a ritirarsi, lasciando il suo popolo in balia dell’idolatria (il vitello d’oro) in tutte le sue forme. Si fa infatti menzione del “culto dell’esercito del cielo”, cioè l’adorazione degli astri, e si cita un passo del profeta Amos (5, 25-27), per mostrare l’abominio di Israele che erige santuari al dio fenicio Moloch, che si rivolge alla stella di un’altra divinità non meglio precisata, Refan, e che si dedica a statue idolatre, causando la punizione divina dell’esilio babilonese.

La trama della storia sacra continua con l’erezione della tenda santa, il santuario mobile del deserto, che Giosuè porterà in battaglia durante la conquista della terra promessa, e che sarà sostituita dal tempio di Salomone. Un tempio, però, considerato relativo dai profeti, che avevano puntato all’interiorità dell’adesione a Dio: Stefano cita Isaia 66, 1-2 ove il Signore afferma la sua presenza universale, superando lo spazio sacro del tempio quando è fine a se stesso. Si ha così l’occasione di puntare di nuovo l’indice contro l’ostinazione dell’infedeltà di Israele. Essa si era manifestata anche nell’uccisione dei profeti che avevano annunziato il Messia, quel Gesù Cristo eliminato proprio dagli ascoltatori di Stefano.

 

c) La lapidazione di Stefano (Atti 7, 54-60)

La reazione del Sinedrio di fronte a questo atto di accusa è violenta. La condanna alla lapidazione è un linciaggio più che l’esecuzione di una sentenza di morte. La condanna a morte, infatti, spettava solo al governatore romano non al Sinedrio. Luca presenta la morte di Stefano sul modello di quella di Gesù: egli perdona ai suoi assassini e pronunzia le stesse parole di Gesù morente (Lc 23,34.46).

Tra gli spettatori del martirio di Stefano c’è Saulo, il futuro apostolo Paolo.

TORNA ALL'INDICE LA TERZA PERSECUZIONE E LA DISPERSIONE (8,1b-3)

Abbiamo accennato prima che,  accanto agli ebrei di lingua aramaica c’erano in Gerusalemme credenti di lingua greca, i cosiddetti ellenisti. Un banale motivo, cioè lo svantaggio che subivano le loro vedove nella distribuzione quotidiana del sostentamento (Atti 6,1) portò a una protesta che fu risolta immediatamente con la nomina dei sette uomini.

Il conflitto che covava sotto la cenere mise però in luce alcune questioni fondamentali. Essi come credenti ellenisti, provenivano da circoli della sinagoga della diàspora, e quindi aspiravano ad una apertura missionaria oltre Israele. Di fronte all’esempio dell’ellenista Stefano, che non riconosceva più il tempio come luogo di salvezza (Atti 6,13 ss.), apparve con maggiore evidenza la differenza tra loro (ellenisti) e gli ebrei. Anche perché la loro apertura missionaria faceva crollare la base teologica degli Ebrei, fondata sulla certezza che l’annuncio della salvezza escatologica dovesse essere legata a Gerusalemme.

L’elezione dei “sette” – tutti di nome greco – che dovevano provvedere al sostentamento degli ellenisti, non avvenne dunque perché essi rimanessero subordinati agli Anziani del Sinedrio. Essi rappresentavano piuttosto quei credenti che, come i giudei ellenizzati, rispettavano il segno della circoncisione, ma che nella loro attività missionaria andavano oltre i confini di Israele. La persecuzione che scoppiò dopo il martirio di Stefano disperse questo gruppo di giudei ellenisti, che dovette perciò abbandonare Gerusalemme. La primitiva comunità cristiana non presentava dunque un quadro unitario, anche se essa venne spesso idealizzata da movimenti riformisti posteriori.

Questi versetti iniziali del cap. 8 servono, pertanto, da collegamento tra il racconto del martirio di Stefano e la diffusione della Parola da Gerusalemme alla Giudea e alla Samaria sotto l’influenza degli ellenisti. La morte dell’ellenista Stefano scatena la persecuzione verso i soli ellenisti (cioè i giudeo-cristiani di lingua greca e i “Sette”) opposti a quelli di lingua ebraica che facevano capo agli Apostoli.

Ma questa persecuzione anziché sconfiggere l’annunzio della Parola, ne favorisce l’espansione: in Samaria, nei confronti di un Etiope, e in altre zone della terra d’Israele, fino alla conversione di un pagano, il centurione Cornelio (cap. 10-11).

Prima di passare alla seconda parte del libro degli Atti, cioè la diffusione della Parola di Dio fuori Gerusalemme, chiariamo meglio il concetto di diàspora.

La parola diàspora è di origine greca e significa dispersione, e indica la dispersione di un popolo che lascia la propria terra migrando in varie regioni. Lo stesso termine (diàspora) indica la situazione degli ebrei che a partire dall’esilio babilonese (586 a.C.) in poi, hanno sviluppato una forte corrente migratoria, talvolta spontanea (per esempio per motivi commerciali), altre volte forzata. Infatti, caduti molte volte sotto il dominio straniero e deportati in territori lontani dalla patria, si sono dispersi in altre regioni e in molti casi hanno scelto di continuare a vivere lontano dalla propria terra. Mantenendo la propria identità culturale e religiosa, hanno fondato comunità in molte città, con una propria sinagoga. Nel II secolo a.C. (285-247 a.C.) una forte comunità ebraica si trovava per esempio ad Alessandria d’Egitto. E la traduzione della Bibbia in greco (chiamata dei “Settanta”), avvenne proprio grazie ai componenti di questo gruppo. Con la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. da parte dell’imperatore Tito e la distruzione della Città Santa,  ci furono motivi di ulteriori ondate migratorie.

Durante il periodo medioevale troviamo importanti gruppi di ebrei in Spagna (chiamati Sefarditi) e nei paesi germanici (Askhnaziti). Nell’Ottocento vi è una forte immigrazione ebraica nei paesi del centro Europa.

Nel 1516 la Palestina fu occupata dal potente regno ottomano (impero turco musulmano) che lo tennero fino all’occupazione inglese del 1917. La politica britannica di appoggio sia al movimento sionista[10] sia al movimento nazionalista arabo acuì il contrasto fra comunità arabe ed ebraiche. La proclamazione dello Stato d’Israele (14.5.1948) determinò il sorgere della questione palestinese: in gran parte assoggettati al nuovo Stato, in parte (600.000) costretti all’esodo. Gli arabo- palestinesi o semplicemente i palestinesi (cioè gli abitanti e nativi arabi viventi in Palestina) crearono un movimento di resistenza (OLP 1964) appoggiato dai paesi arabi (guerra dei sei giorni nel 1967; guerra del Kippur nel 1973). Nonostante i tentativi dell’ ONU (riconoscimento dell’OLP nel 1974; pace a Camp David nel 1978) la situazione, ancora oggi, permane tesa. Con l’avvio della colonizzazione ebraica dei territori della Cisgiordania e di Gaza occupati nel 1967 inizia la rivolta dei palestinesi dei territori occupati (intifada)[11]. Nel 1988 è stato proclamato la stato di Palestina comprendente la Cisgiordania e Gaza, che è stato riconosciuto da molti paesi pur essendo totalmente occupato da Israele. Nel 1993, in seguito ai colloqui di pace tra Israeliani e Palestinesi, si è giunti a un accordo (ratificato il 4.51994) per la concessione dell’autonomia a Gerico e nella striscia di Gaza. Il processo di pace è tuttavia ostacolato dai gravi e ripetuti atti terroristici a opera di gruppi integralisti islamici.


            II.      LA MISSIONE NELLA GIUDEA E NELLA SAMARIA

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IL VANGELO IN SAMARIA (8, 4-25)

La Parola di Gesù inizia il suo cammino, parte dalla Giudea: luogo di nascita di Cristo, per diffondersi nel mondo intero. La Parola non può essere imprigionata, posseduta da qualcuno, da una qualche cultura, o da una religione.

Il capitolo 8 degli Atti, quindi, segna un primo grande sviluppo del cristianesimo, che passa da Gerusalemme alla Samaria e ad alcune città della Giudea.

Dopo il martirio di Stefano “scoppiò una violenta persecuzione contro la chiesa di Gerusalemme” (8,1) che costrinse i cristiani – gli ellenisti provenienti dalla diàspora  – ad abbandonare la città santa. Questa dispersione si trasforma in un grande movimento missionario: “Quelli che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la parola di Dio” (8,4). E’ in questo contesto che si colloca l’attività di Filippo[12],  uno dei sette (6, 1-5), che meriterà il titolo di “evangelista” (21,8).

Il luogo dell’attività di Filippo è “una città della Samaria” (v. 5). Luca non dice il nome della città forse per indicare l’evangelizzazione dei samaritani, che realizza il piano del Risorto: da Gerusalemme e Giudea alla Samaria, per poi raggiungere i confini della terra (1,8). Certo è che i samaritani – tanto disprezzati dai giudei, ma tanto cari a Cristo (Lc 9,52: Gesù manda i Dodici in un villaggio di samaritani; Gv 4: l’incontro di Gesù con la samaritana e i samaritani; Lc 10, 30-37: la parabola del buon samaritano) – si sentono annunciare il vangelo e lo accolgono generosamente.

Il tema della predicazione di Filippo è ben preciso: “Cominciò a predicare loro il Cristo” (v. 5).

Nel successo della missione, però, si inserisce un elemento negativo. Esso è rappresentato da un mago[13] molto popolare di nome Simone, il quale vorrebbe acquisire dagli apostoli, per denaro, il potere di conferire lo Spirito Santo. Pietro reagisce aspramente a questa pretesa, che verrà chiamata successivamente “simonia”, e lo fa con un monito severo che genera pentimento nel mago.

Filippo però intraprende l’evangelizzazione della Samaria senza dipendere da alcuno. Benché coronata da grande successo la sua attività non è considerata da Luca come pienamente autorizzata. E’ per questa ragione che la nascente Chiesa istituzionale invia Pietro e Giovanni (v. 14) i quali mediante l’imposizione delle mani conferiscono lo Spirito e incorporano nell’ovile l’immatura comunità cristiana della Samaria. Luca fa capire chiaramente che lo Spirito è donato soltanto nell’unione con il collegio autorizzato dei Dodici. Il fatto rivela che Luca, mentre scriveva gli Atti, era conscio dell’esistenza nel cristianesimo primitivo di gruppi separati che la madre Chiesa cercava di incorporare (cfr. 18, 25-27; 19, 2-6; 20, 29-30).

TORNA ALL'INDICE L’EUNUCO ETIOPICO (8, 26-40)

Filippo è qui protagonista di un’altra espansione della fede in Cristo, su sollecitazione di un angelo: negli Atti non è raro che si introducano messaggeri celesti a sostenere la missione (1,10; 5,19; 10,3; 12, 7-10.23; 27,23).

Sulla strada che conduce da Gerusalemme al sud della Giudea è in viaggio un funzionario etiopico della regina di quel paese, Candace (un nome portato da molte regine si pensa che fosse un titolo , simile a “Faraone” usato per i re d’Egitto).

Costui doveva essere un simpatizzante del giudaismo, leggeva infatti, sul cocchio che lo trasportava, il capitolo 53 di Isaia, il celebre quarto carme del servo del Signore, che la tradizione cristiana aveva applicato a Gesù. Filippo coglie l’occasione per sviluppare la sua catechesi partendo da quel testo e conduce il funzionario alla fede e al battesimo. E’ evidente che, narrando questo episodio, Luca vuol far balenare la diffusione del vangelo anche in territori lontani e tra razze diverse. Tutto è sotto la guida e il sostegno di Dio stesso, che conduce i missionari verso orizzonti sempre nuovi.

TORNA ALL'INDICE LA VOCAZIONE DI SAULO  (9, 1-19)

Avendo prefigurato la propagazione della Parola ai pagani nell’episodio dell’eunuco della regina etiopica, Luca ritorna ora alla persona che sarà l’eroe della seconda parte del suo libro. Prima che venga ufficialmente iniziata la missione ai pagani, è necessario che Luca incorpori il suo eroe nella Chiesa primitiva. Viene perciò introdotto a questo punto il racconto della conversione di Saulo[14]. Non è semplicemente un racconto di conversione, ma di vocazione, poiché è stato chiamato ad essere “lo strumento da me scelto per portare il mio nome dinanzi alle nazioni”.

Che la vocazione di Paolo sia stata per la Chiesa delle origini un evento fondamentale emerge dal fatto che negli Atti degli Apostoli essa è narrata per ben tre volte, ora e nei capitoli 22 e 26, con variazioni che forse documentano la presenza di differenti tradizioni.

Quello di Saulo è un incontro con il Cristo risorto, come lui stesso attesterà ponendosi nella lista di coloro che furono beneficiari di un’apparizione pasquale (1 Cor 15, 8-9). Egli è inviato a Damasco dal Sinedrio, che esercitava la sua giurisdizione in modo indiretto anche sulle sinagoghe della Siria, per combattere i seguaci di Cristo.

L’apparizione del Risorto è di per sé una teofania, cioè una rivelazione divina, come è dimostrato dalla luce, che è un simbolo di Dio e che acceca l’uomo. Per Paolo inizia una nuova esistenza che egli descriverà come un “essere conquistato” o “afferrato” da Cristo (Filippesi 3,12). Egli entra, così, nella comunità cristiana ove è accolto – sia pure con le perplessità del caso – da un discepolo di Damasco, Anania, il quale pure è destinatario di una teofania. Si noti come il racconto non manchi di indicazioni concrete riguardanti le prime vicende di Paolo convertito: ad esempio, la via Diritta era una strada nota, che attraversava Damasco da est a ovest.

Anania, in un certo senso, è il padre di Paolo nella fede cristiana, perché è lui che lo introduce nella comunità attraverso il battesimo. La permanenza di Paolo nella capitale della Siria si trasforma già in occasione di testimonianza per Cristo. Da persecutore egli diventa subito missionario, soprattutto nelle sinagoghe della città, creando imbarazzo tra gli Ebrei che decidono di farlo tacere eliminandolo. Ma Paolo viene salvato in modo rocambolesco: nella notte viene calato in una cesta dalle mura di Damasco e fatto fuggire a Gerusalemme.

A Gerusalemme ad avere perplessità e paura nei confronti del convertito sono in molti tra i cristiani. E’ solo con la mediazione di Barnaba che Paolo è accolto e inizia il suo apostolato missionario rivolgendosi agli Ebrei di lingua greca della diaspora, i quali reagiscono duramente cercando di ucciderlo: Paolo è, così, costretto a riparare nella sua città natale, Tarso, nell’attuale Turchia meridionale.

Il racconto prosegue orientandosi verso la figura di Pietro e la sua missione nell’area sud-occidentale della Palestina. A Lidda egli opera la guarigione del paralitico Enea, mentre a Giaffa (o Ioppe) riporta in vita una discepola di nome Tabithà, cioè Gazzella, una benefattrice cristiana.

Il miracolo di Tabithà, riportata in vita da Pietro, ha similitudini con quello operato da Gesù verso la figlia di Giairo 8Mc 5, 38-43). Ma per l’apostolo si sta preparando un’esperienza sorprendente, che segnerà una svolta nella missione della Chiesa delle origini. Essa ha la sua origine proprio in Giaffa, ove ora Pietro è ospite di un tale Simone, di professione conciatore di pelli.

 

          III.      LA MISSIONE FINO ALL’ESTREMITA’ DELLA TERRA

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Questa sezione di Atti descrive la diffusione della Parola di Dio dal centro geografico della storia sacra, Gerusalemme, fino alla terza fase (i confini della terra) dell’attività apostolica indicata nel comando di Gesù: “Mi sarete testimoni in Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, fino all’estremità della terra” (1,8).

Due note importanti caratterizzano questa parte del racconto di Luca: prima di tutto, l’attività influente di Pietro, e poi, il problema più grande che il cristianesimo ha dovuto affrontare in questo stadio del suo sviluppo, e cioè la rottura con la sua matrice giudaica e le usanze giudaiche.

VISIONE DI PIETRO E LA CONVERSIONE DI CORNELIO
(Cap
10-11)

Questi due capitoli degli Atti ci parlano della pentecoste pagana: la salvezza è per tutti. Pietro si sorprende dell’agire di Dio, a favore dei pagani. Lo Spirito Santo sorprende sempre, deve sorprenderci sempre, e ha diritto di sorprenderci. Difatti in questo episodio degli Atti tutto è orchestrato dallo Spirito Santo: la visione di Cornelio, la visione di Pietro, l’incontro di Pietro a casa di Cornelio, e il primo discorso di Pietro a Cesarea, dove avviene improvvisamente l’effusione dello Spirito, anche su dei pagani. Cosa che sconcerta tutti, compresa Gerusalemme, e Pietro deve giustificare a Gerusalemme quello che è avvenuto, cioè come Dio ha stracciato tutti i confini stabiliti dall’uomo.

 

1) Visione di Cornelio (Atti 10, 1-9).

In questo primo testo (10, 1-9) c’è la presentazione di Cornelio, la visione, e il luogo (Cesarea) della irruzione divina. L’episodio infatti inizia con l’indicazione della città dove è avvenuto questo intervento di Dio, decisivo per il futuro della vita della Chiesa: il futuro della Chiesa è legato a questa visione. Cesarea è una città che il re Erode aveva fatto costruire in 12 anni, in onore di Cesare Augusto. Era diventata sede abituale del procuratore romano e al tempo della missione cristiana era la città più importante della Palestina. Qui c’era una popolazione mista formata da una minoranza di Giudei e da una maggioranza di pagani, e i rapporti erano abbastanza tesi. I Giudei facevano appello al fatto che Cesarea era stata costruita da un re giudeo (Erode, appunto), i pagani potevano fare riferimento al fatto che la vita pubblica della città e le sue istituzioni erano pagane (in onore di Cesare). Quindi sullo sfondo storico di una tale situazione etnica, caratterizzata da tensioni tra Giudei e pagani, acquista maggior rilievo il fatto che proprio a Cesarea alcuni giudeo-cristiani saranno testimoni del fatto che anche i pagani abbiano ricevuto lo stesso dono dello Spirito Santo. Là dove vivevano questi due gruppi etnici divisi tra loro e in continuo conflitto, nasceva una comunità cristiana fatta da persone che pur appartenendo a estrazioni culturali e religiose diverse, sentivano il bisogno di vivere in comunione, grazie allo stesso dono dello Spirito Santo, che Dio aveva loro concesso.

Questa solenne introduzione alla visione di Cornelio è giustificata dal ruolo che svolgerà il centurione in questa vicenda.  Nei suoi confronti infatti Pietro opererà un miracolo molto più grande di quelli operati lì in quei giorni, e cioè, la guarigione del paralitico alla porta del Tempio e quella della discepola di Ioppe.

 Accanto alla figura di Cornelio va notata, nell’introduzione, la presenza di tutta la sua casa: quello che accadrà a lui e alla sua casa farà epoca nella storia della Chiesa. E Luca metterà in buona luce, come è suo costume, questi personaggi romani, e fra le qualità di Cornelio merita una particolare attenzione quella di “pio”  di un “timorato di Dio”. Sono appellativi che incontreremo ancora due volte nella storia di Cornelio e altre volte negli Atti. Nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, Paolo incomincia il suo discorso con le parole: “Israeliti e voi timorati di Dio”.

La parte centrale della visione di Cornelio è costituita dall’apparizione e dal dialogo dell’angelo di Dio che Luca descrive secondo il cliché stereotipato del genere letterario delle “apparizioni”: l’irruzione improvvisa del messaggero celeste, il saluto, la risposta, il messaggio e poi la scomparsa.

“Manda degli uomini a Giaffa e fai venire un certo Simone, detto Pietro”: è un ordine divino. E’ significativa, a questo proposito la domanda di Cornelio: “Che c’è Signore?”. La storia è messa in cammino da un intervento di Dio, Cornelio deve uscire dal suo isolamento per mettersi in contatto con una persona che vive altrove, questa distanza geografica, che l’angelo di Dio comanda di annullare, certamente non è lunga: Cesarea dista da Giaffa una cinquantina di km, ma è la distanza spirituale che è enorme.

A Giaffa  Pietro è ospite di una comunità di giudeo-cristiani, cioè di quei cristiani che provenivano dal mondo giudaico (Pietro in qualche modo si sentiva il leader  del movimento cristiano nato a Pentecoste), e si erano convertiti al cristianesimo.

Cornelio, anche se pagano, è simpatizzante del giudaismo, non conosce ancora Gesù di Nazaret, non ha nessuna esperienza della comunità cristiana. Cosa potrà significare quest’ordine dato dall’angelo a un pagano come Cornelio, di cercare un contatto con un capo dei cristiani come Pietro? D’altra parte il messaggero non rivela al centurione di Cesarea lo scopo di questo comando, non indica neppure il motivo per cui deve mandare alcuni uomini per far venire Pietro a Cesarea, che lui neanche conosce.

Ma se un intervento di Dio induce Cornelio a mandare una delegazione a Giaffa per chiedere a Pietro di voler gentilmente recarsi a Cesarea, certamente l’incontro tra questi due personaggi, non è un colloquio banale tra persone: è un evento carico di mistero, che Cornelio e chi legge gli Atti, attende che sia svelato in seguito.

Però l’intervento dell’angelo che entra nella casa di Cornelio, come nella casa di Maria, anticipa già simbolicamente l’ingresso della salvezza cristiana nella sfera vitale di una famiglia pagana. Certo che la pietà religiosa di Cornelio è quella tipica del giudaismo: le sue preghiere, le sue elemosine, sono accettate da Dio come un sacrificio, e l’intervento dell’angelo appare come una risposta, un premio di Dio per la pietà di Cornelio. D’altra parte il testo non suggerisce nella religiosità di Cornelio nessun elemento che potrebbe far pensare ad una farisaica morale del compenso. Non si dice negli Atti come Cornelio preghi, che vanti dei meriti per la sua osservanza, ma è l’angelo di Dio che rivela al centurione che la sua preghiera è riuscita gradita a Dio.

Per Luca l’ingresso dell’angelo nella casa di Cornelio e  il messaggio che comunica al centurione è un dono di Dio, anche se dato in cambio del dono che Cornelio ha fatto con la sua preghiera, con la sua elemosina al Signore. A questo punto, potremmo dire che nello stesso tempo in cui avveniva questo evento a Cesarea con Cornelio, avviene anche la visione di Pietro.

 

2) Visione di Pietro (Atti 10, 9-16).

Pietro è il secondo protagonista di questa vicenda (10, 9-16), colui al quale Cornelio aveva inviato la sua delegazione. E’ interessante osservare l’analogia dell’esperienza vissuta da Cornelio con quella di Pietro: al pari del centurione romano che risiede a Cesarea, Pietro risiede a Giaffa. Cornelio ha una visione, Pietro riceve questa rivelazione, nel contesto di una preghiera. Nella situazione di Cornelio, il mediatore divino è un angelo di Dio, nell’esperienza di Pietro è una voce, come nel caso di Saulo. Ma l’identica risposta dell’uno e dell’altro: “Signore”, accomuna le due esperienze, sotto un unico regista della storia: il Signore Dio. E il contenuto della rivelazione che Pietro riceve non sembra avere nessuna relazione con la problematica personale di Cornelio, questo rafforza la convinzione che il vero soggetto operante della prima e della seconda scena è sempre il Signore Dio, e ci fa capire che sia Cornelio che Pietro sono semplici strumenti attraverso i quali si realizza il piano di Dio.

Intanto considerato in se stesso l’episodio di Pietro è chiaro.:

-         sia “il lenzuolo calato dal cielo dove si trovavano varie specie di animali puri e impuri”, (regole tipiche delle purità alimentari);

-         sia il comando della voce celeste che per tre volte ordina a Pietro: “Uccidi e mangia, ciò che Dio ha reso mondo,  tu non considerarlo immondo”,

non possono avere che un solo senso: Dio ordina a Pietro di lasciar cadere tutte le distinzioni legali tra cibi puri e impuri.

Questa triplice ripetizione della voce celeste indica con chiarezza che il superamento di tali leggi di purità degli alimenti è per l’instaurazione di un’ottica di libertà ed è una rivelazione che viene da Dio. Questa è una rivelazione che Dio dona al capo della comunità cristiana perché liberi il cristianesimo da queste leggi di purità alimentare, che se avevano una ragione di esistere nella economia veterotestamentaria, sono assurde nella nuova alleanza fondata da Gesù. Questo superamento della legge sui cibi era già stato oggetto della predicazione di Gesù di Nazaret e la tradizione sinottica ha conservato una sentenza di Gesù con la quale “egli dichiarava mondi tutti i cibi”.

Tuttavia questo secondo intervento della voce celeste: “Ciò che Dio ha reso mondo, cessa di chiamarlo profano”, lascia aperta la possibilità, che oltre alla questione degli alimenti ci sia un riferimento concreto anche alle persone. Difatti l’espressione:  “Ciò che”, (è un neutro), e può riferirsi sia alle cose che alle persone, e dal seguito del racconto sapremo che tale riferimento, nell’attuale redazione di Luca, è una certezza.

 

3) Incontro di Pietro con gli inviati di Cornelio (Atti 10, 17-23).

 Luca sottolinea con insistenza i ripetuti tentativi di Pietro di interpretare la visione solo in senso letterale. Ma, come vedremo in seguito, la visione si riferirà ad una realtà che Pietro per il momento non riesce a cogliere, perché è ancora un giudeo ben radicato. La voce ha detto a Pietro: “Alzati, uccidi e mangia, ciò che Dio ha reso  mondo cessa di considerarlo profano” e mentre Pietro si chiedeva il significato di questa visione, lo Spirito gli disse: “Alzati, discendi, và con loro” senza tentare di interpretare la visione. Solo alla luce interpretativa dello Spirito, Pietro comprenderà che la visione del lenzuolo interessava non soltanto gli alimenti ma anche e soprattutto le persone. Infatti i due imperativi: “Uccidi e mangia”, che riguardavano gli animali, sono compresi per mezzo dello Spirito Santo, in riferimento agli due imperativi che seguono: “Discendi e và con loro”, che interessano i rapporti di comunione tra le persone. Questi imperativi stanno a significare che non ha più alcuna ragione d’essere la tradizionale distinzione giudaica tra uomini puri (Giudei) e impuri (i pagani). Quindi solo alla luce di questa ulteriore rivelazione dello Spirito (“Discendi e và con loro”) è possibile l’incontro tra Pietro e gli inviati di Cornelio: da notare che questi sono tutti pagani.

Questa rivelazione assolve a una duplice funzione, prima di carattere diciamo ermeneutico (cioè di metodo, interpretativo) perché permette di cogliere il collegamento tra la visione di Cornelio e quella di Pietro, e l’altra di carattere ecumenico, perché consente di superare la distanza spirituale tra Giudei e pagani, che nonostante l’arrivo della delegazione di Cornelio a Giaffa, questa chiusura, questa separazione persisteva. Se il cammino materiale dei delegati di Cornelio ha reso possibile il superamento della distanza geografica tra Cesarea e Giaffa, il cammino intellettuale di Pietro non era sufficiente ancora a colmare la distanza spirituale tra Giudei e pagani: occorreva un’ulteriore illuminazione dello Spirito che facesse comprendere a Pietro il disegno di Dio.

L’intervento dello Spirito Santo, che induce Pietro all’azione evoca una costante teologica del libro degli Atti: ogni qualvolta istruzioni o comandi vengono dati in una visione, in un’estasi, attraverso la voce dello Spirito, la voce di un angelo, siamo di fronte a una tappa importante nella realizzazione del piano di Dio: “Pietro, allora li fece entrare e li ospitò”: un pagano non poteva entrare nella casa di un giudeo.

Condotto dallo Spirito sul senso profondo della visione e illuminato dal dialogo con gli inviati di Cornelio, Pietro non ha difficoltà ad ammettere i pagani sotto lo stesso tetto, dove egli abita. I delegati del centurione, che arrivati a Giaffa chiedevano dove fosse ospite Simone, detto anche Pietro, non solo hanno la gioia di osservare che Pietro va loro incontro: “Ecco sono io colui che cercate”, ma vengono introdotti nella casa e ospitati. Nella stessa casa dove Pietro ospita il giudeo-cristiani,  sono ospiti anche i pagani. Tutto ciò non può non avere valore simbolico, in considerazione del futuro sviluppo della nazione: giudeo-cristiani e pagano-cristiani saranno insieme nell’unica Chiesa di Dio. L’azione che Pietro compie nei confronti dei delegati di Cornelio, annuncia simbolicamente il conferimento del Battesimo che egli ordina di dare alla casa del centurione, e attraverso il quale i pagani faranno il loro ingresso nella casa del Signore.

 

4) Incontro a Cesarea di Pietro e Cornelio (Atti 10, 23-33)

Il senso fondamentale di questa scena è l’ingresso di Pietro nella casa di Cornelio. Luca non poteva sottolineare meglio l’importanza dell’avvenimento: sia la visione di Cornelio, che quella di Pietro, erano finalizzate da Dio a tale incontro, e la descrizione dell’avvenimento è curata bene dall’autore degli Atti, fin nei minimi particolari. Ben quattro volte ripete lo stesso verbo: “Entrare”. Il significato dell’avvenimento è illustrato in modo convergente dal comportamento e dal discorso di Pietro: questi entra nella casa di Cornelio, nella consapevolezza di essere un uomo. E’ molto bello questo atteggiamento di Pietro: “Alzati, anch’io sono un uomo”. C’è il dovere di non ritenere profano, impuro, alcun uomo: il fatto che Pietro sia un giudeo e Cornelio un pagano non è più motivo di discriminazione, possono incontrarsi nel comune possesso della stessa umanità. Questa è la base: se non siamo uomini, non siamo nemmeno cristiani. Le prescrizioni legali giudaiche sono definitivamente superate, attraverso un lungo processo di riflessione, Pietro ha compreso che Dio gli ordinava di non tenerne più conto. Il gesto di Cornelio che si prostra ai piedi di Pietro per adorarlo, simile a quello dei pagani di Listra nei confronti di Paolo, ha il colore di una bestemmia: Pietro si scandalizza.

L’ingresso di Pietro nella casa di Cornelio segna l’inizio di una nuova fase della storia nella quale gli uomini hanno la possibilità di intrecciare rapporti di comunione con tutti, senza lo scrupolo di dover trasgredire una legislazione discriminante. Quante norme oggi sono ancora discriminanti! Dopo l’esperienza di Cornelio per un giudeo che voglia avere rapporti con un pagano non sarà più necessario un intervento dello Spirito: perché qui è già intervenuto.

Accanto a questo significato fondamentale di questo incontro (cioè non c’è più distinzione tra giudei e cristiani), ce n’è un altro a livello simbolico: con Pietro entra nella casa di Cornelio la salvezza di Dio. L’identità, operata da Luca, nel descrivere sia l’ingresso dell’angelo che quello di Pietro nella casa di Cornelio, pone le due scene in rapporto reciproco: l’intervento dell’angelo nella casa di Cornelio preannuncia l’ingresso di Pietro nella casa del centurione romano, una scena qualifica l’altra.

Il terzo dato teologico da rilevare è la marcata accentuazione della dimensione comunitaria dell’evento.

Il racconto delle tre scene precedenti lasciano pensare che l’episodio interessi solo la figura di Cornelio e di Pietro. Anche se insieme a Cornelio è fatta menzione della sua casa, tutto lascia pensare che si tratti di elementi secondari, una vicenda strettamente personale. Ma in questa quarta scena, invece, balza agli occhi prepotente la dimensione comunitaria di quanto sta per accadere.

Arrivato Pietro a Cesarea, Luca nota che, erano ad attendere l’ospite non solo Cornelio, ma anche i suoi parenti, gli amici più intimi, e infine, nella conclusione della scena, si precisa che: “Tutti noi siamo qui riuniti per ascoltare tutto ciò che ti fu ordinato dal Signore”, anche Pietro è accompagnato, non è solo, tutti sono in attesa del discorso di Pietro. L’avvenimento ha un significato teologico che trascende la sola figura di un uomo, per quanto importante come Cornelio, per rivestire un significato comunitario.

Se all’inizio poteva sembrare che era stato Cornelio, su comando dell’angelo, a mandare a chiamare Pietro, qui invece appare chiaro che la venuta di Pietro non interessa  soltanto il centurione di Cesarea, ma tutta la sua casa. A Cesarea sta per nascere una nuova comunità di salvezza.

 

5)  Discorso di Pietro (Atti 10, 34-43).

- Il primo messaggio contenuto nel discorso di Pietro è l’affermazione che la salvezza di Dio è destinata a tutti gli uomini. Il capo della comunità cristiana comincia il suo discorso con una dichiarazione di principio, dalle dimensioni universalistiche: “Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga è a Lui accetto”. Dio non guarda in faccia a nessuno, ama il forestiero e gli dona pane e vestito, diceva già il Deuteronomio. Grazie all’opera di Gesù, Pietro comprende che l’imparzialità di Dio verso tutti i membri del popolo eletto si estende anche a tutti gli uomini di qualunque nazione “chiunque teme Dio e opera la giustizia è a lui gradito”. Per piacere a Dio non è più necessario far parte del popolo giudaico, l’imparzialità di Dio non si manifesta soltanto nel “giudizio”, ma ora “nelle relazioni verso tutti gli uomini”. Cornelio, uomo giusto, timorato di Dio, le cui opere buone salivano come memoriale al suo cospetto, vive nella condizione presupposta dal discorso di Pietro, anche se è un pagano, è un amico di Dio. Questa prospettiva universalistica, con la quale Pietro apre il suo discorso non è  che un’applicazione cristiana di un principio già noto nell’AT e nel giudaismo. Anche a Pentecoste Pietro aveva terminato il suo discorso con la dichiarazione che Gesù è il Signore (Att, 2,36): era un discorso rivolto soltanto al giudei, ora egli parla ai pagani, dice che Gesù è il Signore di tutti. L’antica professione di fede: Gesù è il Signore” è qui utilizzata da Luca in senso universalistico: “Dio ha mandato Gesù, Signore di tutti per stabilire la pace tra giudei e greci”; “Cristo è la nostra pace” (Efesini), qui si vede il forte legame che c’è tra Paolo e Luca. “Chiunque crede in lui riceve il perdono”, gli uomini ormai non si distinguono più tra puri e impuri, la vera purificazione si ottiene mediante la fede, che non opera più alcuna discriminazione fra gli uomini. Tutto il messaggio biblico dell’AT riletto alla luce dell’esperienza di Gesù Cristo  è una testimonianza del fatto che la salvezza di Dio è offerta a tutti gli uomini.

- Il secondo messaggio del discorso di Pietro è costituito dalla stessa centralità della persona e del ministero di Gesù. E qui Luca nel ricordare i fatti più salienti della sua vita (l’inizio del suo ministero, il Battesimo, la sua attività in Giudea, in Galilea, fino all’Ascensione) presenta Gesù come il realizzatore definitivo delle promesse di Dio.

La salvezza che Dio offre agli uomini è la persona stessa di Gesù nella totalità della sua esperienza, del suo mistero. I cristiani di tutti i tempi non potranno mai staccarsi dall’evento-Gesù, senza compromettere seriamente la genuinità della propria fede. Cornelio è il primo pagano che diventa cristiano, non perché convertito dagli uomini ma da Dio: questo è il fatto strepitoso che suscita lo stupore di Pietro, il quale deve semplicemente constatare che Dio “non fa differenze di persone”. I giudeo- cristiani venuti da Giaffa con lui, sono meravigliati che anche su un pagano è stato effuso il dono dello Spirito, sarà poi la stessa comunità di Gerusalemme a riconoscere che Dio ha concesso anche che ai pagani la penitenza per la vita.

Convertito da Dio, Cornelio è già un cristiano.

 

6)  Effusione dello Spirito e Battesimo (Atti 10, 44-48).

Dopo aver letto questi episodi, il lettore degli Atti finalmente comprende qual’era lo scopo cui mirava Luca fin dall’inizio. Tutta la storia di Cornelio è stata orchestrata dall’evangelista per mettere in risalto l’effusione dello Spirito Santo sui pagani. La pentecoste dei pagani avviene nella casa di un pagano, Cornelio. E questo per una iniziativa gratuita di Dio, anche noi dovremo sempre fare i conti con le iniziative gratuite di Dio, in tutti i tempi. E’ Dio che ha posto sullo stesso piano pagani e giudeo-cristiani. Attraverso il battesimo e la comunione di vita con i giudeo-cristiani i pagani hanno fatto il loro ingresso ufficiale nella comunità ecclesiale.

- Il primo dato teologico da rilevare è che l’irruzione improvvisa e assolutamente gratuita dello Spirito sulla casa di Cornelio, stravolge tutto il normale processo di iniziazione cristiana le cui tappe importanti erano fondate sulla proclamazione della Parola di Dio, l’ascolto, la fede, la conversione, il battesimo e il dono dello Spirito. Qui sembra che tutto questo non abbia senso.

- Un’altra chiara preoccupazione teologica di Luca è l’assimilazione della Pentecoste dei pagani con Pentecoste cristiana (cioè la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli).

Luca fa un parallelismo e fa notare che: tutto quello che è avvenuto a Gerusalemme, nel giorno di Pentecoste è avvenuto lo stesso a Cesarea. L’accostamento tra le due scene emerge da una serie di termini che sono caratteristici nella descrizione delle due esperienze.

1.    Il termine “tutti” (“pàntes”) è riferito sia agli apostoli presenti nello stesso luogo durante la discesa dello Spirito Santo, sia a “tutti (“pàntes”) i pagani presenti a Cesarea dove sono investiti del dono dello Spirito.

2.    L’effusione dello Spirito a Pentecoste provoca nei giudei presenti a Gerusalemme una reazione di stupore, di meraviglia (dicevano: “Sono ubriachi”), uguale a quella provata dai giudeo-cristiani che avevano accompagnato Pietro da Giaffa a Cesarea, e che sono testimoni di questo evento. Quindi sia nella pentecoste giudaica sia in quella dei pagani, lo Spirito è definito come “dono”.

3.    A Gerusalemme Pietro dice: “Ravvedetevi e fatevi battezzare nel nome di Gesù Cristo per ottenere il perdono dei vostri peccati e riceverete il dono dello Spirito santo”.

A Cesarea, gli amici di Pietro si meravigliano che anche sui pagani è stato effuso il dono dello Spirito Santo. Nell’uno e nell’altro caso, l’irruzione dello Spirito è espressa con lo stesso verbo “effondere” e al dono dello Spirito segue il fenomeno della “glossolalìa”, questo parlare in lingue, che vuol dire “farsi capire” non tanto linguaggi strani. I membri della casa di Cornelio ricevuto lo Spirito parlano in lingue, cioè annunciano le meraviglie di Dio, i cristiani di Cesarea magnificavano Dio.

E  come se queste analogie non bastassero, Luca sottolinea chiaramente l’identità dell’esperienza spirituale avuta dagli apostoli a Gerusalemme e dai pagani a Cesarea: “Forse che si può proibire che siano battezzati con l’acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?”. L’identità del dono dello Spirito costituisce la prova decisiva perché Pietro non abbia più alcuna difficoltà a comandare che essi siano battezzati e inseriti ufficialmente nella comunità ecclesiale. Il conferimento del battesimo sancisce in modo ufficiale l’accoglienza dei pagani nella comunità ecclesiale. Non è più il battesimo che dona lo Spirito ma esso segna l’appartenenza ormai definitiva dei pagani di Cesarea alla Chiesa, il vero dono che Pietro fa a Cornelio e che era l’unica ragione del suo viaggio a Cesarea è il conferimento del battesimo. Lo Spirito non è certo una realtà istituzionale, è dato alla Chiesa ma non è proprietà della Chiesa, la sua presenza, pur essendo talvolta legata a un ministero umano resta sempre una realtà trascendente, che Dio liberamente concede come dono a qualsiasi uomo. Lo Spirito sfugge a tutti i tentativi umani di manipolazione, dirà Giovanni: “Lo Spirito Santo è come il vento, non  si sa dove viene né dove và”. D’altra parte l’azione dello Spirito si manifesta pienamente nella comunità ecclesiale. Il dono dello Spirito crea la vera libertà e la vera comunione fra gli uomini. Per Luca la comunione ecclesiale non è soltanto un fatto spirituale ma anche una realtà esterna, visibile, che deve manifestarsi nella vita quotidiana dei credenti, all’inizio del libro degli Atti abbiamo letto che essi “mettevano tutto in comune”.

E alla fine Pietro deve fare una relazione di quello che è avvenuto:

 

7)  Discorso di Pietro a Gerusalemme (Atti 11, 1-18).

Pietro di fronte alle critiche che venivano da Gerusalemme è costretto a dire come stavano le cose, per cui la comunità pagano-cristiana di Cesarea riceve il riconoscimento ufficiale nell’incontro di Pietro con la Chiesa di Gerusalemme.

- Questo è il significato fondamentale di questo brano. Secondo la concezione teologica della Chiesa che ha l’autore degli Atti, tutte le comunità cristiane sparse nel mondo, pur nel pluralismo culturale e religioso che li caratterizza, devono essere collegate in modo vitale con la Chiesa Madre di Gerusalemme. Anche Paolo rispetterà lo stesso stile: terminato il primo viaggio missionario, giunto insieme a Barnaba a Gerusalemme, furono accolti dalla Chiesa, dagli Apostoli, dai presbiteri e annunciavano “tutto ciò che Dio ha operato per mezzo loro”. Quindi nessuna meraviglia che tale regola venga rispettata dallo stesso Pietro, per la comunità nata a Cesarea, benché sia sorta per iniziativa esclusiva di Dio. Gli interventi di Dio messi in atto nell’origine della Chiesa di Cesarea non esonerano questa nascente comunità dalla comunione con la Chiesa di Gerusalemme. Pietro ne è consapevole, perciò sale a Gerusalemme e fa la sua dettagliata e ordinata esposizione dei fatti e riceve il sigillo ufficiale della Chiesa che pubblicamente riconosce che “anche ai pagani Dio ha concesso la penitenza per la vita”. E attraverso la comunione con Gerusalemme, tutte le chiese locali sono collegate a Gesù di Nazaret come centro della storia. E la Chiesa di Gerusalemme non è vista da Luca come centro di potere, cui tutto deve essere subordinato, ma come luogo di mediazione, che consente alle chiese di tutti i tempi, sparse per il mondo, di essere “cattoliche” nel senso di “universali”. Il riconoscimento che la comunità di Gerusalemme ha dato all’operato di Pietro è stato in fondo un atto di obbedienza a Dio: “Anche ai pagani Dio ha concesso la vita”.

- Il secondo aspetto del messaggio teologico contenuto in questo brano, che emerge dal discorso di Pietro, si può cogliere nel versetto conclusivo: “Chi ero io da potermi opporre a Dio?”. E questo è un interrogativo che dobbiamo porci tutti nei casi delle nostre storie: “Chi ero io per oppormi a Dio?”. A volte Lui ci sopravanza, d’altra parte questa conversione dei pagani aveva suscitato problemi all’interno della Chiesa di Gerusalemme: Pietro ha offerto ospitalità a dei pagani e lui stesso è ospite in una famiglia di pagani, certamente non ha osservato le leggi, le norme legali del tempo. A Gerusalemme erano in comprensibile apprensione, il testo dice: “Quelli della circoncisione si erano fatti portavoce”. L’effusione dello Spirito sulla famiglia di Cornelio appare quindi come un nuovo compimento di una Parola del Signore.

Quante suggestioni nascono da questo brano, forse l’abbiamo letto tante volte, ma letto in modo analitico capiamo come lo Spirito Santo, ci sorprende. La grande libertà dello Spirito và al di là delle nostre istituzioni, che vanno sempre in qualche modo relativizzate, siamo in cammino verso  il Regno e deve affacciarsi il senso della provvisorietà: qui si pianta soltanto tenda, ciò che rimane è il Signore e il suo regno, Lui ha sempre il diritto di scombinarci, quando ci leghiamo in modo irreversibile alle nostre idee, alla nostra visione della vita. Da qui l’apertura continua alla Parola, allo Spirito che vibra in essa, relativizzando anche le nostre piccole miserie, ma restando aperti al dono dello Spirito, alla sua libertà che è senza limiti.

Ma torniamo al racconto. L’obiettivo del narratore ora si sposta fuori della Giudea, nelle terre dove il vangelo si sta diffondendo. In particolare l’attenzione si fissa su Antiochia[15], la maggiore città della provincia romana di Siria, sede del governatore romano. Qui per la prima volta alcuni cristiani di matrice giudeo-ellenistica, cioè appartenenti alla diaspora ebraica di lingua greca, annunziano Cristo anche ai greci, con un successo straordinario di conversioni.

Ancora una volta la Chiesa-madre di Gerusalemme invia un suo rappresentante ufficiale, Barnaba, per incorporare nell’ovile i nuovi cristiani, in tal modo la missione antiochena è approvata ufficialmente dalla Chiesa di Gerusalemme. In questo caso l’inviato non è uno dei Dodici (come in Samaria, fu Pietro e Giovanni 8,14), anche se in seguito Luca chiama Barnaba col titolo di “apostolo” (14,4.14).

TORNA ALL'INDICE PERSECUZIONE DI ERODE (12, 1-23)

Questo testo ritrae un momento cruciale della Chiesa di Gerusalemme. Dopo le persecuzioni da parte delle autorità religiose (4,3; 5, 17-26) cominciano ora anche le autorità politiche. La tattica di Erode Agrippa[16] è antica, comune a tutti i despoti: tenere divisi i sudditi per poterli meglio governare, ma parteggiando nel frattempo per il più forte.

L’imprigionamento di Pietro senza accuse e senza processo era illegale ma la legalità non è la virtù dei potenti e dei tiranni. La situazione è ricostruita dall’autore degli Atti drammaticamente.

Da una parte c’è Erode, con la connivenza dei cittadini di Gerusalemme, le sue guardie e dall’altra un prigioniero con un gruppo di povere persone che premono per la sua liberazione.

Ma per l’autore sacro al di sopra di tutti vi è Dio che non sempre, ma quando vuole interviene sgominando qualsiasi opposizione ai suoi piani, come fa nel presente caso.

Il “miracolo” non è la soluzione abituale delle situazioni incresciose e difficili, ma qualche volta avviene. Esso però nella Bibbia è solo un “segno”, una prova che Dio anche quando non si fa vedere, non è lontano dai suoi fedeli.

La liberazione di Pietro è certamente avvenuta miracolosamente, ma l’autore rinuncia a farne sapere le modalità; quelle che egli presenta hanno più uno scopo teologico-apologetico che storico. Addirittura ricorda che Pietro esce come da un sogno (12,11) e rientra in se stesso solo allo scomparire dell’angelo.

La lezione finale è chiara: la comunità di Gerusalemme non può da sola competere con Erode, ma con l’aiuto di Dio può riuscire anche a sconfiggerlo. In fondo il testo rimane sempre un messaggio di speranza.

Questo brano degli Atti ripropone la storia di un uomo, Pietro, che molto tempo prima, si era arreso alla forza di Dio. Era notte. Ormai la rassegnazione aveva convinto Pietro a starsene buono in catene. Sapeva che la rabbia dei farisei non aveva limiti e che presto sarebbe stato processato. Solo la forza di Gesù Risorto e dello Spirito lo confermava nella certezza che Gesù era il Dio grande e potente della sua fede. Del resto aveva già visto che, nel suo nome, lo zoppo era riuscito a mettersi in piedi, gli ammalati riacquistavano la salute, la folla trovava ragioni per vivere nonostante tutto.

Era una notte in catene, che lasciava ben poco alla speranza di libertà. E Pietro era un uomo troppo concreto per credere alle illusioni. Mentre tutto sembrava finito, l’Angelo gli dice: “Mettiti la cintura, avvolgiti nel mantello e seguimi!”. Lui crede che sia un sogno affannoso, tipico dei tempi di ansia. Pietro è stupito e solo quando si trova, solo, sulla strada, si accorge di essere libero.

La Parola di Dio racconta sempre storie che hanno a che fare con la nostra vita.

Un altro sommario minore (v. 24) registra la crescita della comunità primitiva malgrado la persecuzione (cfr. 6,7, 9,31).

 


TORNA ALL'INDICE IL PRIMO VIAGGIO MISSIONARIO DI PAOLO (cap. 13-14)

 

Luca inizia ora il racconto di un tema che occuperà la parte più vasta degli Atti: i viaggi missionari di Paolo. Siamo ad Antiochia, il cuore della vita missionaria della Chiesa delle origini. Della comunità cristiana locale vengono presentati i membri che la dirigono: essi sono detti “profeti” nel senso sopra indicato (cioè “pieni di Spirito Santo” 11,27) e “maestri”, perché annunciatori della parola di Dio e interpreti del messaggio cristiano. Paolo e Barnaba sono ufficialmente incaricati attraverso l’imposizione delle mani (rito non di ordinazione, ma di incarico e di affidamento a Dio) per quello che sarà il primo viaggio apostolico. Prima tappa del primo viaggio sarà l’isola di Cipro (patria di Barnaba), con le città di Salamina e di Pafo.

Le grandi missioni di Paolo saranno continuamente presentate da Luca come guidate dallo Spirito, e tale elezione viene qui esplicitamente affermata (13,4).

Il viaggio comincia con la partenza dal porto di Seleucia[17] verso Cipro, dove risiedeva una vasta colonia di giudei, attraversata tutta l’isola giungono a Pafo[18]

Nell’isola di Cipro si registra lo scontro tra un mago, di origini giudaiche (Bariesus,  definito anche Elimas, forma grecizzata del soprannome aramaico “halema”, cioè “interprete di sogni”) e Saulo, che lo chiamerà “figlio del diavolo”, accusandolo di pervertire con l’inganno il proconsole romano dell’isola, Sergio Paolo. Su Elimas l’apostolo fa scendere la cecità, segno della menzogna che è in lui, così da impedirgli di condurre altri alla falsità. Si noti che a partire dal versetto 9 Saulo sarà chiamato definitivamente Paolo. Il mutamento avviene quando l’apostolo entra in scena in pienezza nella sua missione di evangelizzatore.

Il viaggio prosegue verso l’Asia minore fino a Perge[19]: è qui che si verifica l’abbandono della missione da parte di Giovanni Marco[20] (vedi 12,12).

Ci si sposta poi, con 160 km di pesante itinerario, ad Antiochia di Pisidia[21] (da non confondersi con la più nota Antiochia di Siria).

Attenendosi alla direttiva secondo la quale bisognava annunciare la parola di Dio prima ai Giudei (At 13,46 ss), Paolo e Barnaba si presentano alla sinagoga, durante il culto sabbatico. Letta le legge con un brano dei profeti, la spiegazione omiletica è affidata agli ospiti, cioè a Paolo e ai suoi compagni. L’apostolo pronunzia il più lungo dei discorsi a lui riferiti negli Atti. L’intervento è articolato in tre parti.

- La prima (vv. 16-25) è una sintesi della storia della salvezza dai patriarchi fino a Davide. Questa testimonianza è basata su un intreccio di citazioni bibliche (Salmo 89,21; 1 Sam 13,14; Isaia 44,28), che culminano nella “promessa” del Messia dalla discendenza davidica (2 Sam 7, 12-16).

- E’ in questa discendenza che appare Gesù Cristo, che domina la seconda parte del discorso (vv. 26-37). Si noti come il Battista sia collegato ancora all’Antico Testamento. La salvezza è offerta da Cristo a Israele. I Giudei nella crocifissione, senza essere coscienti, hanno adempiuto le profezie. Ma è la Risurrezione il pieno compimento delle promesse. Essa è attestata, secondo la tipica lettura cristiana dell’AT, da tre passi biblici: il Salmo messianico 2,7 (con l’intronizzazione del re davidico perfetto), Isaia 55,3 (che celebra la fedeltà di Dio alle sue promesse), e il Salmo 16,10 (che assicura l’eternità di questo regno, rendendo immune il Messia dalla corruzione della morte).

- La terza parte del discorso (vv. 38-41) proclama la salvezza attraverso la fede in Cristo, ammonendo gli Israeliti ad aprirsi all’annunzio dell’opera gloriosa che Dio sta compiendo (si cita il testo di Abacuc 1,5).

Ad Antiochia di Pisidia Paolo ha un secondo incontro pubblico: questa volta è con l’intera città, cioè con pagani e membri della comunità giudaica. Il successo dell’apostolo scatena la reazione aspra e ostile degli Ebrei locali. Paolo, allora, dichiara esplicitamente – fondandosi sul secondo dei cosiddetti “canti del servo del Signore” (Isaia 49,6), un testo messianico nella lettura cristiana – il passaggio del vangelo ai pagani, dopo che i primi destinatari, cioè Israele, hanno opposto il loro rifiuto. Un rifiuto, per altro, aggressivo nei confronti di Paolo e Barnaba, che si vedono costretti a lasciare Antiochia.

La nuova tappa del viaggio di Paolo e Barnaba è Iconio[22] (l’attuale Konja, in Turchia), a 140 km a est di Antiochia. Anche qui si ripete la stessa vicenda di Antiochia: si ha un primo incontro nella sinagoga, i Giudei increduli sobillano i pagani ai quali gli “apostoli” predicano il vangelo. La reazione violenta degli oppositori, se da un lato costringe i predicatori alla fuga, dall’altro lato apre orizzonti nuovi all’annunzio di Cristo.

La tappa successiva è Listra[23], a circa 40 km a sud di Iconio, e a Derbe[24], 40 km più a sud-est di Listra. Ora il confronto di Paolo e Barnaba è direttamente con il mondo pagano.

E’ un evento miracoloso, la guarigione di uno storpio da parte di Paolo, sul modello di quanto aveva fatto Pietro (3, 1-10; 9, 32-35) a stimolare l’incontro. I cittadini di Listra, di fronte a questo prodigio, hanno una reazione di impronta pagana: immaginano che Barnaba e Paolo siano Zeus (Giove) ed Hermes (Mercurio) incarnati.[25] Si ha perfino il tentativo di adorazione sacrificale nei confronti dei due missionari, i quali si sottraggono a malapena a questo omaggio idolatrico e annunziano il loro messaggio, secondo uno schema adatto per uditori pagani e che verrà ripreso da Paolo ad Atene (17, 22-31; vedi 1 Tess 1, 9-10).

Tuttavia i Giudei di Antiochia e Iconio riescono a gettare fermento ostile a Listra, al punto tale da far passare quegli abitanti ingenui dall’adorazione alla lapidazione. Paolo resta tramortito, ma riesce a passare a Derbe. Dopo un certo periodo, rientra a Listra, a Iconio e ad Antiochia per fortificare quelle comunità di cristiani, costituendo anche un organismo collegiale di guida: “gli anziani”. Paolo e Barnaba si preoccupano quindi di dare alle varie comunità locali un’organizzazione strutturale e istituzionale, simile a quella di Gerusalemme.

La missione procede verso nuovi orizzonti, a Perge[26] e ad Attaglia[27], ove Paolo e Barnaba si imbarcano per ritornare ad Antiochia di Siria, dalla quale avevano iniziato la loro opera apostolica.

E’ difficile stabilire con precisione la durata di questo viaggio. Sembra che la prima missione di Paolo sia durata dal 46 al 49 d.C.

 

TORNA ALL'INDICE IL CONCILIO DI GERUSALEMME (15, 1-35)       

Questo episodio è inserito secondo un piano prestabilito, al punto centrale del racconto degli Atti, perché ne rappresenta la svolta decisiva, quando cioè il collegio apostolico e presbiterale di Gerusalemme riconosce ufficialmente l’evangelizzazione dei pagani che è stata iniziata da Pietro, Barnaba e Paolo. In tal modo la Chiesa cristiana si svincola ufficialmente dalla sua matrice giudaica. Questo è l’ultimo atto di Pietro o del collegio apostolico che viene registrato da Luca. Adesso anche i Dodici si separano, contrariamente all’indicazione contenuta in 8,1. La Chiesa madre di Gerusalemme continuerà ad esercitare la sua influenza, ma sotto la direzione di Giacomo. Paolo dominerà il resto del racconto di Luca. Fino a questo capitolo Luca aveva ordinato tutto il suo materiale attorno a Gerusalemme come il punto focale dottrinale della sua narrazione. Le città o regioni della Palestina o Siria che venivano evangelizzate, venivano incorporate dai suoi inviati nella madre Chiesa. Ora, invece, la Parola, fatta libera e matura, prosegue la sua marcia “fino all’estremità della terra”.

Ora torniamo al concilio di Gerusalemme, che sarebbe meglio chiamare “concilio apostolico”, nell’intenzione di Luca dovrebbe equivalere a un incontro di apostoli del Signore e dei loro più stretti collaboratori, che mettono a confronto le loro esperienze di evangelizzatori, e prospettano di risolvere le difficoltà incontrate in maniera accettabile per i neoconvertiti: Giudei e pagani. Il conflitto scoppia ad Antiochia, dove si era instaurata la prassi di non circoncidere i pagani convertiti. Allora, alcuni Giudei divenuti cristiani, scesero ad Antiochia a rivendicare i pretesi diritti del giudaismo sul paganesimo, ponendo cioè, come condizione per l’accoglienza dei pagani, l’obbligo della circoncisione mosaica per essere salvati (Atti 15,1b). Questi “giudaizzanti”, pertanto affermando necessaria per la salvezza l’osservanza della legge mosaica, annullavano praticamente la redenzione operata da Cristo e riducevano la Chiesa ad una setta giudaica, minacciandone la stessa esistenza. L’argomento che questi “giudaizzanti” portano a sostegno della loro tesi, si fonda sul fatto che i pagani neo-convertiti, prima di essere cristiani, dovevano essere integrati nell’Israele storico, unico erede delle promesse di Dio, con i riti (quindi la circoncisione) riservati ai nuovi seguaci che abbracciano la nuova religione.

Queste dottrine erronee, quindi, furono l’occasione per il concilio di Gerusalemme (circa l’anno 49-50), in cui la Chiesa, come si è detto, si staccò decisamente dalla sinagoga, dichiarando che per la salvezza eterna è necessaria e sufficiente la redenzione operata da Cristo. L’errore,  però, non finì lì, e Paolo ebbe a soffrire durante tutto il suo apostolato a causa dei giudaizzanti.

Una delegazione, presieduta da Paolo e Barnaba, fu incaricata di presentare la questione agli “apostoli e agli anziani” della Chiesa di Gerusalemme (Atti 15, 3-4). Paolo e Barnaba raccontano del successo della loro missione (15,4) e suggeriscono la soluzione della controversia: i risultati ottenuti tra i pagani, grazie all’iniziativa divina, garantiscono la bontà della via seguita. La prima risposta viene dai farisei convertiti ed è chiusura: essi insistono sulla necessità della circoncisione e dell’osservanza della legge di Mosè (15,5).

Forte della sua esperienza, Pietro interviene con un riferimento all’episodio della conversione del centurione pagano Cornelio e della sua famiglia, sui quali scese lo Spirito Santo prima che fossero battezzati. Non si deve quindi imporre ai credenti del vangelo, Giudei o pagani, il giogo della legge, poiché “noi crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati e nello stesso modo anche loro” (15,11).

I giudeo-cristiani di Gerusalemme, per buona parte farisei convertiti, si attendevano allora da Giacomo (“fratello del Signore”, subentrato a Pietro nella guida di quella comunità: 12,17; vedi Mc 6,3; Gal 1,19) loro capo, una reazione che ribadisse il significato tuttora valido della legge di Mosè.

Con loro sorpresa ascoltarono un intervento articolato di Giacomo che, riprendendo le parole di Pietro, e basandosi su un passo del profeta Amos (9, 11-12), riletto in chiave cristologia e universalistica, affermava il principio della salvezza offerta a tutti i popoli, per cui i pagani sono associati ai Giudei attraverso la fede.

Tuttavia, preoccupato della pacifica convivenza delle comunità miste (Ebrei e pagani), propose ai cristiani di origine pagana l’osservanza di alcune clausole che comprendevano l’astensione da quattro tipi di impurità rituale: le carni immolate agli idoli da non usare nei banchetti, certe unioni matrimoniali considerate illecite dal diritto giudaico (“impudicizia” o “impurità”: vedi Lev 18, 6-18 dove si condanna l’incesto e la poligamia), le carni non macellate secondo l’uso ebraico, che eliminava il sangue dalla carne (Lev 17, 15-16), il cibarsi del sangue animale (Lev 17, 10-14).

La mediazione di Giacomo è accolta dall’assemblea che delega, oltre a Paolo e Barnaba, quali rappresentanti della comunità di Antiochia, anche un certo Giuda (figlio di Barabba) e Sila (conosciuto anche come Silvano e futuro collaboratore di Paolo: 2 Cor 1,19; 1 Tess 1,1) quali rappresentanti della Chiesa di Gerusalemme, a comunicare le decisioni del “concilio” di Gerusalemme alla comunità di Antiochia. Queste decisioni sono formulate in una lettera-decreto che viene letta ad Antiochia dai delegati, suscitando entusiasmo e accettazione.

Mentre Giuda e Sila abbandonano Antiochia, Paolo e Barnaba vi restano per continuare la loro opera di evangelizzazione.


IL SECONDO VIAGGIO MISSIONARIO DI PAOLO
(
15,36 - 18,22)

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Si apre ora il secondo grande viaggio missionario di Paolo, destinato ad approdare in Europa. E’ curiosa la nota a riguardo del dissenso tra Paolo e Barnaba sulla scelta di riprendersi come compagno di missione Giovanni Marco, che li aveva abbandonati a Perge, in Panfilia (13,13). Forse alla base c’erano diverse strategie pastorali: Barnaba decide di staccarsi e di unirsi a Marco, recandosi a Cipro. Paolo sceglie allora Sila, uno dei delegati di Gerusalemme, e si avvia verso un’area già visitata nel suo primo viaggio missionario. Infatti, si reca in Asia Minore, a Derbe e a Listra. Qui incontra colui che diverrà un suo stretto collaboratore, Timoteo, figlio di madre giudea e di padre pagano, che non era circonciso, pur essendo ebreo, dato che la linea di appartenenza al giudaismo è determinata dalla madre. Per evitare polemiche con i giudeo-cristiani, Paolo lo fa circoncidere, rivelando un sano realismo pastorale (vedi 1 Cor 9,20).

L’itinerario di Paolo in questa missione lo porta da Antiochia di Siria nella Cilicia, a Derbe e a Listra, e da qui nella Frigia, Galazia (nord), Misia e Troade. Dopo una visione avuta nel sogno passa in Europa: a Neapoli, nella Macedonia, Filippi, Anfiboli, Apollonia, Tessalonica e Berea. Da qui prosegue verso l’Acaia: ad Atene e Corinto. Infine salpa dal porto di Cencre e per via mare si dirige verso Efeso, Cesarea Marittima, Gerusalemme e Antiochia. La missione dura approssimativamente dal 49 al 52 d.C. Stando al racconto di Luca la seconda missione avrebbe avuto inizio immediatamente dopo il “concilio” di Gerusalemme (Atti 15, 3-33).

Commentiamo ora brevemente queste tappe del secondo viaggio di Paolo.

L’attività missionaria di Paolo si svolge in Asia Minore, l’attuale Turchia. Il gruppo dei missionari lasciando la regione di Iconio, Derbe e Listra (città nella Galizia del sud) si dirige verso la Galizia del nord, e di là verso l’Asia Minore. Attraversano, quindi, la Frigia[28], la regione della Galazia (del nord) e la Misia, posta più a nord: qui Paolo ha un’esperienza misteriosa di rivelazione. In visione gli appare la figura di un uomo della Macedonia[29], terra greca, che lo supplica di andare ad annunziare il vangelo. E’ a questo punto, in 16,10, che hanno inizio quei brani dell’opera scritti alla prima persona plurale e detti dagli studiosi “sezione noi”. Si pensa a Luca come compagno dell’apostolo; è curioso che essi riportino soprattutto notizie di viaggi via mare.

TORNA ALL'INDICE PAOLO A FILIPPI (16, 11-16)    

Paolo con i suoi collaboratori giunge per nave a Filippi, importante città della Macedonia, e qui incontra una donna originaria della città di Tiatira in Lidia, nell’attuale Turchia. Benestante, commerciante di porpora, la donna, che porta il nome della sua terra, Lidia, costituisce con la sua famiglia il primo nucleo cristiano nel continente europeo, fondamento di quella comunità di Filippi che sarà particolarmente cara a Paolo. Ma in agguato c’è il pericolo. L’apostolo, infatti, con un esorcismo aveva scacciato “uno spirito di divinazione” da una schiava, che i padroni usavano come maga con grandi profitti. I padroni di questa donna sobillarono la folla, risvegliando sentimenti antigiudaici e costringendo le autorità romane a intervenire.

Le autorità romane sottopongono i missionari, Paolo e Sila, alle verghe e poi li gettano in carcere (Paolo, in 1Tess 2,2: e 2Cor 11,25 ricorderà questi maltrattamenti). Ma ecco ripetersi anche per Paolo e Sila la prodigiosa liberazione descritta prima per Pietro (Atti 12, 3-17). Anzi, colpito da questa specie di epifania divina segnata dal terremoto, il carceriere stesso si converte, riceve il battesimo con la sua famiglia, allargando così la comunità cristiana di Filippi.

Gli Atti degli Apostoli amano chiamare queste prime comunità con il termine greco ekklesìa, che indica sia la comunità locale sia la Chiesa nel suo insieme.

I magistrati romani, l’indomani, sospendono la carcerazione, che tra l’altro era illegittima, perché la flagellazione doveva essere preceduta da un’indagine. Paolo approfitta per avanzare un reclamo formale in quanto cittadino romano[30], al quale non poteva per legge essere inflitta la battitura con verghe. Ricevute le scuse, salutati i nuovi fratelli e le nuove sorelle nella fede, i missionari continuano la loro opera itinerante seguendo il percorso dell’Egnazia, la via romana che collegava Roma all’Oriente. Passano per Anfiboli, a 60 km da Filippi, procedono per altri 40 km fino ad Apollonia e, dopo 50 km, arrivano a Tessalonica[31], capitale della Macedonia, per procedere poi fino a Berea.

 

TORNA ALL'INDICE PAOLO A TESSALONICA (17, 1-9)    

A Tessalonica prima e a Berea dopo, c’è uno stesso stile pastorale di evangelizzazione: la visita alla sinagoga, l’annuncio di Cristo, la reazione della gente.

A Tessalonica, quindi, i missionari hanno un primo contatto con la locale comunità giudaica. Qui si annunzia Cristo sulla base delle profezie messianiche, la reazione di molti  è positiva, si segnalano conversioni di uomini e donne di rilievo (Giasone a Tessalonica). Si ha però anche un rigetto aggressivo da parte di altri Ebrei, che sobillano la folla e costringono le autorità romane a intervenire, accusando i predicatori cristiani di essere agitatori politici, perché “affermano che c’è un altro re, Gesù” (17,7).

 

TORNA ALL'INDICE PAOLO AD ATENE (17, 16-34)  

Paolo è costretto a staccarsi da Sila e Timoteo, che restano a Berea, e a puntare sulla grande capitale greca, Atene. Ad Atene Paolo giunse per la prima volta verso l’estate del 50, a vent’anni dalla morte di Gesù. Egli proveniva dalla macedonia e aveva già soggiornato in varie città (Filippi, Tessalonica, Berea), suscitandovi piccole comunità cristiane, frutto del suo viaggio missionario in Europa. Ma una città come Atene, con il suo glorioso passato politico e culturale, doveva costituire qualcosa di nuovo e affascinante. Qui Paolo stabilì due punti di attività missionaria: la sinagoga e l’agorà (la “pubblica piazza”). L’Aereòpago era fuori delle sue intenzioni, e l’intervento al suo interno fu occasionale.

Nella sinagoga, che offriva un uditorio più ristretto, l’apostolo poteva rivolgersi in modo mirato agli Ebrei e ai “pagani credenti in Dio”, cioè a coloro che erano idealmente vicini al giudaismo (vedi Atti 17,17). Paolo, quindi, dopo avere preso, come al solito, contatto con la comunità giudaica locale, tenta di agganciare direttamente la cultura ellenistica in un incontro divenuto giustamente famoso per il dialogo tra cristianesimo e mondo pagano. Paolo pertanto scende nella pubblica piazza[32] di Atene, ove  discute con i rappresentanti delle varie correnti filosofiche, soprattutto gli epicurei, che davano valore al piacere come guida dell’agire, e gli stoici, che avevano una visione panteistica del cosmo ed esaltavano il dominio di se stessi a livello morale. Paolo è invitato a esporre le sue teorie in una conferenza pubblica all’Areòpago[33].

Luca fa di questo discorso paolino uno dei punti culminanti dell’attività missionaria dell’apostolo. Esso è in effetti una composizione lucana, un altro esempio di discorso inserito dal redattore. Esso rispecchia la reazione di un missionario cristiano di fronte alla cultura pagana, alla vita intellettuale e religiosa greca, mentre Paolo parla dal profondo della sua fede.

Il discorso all’Aereòpago si può suddividere in un esordio (vv. 22-23), nell’annuncio dell’unico Dio con i rischi della sua ricerca (vv. 24-29) e nel tipico annuncio cristiano (vv. 30-31).

Vogliamo chiederci qui quale sia, in generale, il suo significato per l’incontro tra vangelo e cultura. A questo proposito, possiamo individuare tre aspetti interessanti.

1) Incontrare gli “altri”. L’intervento di Paolo all’Aereòpago è l’unico esempio nel NT di un discorso ai pagani. Anche se storicamente l’atteggiamento di Israele verso di loro può aver assunto forme di integrazione a vari livelli, restò però sempre un giudizio di fondo negativo, che li considerava come “un nulla” (Is 40,17) o come “peccatori” (Gal 2,15). Ebbene, questa “operazione culturale” attuata da Paolo è stata appunto quella di aprire il Dio d’Israele anche ai “pagani” e di ammetterli gratuitamente, cioè senza richiedere loro l’osservanza della legge di Mosè, ma proponendo la semplice fede in Cristo, non in base ai comandamenti formulati da Mosè, ma alle promesse fatte da Dio al Patriarca Abramo. Per questo Paolo si è sempre battuto per avvicinare i lontani (Ef 2,13), per accogliere “gli altri”, quelli cioè che erano religiosamente esclusi, per superare i molti recinti del sacro, della cultura, della razza, e persino del sesso (Gal 3,28), tutte barriere che egli sa ormai irrimediabilmente abbattute da Cristo. Il suo discorso all’Aereòpago rappresenta il momento tipico di questa “politica”, che non ha la pretesa di strapparli allo loro cultura per imporgliene una nuova, magari antitetica, bensì adottando punti di vista della cultura altrui che possono valere come vera e propria preparazione evangelica.

2) L’alterità del Vangelo. Nonostante tutta la buona volontà ecumenica di Paolo, egli tuttavia all’Aereòpago annunziò il messaggio cristiano nel suo aspetto fondamentale: la Risurrezione di Cristo. E’ bastato ciò per ricevere un rifiuto, come di fatto avvenne.

Gli Ateniesi vengono riconosciuti “molto timorati di Dio” (v. 22), però questo non solo non valse a nulla, ma costituì forse l’ostacolo maggiore alla fede. Il Vangelo infatti è sempre anche una critica a una certa religione, che fissa l’accesso a Dio in figure, istituzioni e ritualità tradizionali. Il Vangelo invece annuncia a sorpresa un comportamento divino che non era previsto e che perciò sconvolge questi schemi. Per accoglierlo occorre una disponibilità a superare se stessi, che non è sempre facile e non si può dare mai per scontata. Il “Dio ignoto” degli Ateniesi (v. 23) può essere metafora di tutto ciò che sta oltre ogni comprensione e che, sulla base della rivelazione, è compito del cristiano comunicare.

3) Le agorà e gli aereòpaghi possibili. L’Areòpago di Atene, alla luce dell’esperienza di Paolo, può valere come metafora di tutte le possibili occasioni e di tutti i possibili luoghi di confronto pubblico e qualificato tra il vangelo e la cultura umana. Però, se è vero che all’Aereòpago si giunge solo su invito o per un cortese trascinamento, non sempre e non a tutti è possibile accedervi. Le agorà (le pubbliche piazze) sono invece sempre a disposizione, poiché esse sono di tutti, aperte per definizione. Se l’Aereòpago richiama l’idea di un ambito riservato e in definitiva aristocratico, l’agorà propone l’idea di un  ambito popolare, democratico, in cui chiunque può incontrare tutti, e al quale nessuno è precluso. Del resto è dall’agorà che si comincia, perché essa ha una destinazione universale, è per le folle. In fondo, la Galilea era stata l’agorà di Gesù, e il sinedrio di Gerusalemme, che l’ha messo a morte, è stato il suo Aereòpago. Sembrerebbe perciò di dover riconoscere che il cristianesimo non può appartenere alle èlites del potere, non solo di quello politico, ma neanche di quello culturale. Nel Vangelo c’è qualcosa che non solo è irriducibile a queste strutture mondane, ma ne è anche in contrasto.

La menzione finale di Dionigi e Damaris (v. 34), che invece di irridere Paolo ne accolsero il messaggio, ci dice almeno che l’impegno apostolico non è senza un qualche risultato. E questo ottimismo incoraggia il cristiano, il quale sa che l’odierna società così frammentata nelle specializzazioni non manca di offrire nuovi areopaghi. L’importante è di non privatizzare la propria fede, ma di esporla pur senza ostentarla, di confrontarla senza prevaricazioni, di aprirla ad apporti altrui al di là di presunzioni autonomistiche, e di offrirla con gioiosa umiltà.

Dopo questa doverosa riflessione su Vangelo e cultura, torniamo a questo secondo viaggio di Paolo.

 

TORNA ALL'INDICE PAOLO A CORINTO (18, 1-17)  

Dopo l’insuccesso ad Atene, Paolo si sposta a Corinto (51 d.C.), la capitale della provincia romana della Grecia (detta l’Acaia), dotata di due porti: Cencre sull’Egeo, e Lechaion sull’Adriatico, sede di traffici internazionali, ma anche di grande corruzione. Qui l’apostolo incontra una coppia di Ebrei di Roma, Aquila e Priscilla, espulsi dalla capitale in seguito a un editto antigiudaico dell’imperatore Claudio[34], emesso nel 49: forse costoro s’erano già convertiti al cristianesimo a Roma. Paolo condivide casa e lavoro con questa coppia, adattandosi a confezionare tende di pelli, memore dell’educazione giudaica che insegnava anche un’attività manuale. Il sabato, invece, nella sinagoga Paolo svolgeva la sua attività missionaria creando reazioni ostili e consensi. Tra questi ultimi viene segnalata la conversione di Crispo, capo della sinagoga.

Un evento trascendente (una visione) conferma l’apostolo nel suo impegno missionario a Corinto, che si prolunga per un anno e mezzo. Ma i Giudei non sopportano questa presenza concorrente di Paolo e inoltrano una causa presso il proconsole romano Lucio Giunio Gallione (fratello del filosofo Seneca), che governò la città di Corinto dal 1° luglio 51 al 30 giugno 52 (è un elemento cronologico importante per la vita di Paolo). L’accusa di illegalità viene considerata infondata ed è rigettata da Gallione. I Giudei, allora, si sfogano con il capo della sinagoga, Sostene, accusato forse di non avere formulato con vigore l’accusa. La soluzione positiva della vicenda giudiziaria permette all’apostolo di dilazionare il suo soggiorno a Corinto.

Il ritorno ad Antiochia segna il termine del secondo viaggio missionario di Paolo. Sulla strada del rientro visita le comunità già fondate in precedenza. A margine si segnala il voto di nazireato (Numeri 6), fatto da Paolo e comprendente l’astinenza da bevande inebrianti e dal taglio dei capelli, voto sciolto a Corinto.


IL TERZO VIAGGIO MISSIONARIO DI PAOLO (18,23 - 26,32)

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Il periodo di transizione tra il secondo e il terzo viaggio di Paolo, nel resoconto di Luca, è quasi avvolto nell’oscurità. E’ possibile che Paolo sia rimasto ad Antiochia dall’autunno del 52 d.C. alla primavera del 54 d.C.

Il terzo viaggio vede Paolo ripercorrere le regioni della Galazia e della Firgia, “confermando nella fede tutti i discepoli”.

Entra in scena anche la figura di Apollo[35], una personalità rilevante per la cultura greca, ma anche per la sua formazione ebraica, avvenuta nel raffinato ambiente intellettuale di Alessandria d’Egitto, ove egli era nato. Costui sostenuto dalla Chiesa di Efeso, è inviato a Corinto a continuare l’opera di Paolo.

Questi cinque versetti (24-28) interrompono il resoconto della nuova missione di Paolo. Probabilmente sono stati inseriti perché viene in essi menzionato il battesimo di Giovanni (18,25), che anticipa 19,4.

 

TORNA ALL'INDICE PAOLO A EFESO (19, 1-40)      

Con il capitolo 19,1 si riprende il racconto del terzo viaggio di Paolo, che giunge ad Efeso[36], capitale della provincia romana di Asia (cioè la zona circostante di Efeso, non l’intera Asia Minore). Efeso era uno dei centri commerciali, culturali e religiosi più importanti dell’antico mondo greco-romano. Paolo vi giunge incontrandovi un gruppo di cristiani che non conoscono il dono dello Spirito Santo sceso a Pentecoste e che hanno ricevuto solo il battesimo di Giovanni Battista. L’Apostolo li istruisce, allora, sulla superiorità della figura di Gesù, rispetto a quella del Battista e del battesimo cristiano rispetto a quello praticato nelle comunità che ancora si riferivano al precursore. Ecco, allora, ripetersi sui credenti Efesini l’effusione pentecostale dello Spirito (alcuni hanno visto in questo evento la figura del sacramento della confermazione).

Paolo sosta almeno un paio di anni a Efeso, tra il 52 e il 55 ed è qui che egli scrive la prima lettera ai Corinti, probabilmente quella ai Galati e forse quella ai Filippesi. Il suo metodo pastorale suppone anzitutto il contatto con la sinagoga e con i Giudei del luogo, con esiti antitetici di conversione e di rigetto. Si rivolge poi a tutti in pubblico, compiendo anche opere prodigiose. Si ha, così, l’interesse della folla, ma pure di coloro che praticavano la magia[37]. Paolo deve, così, prendere le distanze da queste manifestazioni dagli aspetti discutibili e lo fa aprendo una vera e propria campagna contro la magia.

Vengono distrutti soprattutto i testi magici, dei quali si dà anche un’indicazione del giro d’affari: cinquantamila dracme o monete d’argento (si consideri che il salario giornaliero era, allora, di una sola dracma). Paolo, poi, decide di riprendere il suo viaggio missionario. Nel frattempo a Efeso scoppia una dura reazione contro la diffusione della fede cristiana (chiamata la “Via” in 19,23 come anche in 19,9 e in altri passi degli Atti). Essa infatti mettendo al bando idolatria e magia, creava difficoltà all’industria del sacro, che in quella città prosperava accanto al celebre tempio della dea Artemide[38].

I compagni di Paolo, i macedoni Gaio e Aristarco, sono trascinati in un’assemblea pubblica presso il teatro, che si può ammirare anche oggi. Paolo, ancora presente a Efeso, viene invitato a non partecipare a quell’incontro per evitare ogni provocazione (a suggerirgli questa scelta sono alcuni funzionari imperiali che si erano avvicinati al cristianesimo). A intervenire per primo è un ebreo di nome Alessandro, ma la folla, sobillata e confusa dai commercianti efesini, gli impedisce di parlare, abbandonandosi a una litania infinita di invocazioni alla dea di Efeso, Artemide.

A placare la folla turbolenta è il cancelliere (uno dei più alti funzionari cittadini, incaricato di convocare l’assemblea popolare, stendere i decreti da essa approvati e renderli esecutivi) che con molta abilità egli presenta ai suoi concittadini il rischio che la riunione degeneri in sedizione e suggerisce ai commercianti di affidarsi ai tribunali normali per una denuncia regolare.

Dopo questa vicenda piuttosto grave, Paolo affretta la partenza, riprendendo il suo viaggio missionario. La meta è Gerusalemme, ma prima egli si rivolge a settentrione, verso la Grecia, accompagnato da una delegazione di cui si offre l’elenco dei nomi (20,4): forse erano gli incaricati della raccolta di aiuti per la Chiesa di Gerusalemme, di cui si parla nel capitoli 8-9 della seconda lettera ai Corinti.

Si noti in Atti 20,5 la ripresa del racconto in prima persona plurale, “noi”, con la narrazione di un episodio per certi versi curioso, ambientato durante una celebrazione eucaristica domenicale nella città di Troade[39], sulla costa egea della Turchia, una ventina di chilometri a sud dell’antica Troia. Durante il rito dello “spezzare il pane” eucaristico, l’apostolo parla a lungo: un ragazzo, un certo Eutico, che era seduto su una finestra, s’addormenta e precipita dal terzo piano. Paolo lo raccoglie e grida: “Non vi turbate, è ancora vivo!”, e lo restituisce alla comunità in festa.

Il viaggio di Paolo tocca altri centri, come Asso[40], Mitilene[41], l’isola di Chio, Samo isola a sud-est di Chio, Mileto, a sud di Efeso. E’ qui che Paolo saluta gli “anziani” della Chiesa di Efeso, chiamati anche “vescovi” (20,28), cioè i responsabili di quella comunità che viveva in un contesto difficile, come abbiamo visto. Il saluto si trasforma, però, in un vero e proprio testamento pastorale di particolare intensità. Da un alto, è un discorso d’addio sul modello di paralleli noti anche all’AT e al giudaismo, dall’altro lato, contiene un’esortazione ai responsabili delle Chiese sul modello della prima lettera a Timoteo, di quella a Tito e di 1 Pietro 5, 1-4.

Paolo intende qui affermare che egli ha assolto al compito assegnatogli da Cristo, egli ha coraggiosamente predicato la buona novella del regno e della misericordia divina verso gli uomini. Non è pertanto responsabile di fronte a Dio del fatto che essi non riuscirono a realizzare una vita nuova. Paolo non intende vantarsi ma dire francamente di essere conscio di aver fatto tutto il suo dovere malgrado tutte le accuse di cui può essere stato oggetto ad Efeso.

Si fissa poi l’attenzione sul presente. L’apostolo sta orientandosi verso Gerusalemme ed egli sente già che sta per compiersi con questa scelta il suo destino di donazione totale, fino al martirio. Conscio, quindi, della sua imminente separazione dalla Chiesa di Efeso che secondo il suo presentimento sarà definitiva, Paolo esorta gli anziani ad assolvere a tutti i loro doveri di pastori a servizio della Chiesa di Dio. L’appello si fa caloroso e appassionato, richiamando l’importante dovere della vigilanza sulla comunità cristiana.

L’addio di Paolo ai responsabili della comunità cristiana di Efeso si conclude con un appello alla generosità e al distacco dai beni, sull’esempio dell’apostolo che, nel ministero, aveva evitato ogni forma di cupidigia. Egli fonda il suo appello su una frase di Gesù che non è citata dai vangeli: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere”. Il saluto commosso agli anziani di Efeso chiude una pagina di grande intensità, come pura una tappa importante della vita di Paolo. Egli dovrà ora salutare progressivamente anche le altre comunità, mentre si sta protendendo verso la meta che si è prefissa, Gerusalemme.

 

TORNA ALL'INDICE L’ARRIVO A GERUSALEMME E L’ARRESTO  (21, 1-40)    

Attraverso una navigazione diurna l’Apostolo salpa dall’isola di Cos per Rodi[42] e di lì per Patara, un porto della costa meridionale dell’Egeo, ove cambia nave. Si trasferisce poi verso la Fenicia, cioè le attuali coste siro-libanesi, per toccare i porti di Tiro e cesarea, passando per Tolomaide[43] l’antica Acco. I cristiani delle varie Chiese sentendo che è l’ultima visita di Paolo cercano di trattenerlo, ma l’Apostolo è ormai deciso. Anzi, a Cesarea accade un episodio che ha per protagonista Agabo, un “profeta” già menzionato in 11,28. Costui compie un gesto simbolico nello stile degli antichi profeti: si lega piedi e mani con la cintura della veste di Paolo, a indicare il suo futuro destino di carcerato a opera dei Romani.

La reazione di Paolo è molto affettuosa, ma irremovibile nelle scelte fatte. Egli, come Gesù, sembra preannunziare la sua passione e morte (Lc 9,44; 18, 32). Paolo, dunque, giunge a Gerusalemme e subito si reca in visita a Giacomo, responsabile della Chiesa di Gerusalemme, riunito con gli anziani (i “presbiteri”). La narrazione dell’attività missionaria di Paolo presso i pagani è seguita da un avvertimento molto preoccupato da parte dei cristiani di Gerusalemme. Essi sono venuti a conoscenza che molti giudeo-cristiani sono adirati contro l’Apostolo sulla base di false dicerie, secondo le quali egli inviterebbe gli Israeliti ad abbandonare la pratica della circoncisione e dell’osservanza della legge mosaica.

In realtà, la libertà dalla legge giudaica per i cristiani significava che essi non erano obbligati a osservarla per essere salvi, ma questo non comportava il  suo rigetto e la sua negazione, soprattutto da parte degli Ebrei. Si suggerisce, allora, a Paolo – per smentire queste dicerie – di presentarsi in pubblico, partecipando con altri cristiani a riti ufficiali di purificazione, mostrando rispetto per queste tradizioni, fermo restando quanto era stato deciso riguardo all’osservanza della legge nel “concilio” di Gerusalemme. Paolo accetta la proposta e si presenta al tempio, ma la folla, aizzata da alcuni Giudei di Asia, reagisce violentemente.

Di fronte al tentativo di linciaggio contro Paolo da parte dei Giudei della provincia di Asia presenti a Gerusalemme, che accusano l’apostolo di aver profanato l’area sacra introducendo un pagano[44] (il cristiano Trofimo di Efeso), interviene l’esercito romano. Il comandante della guarnigione (“il tribuno della coorte” romana) di stanza nella Torre Antonia[45] fa arrestare Paolo sottraendolo alla folla, e cerca di aprire un’istruttoria per appurare lo svolgersi dei fatti. Ma la folla inferocita reclama la pena capitale. Lo stesso urlo ricorre nella narrazione lucana della Passione.

 

TORNA ALL'INDICE DIFESA DI PAOLO DAVANTI AI GIUDEI DI GERUSALEMME
(
22, 1-30) 

Paolo, allora, chiede di parlare al tribuno per non essere confuso con un sobillatore politico come quell’Egiziano che – stando anche allo storico Giuseppe Flavio – aveva mobilitato una grande folla, promettendo di far crollare le mura di Gerusalemme, ed era stato messo in fuga dal governatore romano Felice. In ebraico[46] (più propriamente in aramaico) Paolo ripercorre la sua autobiografia, partendo dalla formazione farisaica ricevuta “ai piedi di Gamaliele” (secondo l’uso rabbinico, significa “alla sua scuola”), il maestro è già presente in Atti 5,34. L’apostolo insiste sul suo impegno a favore della nuova religione cristiana (la “Via”), ma anche sulla grande svolta della strada di Damasco e della relativa conversione, che è narrata per la seconda volta (dopo quella del capitolo 9).

Quell’evento Paolo non lo vede in contrasto con la fede dei padri, perché è lo stesso Dio che l’aveva coinvolto in questo nuovo itinerario di adesione a Cristo. E’ interessante notare con quanta passione l’apostolo evochi la vicenda del suo ingresso nel cristianesimo e come egli faccia balenare l’orizzonte ultimo della sua missione, che è quello di varcare le frontiere del giudaismo per approdare al mondo pagano. E’ proprio quest’ultima parte dell’autodifesa pubblica di Paolo a far scattare una reazione furiosa da parte della folla.

Infatti la ragione profonda dell’opposizione giudaica era in questa apertura, che veniva vista come una contaminazione e una distruzione del patrimonio spirituale di Israele. La folla si mette a gridare invocando la pena di morte, scagliano mantelli e polvere della terra verso l’alto, forse a indicare il loro desiderio di sbarazzare se stessi e il  suolo sacro del tempio dalla presenza blasfema di Paolo. Il comandante romano decide, allora, di condurre l’Apostolo nella Torre Atonia, sottoponendolo a un interrogatorio con tortura. E’ a questo punto che – diversamente da quanto accadde in 16,23 (dove, con Sila, fu caricato di colpi) – Paolo oppone la sua cittadinanza romana, non acquisita ma posseduta fin dalla nascita (era, nato a Tarso, città romana). Questa dichiarazione genera timore e sconcerto tra i soldati della guarnigione e in particolare nel tribuno che lo stava interrogando sottoponendolo alla flagellazione, vietata dai romani.

Paolo dichiara con orgoglio la sua cittadinanza romana davanti al comandante romano, il cui nome – Claudio Lisia, attestato in 23,26 -  rivela forse l’acquisto della cittadinanza sotto l’imperatore Claudio. Ormai l’apostolo viene trattato con rispetto e soprattutto secondo un’istruttoria che cerchi di seguire le norme. E’ dunque necessario un confronto con il Sinedrio.

TORNA ALL'INDICE PAOLO DAVANTI AL SINEDRIO

E IL COMPLOTTO CONTRO DI LUI (23, 1-35)

Il confronto è aperto con una dichiarazione di Paolo, convinto di aver agito con retta coscienza anche di fronte agli ebrei. Questa affermazione scatena la reazione dura del sommo sacerdote Anania[47] che ordina di percuotere Paolo. La motivazione dell’ordine sommo sacerdote non è chiara. Forse era una protesta contro la sua affermazione o contro il modo succinto di salutare l’uditorio (un semplice “fratelli” davanti a un’assemblea così maestosa). Nella replica Paolo usa un’immagine (“muro imbiancato”) per designare l’ipocrisia in Mt 23,27, ma l’intera sua risposta è ironica: egli si atteggia a esempio di obbedienza alla legge e non pensa affatto di insultare il sommo sacerdote e a suffragio della sua protesta cita Esodo 22,27 dove si invita a “non maledire un capo del popolo”.

L’intervento di Paolo si fonda sulla sua appartenenza alla corrente dei farisei e questo dato è abilmente usato per dividere gli avversari. Infatti, come oggetto della sua condanna, egli sostiene la fede nella risurrezione, sostenuta dai farisei ma negata dai sadducei, che era poi l’altra corrente del sinedrio, di matrice aristocratico-sacerdotale.

L’assemblea si spacca e il dibattito degenera al punto tale che il tribuno è costretto a ritirare Paolo e a farlo riparare sotto scorta nella fortezza Antonia. In questa tempesta di eventi si profila, però, nella pace della notte, l’apparizione di Cristo risorto, che dà coraggio all’apostolo e gli delinea la futura missione a Roma.

Le vicende, perciò, sono in ultima istanza guidate da Dio che, proprio attraverso le contraddizioni della storia, riesce ad attuare un progetto di grande respiro. Gli eventi, però, continuano ad essere drammatici: un gruppo di Ebrei fanatici orchestra u complotto per eliminare Paolo, ma un giovane nipote dell’apostolo, figlio di sua sorella (è l’unica notizia sulla famiglia di Saulo), riesce a conoscere questa macchinazione, che sarebbe sfociata in un attentato per eliminare lo zio. Paolo, allora, propizia un incontro tra il tribuno Claudio Lisa e il nipote, il quale offre al comandante romano tute le informazioni che ha a disposizione.

Dopo aver imposto la segretezza assoluta al giovane, il tribuno elabora un piano per impedire che Paolo venisse eliminato durante uno dei trasferimenti presso il tribunale giudaico: sarà necessario evitare qualsiasi contatto con la giustizia ebraica e trasferire l’apostolo sotto la diretta giurisdizione romana. Una scorta agguerrita ed enorme condurrà di notte Paolo da Gerusalemme a Cesarea Marittima, la città costiera sede del governatore romano Felice, uno schiavo emancipato che godeva i favori dell’imperatore Claudio (e poi di Nerone). Qui il procuratore romano lo terrà in prigione per due anni.

Il tribuno Claudio Lisia accompagna il detenuto con una lettera per il governatore Felice, in cui si sottolineano la cittadinanza romana dell’imputato e la convinzione che si tratti di questioni interne al giudaismo, di scarsa rilevanza penale.

La consegna del detenuto all’autorità romana è, perciò, fondata solo su ragioni di sicurezza. Si noti come l’autore sacro esalti la correttezza dell’impero nei confronti dell’apostolo, volendo mostrare che il cristianesimo era una religione esente da crimini o sospetti di insubordinazione.

A Cesarea, Paolo è presentato al governatore che, però, aggiorna il giudizio, in attesa dell’arrivo degli accusatori da Gerusalemme. L’unico interrogatorio riguarda le origini di Paolo: è forse un tentativo di dirottare la questione presso il tribunale romano della provincia di Cilicia, ove si trova Tarso, la patria di Paolo, anche se di per sé la prima giurisdizione era quella del luogo ove era stato perpetrato il delitto.

 

IL PROCESSO DAVANTI A FELICE (24, 1-27)

Gli accusatori ebrei si presentano in delegazione ufficiale, guidata dal sommo sacerdote Anania e sostenuta da un legale esperto in oratoria greca, Tertullo. Paolo è accusato di sedizione, un delitto per l’autorità romana era particolarmente sensibile. L’accusa, già ventilata in passato contro l’apostolo (17, 5-7), era stata alla base della denuncia di Gesù al tribunale romano (Luca 23,5). La delegazione giudaica conferma i capi di accusa di sedizione e profanazione del tempio da parte dell’imputato.

Paolo con maggior sobrietà, ma anche con puntigliosità, ribatte alle accuse. Durante il breve soggiorno a Gerusalemme, motivato da ragioni religiose, egli non ha mai avuto incontri pubblici né convocato assemblee popolari, tali da far sospettare intenzioni sediziose. La “Via” che egli segue (così è definita, come altrove, la religione cristiana) non è in contrasto con la fede biblica e si presenta come una scelta di alta moralità. Paolo poi contesta l’accusa di profanazione del tempio, svelandone la falsità e rievocando lo svolgimento dei fatti. In particolare ribadisce che la reazione violenta del tribunale giudaico è stata motivata da una questione religiosa, la disputa sulla risurrezione, che Paolo proclama come verità di fede.

Il governatore Felice decide di aggiornare la seduta, in attesa di convocare il tribuno Lisia. Frattanto, incuriosito dalla figura e dal pensiero di Paolo, incontra il detenuto, interrogandolo sulla sua “fede in Gesù Cristo”, ascoltandolo con sua moglie Drusilla, un’ebrea, figlia di Erode Agrippa I e sua terza sposa. In realtà, considerando la corruzione dei funzionari romani, sperava pure di rilasciare Paolo dietro il versamento di un contributo. Le lentezze processuali fecero sì che Felice fosse sostituito da un nuovo governatore.

Il nuovo governatore è Porzio Festo, un funzionario corretto, che  forse assunse il mandato in Palestina attorno al 59-60. E’ lui a riaprire l’azione giudiziaria, ferma ormai da più di due anni.

TORNA ALL'INDICE PAOLO SI APPELLA A CESARE (25, 1-27)

Giunto a Gerusalemme in visita ufficiale, Festo, subisce pressioni da parte giudaica per il trasferimento del processo contro Paolo nella città santa. La sua reazione è ferma e riconvoca l’assise a Cesarea. Luca narra in modo essenziale il nuovo processo: l’unico elemento nuovo è l’insistenza delle autorità ebraiche nel chiedere il trasferimento del giudizio a Gerusalemme. Paolo, di fronte a questo rischio grave, decide di giocare l’ultima carta, possibile a un cittadino romano, l’appello all’istanza suprema, quella del tribunale imperiale a Roma. Festo non può che prenderne atto: “Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai” (25,12).

Si inserisce a questo punto un evento particolare, la visita al governatore di una coppia regale ebraica. Si tratta di Erode Agrippa I, sovrano di un piccolo stato, la Calcide, in Libano, ma investito del diritto di nominare i sommi sacerdoti, e di Berenice, una donna bellissima, sua sorella, con la quale conviveva in un’unione incestuosa. Festo racconta ai suoi ospiti il caso che ha sotto mano e puntualizza il fatto che egli, in qualità di garante del diritto romano, non può cedere alle pressioni giudaiche per un processo sommario. Anzi, è personalmente convinto che Paolo non è perseguibile penalmente, perché gli addebiti mossi contro di lui sono irrilevanti da questo punto di vista. Anzi Festo coglie l’occasione per ottenere da Agrippa  un consiglio sulla stesura del rapporto scritto da inviare con il detenuto a Roma per il processo d’appello presso il tribunale imperiale.

Paolo, invitato a parlare, lo fa con un solenne discorso che riprende per la terza volta il racconto della sua conversione e che si rivela come la più articolata e appassionata delle autodifese dell’Apostolo presenti negli Atti. E’ interessante notare che Paolo non prende neppure in considerazione le accuse elevate contro di lui dalla delegazione ebraica, ma cerca in modo positivo di esaltare la grandezza della fede cristiana, trasformando così il suo intervento da autodifesa in testimonianza in favore di Cristo.

TORNA ALL'INDICE IL DISCORSO DI PAOLO DAVANTI AL RE AGRIPPA
(
26, 1-32)

Paolo nel suo forte discorso di autodifesa davanti al governatore romano Festo e al re Agrippa afferma la coerenza della sua fede con quella dei padri e, quindi, dell’ebraismo, che ora lo sta osteggiando: la speranza nella risurrezione è, infatti, condivisa dal vero Israele fedele. La scelta di schierarsi dalla parte di Cristo non fu motivata da convenienza o ipocrisia, perché Paolo era un feroce oppositore della nascente religione cristiana. Ma ecco, all’improvviso, l’irruzione di Cristo nella sua vita lungo l’itinerario che lo conduceva a Damasco per perseguire i cristiani. E’ la terza volta che negli Atti si descrive questo evento capitale:

-         nel capitolo 9 era stato l’autore del libro a narrare la manifestazione di Cristo Risorto;

-         nel capitolo 22 era stato lo stesso Paolo a raccontarlo agli Ebrei radunati nel Tempio di Gerusalemme:

-         in questo capitolo 26 è di nuovo Paolo a evocare quelle parole che mutarono la sua esistenza: “Io sono Gesù, che tu perseguiti” (26,15).

Da quel momento la sua era diventata la vita di un testimone e missionario del vangelo di Cristo e della sua Risurrezione davanti agli Ebrei e pagani. Ma l’ostilità scatenata contro di lui dai suoi antichi fratelli di carne e di fede è immotivata, perché la Scrittura, agli occhi dell’Apostolo, converge verso la fede in Cristo. La sottolineatura della Resurrezione fa reagire il governatore Festo, ritenendo folle questo messaggio e pazzo chi lo proclamava. Paolo replica ribadendo la sua sanità mentale, ma anche il valore della sua testimonianza, appellandosi all’altro spettatore, l’ebreo Agrippa.

Al termine del dibattito, Festo e Agrippa si sono convinti che Paolo non è perseguibile penalmente e potrebbe essere rimesso in libertà, se non avesse interposto appello presso il tribunale imperiale di Roma. A questo punto è necessario eseguire il trasferimento nella capitale. L’operazione è affidata a un centurione romano che imbarca Paolo su una nave di Adramitto, una località della costa egea settentrionale dell’attuale Turchia, diretta verso i porti del Mediterraneo orientale.

 

 


IL VIAGGIO DI PAOLO VERSO ROMA (27,1 - 28,30)

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Prima tappa di questo viaggio fu Sidone, sulla costa libanese, il centurione tratta con benevolenza il detenuto e gli permette di incontrare i cristiani della città. La navigazione procede con variazioni dettate dal regime dei venti: Cipro; Mira nella Licia, sulla costa egea; Cnido, una penisola della Caria; Creta. Durante il percorso avvengono mutamenti di imbarcazione e rallentamenti di vario genere a causa delle condizioni del mare. Da questo momento in avanti il racconto sarà dominato proprio dalla descrizione, spesso vivace dell’itinerario con avventure molteplici, riferite quasi in presa diretta.

Stando al calendario ebraico, siamo nel periodo della festa del Kippur[48] (“il giorno del Digiuno”), che cadeva in autunno. Paolo segnala i rischi della navigazione in quel periodo, tuttavia il comandante decide di proseguire. Ma, ecco, si scatena un uragano, sollevato dal vento detto Euroaquilone, forse un termine marinaresco per indicare il vento est-nord-est. La narrazione si fa vivace: nel tumulto della scena emerge la figura di Paolo, la cui autorevolezza coinvolge tutti. Si offrono indicazioni molto concrete sulla rotta, che si fa confusa perché l’imbarcazione è ormai travolta dal vento. Dall’isola di Cauda (l’odierna Gavdos) a sud-ovest di Creta, si sbanda in direzione dei banchi di sabbie mobili del golfo della Sirte (le “Sirti”), verso la Libia, più avanti si è trascinati alla deriva verso l’ “Adriatico”, cioè il mare che abbracciava il Mediterraneo da Creta verso la Sicilia e oltre, nell’attuale Adriatico.

Non sono necessari commenti a questa pagina di grande efficacia narrativa: basterebbe la lettura diretta per rievocare le emozioni vissute dall’Apostolo e dai compagni di navigazione. Vogliamo solo segnalare le azioni che lo vedono protagonista. Egli rassicura i passeggeri, cercando di convincerli che essi saranno salvati proprio per la sua presenza e per il disegno che Dio ha su di lui. Egli, infatti, è chiamato a Roma per compiere un’opera divina: quella di testimoniare Cristo. Si oppone con fermezza alla fuga dei marinai che avrebbe messo a repentaglio la vita dei passeggeri: tra l’altro, si offrono indicazioni precise sulla navigazione, sull’uso degli scandagli per misurare il fondo marino, la cui distanza è calcolata in “braccia”, equivalenti a 1,85 metri.

Paolo esorta i compagni di avventura a non lasciarsi morire per mancanza di cibo. Egli stesso ne dà l’esempio con un gesto che è descritto con un riferimento simbolico alla moltiplicazione dei pani: “Prese il pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò…”. C’è chi ha ipotizzato una celebrazione eucaristica, ma nel contesto è più ovvio rimandare a un normale pasto secondo l’uso giudaico. Infine, si segnala un episodio che vede Paolo protagonista, sia pure in forma indiretta.

La nave, sbattuta dalle onde, si incaglia in un banco di sabbia e subisce gravi lesioni a poppa. Con Paolo erano trasferiti anche prigionieri comuni, sotto scorta militare. La situazione poteva offrire l’occasione per una fuga a nuoto. I soldati erano garanti della custodia dei prigionieri a potevano essere chiamati a pagare con la vita la loro fuga. Per questo, essi decidono di ucciderli, pur di impedire che fuggissero. Ma il centurione li blocca per salvare Paolo, nei cui confronti nutriva stima e rispetto. E’ un alto segno del profilo positivo con cui gli Atti delineano il potere imperiale romano.

La tempesta ha fatto incagliare la nave di Paolo presso l’isola di Malta, che dipendeva amministrativamente dalla Sicilia. Il racconto del soggiorno in quest’isola comprende due episodi che dipingono l’apostolo come taumaturgo. Quasi attuando la promessa di Gesù ai suoi discepoli (“vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti”, Lc 10,19), Paolo è morso da un serpente, ma ne esce illeso. Riesce poi a sanare il padre di un altro funzionario romano, colpito da febbre e dissenteria, e tutti coloro che accorrano a lui con malattie fisiche. E’ il segno della sua missione più alta: annunziare a ogni creatura la salvezza offerta da Dio in Cristo.

Dopo aver passato l’inverno a Malta, la comitiva riprende la navigazione con una nave proveniente dall’Egitto e dedicata a Castore e Polluce, detti i Diòscuri[49], dèi protettori di marinai e viaggiatori. Siracusa, Reggio Calabria e Pozzuoli sono le tappe di avvicinamento alla meta: Roma. Anzi, a Pozzuoli, che era il porto principale del commercio per mare dell’Italia, si presentano ad accogliere Paolo alcuni cristiani, mentre i credenti romani gli vengono incontro fino al Foro Appio, a 65 chilometri dalla capitale, e alle Tre Taverne, a 50 chilometri. Giunto a Roma, Paolo è posto agli arresti domiciliari, sotto la custodia permanente di un soldato.

L’apostolo chiede subito di incontrare i capi della comunità giudaica romana, che era numerosa e rispettata. Il primo incontro che ha con loro rivela implicitamente lo scopo di presentarsi e di avere l’appoggio  dell’influente comunità presso la corte imperiale. Paolo sottolinea il suo legame con la “speranza di Israele”. Nel secondo incontro decide, invece, di presentare un articolato discorso su Gesù e sulla connessione della sua figura e del suo messaggio con l’Antico Testamento. Di questo annunzio Luca ci offre solo un’indicazione sintetica e segnala la reazione dell’uditorio, che si spacca in due differenti scelte: alcuni abbracciano la nuova fede, altri la respingono con veemenza.

E’ a questo punto che Paolo cita un passo di Isaia (6, 9-11), che anche nei vangeli era stato usato per giustificare il rifiuto di Israele di fronte alla predicazione di Gesù (Mt 13, 14-15; Mc 4, 11-12; Lc 8,10; Gv 12,40). Orecchi, occhi, cuore si chiudono e diventano insensibili davanti all’offerta del vangelo. Ma questa offerta continua a presentarsi ad altri, cioè ai pagani, ai quali l’apostolo sta per rivolgersi. Gli Atti degli Apostoli terminano con la menzione dell’attività missionaria permessa a Paolo dallo Stato romano “con tutta franchezza e senza impedimento”, anche nella condizione degli arresti domiciliari a cui era sottoposto.

La prigionia di Paolo a Roma, secondo Atti 28,30 dura due anni: Luca, però, non dà informazioni sull’esito del processo. Del martirio parla Clemente Romano, in una lettera datata alla fine del I secolo. La data è, secondo Eusebio di Cesarea che scrive nel IV secolo, il 68 d.C. Se l’informazione è corretta, si deve pensare che Paolo, dopo i due anni di prigionia, sia stato liberato. Secondo alcune tradizioni si recò in Spagna (vedi Romani 15,24). Rientrato a Roma, subì il processo e il martirio per decapitazione lungo la via Ostiense. Secondo la più antica tradizione il martirio avvenne nell’anno 67 d.C. alle Tre Fontane, appena fuori la città, il corpo però fu sepolto, per opera dei devoti cristiani, nel luogo dove più tardi sorgerà la maestosa basilica di S. Paolo fuori le mura.

 


L’APOSTOLO PAOLO

 

TORNA ALL'INDICE LA VITA

La data di nascita di Paolo[50] è sconosciuta, ma va posta nella prima decade d.C. Siccome viene descritto come un giovane al tempo della lapidazione di Stefano (At 7,58), vale a dire, tra i 24 e i 40 anni ed egli stesso si definisce un uomo vecchio in Filemone 9, la data della sua nascita non può essere fissata più tardi del 10 d.C.

Paolo nacque a Tarso in Cilicia (At 22,3), da genitori giudei che facevano risalire la loro discendenza fino alla tribù di Beniamino (Rom 11,1; Fil 3,5). Per ragioni di commercio e per la sua natura cosmopolita, a Tarso si erano dati convegno numerosissimi Ebrei. Fra questi immigrati sembra che fossero anche i genitori di Paolo. Stando ad At 23,16 aveva una sorella. Fin dalla nascita Paolo godette dello stato civile di cittadino romano (At 22, 25-29; 16,37; 23,27), una cittadinanza non acquisita ma posseduta fin dalla nascita, essendo nato a Tarso, che era una città romana.

Nel 66 a.C. , quando Pompeo riorganizzò l’Asia Minore dopo le sue conquiste, costituì la provincia della Cilicia e Tarso[51] ne divenne la capitale. Più tardi Marco Antonio concesse alla città libertà, immunità e cittadinanza romana. La condizione di Paolo di “cittadino romano” è senza dubbio collegata a questo stato di libertà della città. Oriundo di una città fortemente ellenizzata qual era Tarso, Paolo conosceva il greco (At 21,37); le sue lettere rivelano che egli era in grado di scriverlo abbastanza bene.

Paolo tuttavia si vantò di essere un “giudeo” (At 21,39; 22,3), un “israelita” (2 Cor 11,22; Rm 11,1) un  “ebreo, figlio di Ebrei… e quanto alla legge, un fariseo” (Fil 3,6; At 23,6). “Ho vissuto da fariseo, secondo la più rigida setta della nostra religione” (At 26,5; Gal 1,14). Inoltre, egli fu “istruito ai piedi di Gamaliele” (At 22,3). Paolo definendosi un “ebreo” intendeva dire che egli era un giudeo di lingua greca che sapeva parlare l’aramaico. L’istruzione di Paolo ai piedi di Gamaliele fa pensare che egli si stesse preparando a diventare un rabbino[52].

Sia l’eredità giudaica della sua famiglia, sia l’ambiente ellenistico di Tarso lasciarono la loro impronta sul giovane Paolo.

L’impronta rabbinica farisaica è presente soprattutto nelle lettere polemiche di Paolo, dove egli rifiuta decisamente la legge. Ma il robusto sfondo ebraico di Paolo appare soprattutto nelle categorie e nelle immagini veterotestamentarie che egli usa.

L’influenza del mondo greco, invece, è evidente nel suo stile e nell’ uso della Bibbia dei “Settanta”. Paolo conosceva il greco e aveva una certa formazione greca. Se non divenne un retore professionista, il suo modo di esprimersi rivela almeno a volte, l’influenza della retorica greca. L’Apostolo visse per circa 10 anni in un’atmosfera ellenistica, sia dopo la sua conversione, che prima della sua missione, in centri culturali come Damasco, Tarso e Antiochia. Egli inoltre fa largo uso di immagini derivanti da una cultura ellenistica: la politica greca (Fil 1,27; 3,20; Ef 2,19), i giochi greci (Fil 2,16; 3,14: 1 Cor 9,24-27); adopera termini commerciali greci (Col 2,14) e allude al commercio ellenistico di schiavi (1 Cor 7,22).

TORNA ALL'INDICE LA CONVERSIONE DI PAOLO

La data[53] della conversione di Paolo non è certa, ma è collegata con il martirio di Stefano, quando i testimoni deposero le loro vesti ai piedi di Saul (At 7,58; 22,20) perché le custodisse.

Paolo stesso e anche Luca in Atti descrivono l’esperienza sulla via di Damasco come una svolta decisiva nella vita dell’Apostolo. Fu un incontro con il Signore risorto che indusse Paolo ad adottare un nuovo stile di vita. Fu l’esperienza che trasformò Paolo da  fariseo in apostolo.

Paolo ci dà un resoconto della sua conversione in Gal 1, 13-17 dal suo punto di vista apologetico (in difesa della fede) e polemico. Tre altre narrazioni sono riportate in Atti (9, 3-19; 22, 6-16, 26, 12-18), e tutte lo descrivono come un’esperienza fortissima e inattesa, avuta quando egli era al massimo della sua attività di persecutore dei cristiani. Benché nei tre resoconti si riscontrino varianti su certi dettagli (i suoi compagni rimasero in piedi ammutoliti o invece caddero per terra; anch’essi sentirono - oppure no - la voce) e benché Gesù si rivolga a Paolo “in lingua ebraica” e citi poi un proverbio in greco (At 26,14), l’elemento essenziale del messaggio comunicato a Paolo è identico. Tutti e tre i resoconti sono concordi su questo: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” – “Chi sei tu Signore?” – “Io sono Gesù (di Nazaret) che tu perseguiti”. Le varianti possono essere dovute alle diverse fonti a cui Luca attinse le sue informazioni.

Nessuno è più autorizzato del suo protagonista a darci il senso e l’interpretazione dell’improvviso folgoramento avvenuto sulla via di Damasco: egli parla, infatti, di quella esperienza come di una rivelazione del Figlio concessagli dal Padre (Gal 1,16). In essa egli vide “Gesù il Signore” (1 Cor 9,1). La sola differenza tra quella esperienza di Paolo, in cui Gesù gli apparve (1 Cor 15,8) e l’esperienza dei testimoni ufficiali della risurrezione (At 1,22), fu una sola: mentre le apparizioni di Cristo Risorto ai Dodici avvennero dopo la sua morte in croce, la visione di Paolo avvenne, invece, dopo la Pentecoste. Ma la realtà fu la stessa: la visione di Paolo, infatti,  si situò allo stesso livello delle apparizioni ai Dodici, che avevano veduto il Cristo Risorto.

 

TORNA ALL'INDICE LA CRONOLOGIA

 Dopo  l’esperienza di Paolo sulla via di Damasco (33 o 36 d.C.), Anania guarì la sua cecità imponendogli le mani. Paolo fu battezzato e rimase a Damasco “per alcuni giorni” (At 9,19). Non molto dopo la sua conversione, Paolo si ritirò nella solitudine e nella meditazione dell’Arabia (Gal 1,17), per prepararsi al suo futuro ministero. Il suo soggiorno fu breve. Dopo il suo ritorno dall’Arabia, l’Apostolo si fermò per circa “tre anni” a Damasco (Gal 1,18).

Durante il suo soggiorno a Damasco egli mise in grande agitazione i giudei di quella città dimostrando loro che Gesù era il Messia, e verso la fine di quel soggiorno, si era già conquistato dei discepoli. Alla fine però, l’opposizione giudaica, incoraggiata dal re Areta IV di Damasco (2 Cor 11,32), lo costrinse a lasciare la città. La sua fuga fu organizzata dai suoi discepoli che lo calarono giù dalle mura della città in un canestro.

Si recò quindi a Gerusalemme, e questa fu la sua prima visita alla città, dopo la sua conversione (At 9,26; Gal 1,18). Ciò avvenne nel 40 circa d.C. Barnaba dissipò la naturale diffidenza dei cristiani di Gerusalemme nei confronti di Paolo e fece di tutto perché venisse accettato bene. Scopo di questa visita è secondo Gal 1,18 quello di “consultare Pietro”. Durante la sua visita Paolo ebbe nel tempio quell’estasi di cui si parla in At 22,17. Una congiura di ellenisti a lui contrari lo costrinse alla fine, ad abbandonare Gerusalemme ed egli si recò a Tarso (At 9,30). Paolo rimase certamente a Tarso dal 40 al 44, ma non si sa nulla della sua attività in questo periodo. A quest’epoca molto probabilmente ebbe la visione a cui si riferisce il testo di 2 Cor 12, 2-4 (ca. 43-44 d.C.). Il suo soggiorno a Tarso ebbe termine quando Barnaba andò a visitarlo per condurlo ad Antiochia, dove si fermò per un anno intero (At 11, 25-26), impegnato nell’evangelizzazione della città.

Da questa città inizia il suo primo viaggio missionario di (46-49 d.C.), verso la fine del suo itinerario apostolico (49 d.C.) torna a Gerusalemme per il “Concilio”. Il secondo viaggio missionario avvenne dal (49-52 d.C.). Il terzo viaggio dal (54-57 d.C.). L’ultima visita a Gerusalemme coincide col suo arresto (58 d.C.). Dopo la prigionia nella Fortezza Antonia, Paolo fu inviato al procuratore della Giudea, Felice, che risiedeva a Cesarea Marittima. Felice lo tenne in prigione per due anni, 58-60 d.C. Paolo allora chiese di essere processato a Roma, e arrivò nella capitale nella primavera del 61 d.C. Per due anni fu tenuto agli arresti domiciliari (61-63).

Il suo arrivo a Roma e la possibilità di predicare il vangelo senza alcun impedimento rappresentano il punto culminante del racconto della diffusione della buona novella da Gerusalemme fino alla capitale del mondo civilizzato di quell’epoca, essendo Roma il simbolo dei “confini della terra” (At 1,8). Conscio che il termine della sua vita era prossimo, Paolo pose Tito a capo della Chiesa cretese e Timoteo a capo di quella efesina. Le due lettere sarebbero state scritte a quei discepoli e alle loro Chiese, quando egli stava per affrontare la morte. La 2 Tm fu scritta nel 67 d.C. mentre era in prigione Per altri dettagli sugli ultimi anni della vita di Paolo dobbiamo dipendere dalla tradizione ecclesiastica posteriore.

Eusebio parla del martirio di Paolo sotto Nerone (64-68 d. C.). Tertulliano fa il confronto tra la morte di Paolo e quello di Giovanni Battista, e cioè, per decapitazione.

L’anno comunemente preferito per la morte di Paolo è il 67 d.C. verso il termine della persecuzione di Nerone, come sembra suggerire la narrazione di Eusebio. Paolo fu sepolto sulla via Ostiense, presso l’odierna basilica si San Paolo fuori le mura.

 

TORNA ALL'INDICE LA TEOLOGIA DI PAOLO

Il concetto chiave  attorno al quale deve essere organizzata tutta la teologia paolina è Cristo. La teologia di Paolo è quindi CRISTOCENTRICA. Ogni tentativo di cercare un principio organizzativo per la sua teologia a prescindere dal Cristo è destinato a rimanere inadeguato. E tutto questo ci riporta ancora alla visione sulla via di Damasco: quel bagliore di luce, che spense per tre giorni la sua capacità visiva, non era che il simbolo dell’accecante splendore che invase e penetrò allora la sua anima. Mentre Paolo perdeva la vista, acquistava occhi nuovi per fissare meglio Cristo. In quel contatto fisico col Risorto, egli afferrò con un rapido colpo d’occhio le verità più essenziali ma anche più sconcertanti che nel Cristo si incentrano. Tutti gli enigmi dell’Antico Testamento (lui era un fariseo osservante) allora diventavano chiari. Se Gesù è risorto da morte, vuol dire che egli è veramente il Figlio di Dio, e se è il Figlio di Dio, e gli è il Santo e il Giusto per eccellenza e perciò non può essere morto per i suoi peccati, ma per quelli degli uomini. Dunque la sua morte ha un valore di salvezza per tutti (l’aspetto SOTERIOLOGICO, di salvezza, è conseguenza di quello cristologico). La salvezza si otterrà perciò non più attraverso le faticose osservanze legali, ma solo accettando “nella fede” la “buona novella di Gesù Cristo”, cioè il suo Vangelo: “Piacque a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione (kerygma). Sicché mentre i Giudei chiedono i miracoli e i greci cercano sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani; ma per quelli che sono chiamati, sia Giudei che greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Cor 1, 21-25). Il vangelo, quindi, non è solo un annuncio dell’evento redentivo della morte e risurrezione del Cristo, ma è esso stesso una forza che lo comunica a tutti gli uomini, giudei o greci (l’annuncio ha validità universale: Rom 1,16). In un certo senso, è esso stesso un evento redentivo ogniqualvolta rivolge il suo appello agli uomini. Sorprendentemente, Paolo lo chiama “la potenza di Dio”, proprio come ha chiamato il Cristo stesso (1 Cor 1,24). Ecco perché “predicare Cristo crocifisso” è “predicare il vangelo”. Sia il Cristo che il vangelo portano agli uomini il dono salvifico del Padre. Il vangelo è il mezzo che il Padre ha per rivolgersi agli uomini, sollecitando da loro le risposte della fede e dell’amore. Perciò esso è il “Vangelo di Dio” (1 Tess2,2. 8.9; 2 Cor 11,7; Rom 1,1; 15,16), ma anche il suo “dono”, la sua “grazia” (2 Cor 9, 14-15). Così Paolo può scrivere ai Tessalonicesi che il suo “Vangelo non fu predicato solo a parole, ma con potenza, con Spirito santo e con piena convinzione” (1 Tess 1,5; 1 Cor 4,20). Infatti, in quanto “potenza di Dio” il vangelo non è annunciato senza l’assistenza dello Spirito di Dio. In realtà, attraverso questo “Vangelo di salvezza” i credenti sono sigillati con lo Spirito Santo della promessa, “caparra della nostra eredità” (Ef 1,13). Attraverso di esso gli uomini sono già salvi (1 Cor 15,2).

Pertanto la distinzione tra Ebrei e pagani non ha più alcun senso. Tutto questo demoliva in un istante il suo vecchio mondo spirituale e gli scopriva altre realtà più belle: Cristo, Figlio di Dio, incarnato, morto e risorto, è dunque il nodo e il senso di tutte le cose e della vita intera.

Un altro aspetto del vangelo paolino si vede nel suo modo di concepirlo come un “mistero” o “segreto” (mysterion). Paolo parla del “mistero di Dio” identificandolo con “Gesù crocifisso” (1 Cor 1,17.23). Il suo vangelo è indicato così perché rivela un piano di salvezza concepito dal Padre e nascosto in Lui da tutta l’eternità (1 Cor 2,7). Esso è stato ormai realizzato in Gesù Cristo ed è stato rivelato ai cristiani attraverso gli apostoli e i santi profeti della nuova economia. Abbraccia la salvezza di tutto il genere umano, concedendo ai pagani una partecipazione all’eredità di Israele. Anche la parziale insensibilità di Israele fa parte di questo “mistero” (Rom 11,25). Nascosto lungamente in Dio, esso è al di là della comprensione dei mortali e anche delle autorità di questo mondo. Ma ormai è stato reso noto “al popolo santo di Dio” e anche a Paolo, affinché egli possa annunciarlo ai Gentili e portare questi a partecipare all’inesauribile ricchezza del “mistero del Cristo” (Col 4,3). Attraverso il Cristo la salvezza arriva a tutti gli uomini mediante la loro incorporazione nel suo corpo, che è la Chiesa, ed egli ne è il capo (Col 1, 26-27; 2,2; Ef 1,9; 3, 4-10).

Il “mistero” paolino, è cristocentrico. Come Paolo identifica Cristo con vangelo, chiamandoli entrambi “potenza di Dio”, così egli identifica Cristo e il mistero, chiamandoli “la sapienza di Dio” (1 Cor 2,7; 1,24). In realtà questo mistero del vangelo (Ef 6,19) è uno e il medesimo: Cristo, che è “il disegno segreto di Dio” (Col 1,27). Ma presentando il Vangelo come “mistero”, Paolo afferma implicitamente che esso non è mai comunicato agli uomini completamente con i mezzi ordinari di comunicazione. Poiché il Vangelo (mistero) è qualcosa di rivelato, lo si apprende solo per la fede; e anche quando è rivelato, “la sapienza divina” non rivela mai pienamente se stessa, c’è  sempre una zona di oscurità che non si dissipa mai completamente per gli uomini.

La vita successiva dell’Apostolo fu un atto continuo di fedeltà e di amore a quella luce, il suo pensiero non fece altro che individuare e approfondire appassionatamente, dando loro formulazione teologica, quei dati più immediati ed evidenti che la visione di Damasco con forza accecante gli proponeva.

Paolo considera tre stadi dell’esistenza di Cristo:

la sua preesistenza presso il Padre

la sua umiliazione mediante l’incarnazione e la morte in croce 

la sua glorificazione nella Risurrezione. Particolarmente significativo al riguardo è il passo di Fil 2, 5-11.

Di questi tre stadi è soprattutto l’ultimo che ama descrivere e presentare l’Apostolo, fedele anche in ciò alla visione di Damasco che gli “rivelò” appunto il Cristo glorioso. La sua Risurrezione lo colloca in uno stato permanente di vita gloriosa e di operazioni salvifiche, che non possono mai subire alcuna limitazione di tempo, di spazio, di materialità. Con il Cristo che risorge è la creazione stessa che riceve una investitura di sacralità e un impulso verso l’alto. Il cristiano soprattutto, in quel “mistero” di morte e di vita che è simboleggiato e realizzato dal Battesimo, viene assunto a partecipare alla gloria e alla luce della risurrezione. Egli perciò deve vivere sempre in un clima di festosa e trasparente mattinata di Pasqua (Rom 6, 8-10; Col 3,1-2).

Alla luce di queste considerazioni possiamo capire meglio la pienezza di significato di alcuni brani cristologici di Paolo. Cristo è al centro di tutto: Egli è “Immagine del Dio invisibile, primogenito di ogni creatura, poiché in lui furono create tutte le cose: quelle nei cieli e quelle sulla terra, le cose visibili e quelle invisibili, siano essi Troni, o Dominazioni, o Principati, Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte le cose hanno in lui consistenza” (Col 1, 15-17). Niente dunque ha senso fuori di Cristo, perché tutto è stato fatto “in vista di lui”, ed  Egli dà coesione, intima forza, “consistenza” a tutte le cose, sia “visibili” che “invisibili”.

Se in forza della Creazione, tutto il creato gli appartiene, molto di più in forza della Redenzione che il creato è unito a Lui. L’universo intero, infatti, viene segnato dal suo sangue e diventa, esso pure, la sua grande “Chiesa” (Col 1, 18-20). Questa centralità di Cristo, in cui tempo ed eternità si congiungono, è anche meglio espressa nel grandioso inno di benedizione che apre la lettera agli Efesini (1, 3-10).

L’uomo, in particolare, in forza della Redenzione, viene a trovarsi in un rapporto tale col Cristo Risorto da diventare un suo membro vivo, un suo “consanguineo”, un “figlio adottivo” di Dio, proprio in forza di questa assimilazione ontologica a Cristo. Inseriti “innestati” nel “Figlio”, anche noi diventiamo “figli”: anzi è proprio a questo che già “prima della fondazione del mondo” ci ha “predestinati” l’amore di Dio.

Quest’ultima considerazione già ci fa intravedere un’altra dimensione non meno affascinante del Cristo, l’aspetto ECCLESIOLOGICO: egli si comunica spiritualmente ai suoi fedeli e prolunga e dilata in essi la sua vita. In tal modo è come una misteriosa moltiplicazione che egli fa di se stesso. E’ la dottrina del “Corpo mistico”, anche questa già enunciata nella risposta del Risorto sulla via di Damasco: “Io sono il Gesù che tu perseguiti”. C’è dunque identificazione fra il Cristo e i cristiani! E questa identificazione non nasce da una giustapposizione o compensazione dell’uno con gli altri, ma da un “completamento” per cui il Cristo non sarebbe “tutto” senza i cristiani, così come il capo senza il corpo. Cristo è appunto il “Capo” e i cristiani sono le “membra”. “Capo e “membra” a loro volta formano il “Corpo”, armonicamente disposto nelle sue funzioni.

E si noti che Cristo è detto “Capo” non tanto nel senso di superiorità, per affermare una sua posizione egemonica o di comando nella Chiesa, quanto piuttosto in senso “organico” e “fisiologico”, da rapportarsi alle cognizioni mediche correnti a quel tempo: dal “capo” infatti deriva in tutto l’organismo il flusso della vita e si dipana tutta l’articolazione dei centri nervosi. Ora è dal “Capo”, Cristo, che “Tutto il corpo riceve armonia e compattezza mediante ogni specie di giuntura che somministra nutrimento secondo l’energia propria a ogni singola parte; è così che il corpo opera la propria crescita per l’edificazione di se stesso nella carità (Efes 4,16).

La Chiesa è appunto questo organismo meraviglioso che, ricevendo influsso vitale da Cristo, si amplifica sempre più, “cresce” in solidità spirituale e anche in quantità numerica. E questa crescita della Chiesa significa una massa sempre maggiore di umanità e di realtà terrestri che vengono permeati dalla forza lievitante della grazia: nella Chiesa perciò è il Cristo, fatto “Spirito vivificante” (1 Cor 15,45), che si completa e si attua sempre di più. Non  a torto dunque l’Apostolo potrà chiamare la Chiesa, oltre che “Corpo”, anche “pienezza” di Cristo (“tò plèroma”), “che tutte le cose riempie di ogni bene” (Efes 1,23).

In tale prospettiva teologica non è solo la fede che si illumina e si consolida, ma è la vita di ogni giorno che riceve alimento e dinamismo. Pensiamo solo ai rapporti verso gli altri: amando il prossimo, il cristiano ama se stesso e soprattutto ama Cristo che, secondo la dottrina del “Corpo mistico”, quasi si travasa in ogni redento. Ed è esattamente a questo principio che l’Apostolo continuamente si rifà per esortare i fedeli a vivere nella scambievole carità (Rom 12, 4-5. 15-16; 1 Cor 12,27).

Né meno pertinente è l’applicazione di questa dottrina al vizio della impurità: il fornicatore non offende soltanto se stesso, quanto Cristo, di cui noi tutti siamo le membra vive (1 Cor 6,15. 19-20).

E non solo la vita morale che viene permeata dalla realtà di questa dottrina teologica del Cristo “totale”, ma la stessa vita spirituale ne viene strutturata in una duplice maniera:

primo, nel senso che il cristiano avverte di vivere una vita non sua, non autonoma, ma la stessa vita del suo Capo, che in lui  presente in maniera organica;

secondo, nel senso che il cristiano avverte pure che la sua vita di amore e di grazia deve viverla in sintonia con tutti i fratelli sparsi per il modo.

Parlando della sua esperienza spirituale, l’Apostolo poteva dire: “Ormai non sono più io che vivo ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). E’ chiaro che questo vale anche come impegno programmatico per ogni cristiano: è la “fede” intensa, che sempre fiorisce nell’amore, a realizzare questo innesto di vita soprannaturale che ora agisce misteriosamente nell’interno degli spiriti, ma che domani sboccerà negli splendori della gloria (Col 3, 2-4).

Ma in questa sua intimità con Cristo, il cristiano non può estraniarsi dai “fratelli”, ogni cristiano, infatti, è “debitore” verso tutti della grazia e dei doni ricevuti da Dio. Anche Paolo diceva di essere “debitore verso i Greci e i barbari, verso i sapienti e gli ignoranti” (Rom 1,14).

In un organismo vivente, ogni membro vive per il concorso di tutti i membri. E’ esattamente questo il principio che viene ricordato per regolare l’uso dei carismi (1 Cor 12, 4-7). Il “bene comune” viene realizzato con il concorso di tutti, come un edificio che si costruisce con il perfetto combaciamento di innumerevoli pietre (Ef 2, 19-22). Queste immagini: “familiari di Dio – suo edificio – sua abitazione” ci dicono come i cristiani devono vivere “ecclesialmente” la loro avventura terrena, in attesa della gloria (Efes 4, 1-6).

Questa unione e fusione di sentimenti però è soltanto una pallida immagine della perfetta unità che regnerà nei cieli, quando Dio sarà davvero “tutto in tutti” (1 Cor 15,28) e Cristo consegnerà al Padre il “regno” (1 Cor 15,24) così faticosamente conquistato col suo Sangue. Ma questa inaugurazione della perenne, intramontabile “liturgia” celeste sarà preceduta dal glorioso “ritorno” di Cristo, che verrà a raccogliere i suoi eletti dai quattro venti, “vivificando” gli stessi corpi nella “risurrezione” finale: sarà così tutto l’essere dell’uomo, anima e corpo, spirito e sentimenti, che parteciperà alla felicità senza fine.

Inebriato dalla contemplazione di queste stupende realtà (ESCATOLOGICHE), si capisce come Paolo sogni e quasi affretti col desiderio il “giorno” della “Parusia” del Signore, pur ignorando quando di fatto esso verrà: sa solo che verrà “come un ladro di notte” (1 Tess 5,2).

Questa “tensione escatologica”, sia individuale che collettiva, permea tutto l’epistolario paolino e illumina dei suoi riflessi tutta la vita cristiana: il vero credente è colui che attende con l’animo inondato di gioia il Signore,  che può ritornare da un momento all’altro, con l’unica preoccupazione di “essere trovato degno” al suo arrivo.

Tutta la sua vita è stata una “corsa” pazza nella stadio del mondo (ha percorso ben 7800 km a piedi e 9000 in nave con i mezzi di comunicazione di quei tempi), per “afferrare” il grande trofeo: Cristo Signore. All’infuori di lui, il resto gli è apparso come “spazzatura”. E Cristo che vive in noi ed è noi, è per tutti i credenti la “speranza” della gloria (Col 1,27) che mai tramonterà: Egli che è “lo stesso ieri, oggi e nei secoli futuri” (Ebr 13,8).

Questo il messaggio più luminoso e consolante, che a distanza di quasi duemila anni il grande Apostolo lancia ancora ai credenti di oggi con l’esempio della sua vita e la luce delle sue lettere. “protendendosi” in avanti “dimenticando le cose che ci stanno dietro”, per “guadagnare Cristo”, nel quale soltanto è “vita, salvezza, speranza” per gli uomini di tutti i tempi.

TORNA ALL'INDICE LE LETTERE PAOLINE

La vicenda terrena di Paolo si arrestava sulla via Ostiense, ma la fiamma del suo cuore e la luce del suo pensiero non si estingueranno più e gli sopravvivranno per i secoli. Infatti, oltre che grande Apostolo e fondatore di Chiese, egli fu anche pensatore geniale, scrittore denso ed efficace, il teologo più profondo che abbia mai avuto il Cristianesimo, il mistico più infiammato che abbia mai raggiunto Dio con l’apice della sua anima.

La ricchezza del suo pensiero è tutta concentrata nelle sue quattordici “lettere”, includendovi anche quella degli Ebrei che presenta particolari problemi. Se Paolo si è deciso a scrivere, non è stato certamente per una vanità letteraria, ma esclusivamente per una finalità apostolica.: poter comunicare a distanza con le varie comunità da lui fondate, per aiutarle a risolvere i loro problemi interni di organizzazione e di vita spirituale, oppure il desiderio di allacciare rapporti con comunità estranee al suo raggio di azione (si pensi a Roma) per poter dispensare anche a loro “qualche dono spirituale” (Rom 1,11).

Le lettere paoline nascono dunque da un bisogno di “dare”, non solo la luce della propria fede e dei propri pensieri, ma anche l’affetto del proprio cuore. E’ per questo che esse, anche quando ci trasportano sulle vette più alte della speculazione teologica e della contemplazione, conservano sempre un calore di comunicativa umana che commuove. Ed è per questo che esse, pur rifacendosi al genere letterario epistolare quale era coltivato dai grandi scrittori contemporanei (Plinio il Giovane, Seneca, Frontone, ecc..), recano un’impronta tutta personale, tanto che non si può dire con precisione se esse siano vere “lettere” o “epistole”. La “lettera” infatti ha in genere un tono familiare e dimesso, e non affronta grandi problemi. La “epistola” invece ha un tono piuttosto cattedratico e freddo, con assenza di riferimenti affettivi e personali.

Anche quello che potremmo definire come lo scritto più strettamente teologico di Paolo, e cioè la lettera ai Romani, nella introduzione e negli ultimi due capitoli (15,14 – 16,27) è piena di richiami personali e sprigiona un intenso calore umano di affetto e di simpatia.

Diamo ora uno sguardo all’aspetto più tecnico e storico delle “lettere” . Diciamo innanzitutto che l’ordine canonico degli scritti del Nuovo Testamento è tale che, mettendo per prima i quattro Vangeli e poi le Lettere di Paolo, suggerisce purtroppo la falsa impressione che i Vangeli siano stati scritti prima delle Lettere. In realtà, dal punto di vista cronologico le lettere paoline (almeno quelle comunemente considerate autentiche, cioè: Rm, 1-2 Cor, Gal, Fil, 1 Ts, Fm) sono tutte anteriori alla stesura dei quattro vangeli. Nel canone quindi bisognerebbe invertire la successione cronologica degli scritti.

Le lettere autentiche dell’apostolo Paolo, infatti, sono datate agli inizi degli anni 50 d.C. Anche i suoi viaggi apostolici si aggirano attorno a questi anni.

Il primo viaggio missionario    (46- 49 d.C.) 

Il secondo viaggio missionario (49-52 d. C.)

Il terzo viaggio missionario      (54-57 d.C.)

I Vangeli, invece, hanno date posteriori.

Marco (65-70 d.C.)

Matteo (70-80 d.C.)

Luca    (70 d.C.)

Giovanni (100 –110 d.C.).

Paolo, nelle sue lettere non fa riferimento ad episodi particolari della vita di Gesù[54], non ricorda le sue parabole o le sue controversie con gli avversari, i suoi insegnamenti morali, non ne menziona la vasta attività taumaturgica. Tutte le sue riflessioni sono concentrate sull’evento decisivo della passione, morte e Resurrezione. Il Cristo della Pasqua si è impossessato di lui sulla via di Damasco (36 d.C. per altri invece siamo nel 33), aprendo alla sua mente e alla sua predicazione gli spazi sconfinati dell’antropologia redenta. I vangeli colmano questa specie di lacuna, delineando un ritratto più completo di Gesù di Nazareth, dal momento della sua nascita fino alla sua conclusione gloriosa nella Risurrezione.

PRIMA LETTERA AI TESSALONICESI

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Iniziamo le nostre riflessione sulle lettere dell’Apostolo Paolo con questa prima lettera ai Tessalonicesi, perché è quasi certamente il primo scritto cristiano in ordine cronologico. Fu infatti composta durante l’inverno del 50-51 d.C. e fu destinata alla comunità cristiana dell’importante città commerciale di Tessalonica[55], posta in Macedonia e visitata dall’apostolo durante il suo secondo viaggio missionario. Paolo essendo andato, come al solito, a predicare nella sinagoga, vi fece poca fortuna: al terzo sabato perciò li piantò in asso rivolgendosi ai pagani, fra i quali ebbe grande successo (Att 17, 1-4). Allora i Giudei, presi da invidia, gli aizzarono contro la gentaglia di piazza, la quale, non avendo potuto mettere le mani su Paolo e su Sila, si accontentò di portare davanti ai “politarchi” (i magistrati della città) il buon Giasone che li aveva ospitati nella sua casa. Durante la notte i due missionari furono accompagnati a Berea, dove ebbero maggior successo. Anche lì però li raggiunse l’invidia dei Giudei, per cui Paolo fu costretto a ritirarsi ad Atene (la sua predicazione agli ateniesi fu un completo insuccesso: At 17, 22-34) e di qui a Corinto (Atti 17, 5-9.13-15; 18,1). Pur essendo lontano, Paolo seguiva con trepidazione le sorti della comunità di Tessalonica, che egli non aveva avuto neppure il tempo (forse tre o quattro mesi di permanenza) di istruire sufficientemente e organizzare la comunità, situazione che si era resa ancona più difficile dalle persecuzioni alimentate dai Giudei (1 Tess 2, 14-16). Non potendo resistere a tanta ansia, tentò egli stesso per ben due volte di tornare a visitare la città, ma difficoltà improvvise (a noi ignote) glielo impedirono (2, 17-18). Perciò decise di “rimanere solo ad Atene” (l’insuccesso dell’Areopago gli aveva procurato scoramento e desolazione) e di qui mandò a Tessalonica il diletto Timoteo (3, 1-5). Il quale poco dopo lo raggiunse a Corinto portandogli una quantità di notizie consolanti circa la “fede” operosa, la “carità” disinteressata, la “speranza” tenace di quei cristiani, pur in mezzo a numerose difficoltà e tribolazioni (1, 3-6). Le uniche ombre del quadro erano un’esagerata preoccupazione per la sorte dei loro “morti” al momento della “Parusia” e un certo indulgere verso rimanenze di costumi pagani, come la lussuria e una certa licenza nei rapporti sessuali.

Le preoccupazioni dei Tessalonicesi per la sorte dei loro “defunti” dovevano essere nate da alcune idee errate e fantasiose circa l’imminenza del ritorno di Cristo: forse  Paolo nella sua breve dimora a Tessalonica non aveva avuto tempo di precisare meglio il suo pensiero circa questo argomento. Comunque, per chiarire le idee al riguardo, per difendersi da certe dicerie dei suoi avversari circa un suo apostolato interessato, e soprattutto per rallegrarsi con tutti dei successi della “Parola di Dio” (2,13) in mezzo a loro, scrisse questa sua prima lettera, che insieme alla seconda lettera furono subito attribuite all’apostolo Paolo da tutti gli autori antichi.

Questa prima ai Tessalonicesi è meravigliosa per il senso di “umanità”, di affetto e di paternità che ispira. I primi tre capitoli, infatti, non sono altro che una calda evocazione di commossi ricordi. Ora egli si paragona a una madre che “riscalda” i suoi piccoli, disposta a dare per essi perfino la vita (2, 7-8); ora a un “padre” amorevole ma forte, che ammonisce individualmente ciascuno dei propri figli “a camminare in maniera degna di Dio” (2, 11-12). Lontano da loro si sente “orfano” (2,17); ricevute invece le buone notizie, si sente come “vivere” (3,8). Tutto questo aveva creato tra loro un ambiente di facile comunicativa. Di qui l’insistente richiamo di Paolo alla sua presenza e al suo insegnamento orale quando era in mezzo a loro: “Voi ricordate, voi sapete” (1, 3-5; 2, 1-2.5.9.11; 3, 3-4; 4,2; 5,2), come se si trattasse di una affettuosa “conversazione da lontano”.

Lo schema della lettera è semplice e può essere riassunto così:

Esordio (1, 1-10), contenente saluti e un solenne ringraziamento a Dio per i frutti di bene ottenuti a Tessalonica.

I Parte (2,13,13): rievocazione della predicazione di Paolo a Tessalonica e delle sue sollecitudini anche nella forzata assenza.

II Parte (4, 1-5,24): esortazioni e ammaestramenti vari (dottrina escatologica).

Epilogo (5, 23-28). Preghiere e saluti.

TORNA ALL'INDICE INDIRIZZO E RINGRAZIAMENTO (1, 1-10)

Accanto a Paolo, tra i mittenti, figurano anche due suoi collaboratori, il già noto Timoteo e Silvano (va identificato con Sila di Atti 15,22; è infatti un nome latinizzato dall’aramaico), che furono suoi compagni nel secondo viaggio missionario. Uno dei due fu probabilmente l’amanuense della lettera.

Subito dopo l’indirizzo si leva una preghiera di ringraziamento a Dio per i doni effusi sulla Chiesa[56]. Il motivo del ringraziamento è dato dalla fresca vitalità della Chiesa che fiorisce in ognuna delle tre virtù teologali. Si noti il preciso elenco che ne fa per la prima volta Paolo: la fede è “operosa”, la carità si dona “sacrificandosi”, la speranza è “tenace”.

La vitalità della Chiesa di Tessalonica non è dovuta solo alla corrispondenza dei cristiani alla grazia, ma soprattutto all’amore di Dio, che li ha chiamati alla fede per mezzo della predicazione del vangelo. Siamo in pieno clima soprannaturale. L’arte della parola è vana (1 Cor 2, 4-6) se non viene in aiuto la grazia divina: lo Spirito Santo è il responsabile di ogni manifestazione spirituale. E’ in forza dello Spirito che i Tessalonicesi accolsero la “Parola” con grande “gioia”, anche in mezzo alle “tribolazioni”. Qui l’Apostolo accenna alle tribolazioni da parte dei Giudei (At 17,5-9), che costrinsero Paolo e Sila a fuggire, di notte, a Berea.

Nel ringraziamento a Dio si fa anche menzione alla prevalente origine pagana dei cristiani di Tessalonica: essi, infatti, si sono convertiti dal culto idolatrino, hanno aderito al Dio unico e vero e vivono nell’attesa del Cristo Risorto, che verrà a giudicare il peccato del mondo. Si introduce così uno dei temi fondamentali della lettera: la futura venuta di Cristo. E “l’ira ventura” si riferisce appunto alla punizione riservata ai malvagi nell’ultimo giorno. Il tema è presente nella tradizione giudaica e compare più volte    nel Nuovo Testamento. Giovanni Battista l’aveva presentata come imminente, nella sua sferzante predicazione (Mt 3,7). L’ira di Dio è provocata da un eccesso di iniquità e di orgoglio dell’umanità (Giudei e pagani), fino a pretendere di fare a meno del Signore e dei suoi comandamenti. Ad essa nessuno può resistere (Ap 6,17), ma in Cristo i credenti sono liberati da questo giudizio. Cristo è morto appunto per “liberarci” dalla condanna irreparabile.

TORNA ALL'INDICE PREDICAZIONE DI PAOLO A TESSALONICA (2, 1-20)

Paolo abbandonandosi all’onda dei ricordi, richiama alla memoria dei Tessalonicesi, le enormi difficoltà, in mezzo alle quali era avvenuta la sua predicazione nella loro città (At 17, 1-9), e le qualità della medesima predicazione.

Dopo aver sperimentato il carcere a Filippi (At 16, 19-40), Paolo e Sila giungono a Tessalonica, e iniziano il nuovo lavoro come se niente fosse successo (At 16, 19-40), avendo solo un’immensa “fiducia in Dio” (v. 2).

Circa le “qualità” della sua predicazione, Paolo ricorda che fu verace, sincera e disinteressata (vv. 3-5) come si conviene alla Paola di Dio, che non può essere alterata e ridotta a calcoli umani. Il predicatore deve rispondere del suo operato non agli uomini ma a Dio, che “scruta” i cuori e che lo ha “approvato” (v. 4) e gli ha affidato il geloso “deposito” della sua Parola: da questa fedeltà al “mandato” divino dipenderà sempre il vero successo del lavoro apostolico.

E’ quanto è accaduto a Tessalonica: la genuina Parola di Dio ha una innata capacità di successo anche in mezzo alle più gravi difficoltà. Il successo perciò non è di Paolo, ma del “Vangelo”. Per conto suo Paolo ha perfino rinunciato a quei legittimi vantaggi (sostentamento, ecc. vv. 6-7) che gli derivavano dalla sua condizione di Apostolo (1 Cor 9,3 ss; 2 Tess 3,8).

Il frutto, comunque, non è mancato, perché i Tessalonicesi avevano accolto la predicazione apostolica con fede e costanza, anche in mezzo alle prove che gli Ebrei avevano escogitato per colpire i credenti in Cristo. Paolo usa  espressioni molto severe verso il mondo giudaico, preso com’è dalla polemica per l’opposizione da lui subita. Si noti anche l’uso per gli Ebrei, dell’espressione: “nemici di tutti gli uomini”, un luogo comune diffuso presso alcuni autori greci e latini dell’epoca. Si tratta, perciò, di una reazione immediata che fiorisce nell’apostolo impossibilitato ad annunziare il Vangelo, e non di una dichiarazione antisemita di principio. Anzi Paolo sente in questo ostacolo l’azione di Satana, il vero avversario dell’azione di salvezza (3,5).

TORNA ALL'INDICE MISSIONE DI TIMOTEO  (3, 1-13)

Paolo non riesce a stare lontano da questa comunità in difficoltà e invia da Atene il suo fedele collaboratore Timoteo, perché sostenga i Tessalonicesi, portando il messaggio dell’apostolo, il quale è consapevole del dramma vissuto da quella Chiesa e dei rischi che sta correndo anche ad opera di Satana, il tentatore (2,18). Timoteo torna portando notizie molto positive e Paolo ne è profondamente consolato. Lo si nota dal calore con cui  si rivolge a loro, testimoniando la sua preghiera di ringraziamento, il suo augurio per la crescita sempre più intensa nell’amore e nella speranza della venuta futura di Cristo, per portare a compimento la salvezza.

Inoltre, egli esprime il desiderio di raggiungere personalmente quei cristiani per confermarli nella fede.

La lettera passa poi ad affrontare alcuni temi teologici, due in particolare: la vita morale del cristiano e l’attesa della venuta del Cristo. La morale è incentrata su due impegni: la santità della vita e l’amore fraterno.

TORNA ALL'INDICE SANTITA’ E VITA CRISTIANA (4, 1-18)

La società pagana da cui provenivano i cristiani consideravano la promiscuità e la licenza sessuale come cose del tutto normali. Quindi, riuscivano con fatica a dominare le passioni[57], a trattare il “corpo con santità e rispetto” (4,4), e ad astenersi dall’impurità. Paolo ribadisce con fermezza queste scelte di vita, ricordando che gli abusi sessuali riscontrabili presso i pagani dipendevano soprattutto dalla loro “ignoranza” di Dio, il quale vuole essere “glorificato” anche attraverso la mondezza del proprio corpo (1 Cor 6, 12-20), che è il “tempio dello Spirito Santo”. Il nostro corpo, quindi, essendo anch’esso opera di Dio, non può servire come strumento di degradazione, ma solo di elevazione spirituale, o mediante l’astensione celibataria o mediante il retto uso del matrimonio, focolare di amore e di vita.

C’è, poi, l’amore fraterno che deve essere conservato con forza, ma deve manifestarsi  anche attraverso il servizio quotidiano nell’ambiente di lavoro e nell’esistenza di tutti i giorni. Alcuni, infatti, si erano lasciati prendere dalla tentazione di abbandonare i loro impegni concreti per dedicarsi a una spiritualità effervescente e alienante.

Rimane da affrontare la questione - molto sentita dalla Chiesa delle origini – della venuta finale del Signore. Alcuni cristiani tessalonicesi consideravano svantaggiati coloro che morivano prima dell’evento finale, al quale non avrebbero partecipato. Paolo, usando un linguaggio apocalittico, raffigura lo scenario grandioso di quella suprema manifestazione di Cristo e fa notare che, quando il Signore ritornerà[58], i morti si troveranno addirittura in una posizione di vantaggio rispetto ai viventi, dato che essi per “primi” risorgeranno,  e poi, con quanti saranno ancora in vita, si avvieranno verso il Cristo glorioso per essere sempre con lui.

TORNA ALL'INDICE IL RITORNO DI CRISTO (5, 1-11)

La venuta definitiva del Cristo glorioso, “Parusia”[59], è chiamata da Paolo con un termine caro ai profeti, “giorno del Signore” che indicava il giudizio divino sulla storia umana. Gli elementi innegabili della escatologia del futuro di Paolo sono: la parusia (1 Tess 4,15), la risurrezione dei morti (1 Tess 4,16; 1 Cor 15,13 ss), il giudizio (2 Cor 5,10: Rom 14,10; Ef 6,8), e la gloria dei credenti giustificati (Rom 8,12.21; 1 Tess 2,12).

Ma accanto a questo futuro c’è anche l’aspetto presente, secondo il quale il “tempo futuro” (l’escaton) è già cominciato, e gli uomini sono già in un certo senso salvati: “Ora è il tempo propizio, ora è il giorno della salvezza” (2 Cor 6,2). Le “primizie” (Rom 8,23) e il “pegno” (2 Cor 1,22; 5,5; Ef 1,14) sono già in possesso dei fedeli cristiani. Cristo ci ha già trasferiti nel regno celeste (Ef 2,6; Col 2,12; Fil 3,20). Paolo parla a volte come se i cristiani fossero già salvi (Rom 8,24; 1 Cor 15,2; 1,18; 2 Cor 2,15; Ef 2,8), eppure altre volte dichiara che essi devono essere ancora salvati (1 Cor 5,5; 10,33; Rom 5,9.10; 9,27; 10,9.13).

Questa differenza di punti di vista è dovuta in parte allo sviluppo del pensiero di Paolo riguardo all’imminenza della parusia.

Nelle prime lettere, infatti, abbondano gli accenni al futuro. Ma col passar del tempo (specialmente con l’esperienza che l’Apostolo ebbe in Efeso, quando fu vicinissimo alla morte - 2 Cor 1,18; 1 Cor 15,32 -), visto che la parusia non era ancora avvenuta, la sua convinzione escatologica si modificò.

Difatti nelle lettere della prigionia (2 Tim 4, 6-8), Paolo attende subito la “corona di gloria” che si è meritato con la sua fedeltà a Cristo e al suo Vangelo, per lui, quindi, la parusia stava per iniziare con la sua morte (con l’incontro con Cristo Risorto).

Questo duplice aspetto dell’escatologia paolina è stato variamente interpretato dai teologi. Non è il caso di dilungarci su questo. Il Catechismo della Chiesa Cattolica  (cap. 3 art. 12) parla di “Giudizio particolare” (con l’immediata retribuzione, che sarà data, subito dopo la morte, a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede) e di “Giudizio finale” (dove conosceremo il senso ultimo di tutta l’opera della creazione e di tutta l’Economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la Provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il giudizio finale manifesterà, quindi, che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte).

Dopo questa doverosa e prolungata riflessione sulla parusia, torniamo ora al testo.

Circa il tempo di questo evento, dice Paolo, nessuno lo sa, è affidato alla decisione di Dio, per questo bisogna vigilare. L’incertezza dell’ultimo “giorno” (v. 4) dovrebbe avere l’effetto salutare di tenere sempre impegnato il cristiano, come un soldato che vigila, come un servo in attesa del padrone lontano.

TORNA ALL'INDICE ESORTAZIONI FINALI (5, 12-28)

La lettera si avvia alla conclusione con alcune istruzioni concrete, destinate a rendere più armoniosa la vita della comunità e a stimolare la spiritualità personale. Innanzitutto si raccomanda rispetto e amore verso i responsabili della Chiesa, perché possano compiere la loro missione in serenità e dedizione.

Un monito particolare è riservato agli “indisciplinati”: probabilmente sono le persone già descritte in 4,11-12 dove si appellava alla necessità di lavorare e di impegnarsi nel proprio ambito senza lasciarsi fuorviare da forme di esaltazione e di effervescenza spirituale.

Un altro suggerimento riguarda la preghiera, che deve essere incessante: è un consiglio che attraversa tutto il NT, in particolare l’epistolario paolino.

L’amore fraterno, la gioia, la pace, la lode a Dio sono alcune delle componenti della serie di esortazioni essenziali che Paolo indirizza ai Tessalonicesi. Un rilievo particolare è riservato al “non spegnere lo Spirito”, cioè a non mortificare i doni o “carismi” che arricchiscono la Chiesa: è un appello che precede cronologicamente la lunga riflessione di 1 Cor 12-14. A suggello del primo scritto, l’apostolo pone una breve ma intensa preghiera al Dio della pace perché santifichi tutto l’essere del credente (spirito, anima, corpo), così da prepararlo ad accogliere la venuta (in greco: parousìa) del Signore Gesù.

Paolo si augura che questa sua lettera abbia un valore liturgico, cioè sia letta davanti a “tutti i fratelli”. Abbiamo qui la prima testimonianza storica circa la lettura di scritti neotestamentari nelle adunanze religiose: si pensi alle Letture e al Vangelo nella nostra Messa attuale.

SECONDA LETTERA AI TESSALONICESI

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Sembra che questa seconda lettera ai Tessalonicesi sia stata scritta a breve distanza dalla prima (2-3 mesi), nella primavera del 52: tanta infatti è la rassomiglianza di stile e di vocabolario tra le due lettere che difficilmente si potrebbe spiegare se non pensando a un breve intervallo fra di loro.

La prima lettera produsse l’effetto desiderato dall’Apostolo. Calmò le apprensioni dei cristiani circa la sorte dei loro “defunti”. Però, per una strana convergenza di fatti e di elementi, gli spiriti irrequieti dei Tessalonicesi si impigliarono in un altro motivo di allarme. L’Apostolo aveva insegnato che la Parusia sarebbe sopravvenuta come “un ladro di notte” (1 Tess 5,2). Detto fatto. L’ambiente fu immediatamente surriscaldato. Per meglio accreditare tale fantasticheria, si fece ricorso a tutti i mezzi: perfino, ad autentici falsi. Si stravolsero autentiche “parole” dell’Apostolo; si fecero circolare “lettere” inventate di sana pianta (2,2; 3,17). Ci si valse addirittura di incontrollate o male intese manifestazioni carismatiche, per confermare l’idea dell’imminente ritorno del Signore.

In questo clima di desiderio, di paura, ci fu più di qualcuno che vide il lato pratico del problema: se il Signore verrà da un momento all’altro, a che vale affaticarsi, o lavorare? Perché non aspettarlo con le mani in mano? Naturalmente è facile immaginare il disordine che questi “indisciplinati” o “scioperanti” portavano nella comunità e il ridicolo che le gettavano sopra, di fronte ai pagani.

Data la rapidità con cui le notizie potevano comunicarsi da Tessalonica a Corinto, Paolo ne venne subito a conoscenza, e per rimediare a questi inconvenienti dettò subito la presente lettera, che è più impersonale e meno espansiva della prima, continuamente solcata da severi moniti e da richiami al “giudizio di Dio” (1,5).

Proprio questo carattere impersonale e la dottrina escatologica un po’ diversa dalla prima hanno fatto credere a qualche critico troppo frettoloso (Schmidt, Kern, Wrede, ecc) che la seconda lettera ai Tessalonicesi non sia di Paolo, ma di un suo discepolo o del suo ambito. Si tratta, invece, semplicemente di circostanze diverse e di precisazioni “escatologiche”, circa i “segni” della parusia, non ritenute necessarie nella prima lettera e aggiunte qui per completare il quadro e dissipare i dubbi e le fantasticherie insorte nel frattempo.

Schema della lettera.

Introduzione (1, 1-12) indirizzo di saluto

I Parte (dogmatica: 2, 1-12): la parusia del Signore non è imminente.

II Parte (parenetica: 2,133,15): esortazioni alla perseveranza.

Epilogo (3, 16-18): auguri di pace e saluti.

L’interesse della seconda lettera ai Tessalonicesi, rispetto alla prima, è dato quasi esclusivamente dalla “dottrina escatologica”, qui presentata con terrificanti balenamenti profetici. Con elementi descrittivi, presi in prestito dall’apocalittica dell’AT e giudaico-cristiana. L’Apostolo delinea le fasi drammatiche della lotta già in atto tra le forze del male, impersonate dall’Anticristo, l’Iniquo per eccellenza, palese emissario di Satana (2,9) e Cristo Signore. Gli innegabili successi di Satana, saranno puramente illusori: il semplice “soffio di bocca” del Signore (2,8) disperderà l’Anticristo come polvere al vento.

Consolazione dunque e motivato timore si mescolano nella prospettiva apocalittica dell’Apostolo. E’ certo che l’ultimo giorno non è imminente, perché i “segni” premonitori non si sono ancora profilati all’orizzonte. Ma se è certo anche che la vittoria finale è già assicurata a Cristo, non è però altrettanto certo che i singoli cristiani siano anche loro vittoriosi e non cadano piuttosto vittime delle suggestioni dell’Anticristo. A meno che non abbiano in se quel genuino “amore della verità”, che solo potrà “salvarli” (2,10) introducendoli nella “gloria del Signore” (2,14).

TORNA ALL'INDICE INDIRIZZO E RINGRAZIAMENTO  (1, 1-12)

Paolo inizia la seconda lettera ai Tessalonicesi con un indirizzo e un saluto simili a quelli di 1 Tess, ma con l’aggiunta di “da Dio nostro padre”, come l’unica fonte di pace e di grazia. Dopo il saluto di Paolo e dei suoi collaboratori (Silvano e Timoteo), c’è la classica forma di ringraziamento a Dio per la fede e l’amore dei cristiani di Tessalonica, in particolare per la loro fermezza nel superare le prove e le persecuzioni (principalmente quelle scatenate dai Giudei), viste come una specie di purificazione che li introduce nel regno di Dio, cioè in Paradiso. E’ giusto, infatti, che chi soffre “per la giustizia” riceva il premio, e che i persecutori siano puniti. Tutto questo avverrà nel giorno della Parusia, quando il Giudice divino si “manifesterà” nella sua gloria e nella sua “potenza” accompagnato dai suoi Angeli, per “far vendetta” di tutti coloro che non hanno avuto “l’amore della verità”, siano essi pagani, o Giudei.

Si noti la somiglianza di questa brevissima descrizione della Parusia con quella più ampia di 1 Tess 3,13; 4,16. In più qui si aggiunge il “fuoco” anch’esso elemento descrittivo e simbolico, quasi sempre presente nelle teofanie, specialmente in riferimento al giudizio di Dio (Is 10,17; 66,15; Es 3,2; 13,22; 19,16 ecc…).

L’Apostolo qui si dilunga a dare qualche altro tratto descrittivo della parusia e specialmente alla punizione dei malvagi. La loro “rovina” sarà “eterna” e consisterà soprattutto nell’essere separati da Dio “lontani dal volto del Signore” (v. 9); mentre la felicità dei “santi” consisterà “nell’essere sempre col Signore”.

TORNA ALL'INDICE LA SECONDA VENUTA DI CRISTO E L’ANTICRISTO  (2,1- 3,15)

Paolo indica qui alcuni segni distintivi della parusia e lo fa ricorrendo al linguaggio apocalittico e al libro di Daniele. La venuta del Signore dovrà essere preannunciata da due “segni” terribili e sensazionali: un clamoroso abbandono della fede religiosa (“l’apostasia”), e la manifestazione dell’ “uomo del peccato”, “il figlio della perdizione” (secondo l’uso semitico è l’anticristo).

L’apostasia sarà senza dubbio prodotta dalle seduzioni diaboliche dell’anticristo, perciò praticamente il segno sarà unico e la successione dei segni non si deve intendere in senso cronologico.

A questo punto si introduce un misterioso ostacolo al trionfo dell’apostasia e dell’anticristo. I pareri degli esegeti circa l’individuazione di questo “ostacolo” sono tanti. I più pensano che esso alluda alla predicazione del Vangelo, cioè nel senso che, quando dappertutto sarà predicato il messaggio di Cristo, allora verrà la fine (Mt 24,14). Per conto nostro, condividiamo la tesi di S. Cipriano, prendendo lo spunto proprio da questa soluzione e basandoci su una frase di Luca (18,8) di significato escatologico: “Il Figlio dell’uomo venendo, troverà la fede sulla terra?”, riteniamo che l’ “ostacolo” all’insorgere dell’ “Anticristo”, siano i cristiani con la loro “fede” incrollabile: quando la loro fede si illanguidirà, l’Anticristo sarà alle porte. Il misterioso “ostacolo” si traduce così in un deciso impegno di fedeltà e di amore al Signore e alla sua verità.

L’istruzione sulla parusia si chiude con riflessioni personali e raccomandazioni, come se la lettera fosse arrivata al suo termine. Sentimenti di riconoscenza verso Dio perché i Tessalonicesi non hanno ripudiato il Vangelo

Prima di chiudere la lettera l’Apostolo domanda “preghiere” come è solito fare in quasi tutti i suoi scritti, per il buon esito della sua predicazione a Corinto (“La parola del Signore continui la sua corsa” 3,1), dove incontrava non poche difficoltà, specie nell’ambiente giudaico (“uomini sviati e cattivi” 3,2). Il credere, necessario per la salvezza, è esclusivo “dono” di Dio: però tocca all’uomo accettare con umiltà il messaggio della salvezza.

Ora l’Apostolo rivolge un severo monito contro quei cristiani che, allarmati dal pensiero dell’imminente parusia, o approfittando di essa, si davano all’ozio, diventando così un peso insopportabile per i fratelli. Mangiare il pane altrui, scansando la fatica, è come rubarlo. Ognuno deve mangiare il proprio pane, quello cioè che le sue mani gli hanno saputo procurare. E’ questa la regola d’oro del lavoro cristiano: se è un diritto, il lavoro è anche un dovere.

Paolo conclude l’argomento con una sanzione contro l’ostinato, sempre salvando la carità fraterna. La punizione infatti ha solo scopo medicinale: “onde si vergogni”. Nonostante tutto essi rimangono dei “fratelli” (v. 15) a cui “non bisogna stancarsi di fare il bene” (v. 13), per recuperarli, attraverso una consapevole correzione dei propri comportamenti.

TORNA ALL'INDICE EPILOGO (3, 16- 18)

Questa seconda lettera termina col medesimo augurio di “pace” e di “grazia” che abbiamo visto nella prima lettera ai Tess (5,23.28).  I vv. 17-18 furono aggiunti a lettera ultimata, di proprio pugno da Paolo, come era consuetudine presso gli antichi che, dopo aver dettato la lettera agli amanuensi, vi opponevano i saluti autografi. Qui però l’autografo ha probabilmente anche un altro scopo: quello di impedire per l’avvenire che nel nome di Paolo circolassero scritti allarmistici e incontrollati (2,2). Ogni lettera che non porterà la sua firma autografa (v. 17), dovrà, d’ora in avanti, essere respinta come falsa.

 

CONCLUSIONE

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La missione di Cristo e dello Spirito Santo, cominciata da Gerusalemme, si è diffusa con la predicazione degli Apostoli, “fino agli estremi confini della terra”. Questa stessa missione continua nella Chiesa di oggi con la predicazione del successore di Pietro: il Papa, e dei successori degli Apostoli: i Vescovi, in comunione con lui.

Perché la Chiesa possa realizzare la sua missione, lo Spirito Santo “la provvede di diversi doni gerarchici e carismatici, con i quali la dirige”[60]. La Chiesa perciò, fornita dei doni del suo fondatore e osservando fedelmente i suoi precetti di carità, di umiltà e di abnegazione, riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il Regno di Cristo e di Dio, e di questo Regno costituisce in terra il germe e l’inizio”.

La Chiesa non avrà il suo compimento se non nella gloria del cielo, al momento del ritorno glorioso di Cristo. Fino a quel giorno, la Chiesa prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio. Quaggiù si sente in esilio, lontana dal Signore, anela al regno perfetto e con tutte le sue forze spera e brama di unirsi al suo Re nella gloria.. Il compimento della Chiesa – e per suo mezzo del mondo -  nella gloria non avverrà se non attraverso molte prove. Allora soltanto, tutti i giusti saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale.

Con le nostre riflessioni sugli Atti degli Apostoli, abbiamo un quadro completo della vita di Gesù (meditata con le riflessioni sui quattro Vangeli), e della vita della Chiesa (Atti). Ora tocca a ciascuno di noi, non deludere il Signore con la nostra inerzia e la nostra assuefazione alle realtà terrene. Il cammino della Chiesa è lungo, difficile  ma affascinante, perché c’è un Padre che sempre ci ama, un Figlio che ci nutre con la sua Parola, uno Spirito che ci prepara e ci attira a Cristo, e una madre, Maria che veglia sempre su tutti noi suoi figli.


STORIA DEL POPOLO EBRAICO

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LA FEDE DI ABRAMO                     GEN 12-36                                     (1850 A.C.)

 

IL DIO DEI PATRIARCHI                 GEN 12-50                                     (1850-1700 A.C.)

 

DIO LIBERA IL SUO POPOLO      GEN 37-50; ES, DEUT; NUM      (1700 A.C.)

 

LA TERRA PROMESSA, I GIUDICI E I RE

 

(GIOSUÈ, GIUDICI 1-2 SAMUELE; 1 RE 1-11; 1CRONACHE; 2 CRONACHE 1,2).

GIUDICI                                                                                                   (1225-1040 A.C.)

RE                                                                                                            (1030-586 A.C.)

SAUL                                                                                                       (1030-1012 A.C.)

DAVIDE                                                                                                  (1012-972 A.C)

SALOMONE                                                                                           (972-931 A.C.)

 

 

I DUE REGNI, L’ESILIO E IL PERIODO FINO A CRISTO

(1 Re 12-22; 2 Re; 2 Cronache; Amos; Osea; Isaia; Michea; Sofonia; Naum; Abdia; Geremia; Ezechiele; Esdra; Neemia; Aggeo; Zaccaria; Malachia; 1-2 Maccabei; Daniele 11; Matteo 1-2; Luca 1-2).

 

Alla morte di Salomone il regno si divide in due:

-         a sud, il regno di Giuda, governato da Roboamo (931-913 a.C), con capitale Gerusalemme;

-         a nord, il regno d’Israele, governato da Geroboamo (931-910 a.C.), con capitale Samaria.

Dopo la divisione tra regno del Nord e regno del Sud il territorio degli ebrei diviene facile preda dell’espansionismo degli imperi confinanti.

-         Gli Assiri (722 o 721 a.C.) conquistano il regno del Nord e deportano gli israeliti come schiavi, favorendo l’insediamento dei propri coloni nelle terre conquistate. E così il regno d’Israele cessa di esistere.

-         I Babilonesi, conquistano Gerusalemme con Nabucodonosor II (586 a.C.), viene distrutto il Tempio e gli ebrei vengono deportati a Babilonia ( Sal 137, 1-71).

 

Durante l’esilio a Babilonia, un gruppo di sacerdoti, con l’intenzione di conservare fedelmente le tradizioni religiose, pone mano a rielaborazioni di alcuni testi biblici e anche antichi Salmi vengono ritoccati e riletti alla luce di questa nuova sciagura (cfr Sal 44; 74, 5-7; 51, 18-20; 79, 1-7) o dell’atteso evento del ritorno (cfr. Sal 106, 46-47; 126).

Durante il periodo dell’esilio,interra babilonese sono attivi alcuni profeti, tra cui Ezechiele e il profeta identificato come Deutero-Isaia (cfr. Is 40-55). Essi interpretano l’esilio come la giusta punizione di Dio per l’infedeltà del popolo all’Alleanza (2 Cronache 36, 15-21; Is 43, 24-28).

A partire dalla distruzione del Tempio (586 a.C.) e dall’esilio a Babilonia, per indicare la forma assunta dalla religione ebraica si parlerà di giudaismo.

 

Nel 539 a.C. i persiani conquistano Babilonia e la stessa Palestina fu da quel momento sottomessa all’Impero persiano. Nel 538 a.C. Ciro, e di Persia, emana un editto con il quale restituisce agli Ebrei la possibilità di ritornare nella loro terra e ricostruire il Tempio: il ritorno in patria  si colloca tra il 538 e il 520 a.C. e avviene a varie riprese e in gruppi separati. Ma alcuni preferiscono restare nei territori in cui erano stati deportati o insediarsi in altre terre, dando così inizio al fenomeno della diaspora. I profeti Aggeo, Zaccaria, il Trito-Isaia (cfr Is 56-66) e Malachia sostengono il ritorno e con loro alcuni autori di testi sapienziali: in questo periodo, infatti, nascono i libri di Qoèlet, del Siracide, della Sapienza, del proverbi, di Giobbe.

 

Dopo il 450 a.C. Neemia ed Esdra iniziano una riforma civile e religiosa, che prevede la riedificazione delle mura di Gerusalemme, il ripristino del riposo sabbatico, la proibizione dei matrimoni misti, la lettura della Legge (alcuni studiosi collocano in questo periodo la comparsa delle prime sinagoghe, per l’impossibilità di molti di raggiungere il Tempio), la regolarizzazione della classe sacerdotale dei leviti. Nel contempo va formulandosi il canone ebraico dei Libri Sacri ed emerge il gruppo degli Scribi, dediti allo studio accurato della Torah.

 

Nel 334-323 a.C. quando l’Impero persiano soccombe sotto la conquista macedone, in un primo tempo la situazione della Palestina non cambia. Ma alla morte di Alessandro Magno (323 a.C.) l’Impero macedone si divide e la Palestina è posta sotto il dominio dei Tolomei del regno d’Egitto. Risale a questo periodo la famosa traduzione greca della Bibbia detta dei “Settanta”. Il pentateuco fu tradotto prima del 250 a.C. mentre gli altri libri vennero tradotti nei due secoli successivi. Gli scrittori del Nuovo testamento quando citano i passi dell’AT si rifanno a questa traduzione dei “Settanta”, che fu il testo biblico dei primi secoli del cristianesimo. A questo periodo risale probabilmente l’istituzione del Sinedrio (organo di governo religioso degli ebrei). Era composto di 71 membri, sotto la presidenza del sommo sacerdote. Ne facevano parte gli anziani e i rappresentanti più in vista del popolo, i sommi sacerdoti non più in carica e gli scribi. All’inizio aveva una competenza assai vasta, che venne poi fortemente ridimensionata dai dominatori romani.

Nel  (198 a.C.), dopo la battaglia di Panion la Palestina cadde sotto il dominio dei Seleuciti del regno di Siria. Con Antioco III vengono riconfermati i privilegi di cui godevano gli ebrei (per esempio, amministrazione autonoma, esenzione dalle tasse per 3 anni, contributo regio per il Tempio), ma con l’ascesa al trono di Antioco IV Epifanie (175-163 a.C.) la cose cambiano radicalmente. Sono aboliti la Legge mosaica e il culto a Jahwè e si impongono conversioni forzate. Scoppia così la rivolta dei fratelli Maccabei (Giuda Maccabeo, Gionata e Simone: cfr 1-2 Macc), che si caratterizza come una “guerra di religione”, poiché essi combattono per la libertà religiosa, contro la violenza straniera che impedisce l’osservanza della Legge. La rivolta di Giuda Maccabeo (166-160 a.C.) diviene il simbolo della resistenza nazionale. Il successo è tuttavia parziale poiché gli Ebrei non riescono a liberarsi della dominazione straniera. Infatti, dopo la rivolta, il potere rimane nelle mani di alcuni membri della famiglia di Mattatia (il sacerdote dalla cui famiglia partì la rivolta), dando così origine alla dinastia degli Asmodei. La condotta di questa dinastia porta a una situazione di decadenza e la giudea diviene un focolaio di intrighi.

 

Questo offrirà a Roma il pretesto per intervenire con la sua azione di conquista: nel 63 a.C. la Palestina diviene una provincia romana. Al periodo della dominazione romana risale la nascita di Gesù Cristo.

 

 

FORMAZIONE DEL CANONE BIBLICO

 

Al tempo di Esdra (inizi del IV secolo a.C), viene completato il Pentateuco che è uguale a quello che possediamo oggi. Ma come si è arrivati a questa redazione definitiva?

 

La formazione della Bibbia.

Ogni tradizione religiosa vive in genere due forme intrecciate tra loro: una trasmissione orale, spontanea, vitale e di una successiva codificazione scritta. Un popolo ai suoi inizi, proprio come un bambino, non comincia la sua storia scrivendo libri, prima vive, poi, fatta esperienza, scrive per ricordare e far ricordare alle nuove generazioni ciò che ha vissuto. Anche il Popolo d’Israele, prima ha vissuto una Storia, poi ha cominciato a trasmettere il ricordo di padre in figlio (tradizione orale) e infine ha anche fissato tale storia in una memoria scritta.

E’ nata così la Bibbia; ma essa non è stata scritta tutta nello stesso periodo di tempo: il Libro più antico (forse quello del Profeta Amos) è del 750 a.C. l’ultimo del N.T. è l’Apocalisse di S. Giovanni, composta circa nell’anno 100 d.C.

La redazione dei vari Libri biblici, è racchiusa tra queste due date, cioè in un periodo di oltre otto secoli. Pertanto la Bibbia non è stata scritta da un solo autore, ma moltissimi sono stati gli autori diretti, che però si sono avvalsi di precedenti tradizioni orali.

Il Pentateuco (dal greco “cinque rotoli” o “libri”), è il nome dato fin dai primi secoli d.C. ai primi cinque libri dell’Antico Testamento: Genesi, Esodo, Levitico, Deuteronomio, Numeri. Gli Ebrei lo indicavano con il nome di “Torah” o “Legge”, vocabolo citato nel Nuovo Testamento.

Questi primi cinque Libri contengono tutta la legislazione d’Israele, ecco perché vengono considerati una unità.

La parte più estesa del Pentateuco è composta di Leggi (di qui l’appellativo ebraico: “Torà” o “Legge”), che sono state concepite come la parte saliente della Rivelazione divina fatta a Mosè e, di conseguenza, inserita nel racconto.

La teologia della Legge per Israele fu determinata dalla sua teologia della Storia. Le leggi furono sempre concepite e presentate come parte della storia del popolo Ebraico.

Gli obblighi legali che lo vincolavano rappresentavano la sua risposta all’intervento storico di Dio in suo favore.

 

La composizione del Pentateuco.

Il Pentateuco era attribuito dalla tradizione ebraica a Mosè; questa è stata l’opinione prevalente fino al secolo scorso; ma grazie a studi biblici assai più accurati si è avanzata un’altra spiegazione che risulta più attinente al testo biblico.

L’esegesi moderna ha messo in risalto alcune contraddizioni, presenti nel Pentateuco, che ne rendevano impossibile  l’attribuzione a un solo autore.

Queste contraddizioni si possono così riassumere:

-         doppioni (due racconti della Creazione: Gen. 1, 1-2,4a e Gen. 2,4b-24);

due racconti della vocazione di Mosè (Esodo 3, 1-4,17 e Esodo 6, 2-7,7);

due testi del Decalogo (Es. 20, 1-17 e Deut. 5, 6-21),

quattro calendari liturgici (Es. 23, 14-19;  Es. 34, 18-23; Lev. 23; Deut. 16, 1-16).

-         forme parallele nei brani legali e narrativi;

-         criteri di stile; vocabolario; pensiero teologico.    

Tutto ciò fa concludere che nella formazione del Pentateuco ci sono stare varie Tradizione distinte (gli esegeti parlano di quattro tradizioni)che si svilupparono all’interno di Israele; esse sono così denominate: Jahwista, Eloista, Deuteronomista, Sacerdotale (quest’ultima è indicata con la lettera P, dal tedesco “Priester” = “Sacerdote”).

Queste Tradizioni sono racconti indipendenti (Gen. 26, 6-11); narrazioni cultuali (Gen. 28, 10-22); canti primitivi (Gen. 4, 23-24); oracoli (Numeri 23-24); spiegazioni etimologiche (Gen: 25, 22-26); leggende  (Gen. 6, 1-4).

Tutto questo materiale storico,  forse in forma poetica, venne trasmesso oralmente fin dall’epoca dei Giudici (tra il 1225 e il 1040 circa a.C.) questi giudici non amministrano soltanto la giustizia, ma esercitano anche un potere di governo, seppure temporaneo, il Libro dei Giudici descrive il difficile periodo che segue all’insediamento nella terra di Canaan del Popolo ebraico, dalla morte di Giosuè all’instaurazione della monarchia), e ricevette una forma definitiva in vari periodi dal X al VI sec. a.C.

 

Le quattro tradizioni.

1) La Tradizione Jahwista (X sec. a.C.), così chiamata perché utilizza il nome divino Jahwè = Dio, viene comunemente datata attorno al X sec. a.C. ed elaborata durante il periodo di Davide e Salomone (1040- 930 a.C.), essa rivela un ottimismo che malgrado la continua prevalenza del peccato, è capace di prevedere la vittoria nel momento della caduta (Gen. 3,15; 4,7).

Questa Tradizione fa un uso audace di antropomorfismi (Dio che passeggia nel giardino, che interroga Caino, ecc...).

2) La Tradizione Eloista (VII sec. a.C.) ha per caratteristica l’uso del nome comune Eloìm = Dio. Si distingue dalla tradizione Jahwista, per la preoccupazione di rispettare le distanze che separano l’uomo da Dio, cioè recuperare la sua trascendenza. Dio parla all’uomo generalmente nei sogni o dalle nubi o in mezzo al fuoco o per mezzo di angeli.

3) La Tradizione Deuteronomista (VI sec. a.C.) forma la parte centrale del Libro del Deuteronomio, da cui prende il nome: contiene prescrizioni, leggi, feste. Lo stile decisamente parenetico, cioè esortativo (dal greco. “paraìnesis”, eos = esortazione), indica per la sua composizione un periodo di crisi religiosa. La salvezza sarebbe stata possibile, secondo la tradizioneDeuteronomista, solamente mediante una leale corrispondenza alle leggi dell’Alleanza. Il Libro fu probabilmente steso,  nella forma definitiva, nella prima metà del VII sec. a.C.

4) La Tradizione Sacerdotale. (VI sec. a. C.), ha il suo interesse per la liturgia, le genealogie, le descrizioni degli elementi rituali. La maggior parte della seconda metà dell’Esodo, l’intero Levitico e la maggior parte dei Numeri, appartengono alla tradizione Sacerdotale. La fede d’Israele era sotto prova durante l’esilio (a opera delle truppe babilonesi di Nabucodonosor II nel 586 a.C. che violarono il Tempio di Gerusalemme e deportarono gli Ebrei a Babilonia). La crisi fornì lo sfondo per la storia di questa Tradizione.

Come Jahwè è Santo,  così Israele deve mantenersi Santo, cioè incontaminato da qualunque morale o culto di origine umana. Questa concezione spiega la sollecitudine per le molte prescrizioni di purità rituali e legali.

La tradizione Sacerdotale, è così chiamata dagli studiosi, perché si riteneva che fosse legata ai Sacerdoti ebrei esuli nel VI sec. a. C. da Babilonia, in seguito alla già citata deportazione del 586 a.C. Si ritiene, pertanto, che questa tradizione, sia una rielaborazione e un ripensamento delle tradizioni d’Israele ad opera di questi Sacerdoti durante l’esilio Babilonese (VI sec. a.C.). E il contributo finale alla formazione del Pentateuco fu proprio di questa Tradizione.

Conclusione.

L’analisi letteraria delle quattro Tradizioni, ci consente di penetrare profondamente nel graduale sviluppo della Rivelazione. A causa della sua intima connessione con la storia,  la teologia di Israele  rimase costantemente viva ed adattabile alle nuove situazioni che segnavano la continua guida, da parte di Dio, del suo Popolo, verso il traguardo escatologico. Le teologie delle quattro Tradizioni, alle quali contribuì una lunga serie di autori sacri d’Israele, testimoniano questo dialogo vivo tra Dio e l’uomo nell’Antico Testamento.

Malgrado le diverse teologie del Pentateuco, ciascuna, con la sua accentuazione caratteristica, dà al Testo un’evidente unità d’insieme, attorno ai quattro pilastri della fede d’Israele:  promessaelezionealleanzalegge.  Ciò è sufficiente per ritenere il Pentateuco, materiale ispirato.

Le quattro Tradizioni,  ricevettero forma definitiva, in vari periodi: dal X al VI sec. a.C., contrariamente a quello che si pensava prima, e che cioè,  Mosè fosse l’ unico autore del Pentateuco.

 

I Profeti

La Bibbia ebraica distingue due gruppi di libri profetici:

-         profeti anteriori, comprendenti i libri di Giosuè, Giudici. 1-2 Samuele, 1-2 Re;

-         profeti posteriori, corrispondenti ai veri e propri libri profetici.

Tra i libri profetici posteriori si è soliti distinguere quelle dei:

-         profeti maggiori: Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele;

-         profeti minori: Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia.

Oltre a questa distinzione, si può anche seguire la successione cronologica, che abbraccia un arco di tempo che va dall’VIII secolo  fino al V-IV secolo d.C. Tappa storica di questo periodo è l’esilio.

-         Profeti precedenti l’esilio, VIII secolo (586 a.C.): Amos, Osea, Naum, Abacuc, Isaia, Michea, Sofonia, Geremia.

-         Profeti del periodo dell’esilio (586-553 a.C.): Ezechiele, Deutero-Isaia, Daniele.

-         Profeti dopo l’esilio (538-450 a.C.): Aggeo, Zaccaria, Trito-Isaia, Abdia, Malachia, Gioele, Giona.

I profeti non scrissero i loro oracoli o scrissero assai poco: essi erano i portavoce di Dio che li aveva scelti e inviati. La composizione scritta della loro predicazione è opera dei loro discepoli, a volte anche dilazionata nel tempo.

La scomparsa della profezia in Israele avvenne nel silenzio come il suo inizio; sarebbe impossibile determinare che fu l’ultimo profeta dell’AT. Negli ultimi 200 anni prima di Cristo gli scrittori sapienziali continuarono coscientemente la tradizione ereditata dalla profezia (cfr. Siracide 24,31; Sapienza 7,27), senza però pretendere di possedere uno spirito profetico.

 

Il Canone definitivo

La Bibbia ebraica, come scrive il prologo del Siracide, è composta da libri della:

-         “Legge” (Il Pentateuco, i primi 5 libri della Bibbia)

-         “Profeti” (Isaia, Geremia, Ezechiele e 12 profeti minori)

-         “Altri Scritti” (Salmi, Proverbi, Giobbe, il Cantico dei cantici, Daniele, Rut, Qoelet, Ester, Esdra, Neemia, 1-2 Cronache, Lamentazioni).

Alla fine de I secolo d.C. esistevano nel giudaismo due canoni o liste di libri sacri.

1)    Un “Canone Ebraico o Palestinese”, più corto, (39 libri, invece di 46, mancano infatti 7 libri: Tobia, Giuditta, 1-2 Maccabei, Baruc, Siracide, Sapienza). Questi 7 libri non sono ritenuti ispirati sia dagli Ebrei che dai Protestanti, essi quindi accettano questo “canone palestinese” che fu compilato dai rabbini a Jamnia (90/100).

2)    Un “Canone Alessandrino”, più lungo (46 libri) rappresentato dai “Settanta”. Questo Canone è accettato dalla Chiesa Cattolica.

Si è soliti distinguere, all’interno del Canone, i libri “protocanonici” (dal greco “pròtos = “primo”), cioè i libri biblici riconosciuti da sempre e da tutte le comunità come ispirati e quindi ammessi, senza riserve, nel Canone. E i libri deuterocanonici (dal greco “dèuteros” = “secondo”), sono i libri biblici che in alcuni tempi e in alcune comunità non sono stati ritenuti ispirati, e sono i 7 libri già citati dell’AT non compresi nel Canone ebraico. Gli ebrei e i Protestanti, come abbiamo detto, negano l’ispirazione dei libri deuterocanonici dell’AT e li chiamano “apocrifi”, anche se essi sono riconosciuti autentici nel Canone Alessandrino. Questi termini, però, non implicano due canonizzazioni, cioè una originaria che accolse i protocanonici ed una successiva che accolse i deuterocanonici.

I Libri “deuterocanonici” del N.T. sono: Lettera agli Ebrei, Lettera di Giacomo, II Lettera di Pietro,  II e III Lettera di S. Giovanni, Lettera di Giuda, Apocalisse.                 

Come si spiega l’esclusione dal Canone ebraico di questi 7 libri? Probabilmente per il fatto che dopo il tempo di Esdra (IV secolo a.C.) non ci fu più un profeta in grado di garantire l’autenticità di quegli scritti e la loro ispirazione divina. Questo fu messo in risalto dallo storico giudeo Giuseppe Flavio. Vi è forse un’altra ragione in base alla quale certi scritti non vennero riconosciuti canonici: secondo gli ebrei più intransigenti, un libro si poteva ritenere canonico solo se scritto in ebraico e sul suolo palestinese, l’unico nel quale Dio poteva rivelarsi. I cattolici, invece, hanno sempre riconosciuto il valore divino della traduzione dei Settanta. Difatti già nel Concilio di Ippona (393 d.C.) fu riconosciuta l’autenticità di questi libri deuteronomici. La dichiarazione definitiva, però, dei libri della Bibbia si ha nel Concilio di Trento, col Decreto “De Canonicis Scripturis” dell’8 Aprile 1546, dove fu definitivamente fissato il canone biblico in 73 libri (46 dell’AT e 27 del NT).

 

La lingua

La Bibbia non è stata scritta in una sola lingua, ma in tre lingue differenti, che servirono agli autori ispirati per scrivere i testi originali della Sacra Scrittura: l’ebraico, l’aramaico e il greco; e alla fine del IV sec. d.C. in latino, da S. Girolamo.

L’ebraico: è una lingua semitica (dal nome di Sem, figlio di Noè). Era parlato dagli Israeliti fino a qualche secolo dopo l’esilio babilonese (IV sec. a.C,); poi fu usato solo nelle preghiere e nelle composizioni letterarie. Risuscitato e adattato alle esigenze della civiltà moderna, è ora usato correttamente nello Stato d’Israele.

L’aramaico: (da Aram: la regione che poi si chiamò Siria), divenne comunemente la lingua parlata dai giudei di Palestina al tempo di Gesù. Alcune parole “ebraiche” riportate dai Vangeli sono in realtà “aramaiche”: “Messia”, “Pascha”, “Golgota”, “Talitha Kum”, ecc...

Il greco: fu diffuso in Oriente dalle conquiste di Alessandro Magno (dal 333 al 323 a.C.) e divenne la lingua delle persone colte. La prima traduzione in greco dell’Antico Testamento è chiamata  la “Bibbia dei Settanta”; il suo nome è legato a una lettera dello Pseudo Aristea (del II sec. a.C.), secondo la quale il Re d’Egitto Tolomeo Filadelfo (285-247 a.C.), desiderando arricchire la celebre biblioteca di Alessandria con un esemplare della legge mosaica, radunò nella città “Settanta” dotti ebrei provenienti da Gerusalemme, i quali tradussero in altrettanti giorni (“Settanta”) tutto l’Antico Testamento.

Certamente si tratta di una leggenda, ma sembra accertato che a partire dalla metà del III sec. a.C. (proprio al tempo di Tolomeo) sia cominciata una traduzione d’équipe in greco dell’A.T. , per soddisfare le esigenze dei numerosi ebrei della “diaspora” (dell’esilio), che non parlavano più l’ebraico. Il Nuovo Testamento fu scritto interamente in greco. Sappiamo però, che la prima redazione del Vangelo di Matteo, fu in ebraico (o aramaico); ma a noi è arrivata solo la redazione in greco.

Il latino: nel tempo cristiano, ci furono diverse traduzioni latine della Bibbia, compreso il Nuovo Testamento. La più famosa è quella di S. Girolamo (347-420), alla fine del IV sec. d. C. Questa traduzione comprende tutti i Libri biblici ed è scritta in un latino elegante, che non traduce letteralmente gli originali, ma si preoccupa di renderne il senso. Essa fu dichiarata autentica, cioè autorevole sul piano dottrinale, dal Concilio di Trento (1563). Per il suo carattere divulgativo tra il popolo, questa traduzione è detta “Volgata”, cioè “divulgata”.

Tra le numerose traduzioni in italiano, oggi esistenti, c’è la Bibbia di Gerusalemme e quella della CEI (Conferenza Episcopale Italiana).

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ANTICO TESTAMENTO

 

BIBBIA EBRAICA (39 libri)

 

LA TORAH (Pentateuco)

I LIBRI DEI PROFETI (Nebiim), suddivisi in:

a) anteriori (Giosuè, Giudici, 1-2 Samuele, 1-2 Re)

b) posteriori (Isaia, Geremia, Ezechiele e i dodici profeti minori).

GLI ALTRI SCRITTI (Ketubiim) comprendono i Salmi, I Proverbi, Giobbe, Il Cantico dei cantici, Daniele, Rut, Qoèlet, Ester, Esdra, Neemia, 1-2 Cronache, le Lamentazioni.

 

BIBBIA CRISTIANA (46 libri)

 

LA TORAH (corrisponde alla Torah ebraica)

I LIBRI STORICI (Giosuè, Giudici, Rut, 1-2 Samuele, 1-2 Re, 1-2 Cronache, Esdra, Neemia, Tobia, Giuditta, Ester, 1-2 Maccabei)                                             

LIBRI SAPIENZIALI (Giobbe, Proverbi, Qoèlet, Sapienza, Siracide, Salmi, il Cantico dei cantici).

LIBRI PROFETICI

maggiori (Isaia, Geremia, le Lamentazioni, Ezechiele, Daniele)

minori (Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia,        Aggeo, Zaccaria, Malachia).

 

NUOVO TESTAMENTO (27 libri)

 

VANGELI (Matteo, Marco, Luca, Giovanni)

ATTI DEGLI APOSTOLI                                                  

LETTERE  (Romani, 1-2 Corinti, Galati, Efesini, Filippesi, Colossesi 1-2 Tessalonicesi, 1-2 Timoteo, Tito, Filemone, Ebrei, Giacomo, 1-2 Pietro, 1-2-3 Giovanni, Giuda)

APOCALISSE

 


BIBLIOGRAFIA

 

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Dizionario dei concetti Biblici del N.T. – EDB Bologna

Grande Commentario Biblico Queriniana Brescia

Il Concilio Vaticano II – Documenti  - Ed. Dehoniane Bologna

Pagine difficili della Bibbia (A.T.) – E. Galbiati, A: Piazza – Massimo Milano

Piccolo Glossario del Cristianesimo – Edizioni Dehoniane – Roma

La nascita dei Vangeli Sinottici - Jean Carmignac - Edizioni Paoline

I racconti evangelici della Passione – Bruno Maggioni - Cittadella Editrice – Assisi

La Bibbia per la famiglia- Gianfranco Ravasi – Edizioni S. Paolo

Catechismo della Chiesa Cattolica – Libreria Editrice Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] “Gettare le sorti”. Sulle sorti veniva scritto il nome dei due candidati. Esse venivano poi poste in un contenitore o in una tasca del vestito. Si scuotevano e la prima che usciva indicava il candidato prescelto. Era un modo per affidare la scelta alla volontà di Dio (Proverbi 16,33). Nell’Antico testamento con questo sistema era stata divisa la terra fra le tribù (Numeri 26, 55-56) ed eletto il primo re (1 Samuele 10, 20-21).

[2] La “Pentecoste” era la seconda solennità ebraica. La prima era la festa degli azzimi (Pasqua), che si celebrava in primavera. La terza era la festa del raccolto, in autunno, comunemente nota come “festa delle Capanne”, o dei “Tabernacoli (Es 23, 14-16). In origine la “Pentecoste” era una festa agricola, la “festa della mietitura” (Es 23,16), perché segnava la fine della mietitura del frumento; veniva chiamata anche “festa delle settimane” (Es 34,22), perché celebrata “sette settimane” (Dt 16,9) o “cinquanta giorni” (Lv 23,16) dopo Pasqua. Da qui il nome greco “Pentecoste”. Era la festa delle “primizie” (Es 23,16; 34,22), in onore del Signore, che si ringraziava per il raccolto. L’offerta che ognuno faceva era proporzionata alla “generosità” personale e alla “benedizione” avuta dal raccolto (Dt 16,10). In seguito, e precisamente dopo l’esilio, vi si unì anche il ricordo della promulgazione della legge sinaitica e dell’Alleanza con Jahwè, per cui divenne una festa commemorativa di eventi salvifici e di rinnovazione dell’alleanza (cfr Cr 15, 10-13). Tra gli impegni religiosi più rilevanti figurava il pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme, per cui in questa festa si radunava nella città santa una folla immensa, proveniente non solo dalla Palestina ma anche dai più remoti punti della diàspora (Atti 2,5).

[3] E’ il cosiddetto fenomeno della “glossolalìa” (“glossa” = lingua; e “lalìa” = parlare molto, loquacità). Gli esegeti lo spiegano come un parlare “estatico, ispirato”, al di fuori del comune, fenomeno abbastanza frequente nella Chiesa primitiva (Lc 1,14.67; At 4,8,31; 7,55; 9,17; 10,44-46, 19,6; 1 Cor 12-14). Gli apostoli mossi dallo Spirito, possono proclamare le meraviglie di Dio in modo estatico, tale da trascinare l’attenzione dei presenti (vv 5 e ss.) e l’adesione di molti (v. 41), anche se diversi li prendono per ubriachi (v. 13).

[4] “L’elenco dei popoli” presa probabilmente da un elenco del tempo, inizia con tre nomi di popoli a oriente del Tigri, continua con nove nomi di regioni del Mediterraneo orientale e si chiude con altri tre nomi di popoli. L’elenco quindi, alterna nomi di popoli a nomi di territori e sembra procedere secondo una linea che va da est a ovest e da nord a sud, anche se la menzione della Giudea interrompe la serie. Sembra che Luca voglia rappresentare simbolicamente tutte le genti, partendo dagli estremi confino orientali dell’impero (Parti, Medi, Elamiti).

[5] Pietro era considerato come l’autorità decisiva della prima comunità di Gerusalemme: per esempio è lui il responsabile della elezione di Mattia (Atti 1, 15-26). Da lui fu iniziata la missione in mezzo ai giudei della Palestina (Gal 2,8), ed anche tra i pagani (Atti 10,1-11,18). Anche Paolo, secondo Gal 1,18 gli fece visita.

[6] I “sommari” negli Atti sono una specie di riassunto (2,42-47; 4, 32-35). In essi Luca sottolinea la crescita della Chiesa operata dallo Spirito e dalla parola degli apostoli. Questi “sommari” hanno anche la funzione letteraria di stacco narrativo. Sono un quadro ideale della comunità cristiana, con cui la Chiesa viene chiamata, in ogni epoca, a confrontarsi.

[7] “Gamaliele” secondo le fonti ebraiche, era un maestro molto stimato, discepolo del celebre Hillel, e operò intorno agli anni 25-50. Secondo Atti 22,3 Paolo era stato suo discepolo. Il ribelle “Teuda” è ricordato anche dallo storico Giuseppe Flavio, che però colloca la sua rivolta negli anni 44-46. “Giuda il Galileo, è considerato da alcuni studiosi il fondatore del movimento zelota, che portò alla ribellione contro Roma nel 66. Luca qui non è preciso nella cronologia: è interessato a spiegare la differenza fra questi movimenti ribelli, che avevano portato alla distruzione della città e del Tempio di Gerusalemme e il Cristianesimo.

[8] In Atti 6, 1-6 si nota una divisione tra due componenti della prima comunità cristiana: gli Ebrei originari della diàspora, che parlavano greco e leggevano la Bibbia in questa lingua, e gli Ebrei originari della Palestina in lingua ebraica, facendola seguire dalla traduzione in aramaico. La persecuzione di cui narra 8,1 colpisce solo gli ebrei di lingua greca. Sembra che fossero i più attivi nella predicazione ai pagani, che incontrò diffidenze e resistenze tra gli ebrei palestinesi.

[9] Questa sinagoga è chiamata dei “liberti”. I liberti erano ex schiavi liberati dai loro padroni.. La “sinagoga dei liberti” va fatta probabilmente risalire ad alcuni giudei deportati a Roma da Pompeo, per il suo trionfo, nel 63 a.C, essi poi, riavuta la libertà erano tornati a Gerusalemme. A Gerusalemme esistevano diverse sinagoghe: Luca menziona gruppi di Giudei originari della diàspora (Cirene, nel nord Africa, Alessandria d’Egitto, la Cilicia, nell’attuale Turchia), che quindi parlavano il greco come Stefano.

[10] Sionismo (dall’ebraico “Sion”, nome di Gerusalemme) è un movimento politico-religioso fondato alla fine del XIX secolo. Il nome “sionismo” ha origine dall’opera dello scrittore N. Birmbaun 1864-1937, che intendeva ricostruire in Palestina uno stato che offrisse agli Ebrei dispersi nel mondo una patria comune e, dopo la proclamazione dello Stato di Israele (15 maggio 1948), al suo consolidamento. Nel 1929 una rivolta della popolazione araba, che si vedeva sempre più emarginata dall’afflusso di coloni, impose all’amministrazione britannica un blocco dell’immigrazione ebraica che però continuò, sia pure in forma ridotta. Una nuova rivolta (1936-39) fece maturare la proposta di spartizione della Palestina in due stati: arabo ed ebraico. Quando la Gran Bretagna si ritirò dalla regione (1948), gli ebrei poterono costituire, a prezzo di una guerra contro gli arabi della regione, lo stato di Israele, generando una situazione di tensione sfociata in scontri armati.

[11] Intifada è una forma di lotta di massa dei palestinesi, organizzata dall’OLP nei territori occupati da Israele nel 1967 (Cisgiordania e Gaza). Iniziata nel dicembre 1987, si caratterizza per forme di disobbedienza civile, manifestazioni illegali (esposizione della bandiera palestinese) accompagnate dall’uso di armi improprie.

[12] Filippo (8,5) è uno dei sette ellenisti eletti per prendersi cura degli Ebrei di lingua greca. In 21, 8-9 è chiamato “evangelista”, un titolo che si riferisce alla sua attività di predicatore.. Nella tradizione è stato spesso confuso con l’apostolo Filippo.

[13] Nel mondo ellenistico pagano era comune che maghi e guaritori presentassero se stessi come incarnazione di divinità. Simone si appella probabilmente a Jahwè: la “potenza chiamata Grande” è una formula simile a quelle usate per non pronunciare il nome divino. La sua è una proposta religiosa sincretista, che presenta cioè una confusione di elementi di diverse religioni, fenomeno comune a quell’epoca. “Fiele amaro” in Atti 8,23 richiama la condanna dell’idolatria come una “radice che produce veleno e assenzio” in Deut 29,17. “Lacci d’iniquità” significa che Simone è legato al suo peccato.

[14] Saulo di Tarso. Nato verso il 5-10, il suo nome ebraico Saulo, si rifaceva al re d’Israele Saul, alla cui tribù – Beniamino – apparteneva. Il secondo nome, Paolo, greco-romano è sempre usato nelle sue lettere. La sua famiglia ebrea si era stabilita a Tarso, in Cilicia, la zona sud-orientale dell’Asia Minore, dove il padre aveva acquistato il diritto di cittadinanza romana.. Chiamato con il nome di Saulo, crebbe in un ambiente di cultura greca: dalle lettere mostra di conoscere la letteratura greca, la filosofia e la retorica. Verso i 12-13 anni dopo aver appreso i primi elementi alla scuola della Sinagoga, fu inviato a Gerusalemme alla scuola del celebre dottore fariseo Gamaliele. Fervente osservante della legge secondo la rigida tradizione farisaica, fu presente al martirio di Stefano nel 36 d.C. Durante questa prima persecuzione anti-cristiana, chiese e ottenne dal Sinedrio il mandato di ricercare e portare in giudizio a Gerusalemme i cristiani seguaci di Gesù, e mentre si recava a Damasco con questo incarico, ebbe la sua vocazione ad essere “apostolo dei gentili”.

[15] Antiochia di Siria corrisponde all’odierna Antakja, in Turchia. Per grandezza era la terza città dell’impero, dopo Roma e Alessandria d’Egitto. L’importanza della comunità cristiana di Antiochia è ricordata più volte negli Atti: da qui infatti partono i viaggi missionari di Paolo e Barnaba. Ad Antiochia ci fu anche uno scontro fra Pietro e Paolo, secondo quanto riferito in Gal 2, 11-14.

[16] Il re Erode di cui si parla qui, è Agrippa I (che visse dal 10 a.C. al 44 d.C.), nipote di Erode il Grande. Con il beneplacito di Caligola prima e di Claudio poi, era riuscito a ricostruire quasi tutti i territori di suo nonno, Erode il Grande, in un unico regno giudaico. Osservante e fedele alle tradizioni giudaiche, aveva l’appoggio dei farisei. Egli fa arrestare Pietro in occasione delle celebrazioni pasquali, dopo aver eliminato l’apostolo Giacomo, fratello di Giovanni.

[17] Seleucia, porto sul Mediterraneo a 25 km a ovest di Antiochia, faceva da servizio alla città.

[18] Pafo è uno dei due centri più importanti di Cipro, sul lato occidentale dell’isola. Era la sede del proconsole romano. L’altro porto era Salamina, sul lato orientale, a nord della moderna Famagosta.

[19] Perge è una città situata a 8 km a nord del porto di Attalia (14,25) nel centro dell’Asia minore meridionale.

[20] Giovanni Marco, proveniva da una famiglia giudeo-cristiana di Gerusalemme, che aveva una certa importanza nella comunità. Era cugino di Barnaba, che lo prese con sé nel suo secondo viaggio a Cipro (15, 37-39). Non è chiaro perché abbandoni la missione: alcuni ipotizzano un dissidio riguardo alla conversione dei pagani.

[21] Antiochia di Pisidia era situata ai confini tra la Pisidia e la Frigia. Divenne più tardi una colonia romana sotto Augusto. Vi erano numerosi giudei come è attestato da un’iscrizione.

[22] La città di Iconio fu fondata dai frigi, prima del VII sec a.C. Passò sotto il controllo di Roma nel 133 a.C.

[23] La città di Listra fu fondata da Augusto come colonia militare nel 26, egli vi insediò veterani dell’esercito.

[24] Derbe era parte del regno di Aminta, re di Galazia e vassallo di Roma. Poi passò sotto il controllo diretto dell’autorità romana, in seguito prese il nome di Derbe Claudio, in onore dell’imperatore romano. Listra e Derbe erano in Licaonia, la regione della Turchia centrale. La Licaonia confinava ad ovest con la Frigia, ad est con la Cappadocia,e a nord con la Galazia.

[25] Non bisogna dimenticare che l’episodio della visita di questi due dèi (Zeus ed Hermes) alla coppia anziana Filemone e Bauci, cantato dal poeta latino Ovidio, era ambientato in questa regione.

[26] Perge si trova nella Panfilia (regione della Turchia meridionale). La sua fondazione era fatta risalire a Greci immigrati dopo la guerra di Troia.

[27] Attalia, l’attuale Antalja, poco distante da Perge, era il porto più importante della Panfilia. Il suo nome derivava dal fondatore: Attalo II, re di Pergamo (159-138 a.C.)

[28] La Frigia comprendeva una vasta zona centro-occidentale dell’Asia Minore. Era un regno indipendente molto ricco (il leggendario re Mida era frigio) fino al 693 a.C. All’epoca di Paolo era divisa tra la provincia d’Asia e la Galazia, la regione centrale attorno all’attuale Ankara.

[29] La Macedonia è la regione, a nord della Grecia, all’epoca di Paolo era una provincia romana, con capitale Tessalonica

[30] La cittadinanza romana. I cittadini rimani erano protetti dalle leggi romane per quanto riguardava la condizione sociale, l’eredità, la proprietà, i contratti d’affari. Essi non potevano essere sottoposti a tortura o punizioni prima di una regolare sentenza. Si acquisiva la cittadinanza romana per nascita o per servizi resi allo Stato o ai governatori romani.

[31] Tessalnica è l’attuale Salonicco. Ai tempi del NT era una città libera dell’impero, godeva cioè di una certa autonomia.

[32] La famosa agorà di Atene era il cuore della vecchia città e il luogo di incontro dei membri di quattro importanti scuole della filosofia greca. Anche se qui ne vengono menzionate soltanto due: epicurei e stoici.

[33] “Areopago” significa “collina di Ares” e indicava la collina a nord-ovest dell’acropoli di Atene. Ares era il dio della guerra, identificato dai Romani con Marte. Nell’antichità, sul colle si radunava il consiglio supremo di Atene, che veniva perciò indicato con lo stesso termine. Tra i suoi poteri in epoca imperiale c’era la sovrintendenza ai santuari e al culto. Il testo di Atti 17,19 può significare sia che Paolo fu portato sulla collina, sia che fu condotto davanti al consiglio.

[34] L’imperatore Claudio nell’anno 49 d.C. emanò un editto che allontanava da Roma i Giudei (che all’epoca dovevano essere circa 40-50 mila). Secondo Svetonio il provvedimento fu dovuto ai disordini provocati da “Cresto”, un riferimento probabile alla nuova dottrina cristiana, che aveva causato tensioni tra gli Ebrei.

[35] Apollo è presentato come un predicatore giudeo itinerante. Non è chiaro come sia giunto alla fede in Gesù, certamente ebbe contatti con i discepoli di Giovanni Battista. Luca mette in risalto la sua abilità nell’interpretazione delle Scritture. Nonostante a Corinto Apollo sia stato contrapposto a Paolo (1 Cor 1,12), sembra che i due abbiano collaborato (! Cor 16,12; Tito 3,13). Secondo alcuni commentatori, Apollo potrebbe essere ritenuto l’autore della lettera agli Ebrei.

[36] Efeso nell’antichità era famosa come centro della magia. I papiri con le formule magiche venivano chiamati “scritti efesini”, anche se erano stati composti in altri luoghi.

[37] Esorcisti e ambulanti greci (19, 13-14) erano famosi e apprezzati. Lo storico Giuseppe Flavio fa risalire la loro abilità alla sapienza di Salomone. Nelle pratiche magiche era abituale invocare un nome segreto, potente e misterioso (spesso il nome di una divinità). Il sommo sacerdote “Sceva” è sconosciuto: probabilmente quegli esorcisti si vantavano di avere rapporti con personaggi molto importanti.

[38] Il tempio di Artemide risale al IV secolo a.C. situato al di fuori della città, era lungo 115 metri e largo 55, circondato da 127 colonne di marmo. I “tempietti” fabbricati da Demetrio erano probabilmente modelli in argento della statua di Artemide nel suo famoso tempio efesino. Il nome “Artemide” è greco, ma la divinità venerata ad Efeso aveva i tratti della dea-madre, protettrice della vita e della fecondità, secondo le tradizioni religiose dell’Asia Minore.

[39] Troade sorgeva a pochi chilometri a sul dell’Ellesponto (lo stretto dei Dardanelli). Era un porto importante per le comunicazioni fra Asia Minore e Grecia, il nome antico era Antigonia. Divenne Alessandria in onore di Alessandro Magno e, per distinguerla da Alessandria d’Egitto, fu chiamata Triade, dato che sorgeva nella regione dell’antica Troia.

[40] Asso in Misia. Non è detto nulla del motivo per cui Paolo decise di recarsi per via terra a questa città che si trovava dietro un piccolo promontorio a circa 25 chilometri a sud-est di Troade.  Forse per visitare alcuni amici?

[41] Mitilene : città principale dell’isola di Lesbo, quasi a sud di Asso.

[42] Cos e Rodi sono isole nen Mar Egeo, di fronte alle coste della Turchia. Cos è abbastanza piccola, ma era un centro importante per la sua posizione. Era anche un centro culturale, patria di Ippocrate e della sua scuola medica. In essa sorgeva un famoso tempio di Esculapio, il dio guaritore. Molto più grende era l’isola di Rodi, importante centro economico, culturale e politico sin dal VII secolo a.C. A rodi era diffuso il culto di Apollo, dio del sole, a cui era stata dedicata un’enorme statua, nota come il “colosso di Rodi”.

[43] Tolomaide Akko città costiera della Fenicia, fu fondata da Tolomeo II nel 261 a.C.

[44] Nel Tempio, affinché non profanassero il luogo sacro, ai pagani era proibito oltrepassare il cortile dei gentili il cui limite era segnato da palizzate in pietra su cui erano collocate delle scritte (in latino e in greco), che diffidavano gli stranieri dall’oltrepassare il confine sotto pena di morte.

[45] La “fortezza” Antonia fu fatta costruire da Erode il Grande (dal 37 al 35 a.C) che la chiamò atonia, in onore del suo protettore, Marco Antonio. Sorgeva sul lato nord-est della spianata del Tempio di Gerusalemme, dove esisteva una fortezza già all’epoca di Neemia. Dalle sua quattro alte torri, in particolare da quella di sud-est (alta quasi 35 metri), i soldati romani potevano controllare tutti i movimenti all’interno del tempio. Dalla fortezza, mediante due ampie scalinate, si entrava nel cortile più esterno del tempio, quello dei pagani. Corridoi sotterranei la collegavano al cortile interno, riservato agli Ebrei. Di essa, distrutta dall’esercito romano nel 70 d.C. non rimane più nulla.

[46] Paolo, il greco, l’aramaico. Essendo nato a Tarso, Paolo parlava correntemente in greco. Per studiare le legge e le Scritture aveva imparato anche l’ebraico, usato soprattutto negli ambienti colti. La gente comune parlava l’aramaico, anche se forse il dialetto di Gerusalemme (l’aramaico) conservava affinità con l’ebraico. La lingua usata da Paolo nel discorso di Atti 22 deve essere quindi l’aramaico.

[47] Anania, figlio di Nedebeo, coprì la carica dal 47 al 59 d.C. fu assassinato dagli Zelati all’inizio della prima rivolta contro i romani, perché ritenuto collaborazionista.

 

[48] Il “giorno del Digiuno” è quello dello Jom Kippur, il giorno dell’espiazione, che si celebra il decimo giorno del mese di Tishri, settimo mese del calendario lunare ebraico, dopo l’equinozio d’autunno. Rispetto al nostro calendario solare, la festa può cadere nell’ultima settimana di settembre o nella prima decade di ottobre.

[49] I Diòscuri, termine greco che significa “figli di Zeus”, indica i due gemelli, Castore e Polluce, considerati figli di Zeus e di Leda, moglie di Tindaro, re dei Lacedemoni. Castore era considerato un abile cavaliere, Polluce un astuto lottatore. Ad essi è associata la costellazione dei gemelli, e divennero le divinità protettrici dei viaggiatori e dei marinai.

[50] Il nome  Paolo è usato in 2 Pt 3,15 e in At a partire da 13,9. Prima di At 13,9 egli è designato con il nome di Saulo (At 7,58; 7,1.3; 9,1 ecc.). At 13,9 segna il passaggio da “Saulo” (nome che corrisponde all’ebraico Sà‘ul, il nome del primo re dell’antico Israele: 1 Sam 9,2.27; 10,1) a “Paolo”. Il nome Paolo (Paulos) è la forma greca del diffuso cognome o nome di famiglia, o  nome romano, Paulus, da collegare alla cittadinanza romana, che i membri della sua famiglia godevano in quanto abitanti di Tarso. E’ probabile che l’apostolo sia stato chiamato Paulos sin dalla nascita, e che Saoul fosse il supernomen (nome aggiunto) secondo la consuetudine dei circoli giudaici. Come numerosi giudei della sua epoca egli aveva due nomi, uno semitico (Saul), l’altro greco o romano (Paolo); cfr At 1,23; 12,25. Non esiste alcuna testimonianza a favore della tesi che “Saul” sia stato cambiato in “Paolo” nella circostanza della sua conversione. In effetti, Saulos è usato in Atti anche dopo di essa. Il cambiamento riscontrato in At è probabilmente dovuto alle fonti diverse a cui Luca attinse le sue informazioni.

[51] Tarso ha origini oscure. Leggende greche attribuiscono la fondazione della città a Perseo, ma altri dicono sia una fondazione fenicia. La profonda ellenizzazione della città è attribuita ad Antioco IV Epifanie (175-164 a.C.), di cui si dice che vi abbia stabilito una colonia di giudei per incrementare il commercio e l’industria. Tarso divenne famosa come centro di cultura, filosofia e di educazione. Il filosofo Atenodoro Cananite, noto come consigliere e maestro dell’imperatore Augusto, si ritirò a Tarso nel 15 a.C. Anche altri filosofi sia stoici che epicurei, si stabilirono a Tarso e là insegnarono. Romani famosi visitarono la città di Tarso: Cicerone, Giulio Cesare, Augusto. Questa, dunque, era la città dove Paolo nacque e ricevette probabilmente parte della sua educazione. Da qui il suo vanto di essere un “cittadino di una città che non è senza importanza” (At 21,39).

[52] Secondo J: Jeremias, Paolo al tempo della sua conversione non era semplicemente un discepolo rabbinico ma un maestro riconosciuto con il diritto di prendere decisioni legali. Tale stato è presupposto nel ruolo che svolse quando fu inviato a Damasco (At 9, 1-2; 22,5; 26,12); un simile potere poteva essere conferito unicamente a qualcuno che fosse qualificato.

[53] Alcuni commentatori indicano la data del 36 d.C. che si armonizza bene con i 14 anni che trascorsero dalla conversione di Paolo alla visita per il “Concilio” a Gerusalemme nel 49 d.C. (Gal 2,1). Altri invece daterebbero la conversione nel 33 d.C. addizionando assieme i 3 anni di Gal 1,18 e i 14 anni di Gal 2,1.

[54] Paolo allude a ben pochi particolari della vita del Cristo: Gesù nacque da una donna, sotto la legge (Gal 4,4), fu tradito (1Cor 11,23), istituì l’eucarestia (1Cor 11,23), fu crocifisso (Gal 2,20; 3,1; Fil 2,5; 1 Cor 2,2.8), morì (1 Cor 15,3), fu sepolto (1 Cor 15,4), fu risuscitato dai morti (1 Cor 15,5), e ascese al cielo (Ef 4,9). Il brano di 1 Tim 6,13 allude alla sua testimonianza davanti a Pilato.

[55] Tessalonica, città fondata nel 315 a.C. da Cassandro di Macedonia, fu così chiamata in onore di sua moglie, sorella di Alessandro Magno. Conquistata dai romani nel 168 a. C. divenne la capitale della provincia romana della Macedonia, e quindi un ricchissimo centro commerciale, perché per essa passava la famosa Via Egnatia che congiungeva l’Oriente con Roma attraverso Durazzo. Proprio per questo la sua popolazione era cosmopolita e vi abbondavano gli ebrei. Dopo averne cambiato il nome in Salonicco, dal 1937 si è ritornati a chiamarla Thessaloniki.

[56] Il termine “Chiesa” (ecclesìa), con cui viene indicata la comunità cristiana di Tessalonica o di Corinto, ecc. è un termine preso dai Settanta, presso i quali rendeva l’espressione ebraica “qehàl Yahwéh” (Deut 23,2.9; Esdr 23,1 ecc), col quale si designava Israele in quanto “popolo di Dio”. La Chiesa è ormai per Paolo il “nuovo Israele di Dio” (Gal 6,16). Il termine può esprimere di per se, o la Chiesa in genere (1 Cor 15,9; Gal 1,13; Col 1,18; Ef 1,22), o qualche Chiesa particolare (come qui) quasi a significare che essa è solo una porzione del più grande “popolo di Dio” sparso su tutta la terra ma unificato “in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo”.

[57] L’impudicizia (o la fornicazione) è la traduzione del termine greco “porneia”, il cui significato è molto ampio: indica una dissolutezza della vita sessuale in generale: l’adulterio, la prostituzione o l’incesto. L’apostolo Paolo insiste più volte sulla inconciliabilità tra “l’impudicizia” e l’appartenenza al regno di Dio.

[58] Ordine, arcangelo e “suono di tromba”, sono tre elementi che Paolo usa non per descrivere esattamente cosa succederà negli ultimi tempi, ma piuttosto suggerire un’immagine, delineare l’ “atmosfera” in cui si realizzeranno gli eventi finali. Il termine greco “keleusma” (ordine) è usato solo qui in tutto il NT. Anche “arcangelo” è un termine raro nella Bibbia: si ritrova solo nella lettera di Giuda (versetto 9), riferito a Michele. Esso sembra suggerire l’idea di una gerarchia all’interno delle schiere angeliche: in alcuni passi dell’AT  si parla di 7 angeli con compiti particolari (Ezechiele 9,2; Tobia 12,15). Infine il suono della “tromba”, nell’AT, era un segno della manifestazione di Dio (Es 19,16), ma era anche il segnale per la convocazione del popolo (Num 10,2). Nei profeti il suono della tromba, indica allarme per l’arrivo del nemico, e quindi un segno dell’imminenza del castigo divino (Osea 5,8). Partendo da qui, nella letteratura apocalittica, la tromba è diventata un’immagine del giudizio finale. Queste idee fanno da sfondo alle immagini usate da Paolo qui e anche in 1 Cor 15,52 dove egli parla della fine dei tempi.

 

[59] Parusia, in greco (da pàreimi) significa “presenza, arrivo, venuta”. Questo termine era usato , al tempo del NT, per l’ingresso solenne di un sovrano in una città, dove veniva accolto come un dio. I giorni della permanenza del principe erano considerati “giorni santi” e a volte segnavano anche l’inizio di una nuova epoca. Nel NT lo stesso ritorno di Cristo è presentato come l’avvento di un sovrano glorioso. Spesso, però, si riprende il linguaggio tipico delle descrizioni giudaiche: la presenza degli angeli, la tromba e il fuoco. Nelle due lettere ai Tessalonicesi si insiste sul tema delle venuta imminente del Signore.

[60] CONC. ECUM VAT. II, Lumen Gentium, 4.5

 

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