HOME 

IL LIBRO DELL'APOCALISSE

 
 

INDICE

PRESENTAZIONE DEL VESCOVO   2

INTRODUZIONE   2

PROLOGO   8

INDIRIZZO   10

VISIONE INTRODUTTORIA   12

LETTERA ALLA CHIESA DI EFESO   15

LETTERA ALLA CHIESA DI SMIRNE   17

LETTERA ALLA CHIESA DI PERGAMO   18

LETTERA ALLA CHIESA DI TIATIRA   20

LETTERA ALLA CHIESA DI SARDI  22

LETTERA ALLA CHIESA DI FILADELFIA   23

LETTERA ALLA CHIESA DI LAODICEA   25

SETTENARIO DEI SIGILLI: IL TRONO   27

IL LIBRO E L’AGNELLO   29

L’AGNELLO SPEZZA I SETTE SIGILLI  32

IL TRIONFO DEGLI ELETTI  36

SETTENARIO DELLE TROMBE   38

QUINTA E SESTA TROMBA   41

IMMINENZA DEL CASTIGO FINALE   44

I DUE TESTIMONI  46

LA DONNA E IL DRAGO   50

LE DUE BESTIE   54

L’AGNELLO E I REDENTI  57

IL CANTICO DI MOSE’ 62

SETTENARIO DELLE COPPE   65

IL CASTIGO DI BABILONIA   68

CADUTA DI BABILONIA   71

INNI DI TRIONFO   74

IL REGNO DEI MILLE ANNI  78

LA GERUSALEMME CELESTE   82

EPILOGO   88

SINTESI GENERALE   89

CONCLUSIONE   90

 

PRESENTAZIONE DEL VESCOVO

TORNA ALL'INDICE

 

 

Voglio congratularmi con tutti voi della Parrocchia dell’Assunta, dell’Immacolata e del Carmine, per l’impegno assunto nello studio dell’Apocalisse.

Le prime parole dell’Apocalisse, dovremmo stamparle nella mente e nel cuore.

Giovanni si dichiara fratello nostro, compartecipe della tribolazione, però anche della regalità di Dio, nell’attesa della venuta di Gesù.

Giovanni dunque è fratello di tutti, perché tutti fratelli in Cristo, tutti figli di Dio. Per cui ogni comunità cristiana è fondata da Cristo, quindi compartecipe del destino di Cristo stesso e cioè nella tribolazione, nel dolore e nella persecuzione fino alla morte.

Però siamo partecipi anche della regalità di Cristo.

Cristo è venuto per fondare il regno di Dio, chi appartiene a Cristo, appartiene al suo regno.

Il Regno è fondato, il Regno è qui, il Regno è dentro di noi.

Voglio raccomandarvi la massima attenzione nella lettura e nello studio della lettera ai fratelli di Laodicea. E’ un linguaggio rude, che ci farà bene.

Ogni tanto ci vuole uno scossone, così la nostra conversione sarà più ferma e più decisa.

Non c’è nessuna lode in questa lettera, però termina con un grande appello alla vittoria e con la promessa che chi vince siederà con l’Agnello sul suo trono.

Spalanchiamo le porte del nostro cuore a Cristo: Egli ci dice che “ceneremo insieme, io con lui ed egli con me”.

X Martino Scarafile

Vescovo di Castellaneta

 

INTRODUZIONE

TORNA ALL'INDICE

 

La Chiesa depositaria delle verità rivelate riconosce il libro dell’Apocalisse, ispirato da Dio. Quindi, l’Apocalisse come tutti i Libri della S. Scrittura, non solo insegnano con certezza, fedelmente e senza errore, le verità che Dio ha rivelato per la nostra salvezza, ma anche, come spiega S. Paolo “sono utili per insegnare, per convincere, per correggere, per educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto, addestrato ad ogni opera buona” (2 Tim. 3, 16-17).

Nell’interpretazione del nostro Testo, ci guiderà il pensiero e la riflessione teologica della Chiesa.

La Costituzione pastorale “Gaudium et Spes” del Concilio Ecumenico Vaticano II sulla Chiesa e il mondo contemporaneo (N. 39), ci dà le direttive  per un’esatta interpretazione del testo apocalittico.

“Ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l’umanità, e non sappiamo il modo con cui sarà trasformato l’universo. Passa certamente l’aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo, però, dalla rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini. Allora, vinta la morte, i figli di Dio saranno risuscitati in Cristo, e ciò che fu seminato nella debolezza e nella corruzione rivestirà l’incorruzione: e restando la carità con i suoi frutti, saranno liberate dalla schiavitù del male tutte quelle creature, che Dio ha fatto appunto per l’uomo.

   Certo, siamo avvertiti che non giova nulla all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde se stesso. Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione di quello che sarà il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, tale progresso è di grande importanza per il regno di Dio.

E, infatti, i beni, quali la dignità dell’uomo, la fraternità e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al Padre il regno eterno e universale: che è regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace. Qui sulla terra il regno è già presente in mistero, ma con la venuta del Signore giungerà a perfezione”.

 

Premessa

Dopo questa chiara esposizione del Concilio Vat. II, diamo ora uno sguardo all’intero libro dell’Apocalisse che ha sempre destato impressione e timore nel lettore, soprattutto per il contenuto, oscuro e indecifrabile. Ci si trova di fronte ad immagini ardite e complicate; assistiamo agli sconvolgimenti cosmici più strani: esseri angelici e demoniaci, nelle forme più svariate e conturbanti, che si contendono il campo in una battaglia senza tregua. S’intravede, inoltre, un simbolismo, che non si riesce facilmente ad afferrare. A tutto ciò si aggiunge anche un fattore emotivo: l’approssimarsi dell’anno duemila, carico d’apprensione e preoccupazione per un’annunziata “fine del mondo” da parte di Sette o Movimenti religiosi.

Una lettura attenta e serena del testo, può essere utile per liberarci da timori e paure d’imminenti catastrofi che annuncerebbero la fine del nostro mondo.

Partendo da queste considerazioni, ho voluto approfondire per me e per le comunità parrocchiali quest’ultimo libro della Bibbia.

Prima del commento esegetico e spirituale all’intero testo, mi soffermerò brevemente sul genere letterario, sul titolo, sull’autore stesso, poi sul luogo di composizione, sull’anno di stesura del libro e, infine, su tutto lo schema del libro.

 

 

1)        Il genere letterario.

Cos’è un genere letterario? Non c’è famiglia che non conservi gelosamente una sua documentazione privata: certificati di nascita, di battesimo e di matrimonio, pagelle scolastiche e fotocopie di diplomi, atti di compravendita di terreni o di case, fotografie di feste o di gite, corrispondenza privata e talvolta persino le “poesie” della figlia adolescente o i ricordi di un viaggio. Tutti documenti che non hanno alcun valore commerciale, ma che la famiglia conserva per il loro legame affettivo e simbolico, in quanto testimoniano le origini, la storia, i momenti belli o luttuosi.

La stessa cosa è capitato per la “famiglia” del popolo d’Israele: l’Antico Testamento è come l’archivio che raccoglie ogni specie di documenti provenienti da varie generazioni successive. La stessa cosa continuò nel N.T.: si conservano le memorie degli apostoli e dei discepoli (Vangeli), le loro lettere (S. Paolo), la cronaca dei primi tempi della comunità cristiana (Atti), la visione poetica e profetica di un Apostolo in esilio o in prigione (Apocalisse). Tutti questi documenti, così diversi tra loro per origine e contenuto, noi chiamiamo “generi letterari”; e leggendo la Bibbia se ne incontrano tanti. Riconoscerli e tenerne conto nella lettura è d’obbligo, per non fraintendere il senso del testo o per non tradire l’intenzione dell’autore. Sarebbe un errore leggere, ad esempio, un brano epico o un mito sapienziale come fosse una cronaca storica; o prendere una profezia per un’informazione notarile o una poesia per una trattazione teologica. Sarebbe come confondere un atto di battesimo o di matrimonio che si conserva nell’archivio familiare, con una poesia della figlia adolescente.

Tra i vari “generi letterari” ne esamineremo tre che sono presenti nel nostro testo.

a) Il genere letterario apocalittico”.

Il linguaggio che l’autore adopera, sembra fuori del comune per noi lettori, abituati a brani evangelici di facile comprensione, almeno apparentemente.  Questa forma narrativa, che l’autore adopera nasce da una sua deliberata scelta che va sotto il titolo di “genere letterario apocalittico”, che è un modo particolare di esprimersi, fatto di immagini grandiose e talvolta irreali, di simbolismi, di messaggi cifrati.

La gente capiva il messaggio cifrato dell’Apocalisse? Se l’autore ha scritto per farsi capire, occorre allora trovare il codice di lettura. Noi partiamo dall’idea che uno scrittore scrive per farsi capire e che abbia la certezza di essere capito dai suoi lettori, tanto più che nel libro stesso ogni tanto egli dà l’interpretazione di alcuni simboli. Vuol dire che per gli altri simboli non c’erano problemi. Egli riteneva che fossero comprensibili per i suoi lettori.

Chi erano i lettori, meglio gli “ascoltatori” del Libro, dal momento che l’autore afferma che il Testo doveva essere letto nell’assemblea (liturgica)? Non era gente colta, ma pescatori, tessitori, commercianti...Quindi non avevano bisogno di una grande cultura per capire il libro ma di una conoscenza completa dell’A.T.

Il significato etimologico del termine “apocalisse” è “rivelazione”, (dal verbo greco “apokaljpto”= “svelare”, deriva il sostantivo “apokàljpsis”= “rivelazione, manifestazione”). Questa espressione però, è diventata oggi abusivamente sinonimo di disastro, di catastrofe, di fine del mondo. L’Apocalisse della letteratura ebraica (Daniele nell’A.T.) e quella del N.T. contengono, certamente, descrizioni di fenomeni terrificanti, ma la loro intenzione è tutt’altro che intimidatoria o spettacolare. In una parola, esse “rivelano” una sola verità: la disgrazia, il dolore, la disperazione non avranno il sopravvento che per un tempo limitato, perché all’interno stesso delle presenti rovine, Dio sta preparando certamente “cieli nuovi e terra nuova”. Non si dimentichi che la letteratura apocalittica, che sarebbe nata nel tardo giudaismo (cioè alla fine dell’A.T.) ha avuto grande sviluppo in periodi di crisi religiosa e politica della storia d’Israele. Quando tutto sembrava perduto, gli apocalittici incoraggiavano il popolo oppresso ed alimentavano la speranza di una futura rivincita. In tal modo essi volevano aiutare i loro contemporanei a saper leggere, anche nelle situazioni storiche più disastrose, l’intervento di Dio, che non abbandona mai quelli che credono nel suo nome. In questo senso è tipico il libro di Daniele, spesso richiamato nell’Apocalisse, che con riferimenti alla storia passata (ad esempio l’imperatore Nabucodonosor, nel 600 a.C.), descrive la situazione a lui contemporanea, alludendo alla persecuzione di Domiziano (80-100 d.C.). Quando Giovanni scrive, la chiesa, il nuovo popolo eletto, è appena stata decimata da una persecuzione sanguinosa, scatenata da Roma e dall’impero romano (la bestia) ma per istigazione di satana, l’avversario per eccellenza di Cristo e del suo popolo.

L’Apocalisse, quindi, è un libro scritto per un tempo di crisi e destinato a una comunità terribilmente messa alla prova, che ha bisogno quindi di conforto. E’ un messaggio di speranza che riassume tutti gli obblighi del cristiano, in tempo di persecuzione, nel dovere di una fedeltà incrollabile alla causa di Cristo e della Chiesa.

Per completare il nostro discorso sul “genere apocalittico” c’è da fare un’altra osservazione: spesso questo stile letterario accentua il tema della “fine dei tempi” (non della “fine del mondo”). Di che si tratta? Per i profeti ebrei è il momento in cui verrà sulla terra il Messia atteso e darà inizio al regno messianico, con la differenza che per Giovanni questo regno è già venuto; egli è un discepolo di Cristo e quindi può affermare con certezza  che il regno messianico si è inaugurato con Gesù, e quindi, la sua Apocalisse è la risposta all’apocalisse  di Daniele: ciò che Daniele ha annunciato, si è realizzato nella persona e soprattutto nella morte e resurrezione di Gesù.

Il genere apocalittico si rivela, inoltre, come l’erede del profetismo in quanto esso mira a sviluppare, con maggiore precisione, l’uso dei simboli. La maggior parte dei simboli dell’Ap. sono presi dalla tradizione profetica continuata dall’apocalittica, per es.: una donna simboleggia un popolo (12,1ss.) o una città (17, 1ss.), le corna sono simbolo di potere (5,6; 12,3), in particolare di potere dinastico (13,1; 17,3 ss.), gli occhi, di conoscenza (1,14; 2,18; 4,6; 5,6) e le ali, di mobilità (4,8; 12,14). Nelle trombe si ode una voce sovrumana, divina (1,10; 8,2 ss.); un’acuta spada designa la parola di Dio, che giudica e punisce (1,16; 2,12.16; 19,15.21). Le bianche vesti significano il mondo della gloria (6,11; 7,9.13 ss.; 22,14); le palme sono segno di trionfo (7,9); le corone di dominio e regalità (2,10; 3,11; 4,10; 6,2; 12,1; 14,14); il mare è un elemento maligno, fonte d’insicurezza e di morte (13,1;21,1). Il colore bianco indica la gioia della vittoria (1,14; 2,17; 3,4; 4,4; 6,11; 7,9.13; 19,11.14); lo scarlatto, la lussuria e la regalità (17,4; 18,12.16); il nero, la morte (6,5.12).

Anche i numeri acquistano una notevole importanza: sette (54 volte) significa pienezza, perfezione; dodici (23 volte) si richiama alle dodici tribù d’Israele e indica che il popolo di Dio ha raggiunto la sua perfezione escatologica; quattro (16 volte) simboleggia l’universalità del mondo visibile (4 infatti sono i punti cardinali); degni di nota sono anche altri numeri: tre (11 volte), riguarda il regno dello spirito e può essere la Trinità; dieci (10 volte) mille (6 volte nel capitolo 20) e i suoi multipli sono numeri indeterminati.

Tre casi suscitano un particolare interesse: la durata della persecuzione è fissata in 1260 giorni (11,3;12,6) o in 42 mesi (11,2;13,5), oppure in tre anni e mezzo (12,14); i 144.000 “seguono l’Agnello dovunque va” (7,4-8; 14,1-5); infine, si fa riferimento alla Bestia mediante il numero 666.

Le apocalissi ebbero un grande successo in certi ambienti giudaici, compresi gli Esseni di Qumran, nei due secoli precedenti la venuta di Cristo. Preparato già dalle visioni di profeti come Ezechiele o Zaccaria, il genere apocalittico si sviluppò nell’opera di Daniele e in molte opere apocrife scritte intorno all’era cristiana.

b) Genere letterario “profetico”.

Per profezia non intendiamo specificatamente o anche principalmente la predizione del futuro – concezione piuttosto recente – ma piuttosto la mediazione e l’interpretazione della volontà di Dio. E’ in questo senso che “prophetes” (lett. “uno che parla per un altro” o “interprete”) era usato a cominciare da circa il V sec. a.C., per designare coloro che interpretavano la volontà divina, resa nota in vari modi a loro stessi o ad altri.

I mezzi di comunicazione profetica, erano in generale gli stessi che sono presupposti nella profezia dell’A.T.: sogni, visioni, esperienze estatiche o mistiche.

Anche oggi Dio parla al suo popolo, come nel passato ha parlato per mezzo di strumenti come Francesco d’Assisi, Caterina da Siena ed altri, spesso attraverso esperienze simili a quelle dei profeti della Bibbia.

Poiché la profezia è un carisma che per se stesso nulla dice circa l’ortodossia o il carattere morale del profeta, non c’è motivo per limitare lo spirito profetico di Dio esclusivamente ai canali normativi della Storia della salvezza. Gli oracoli di Balaam in Num. 22-24 erano ritenuti vere profezie di Jawéh, anche se la tradizione biblica ha posto Balaam tra i nemici di Dio e del suo popolo (Num. 31,8.16; 2 Pt. 2,15; Ap. 2,14). Secondo la spiegazione di S. Tommaso, siccome la profezia non è un habitus ma una mozione transeunte, la stessa persona può profetare sia il vero sia il falso, a seconda che sia stata toccata o no dallo Spirito di Dio.

Veri e falsi profeti abbondano non solo nell’antichità, dell’A.T. e del N.T., dentro e fuori il popolo di Dio, ma anche in tempi più recenti.

Nell’A.T. i falsi profeti erano di solito, profeti di corte, il cui interesse era di dire al re e ai suoi ufficiali quello che desideravano sentire; ed erano perciò anche quelli che ricavavano benefici pecuniari da profezie favorevoli che assicuravano i loro clienti delle benedizioni divine, e che non provocavano crisi di coscienza.

Questo genere di profetismo, il popolo d’Israele l’ha ereditato dall’antico vicino Oriente.

Al tempo dei profeti la distinzione tra vera e falsa profezia non era sempre chiara. Il possesso di uno “spirito” profetico estatico non era un criterio sicuro: i profeti potevano essere toccati dallo spirito e anche profetare il falso, inoltre la maggior parte dei profeti non danno segni certi di essere stati estatici.

Il compimento della profezia, anche nel caso che fosse stato sempre evidente per i contemporanei del profeta, non era un segno infallibile come mostra Dt. 13,2ss., anzi, la vera profezia spesse volte restava apparentemente inadempiuta scoraggiando anche lo stesso profeta (Ger. 20,7ss.).

Quando il profeta Anania profetò quello che era il suo profondo desiderio, predicendo la fine dell’esilio babilonese dopo due anni e il ritorno al trono di Ieconia (Ger. 28,1 ss.), Geremia per contraddirlo poteva offrire solo la convinzione che la propria opposta profezia era vera: “Amen! Così faccia Jahvéh! Adempia il Signore quello che tu hai profetizzato...”. Geremia avrebbe preferito moltissimo profetare come Anania; però sapeva di non poterlo fare, poiché non era questa la parola di Jahvéh. Geremia non dice soltanto che un profeta di sventura deve essere creduto, mentre si deve respingere un profeta che predice la pace. Egli prende posizione basandosi sulla tradizione profetica che è così sintetizzata: chiunque conosce veramente Dio riconoscerà anche il suo vero profeta distinguendolo dal falso, perché la profezia deve essere conforme alla natura di Dio come Egli l’ha rivelata.

Anche Gesù, secondo Gv. 5,37ss., difese il suo caso in modo simile davanti alla sua generazione.

I profeti classici del pre-esilio, da noi conosciuti sono i cosiddetti profeti letterati dei secoli VIII, VII e VI a.C. In ordine approssimativamente cronologico essi sono: Amos, Osea, Isaia, Michea, Naum, Sofonia, Abacuc; Geremia ed Ezechiele.

Poi ci sono i grandi profeti dell’esilio babilonese (600 a.C.): Geremia, Ezechiele e il Deutero-Isaia.

Infine, i profeti del post-esilio: il Trito-Isaia, Aggeo, Zaccaria, Malachia, Abdia e Gioele.

La sparizione della profezia in Israele avvenne nel silenzio come il suo inizio, sarebbe impossibile determinare chi fu l’ultimo profeta dell’A.T. Negli ultimi 200 anni prima di Cristo gli scrittori sapienziali continuarono coscientemente la tradizione ereditata dalla profezia (Sir. 24,31; Sap. 7,27), senza però pretendere di possedere uno spirito profetico.

Non è facile definire esattamente la frontiera che separa il genere letterario apocalittico da quello profetico, di cui esso (quello apocalittico) è per alcuni aspetti un prolungamento. Ma, mentre gli antichi profeti ascoltavano le rivelazioni divine e le trasmettevano oralmente, l’autore di un’apocalisse invece riceve le rivelazioni in forma di visioni, che riferisce in un libro. D’altra parte, queste visioni non hanno valore in sé, ma per il simbolismo di cui sono cariche.

c) Il genere episolare. Questa terza forma letteraria ha lasciato un’impronta superficiale nell’Apocalisse. Il libro è redatto sullo schema delle solite formule epistolari cristiane (le Epistole nel N.T.). Inoltre il messaggio comunicato a ciascuna delle sette chiese (Ap. 2, 1-3,22) assume la forma di una lettera.

 

2) L’autore

L’Autore si firma col nome di Giovanni all’inizio e alla fine del libro. Nell’antichità, a cominciare da S. Giustino verso il 150, si è identificato l’Autore dell’Apocalisse con l’Apostolo Giovanni (autore del IV Vangelo). Ben presto però nacquero dei dubbi sulla paternità giovannea dell’Apocalisse. La difficoltà dell’identificazione veniva dalla lingua, molto diversa tra il Vangelo e l’Apocalisse.

Addirittura alcuni Padri (Giovanni Crisostomo, Gregorio Nazianzeno) consideravano l’Apocalisse non canonica, cioè apocrifa.

Anche all’inizio della Riforma (1537) si è dubitato della sua canonicità: dal XVII secolo, però, nelle edizioni protestanti è stata reintrodotta fra i libri del N.T. Per i cattolici la questione della canonicità è stata risolta definitivamente dal Concilio di Trento (8 Aprile 1545).

Se a proposito della “canonicità”, oggi non ci sono più dubbi, sulla sua “autenticità” i dubbi sono aumentati. Pur non negando notevoli rassomiglianze sia linguistiche che dottrinali con il quarto Vangelo (si pensi, ad esempio, all’immagine di Cristo come Agnello, come Verbo di Dio), è altrettanto vero che il genere letterario apocalittico è qualcosa di completamente diverso dal genere letterario evangelico, anche la lingua è piuttosto rozza e approssimativa, insofferente delle regole grammaticali e sintattiche; lo stile non è fluido, ma contorto e ripetitivo.

Oggi l’opinione prevalente fra gli studiosi, è che l’autore del nostro libro, sia da ricercare fra i discepoli di Giovanni l’Apostolo (si parla di una scuola catechistica “giovannea” sorta ad Efeso). Costoro avevano assimilato il suo pensiero e avrebbero portato a termine la redazione finale di tutti gli scritti giovannei.

 

3) Luogo di composizione.

Giovanni - come gli altri scrittori apocalittici - si presenta come appartenente ad un gruppo perseguitato per la propria fede (1,9). Nel nostro caso si tratterebbe, forse, di un esilio forzato imposto all’Autore dell’Apocalisse da parte delle autorità politiche del tempo. Da quest’isola egli si assume il compito di fortificare i suoi fratelli svelando loro il significato dell’oppressione di cui sono vittime e il traguardo glorioso della loro sofferenza. Apparentemente lo scontro è tra l’impero romano e la Chiesa cristiana, ma in realtà satana e Dio sono alla guida di questi due schieramenti; pertanto non ci possono essere dubbi sull’esito della battaglia. Con la vittoria finale che Cristo avrà su satana e i suoi seguaci, sarà inaugurato un mondo completamente nuovo creato da Dio, che va sotto il nome di “Gerusalemme celeste”. Tutti i cristiani fedeli saranno cittadini di questa nuova Gerusalemme. Tale modo di concepire l’evolversi della storia, visto come scontro tra due potenze opposte, è tipico della teologia apocalittica.

L’Apocalisse è stata scritta certamente in Asia Minore (le città ricordate sono tutte dell’Asia Minore), probabilmente ad Efeso (secondo la tradizione). L’autore, quando ha la visione che dà origine al libro, dice di trovarsi nell’isola di Patmos, di fronte ad Efeso, a causa della Parola di Dio (prigionia o apostolato?).

 

4) Stesura del Libro.

Nell’antichità furono proposte due date:

a)        sotto Domiziano (81-96 d.C.)

b)        sotto Nerone (37-68 d.C.).

L’antichità ha scelto questi due imperatori, perché sono gli unici che nel I sec. hanno perseguitato i cristiani. In realtà, accenni palesi ad uno stato di persecuzione si hanno in tutta l’Apocalisse: nella lettera alla Chiesa di Pergamo si ricorda un certo Antipa, “fedele testimone”, messo a morte in quella città (2,13). Dopo l’apertura del quinto sigillo, l’autore vede “sotto l’altare, le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio” e reclamano giustizia da parte di lui (6, 9-11; 7, 13-17). Poi, attraverso il simbolo della “bestia” che viene dal mare con “dieci corna e sette teste” (13,1), e di Babilonia, la grande prostituta, “ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù” (17,6), si allude quasi certamente a Roma e ai suoi imperatori che pretendevano onori divini, obbligando i cristiani a “prostituirsi” alle false divinità. Oltre a queste situazioni di persecuzione che la minacciava dall’esterno, le Chiese dell’Asia Minore erano minacciate anche dall’interno: le comunità, infatti, avevano perduto il primitivo entusiasmo, si erano rassegnate ad una mediocrità e ad un lassismo morale davvero preoccupanti.

In conclusione, partendo dal presupposto che l’Apocalisse sia stata scritta nel I secolo d.C., in tempo di persecuzione, c’è solo l’imbarazzo della scelta tra i due imperatori sopra citati. Il Libro già conosciuto e citato nella metà del II sec. d.C. da Giustino, pare abbia avuto la sua redazione finale verso la fine del regno di Domiziano (90-96 d.C.).

 

5) Schema del libro.

Introduzione (1, 1-8)

 

PROLOGO: il Figlio dell’uomo (1, 19-20)

 

SETTENARIO DELLE LETTERE (cap. 2-3)

1)          Efeso (2, 1-7)                               

2)          Smirne (2, 8-11)

3)          Pergamo (2, 12-17)

4)          Tiatira (2, 18-29)

5)          Sardi (3, 1-6)

6)          Filadelfia (3, 7-13)

7)          Laodicea (3, 14-22)

 

 SETTENARIO DEI SIGILLI (4,1 - 8,1)

- Prologo                                        - il trono (4, 1-11)

                                                      - l’agnello e il libro sigillato (5, 1-14)

1° Sigillo (6, 1-2)                            - cavallo bianco (spada – corona)

2° Sigillo (6, 3-4)                - cavallo rosso (la guerra)

3° Sigillo (6, 5-6)                - cavallo nero (bilancia – fame)

4° Sigillo (6, 7-8)                            - cavallo verde (morte)

5° Sigillo (6,9-11)               - gli immolati sotto l’altare

6° Sigillo (6, 12-17)                        - terremoto

                                                      - segnatura dei 144.000 (7, 1-6)

                                                      - la folla immensa (7, 7-17)

7° Sigillo (8,1)                                 - silenzio nel cielo per mezzora

 

 

SETTENARIO DELLE TROMBE (8, 2-11,19)

- Prologo                                                   - angelo con incensiere (8, 2-6)

I   Tromba (8,7)                                         - fuoco e grandine

II  Tromba (8, 8-9)                         - montagna di fuoco

III Tromba (8, 10-11)                    - la stella “assenzio”

IV Tromba (8, 12-13)                                - oscurità degli astri

V   Tromba (9, 1-12)                                 - le cavallette

VI Tromba (9, 13-21)                                - i flagelli

VII Tromba (11,15-19)                  - prostrazione degli anziani (11, 15-18)

                                                                  - apertura del santuario (11,19)

 

SETTENARIO DELLE COPPE (12, 1-22)

a) Prologo

-  segno nel cielo:                 la donna (12, 1-2)

-  segno nel cielo:                il dragone (12, 3-4)

-                parto della donna e fuga nel deserto (12, 5-6)

-                caduta degli angeli (12, 7-12)

-                lotta dragone-donna – rifugio nel deserto (12, 13-17)

-                dragone sulla spiaggia del mare (12,18)                      

-        bestia dal mare (13, 1-10)

-        bestia dalla terra (13, 11-18)

-                l’agnello e i 144.000 sul Sion (14, 1-5)

-                7 angeli (14, 6-20)

1)            annuncia il giudizio di Dio (14, 6-7)

2)            annuncia la caduta di Babilonia (14,8)

3)            annuncia la condanna degli adoratori della bestia (14, 9-13)

4)            il figlio dell’Uomo su una nube bianca (14,14)

5)            la falce e la mietitura (14, 15-16)

6)            la falce dell’angelo nel tempio (14,17)

7)            pigiatura del tino

-  segno nel cielo: 7 angeli con 7 coppe e con 7 flagelli (15, 1-16)

1) flagello (sulla terra)                                             - seguaci della bestia (16,2)

2) flagello (sul mare)                                   - morte dei suoi abitanti (16,3)

3) flagello (sulle acque)                               - bevanda di sangue (16, 4-7)

4) flagello (sul sole)                                     - uomini arsi dal fuoco (16, 8-9)

5) flagello (sul trono della bestia)                 - oscuramento del trono (16, 10-11)

6) flagello (sull’Eufrate)                               - l’Armaghedòn (16, 12-16)

7) flagello (sull’aria)                                    - terremoto (16, 17,21)

b) Epilogo: i 7 angeli e i 7 castighi

1)             la grande prostituta e la bestia (17, 1-18)

2)             la caduta di Babilonia (18, 1-20)

3)             la moltitudine adorante (18, 21-19,10)

4)             il cavaliere sul cavallo bianco (19, 11-16)

5)             la condanna della bestia e del falso profeta (19, 17-21)

6)             - la condanna del dragone (20, 1-10)

  - il trono bianco e il giudizio (20, 11-15)

  - la Gerusalemme celeste (21, 1-22,5)

7)    la sposa dell’Agnello (21, 9-22,5)

 

 

CONCLUSIONE DEL LIBRO (22, 16-21)

PROLOGO

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 1, 1-3)

1.      Rivelazione di Gesù Cristo che Dio gli diede per rendere noto ai suoi servi le cose che devono presto accadere, e che egli manifestò inviando il suo angelo al suo servo Giovanni.

2.      Questi attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto.

3.      Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte. Perché il tempo è vicino.

 

Commento esegetico.

 

Apocalisse  (rivelazione)  di Gesù Cristo”.

Ispirato alla tradizione profetica, questo titolo annuncia la manifestazione del mistero della storia, la fine dell’era presente e l’inaugurazione del Regno di Dio. Gesù Cristo è il mediatore di questa rivelazione.

L’inizio del libro (1, 1-3) e la conclusione (22, 6-10) vanno letti insieme. Si richiamano e costituiscono una cornice che inquadra l’intero discorso. Ci vengono fornite le prime indispensabili notizie: l’origine del messaggio, il suo contenuto, i destinatari, lo spirito con cui ascoltarlo.

Il messaggio viene da Dio, non dall’uomo: qui sta la sua autorevolezza. La rivelazione, di cui il libro è portatore, ha infatti il suo punto di partenza nel Padre (“Dio gli diede”) ed ha come successivi mediatori Gesù Cristo, gli angeli (lo stile apocalittico, per dare risalto alla trascendenza di Dio, introduce gli angeli, il cui ruolo è quello di comunicare le rivelazioni di Dio ed eseguirne i decreti) e Giovanni, e raggiunge il suo termine nell’assemblea liturgica, allorché lo “scritto” viene letto ad alta voce da un lettore e ascoltato con fede dall’intera assemblea. L’ambiente liturgico è presente in tutta l’Apocalisse, ma è già accennato nell’intestazione: “Beato colui che leggerà e quelli che ascolteranno”: c’è dunque chi legge (il lettore) e quelli che ascoltano (l’assemblea).

Il contenuto del messaggio è questo: l’Apocalisse è un libro scritto in tempo di crisi, è destinato ad una comunità terribilmente messa alla prova, che ha bisogno quindi di conforto. E’ un messaggio di speranza che riassume tutti i doveri del cristiano, in tempo di persecuzione, nell’impegno di una fedeltà incrollabile alla causa di Cristo e della Chiesa. Il tutto è indicato nell’espressione “le cose che devono accadere presto”, (cioè l’evolversi della storia così come fu prestabilito da Dio) presente sia nell’intestazione (1, 1) che nella conclusione (22, 6). L’espressione proviene dal libro di Daniele (2, 23 ss), in un capitolo in cui si parla di Daniele che spiega il sogno del re Nabucodonosor. Nessuno sa spiegare il sogno del re: solo il profeta illuminato da Dio è in grado di farlo. Allo stesso modo le cose che Giovanni sta manifestando non sono raggiungibili dalla sapienza degli uomini, dalla loro scienza e dalle loro analisi: solo Dio le può rivelare e solo la fede le può conoscere. Ma di che si tratta? Del piano salvifico di Dio, che si è manifestato in Gesù Cristo e che si sta costruendo nella storia.

Che cosa di “nuovo” e di “urgente” Dio ha rivelato a Gesù?

Qui non si tratta di nuove rivelazioni, perché quel genitivo (Iesou) non è da intendere in senso soggettivo (“Dio rivela delle cose in Gesù”), ma oggettivo (“Dio rivela Gesù”). Quindi, non è una rivelazione di cose, ma rivelazione di/su Gesù stesso, che è il mediatore primario di questa rivelazione. Pertanto nell’espressione: “Le cose che devono accadere presto” non è indicato il “tempo” in cui le cose devono accadere, ma il “modo” in cui queste cose capitano, cioè la certezza del compimento, senza condizione né dilazione, del piano di Dio concernente la storia.

 

In sintesi: Dio ha rivelato in Gesù il suo piano di salvezza per tutti gli uomini. Cristo stesso lo realizzerà nell’evolversi della storia (“quelle cose che dovranno accadere”) e porterà a termine questo progetto d’amore, nella sua interezza, senza alcun ritardo (cioè “presto”), e nei tempi che Dio ha stabilito.

 

Commento spirituale.

 

Il Prologo dell’Apocalisse, con una solenne introduzione, ci presenta il Cristo, come il rivelatore dell’amore del Padre.

Chiamando Dio con il nome di “Padre”, il linguaggio della fede mette in luce soprattutto due aspetti: che Dio è origine primaria di tutto e che, al tempo stesso, è bontà e sollecitudine d’amore per tutti i suoi figli. Questa tenerezza paterna di Dio può anche essere espressa con l’immagine della maternità (Is. 66,13; Sal. 131,2), che indica ancor meglio l’intimità tra Dio e la sua creatura.

Il nome “Padre”, attribuito a Dio già nell’A.T. (Gb. 40, 4-5; 42,3), assume un significato ben più profondo, per il fatto che Dio si rivela nel Figlio unigenito e comunica agli uomini lo Spirito del suo Figlio. Con questo nuovo significato diventa il nome definitivo. “Il nome che conviene propriamente a Dio è quello di “Padre” piuttosto che di “Dio”... dire “Dio” significa indicare il dominatore di tutte le cose; dire “Padre” significa invece raggiungere una proprietà intima... “Padre” è dunque in certo modo il nome più vero di Dio, il suo nome proprio per eccellenza. Nessuno è Padre quanto Dio.

Nel suo amore sempre fedele, nella sua misericordia senza limiti “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (Gv. 3,16). Lo ha mandato, uomo tra gli uomini; gli ha comunicato il suo amore misericordioso per i peccatori, lo ha consegnato nelle loro mani, donandolo incondizionatamente, nonostante il rifiuto ostinato e omicida.

Dio nostro Padre, non soffoca la libertà, non preserva dalla fatica e dalla sofferenza, non favorisce la passività. E’ premuroso e onnipotente, ma non invadente, è vicino anche nell’apparente assenza, non impedisce il male, ma ne trae il bene, rispettando la libertà delle creature.

L’iniziativa di venire incontro all’uomo è sempre Sua : “E’ stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo (2 Cor. 5,19). E’ lui che ama per primo; è lui che infonde nel Cristo la carità e suscita la sua mediazione redentrice, da cui derivano a noi tutti i benefici della salvezza.

Gesù, pur nella continuità con l’Antico Testamento, ci dà un’immagine di Dio assolutamente nuova. Egli solo conosce il Padre nella sua identità più vera, egli solo lo può rivelare. Lo scopo supremo della sua missione è far conoscere agli uomini il suo nome, glorificarlo (1 Cor. 12, 4-6).

Attraverso di lui il Padre si manifesta come amore senza limiti. Ama non solo i giusti, i sofferenti e gli oppressi, ma anche i peccatori, gli oppressori e i bestemmiatori, perfino i crocifissori del suo Figlio. Li ama così come sono. Prende su di sé il peso dei loro peccati. Dà quanto ha di più caro, per salvarli: “Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”(Rom. 5,8).

Chi accoglie Gesù partecipa alla sua stessa vita filiale e riceve in sé lo Spirito che gli fa gridare: “Abbà, Padre” (Rom. 8,15). Allora conosce Dio in modo nuovo.

“Dio è amore” (1 Gv. 4,8). Il principio originario di tutta la realtà è Amore e comunicazione infinita.

E’ questo Amore che Dio rivela in Gesù, e che Gesù comunica a Giovanni, nel prologo dell’Apocalisse.

INDIRIZZO

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 1, 4-8)

4.      Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al tuo trono,

5.      e da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra. A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati col suo sangue,

6.      che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.

7.      Ecco viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto. Si, Amen.

8.      Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente.

                                      

Commento esegetico.

 

“Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia”.

L’Apocalisse è una lettera e come tale inizia con il mittente, i destinatari e il saluto. Il mittente è indicato dal semplice nome: “Giovanni”. I destinatari della lettera sono le sette chiese dell’Asia, nominate più avanti (1, 11). Oltre a queste sette chiese esistevano a quel tempo altre Chiese, nella provincia proconsolare dell’Asia: tra esse Colossi, Troade, Gerapoli, Magnesia. Attraverso le sette Chiese, Giovanni voleva rivolgersi a tutte le Chiese dell’Asia e forse alla Chiesa universale. Difatti il numero “sette”, caro a tutta la letteratura apocalittica simboleggia la “pienezza”, e la Chiesa universale è la pienezza delle altre Chiese.

“Grazia e pace”: questi due termini – il primo più greco e il secondo più ebraico – evocano il complesso dei beni messianici e sottolineano esplicitamente che questi beni sono dono dell’amore gratuito di Dio.

“Colui che è, che era e che viene”.

Questa descrizione di Dio risale ad Esodo 3,14 e ricorda il nome divino comunicato a Mosè. Familiare ai giudei e ai greci, esso mira ad esprimere l’eternità di Dio per mezzo della categoria umana del tempo: Jahwè è il Signore di tutta la storia (del passato, del presente e del futuro). E il messaggio che Giovanni vuole esprimere con questo nome divino è semplice e grandioso: tutta la storia è nelle mani di Dio.

“Sette spiriti che stanno davanti al trono”.

Secondo la simbologia del numero “sette”, indica la pienezza dello Spirito Santo, comunicata da Cristo alle sette Chiese, o, più probabilmente, angeli che, sostenuti dalla divina potenza, agiscono nel nome di Dio (teologia giovannea).

“Davanti al trono” è un ebraismo e significa che essi sono i servi di Dio. Secondo la concezione giudaica, questi “angeli” o “arcangeli” stanno davanti al trono di Dio.

“Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra”.

Questi tre titoli attribuiti a Gesù, prendono in considerazione i momenti principali della sua vita: la passione (“Il testimone fedele”, Gesù manifestò la sua testimonianza di fedeltà al Padre, non solo durante tutta la sua vita, ma soprattutto con il sacrificio della sua vita); la resurrezione (Gesù è il “primogenito dei morti” e garantisce che l’era della risurrezione dei morti è inaugurata e ricapitolata nella sua persona); la glorificazione (“Principe dei re della terra”. La glorificazione, conseguenza della sua resurrezione, gli conferisce ogni potere su tutta la creazione. Il suo dominio sui re che minacciano la Chiesa dovrebbe consolidare la fiducia dei cristiani).

“A Colui che ci ama...”.

Questa dossologia (dal greco doxologia = gloria, esaltazione, è una formula liturgica per glorificare Dio, o Cristo, o la SS. Trinità) contiene tre parti:

a)                    “A Colui che ci ama...”. Il tempo presente indica che l’amore di Cristo è perpetuo e oltrepassa i confini dell’evento storico della redenzione.

b)                    “E ci ha liberati...” . La liberazione è sovente espressa con la metafora del riscatto mediante il sangue di Cristo.

c)                    Un regno di sacerdoti”. In virtù della loro unione con Cristo sacerdote, i cristiani perseguitati, attraverso il battesimo, possono adempiere l’ufficio sacerdotale (Ebrei 10, 19-22; 1 Pt. 2,5): con il battesimo, infatti, i cristiani diventano pietre vive, come Cristo, e si costituiscono come una dimora spirituale, in cui rendono a Dio un culto degno di Lui attraverso il Cristo.

“Viene fra le nubi”.

Queste parole hanno dato l’idea che l’Apocalisse sia il libro che attende il ritorno di Cristo, invece qui c’è una citazione del cap. 7 del libro di Daniele  ripreso dalla tradizione cristiana (Mt. 24,30; 26,64; Mc. 13,26; 15,62). Giovanni interpreta questa profezia di Daniele come il modo con cui Cristo si rivela, cioè con la sua morte e resurrezione. E questo, lo capiranno non solo: “Coloro che l’hanno trafitto”, cioè i Giudei che misero a morte Gesù, ma anche: “Tutte le nazioni della terra”, perché tutte le nazioni incredule sono parimenti colpevoli, poiché perseguitando la Chiesa manifestano la loro ostilità nei confronti di Cristo. Profondamente rattristate, piangeranno tutte quante.

Il “venire tra le nubi” non è solo la parte finale del prologo, ma è anche quella finale dell’Apocalisse: il libro finisce con la morte e la risurrezione di Cristo.

In questo prologo è già descritto tutto il contenuto dell’Apocalisse:

a)                    che è la rivelazione di Gesù come Messia, atteso e annunciato dai Profeti;

b)                    che questa rivelazione ha creato un nuovo popolo di re e sacerdoti attraverso il sangue di Cristo;

c)                    Giovanni vede realizzata pienamente la profezia di Daniele 7,13 nella morte in croce di Cristo. Questa profezia, infatti, viene citata da Gesù stesso al processo davanti al Sinedrio: “Vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo” (Mt. 26,64).

A questo punto l’Apocalisse è finita: ha già detto tutto, il messaggio è tutto qui. Ora riprenderà le idee e le svilupperà.

“Si, Amen”.

La ripetizione in greco e in ebraico sottolinea la solennità della profezia in cui l’assemblea cristiana crede.

“Alfa e omega”.

Espressioni equivalenti, “il primo e l’ultimo”, “il principio e la fine”, appaiono in riferimento a Dio (21,6) e a Cristo (1,17; 2,8; 22,13).

Sotto l’influsso ellenistico, il valore simbolico dell’alfabeto fu gradualmente assimilato dal giudaismo; la prima lettera associata all’ultima significava totalità.

L’Onnipotente.

Questo terzo titolo riassume i due precedenti: i nemici di Dio possono agitarsi fin che vogliono, ogni potere rimane perennemente in suo pugno; egli iniziò la storia ed egli la terminerà.

 

In sintesi: Giovanni è il mittente delle lettere e le sette comunità sono le destinatarie. Il saluto (“grazia e pace”)  procede dalle tre Persone Divine: dal Padre (“Colui che è, che era e che viene), dallo Spirito Santo (“i Sette Spiriti”), infine da Gesù Cristo, presentato nel suo mistero pasquale di morte e risurrezione.

La grandezza di Dio (uno in tre Persone) si manifesta nell’immensità del suo amore: “Egli ci ama”.

 

Commento spirituale.

 

Nel Prologo, Giovanni ci ha presentato due verità fondamentali per la nostra vita cristiana:

-                       Dio Padre, fonte primaria della rivelazione, 

-                       Gesù Cristo, l’indispensabile mediatore che trasmette solamente ciò che il Padre gli ha comunicato.

Questo brano, ci fa riflettere sulla mediazione di Cristo, soprattutto nella sua passione, morte e resurrezione. (“Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra”).

Cristo è il centro di tutta la storia della salvezza (Rm. 6,10; Ebrei 7,27), perché tutto quello che è accaduto in Lui è avvenuto “una volta per tutte”. Questa centralità del Cristo, che spiega il passato, il presente e il futuro, si realizza anche nella vita del credente: Cristo è l’unica spiegazione della sua vita.

Questa centralità dell’evento-Cristo sta nella “follia della croce” (“A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati col suo sangue”).

Gesù crocifisso, sebbene sperimenti l’abbandono di Dio, non cessa di abbandonarsi a lui con fiducia assoluta: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc. 23,46).

Dio, si rivela nella debolezza e nella stoltezza della croce come amore senza misura, abbraccia mediante il Crocifisso coloro che sono lontani da lui; quindi finalizza la morte del suo Figlio alla salvezza dei peccatori, mediante la gloriosa risurrezione.

Dopo la sua morte in croce, Gesù Cristo si presenta ai discepoli che l’avevano visto morire, come il “Vivente”, “Il primogenito dei morti”. Pietro nel suo primo discorso ai Giudei, dopo la Pentecoste, non ha paura di esclamare: “Questo Gesù che voi avete crocifisso, Dio lo ha fatto Signore e Cristo”(Atti 2,36).

Gesù è il Vivente per sempre, senza la Risurrezione di Gesù non c’è futuro per l’uomo.

Nella morte del Figlio, Dio raggiunge l’uomo nel peccato, là dove la vita è vuoto e cenere; in altre parole, Dio ci ama nel punto esatto in cui noi non abbiamo proprio più nulla per farci amare.

Gesù muore per mano di uomini che non l’hanno capito, che l’hanno rifiutato, però non hanno potuto uccidere la sua realtà più profonda: l’amore che l’ha guidato in vita e in morte. L’amore può e deve rinascere, per questo Gesù è anche risorto e con Lui la creazione rinasce trasfigurata; in Lui l’uomo trionfa sul male e sulla morte.

Dio, oggi, continua a risorgere dove ci sono gesti di fraternità; dovunque si lotta per un’esistenza più umana, dovunque si testimonia che l’amore e la condivisione sono possibili; che le forze del male si possono piegare.

Dio continua a risorgere quando usiamo i nostri occhi, le nostre orecchie, per guardare, per ascoltare, per cogliere, per stupirci, per stare attenti ai bisogni degli altri, alle esigenze del Regno che viene. Per cogliere i progressi nelle persone, le loro potenzialità, i segni della presenza di Dio e dei suoi doni.

Dio continua a risorgere quando usiamo la nostra voce per lodare chi è avvolto nel mistero, quando usiamo il nostro corpo e il nostro cervello per impegnarci a costruire tutto ciò che serve per Dio e per i fratelli; per servirci umilmente l’uno dell’altro, anche nelle piccole cose di ogni giorno, nei piccoli bisogni concreti.

Dio continua a risorgere quando assumiamo anche le sofferenze degli altri, per capirli meglio, per essere più pazienti, più disponibili; quando accogliamo tutto quello che siamo, che ci è stato donato, senza disprezzo, anche se talvolta è inquinato dal peccato, ma lo accogliamo con la gioia di chi sa che l’amore trasfigurerà tutto.

“Egli ci precede in Galilea”, la Galilea del nostro eterno saper ricominciare; è Lui che ci riunisce, noi invece ci mureremmo dietro le nostre solitudini; è Lui che ci pone in marcia, mentre noi rinunceremmo; è Lui che abita la speranza e l’amore e invita l’uomo a superarsi, ad andare dall’altra parte.

Tutti siamo chiamati a far germogliare questo seme di Resurrezione che è in noi e in ogni uomo.

Credere nella Risurrezione è accettare di ricominciare sempre in modo nuovo, impegnarci in strade nuove che si aprono davanti a noi, senza stancarci di essere creatori di nuovi rapporti umani e sociali.

Vivere da risorti significa diventare specialisti della Speranza.

VISIONE INTRODUTTORIA

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 1, 9-20)

9.      Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell’isola   chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù.

10. Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva:

11. “Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne a Pérgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicèa”.

12. Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro

13. e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi (Dn. 7,13; 10,16) e cinto al petto con una fascia d’oro (Dn. 10,15).

14. I capelli della testa erano candidi, simile a lana candida, come neve (Dn. 7,9). Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco,

15. I piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente (Dn. 10,6; Ez. 1,7.13), purificato nel crogiuolo. La voce era simile al fragore di grandi acque (Ez. 43,2).

16. Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza.

17. Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo

18. e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi.

19. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo.

20. Questo è il senso recondito delle sette stelle che hai visto nella mia destra e dei sette candelabri d’oro, eccolo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese e le sette lampade sono le sette Chiese.    

 

Commento esegetico.

 

Giovanni riceve, in estasi, l’incarico di scrivere ciò che vede (vv. 9-11), il Cristo glorioso gli appare, presentando se stesso come la fonte e il padrone della vita della Chiesa (vv. 12-16); egli rinnova il mandato (vv. 17-20).

“Io, Giovanni, vostro fratello nella tribolazione”.

Giovanni inizia il suo racconto situandosi in una comunità che vive la persecuzione. Con questo è dichiarato l’ambiente in cui il messaggio è nato e al quale si rivolge. L’Apocalisse è, in sostanza, una riflessione sulla persecuzione, ed è un messaggio di speranza rivolto ad una comunità perseguitata.

“Nel regno e nella costanza in Gesù”.

L’accesso al regno è ottenuto soltanto per mezzo della tribolazione (Atti 14, 22). In attesa del glorioso evento, la paziente sopportazione rimane la virtù specifica dei perseguitati (2,19; 3,10; 13,10; 14,12). Incorporati in Cristo per mezzo del battesimo, i cristiani diventano partecipi della sua passione, per partecipare poi della stessa gloria (14,13; Rom. 8,17; Fil. 3,10; 2 Tim. 2,11; 1 Pt. 4,13).

“Patmos”: è un’isola rocciosa di circa 26 km quadrati, situata a 80 km da Efeso.

“Una voce potente... come di tromba”.

La voce è quella dell’angelo di Cristo (1,1; 4,1; 21,9.15; 22,1.6).

Le descrizioni delle visioni apocalittiche sono regolarmente introdotte da espressioni quali “come”, “simile” per porre in risalto che ogni paragone con l’ordine terrestre è inadeguato; le espressioni non riescono a descrivere ciò che è stato visto e udito nella sfera celeste. Ispirandosi alla teofania del Sinai (Es. 19, 6-19; Ebrei 12,19), lo stile apocalittico inserisce la tromba nelle scene escatologiche per descrivere il passaggio dall’era presente a quella futura (Is. 27,13; Mt. 24,31; 1 Cor. 15,52; 1 Tess. 4,16).

“Le sette Chiese”.

Le Chiese sono state scelte non per la loro importanza, giacché Troade e Mileto erano comunità più grandi di Tiatira e Filadelfia. Esse sono elencate secondo un ordine che, sulla mappa, descrive più o meno un cerchio, con Efeso come punto di partenza. Queste città, collegate tra loro da eccellenti strade, erano probabilmente sedi di tribunali, dove coloro che si rifiutavano di rendere omaggio all’imperatore potevano essere giudicati.

In mezzo ai sette candelabri ... c’era uno simile a figlio di uomo”.

Giovanni dirà che i “sette candelabri” sono le sette Chiese, e Cristo nelle sembianze di “figlio d’uomo”, (secondo la profezia di Daniele 7,13: egli appare come il giudice escatologico che interviene con la potenza di Dio) è presente in mezzo alle sette chiese, pronto a esortarle e ad aiutarle.

“Una lunga veste ... una fascia d’oro”.

Questo vestito simboleggia la sua dignità di sommo sacerdote (Daniele 10,5; Es. 28,4). La luce scintillante che emana da Cristo rivela la sua appartenenza al mondo divino.

“I suoi capelli erano bianchi”.

Cristo è rivestito della dignità che apparteneva originariamente all’ “antico di giorni” (Dan. 7,9). La sua divinità è descritta “come fiamma di fuoco”, e la stabilità del regno è indicata nei “piedi di bronzo”.

“Voce di molte acque”.

 Ricorre qui e in 14,2 e 19,6 ed è applicata a Cristo. Le “molte acque” sono spiegate dall’Apocalisse al cap. 17,1 e 15. Lì si afferma che esse sono popoli, tribù, nazioni e lingue, cioè l’umanità. Cristo, quindi, è la voce dell’umanità.

“Sette stelle”.

Gli unici esempi paralleli di questo simbolo vengono dal mondo pagano; Mitra e i Cesari erano raffigurati con sette stelle nella mano destra per designare la loro dominazione universale. Di conseguenza, potrebbe forse esserci qui un accento polemico: non Cesare ma Cristo è il Signore di tutte le cose.

“Spada a doppio taglio”.

Quest’immagine rappresenta la parola di Cristo che giudica i cristiani (2,12.16) e l’universo (19,15.21).

“Come il sole quando splende”. Il sole è Dio stesso in Ap. 21,23.

La figura di Cristo, qui descritta, è presentata come:

-           giudice: spada a due tagli per dividere il bene dal male e occhi fiammeggianti, per vedere in profondità;

-           re: la fascia d’oro;

-           sommo sacerdote: la veste lunga fino ai piedi;

-           Dio:quando lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto; è la reazione di fronte alla divinità (Gen. 32,31; Es. 33,20). L’uomo dovrebbe scomparire dinanzi alla gloria di Dio.

17b-20: gli appellativi sublimi che Cristo si attribuisce sono destinati ad incoraggiare i cristiani che pongono tutta la loro fiducia nel loro Signore. Questi titoli sintetizzano i tre stadi nella vita di Gesù: la sua preesistenza (“Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente”), la sua morte sulla terra (“Io ero morto, ma ora vivo per sempre”) e la sua esaltazione alla vita eterna come vincitore delle potenze infernali (“ho potere sopra la morte e sopra gli Inferi”).

“Il Vivente”.

Dio soltanto è il vero Vivente, perché possiede la vita in proprio (4,9; 10,6; Sal. 42,3; Gv. 1,4; 3,15; 5,21.26), Cristo vive tramite la comunicazione della vita del Padre (Gv. 5,26).

“Le cose che hai visto e quelle che sono e quelle che stanno per accadere”.

Questa formula apocalittica descrive il mandato, e il privilegio di un profeta; e collega l’Apocalisse con l’antica profezia.

“Gli angeli”. Il termine “aggelos” designa normalmente nell’Apocalisse un essere sovrumano al servizio di Dio o di satana.

Secondo le idee giudaiche, non solo il mondo fisico era retto dagli angeli (Ap. 7,1; 14,18; 16,5), ma anche le persone e le comunità (Es. 23,20). Ogni chiesa dunque è considerata come retta da un angelo, suo responsabile. Cristo le tiene nella mano destra per indicare che egli è il Signore di tali Chiese e che esse sono sotto la sua protezione.

 

In sintesi: S. Giovanni si trova deportato nell’isola di Patmos in seguito alla persecuzione di Domiziano (95 d.C.). E’ il giorno del Signore, una domenica. Una voce soprannaturale (lo squillo di tromba) gli ordina di scrivere una lettera circolare alle sette Chiese. Nell’estasi, S. Giovanni, vede sette Candelabri (le Chiese) e in mezzo il Cristo risorto (“come un figlio d’uomo”), che gli si manifesta per affidargli una missione precisa: mettere per scritto le sue visioni, che riguardano anzitutto il presente (cap. 2 e 3) e poi il futuro della Chiesa (a cui è consacrato il resto dell’Apocalisse).

 

Commento spirituale.

 

La terza verità che l’Apocalisse ci vuol comunicare (dopo la presentazione di Dio come fonte della rivelazione e di Gesù Cristo, come suo mediatore) riguarda la Chiesa, che manifesta pubblicamente nella storia, il regno di Dio rivelato in Gesù Cristo.

L’amore del Padre, infatti, rivelato dal Figlio morto e risorto, viene comunicato ai discepoli, perché diventino la famiglia di Dio, inviata al mondo come segno tangibile della sua vicinanza.

Per essere riconoscibile come segno davanti al mondo, la Chiesa deve possedere una precisa identità visibile; deve configurarsi come comunità di fede, di culto e soprattutto di rapporti fraterni: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv. 13,35).

Il nostro testo, però, parla di una Chiesa perseguitata, che come una nave nella tempesta, subisce la violenza delle onde, ma non affonda. La minacciano in ogni epoca persecuzioni, eresie, scismi, corruzione morale, compromessi mondani; tutto questo, possono ferirla e deturparla, ma non distruggerla, perché, come le è stato promesso, “le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt. 16,18)

Per il sostegno e la grazia del Signore, anche le contraddizioni e le sofferenze, seminate sul suo cammino, possono diventare benefiche.

La bimillenaria storia della Chiesa può essere considerata un grande esodo, misteriosamente guidato dallo Spirito di Dio, verso traguardi sempre nuovi, nella sostanziale continuità con le origini, malgrado le innumerevoli infedeltà personali dei credenti e le deformazioni della comunità.

Il cammino della storia sarà sempre un alternarsi di persecuzioni e consolazioni, di traguardi e di fallimenti, di gioie di sofferenze, però niente e nessuno potrà arrestare questa marcia dell’umanità, guidata da Cristo, verso il suo traguardo definitivo, alla fine dei tempi, quando “Dio sarà tutto in tutti”.

I credenti che ascoltano e meditano la parola di Dio, che invocano il suo aiuto nelle difficoltà, non dovranno temere, perché:

 “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?... Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada”... Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita... né presente né avvenire... né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm. 8,31-32.35.37-39). 

LETTERA ALLA CHIESA DI EFESO

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 2, 1-7)

1.      All’angelo della Chiesa di Efeso scrivi: Così parla Colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d’oro:

2.      Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua costanza, per cui non puoi sopportare i cattivi; li hai messi alla prova – quelli che si dicono apostoli e non lo sono – e li hai trovati bugiardi.

3.      Sei costante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti.

4.      Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima.

5.      Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima. Se non ti ravvederai verrò da te e rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto.

6.      Tuttavia hai questo di buono, che detesti le opere dei Nicolaiti, che anch’io detesto.

7.      Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Al vincitore darò da mangiare dell’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio.

 

Commento esegetico.

 

Prima di esaminare le singole Lettere, farò una introduzione generale.

Le sette lettere alle sette chiese fanno da introduzione al vero e proprio discorso di rivelazione. Ci fanno conoscere le tensioni e i problemi delle comunità della fine del primo secolo, che sono anche le nostre.

Tutte e sette le lettere hanno uno schema fisso.

-           L’indirizzo: “All’angelo della Chiesa di... scrivi”.

-           La presentazione di Cristo, che dà autorità alla parola del profeta: “Così parla Colui che...”.

-           L’esame di coscienza, cioè la descrizione delle situazioni in cui la comunità si trova, il bene e il male, elogi e rimproveri: “Mi è nota la tua condotta...”.

-           L’invito all’ascolto: “Chi ha orecchi, intenda”.

-           La promessa del premio: “Al vittorioso...”

I titoli con cui Cristo è presentato all’inizio delle singole lettere sono ripresi dalla visione introduttiva (1, 9ss.). Cristo è colui che tiene nella destra le sette stelle e cammina tra i sette candelabri (2,1; cfr. 1,16); è il Primo e l’Ultimo, Colui che morì e risuscitò (2,8 cfr. 1, 17-18); tiene una spada affilata a doppio taglio (2,12 cfr. 1,16); i suoi occhi sono fiamma ardente e i suoi piedi simili al bronzo lucente (2,18 cfr. 1, 14-15); possiede la chiave di Davide, la chiave che apre e nessuno chiude, chiude e nessuno apre (3,7 cfr. 1,18); è il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio (3,14 cfr. 1,5).

Da tutta questa serie di affermazioni traspare la convinzione che le comunità sono sotto la signoria del Cristo morto e risorto. La comunità cristiana trova la propria identità confrontandosi con la parola di Cristo morto e risorto. E’ sulla base di questo confronto che scaturisce l’esame di coscienza. La parola del Signore è una spada a doppio taglio, penetra nel profondo e mette a nudo le contraddizioni che invece la comunità vorrebbe nascondere. Le comunità trovano nel loro Signore il giudice e il salvatore.

Dopo questa doverosa introduzione generale alle sette Chiese, esaminiamo, ora, singolarmente le Lettere, cominciando dalla prima.

Efeso: metropoli commerciale dell’Asia e sede del governo proconsolare, questa città era un centro culturale e religioso. La tendenza sincretista (fusione di dottrine diverse per formare un unico sistema religioso) del tempo aprì la porta a molte pratiche superstiziose, tra le quali erano predominanti il culto imperiale e l’adorazione della dea pagana Artemide (Atti 19, 27.35).

Questa Chiesa fu fondata da Paolo nel 53-56 circa d.C. (Atti 19, 8.10).

“Che ... cammina in mezzo”:

Cristo è costantemente presente in mezzo a tutte le comunità cristiane (Mt. 18,20; 28,30; 2 Cor. 6, 16ss) per guidarle ed essere per loro la fonte della vita.

“Conosco le tue opere”: cioè, la totalità della vita cristiana.

“Hai messo alla prova”: coloro che si spacciavano per apostoli; erano probabilmente predicatori ambulanti, che avevano forse qualche relazione con i nicolaiti (v.6). Paolo aveva previsto tale pericolo (Atti 20, 29ss., 1 Tim. 1,7)

“Hai abbandonato il tuo amore di prima” (Cfr. Atti 19,20; 20,37; Ef. 1,3ss.). L’abbandono dell’amore fraterno implica la perdita dell’amore di Cristo, infatti, la carità  è la nota costitutiva di una comunità cristiana.

“Ricordati... ravvediti... compi le opere di prima...”: sono i tre stadi di una conversione totale.

“Toglierò il tuo candelabro”: Efeso perderà il primato di metropoli religiosa.

“Nicolaiti”: (dal greco: “coloro che seducono il popolo”). Si conosce ben poco di questo gruppo, sembra sia stato influenzato da certe idee gnostiche (gnosticismo: è un sistema di filosofia religiosa i cui adepti pretendevano di avere una conoscenza totale e privilegiata della verità). I nicolaiti, gruppo o setta di libertinaggio morale, probabilmente insegnavano che i cristiani potevano mangiare le carni immolate agli idoli e soddisfare i desideri della carne (v. 14).

“Ciò che lo Spirito dice”: lo Spirito di Cristo il quale, tramite il profeta, interpreta le parole di Cristo.

“Al vincitore...”: questo termine militare dà per scontato che la vita cristiana è un campo di battaglia. Nell’Apocalisse questa frase viene applicata al soldato cristiano fedele (12,11; 15,2; 21,8) e a Cristo (3,21b; 5,5; 17,14).

“Mangiare dell’albero della vita”: simboleggia la partecipazione alla vita eterna (22, 2.14). L’ “albero della vita” fa riferimento al  racconto della Genesi sul paradiso terrestre. Il decreto che escludeva l’uomo dall’albero della vita (Gen. 3, 22ss.) è ora abrogato da Cristo a condizione che i cristiani riportino una vittoria personale sul peccato.

 

In sintesi: salda nella fede, la Comunità di Efeso resiste alla persecuzione e lotta contro alcuni eretici (Nicolaiti). Ma il suo amore di un tempo è in calo: senza la carità, le sue attività non valgono nulla. Deve dunque convertirsi, altrimenti i doni di grazia passeranno ad altri (“Rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto”). A chi trionfa è promessa la massima ricompensa: la felicità eterna del Paradiso.

 

Commento spirituale

 

“Hai abbandonato il tuo amore di prima... ravvediti...”.

La comunità cristiana ha il suo fondamento e la sua ragione d’esistere solo nella carità. I credenti devono essere “assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere”(At. 2,42).

Quest’esperienza storica della prima comunità cristiana è irrepetibile, però S. Luca, delinea nel Libro degli Atti, la figura essenziale di ogni vera comunità cristiana: comunità concreta di credenti in Cristo, santi e peccatori, riuniti sotto la guida dei pastori, nella condivisione di beni spirituali e materiali, dove il mistero pasquale del Signore è proclamato con la predicazione, attualizzato nell’eucarestia e negli altri sacramenti, vissuto nella carità. Perciò la prassi comunitaria seguirà criteri diversi rispetto ad altri gruppi umani: adesione libera (Gal. 5,13), corresponsabilità di tutti (1 Ts. 5,11), autorità come servizio (2 Cor. 4,5), correzione e aiuto fraterno (Rm. 15,14), rinuncia a reagire con la violenza al male subìto (Rm. 12, 17-21), attenzione preferenziale agli ultimi e superamento delle discriminazioni sociali (Gal. 3,28).

Nella misura in cui la comunità cristiana assumerà questi lineamenti, contribuirà efficacemente a costruire rapporti più fraterni fra gli uomini e sarà immagine credibile della comunione trinitaria: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv. 17,21).

Tuttavia la Chiesa include anche i peccatori, ecco l’invito che viene fatto a questa comunità di Efeso: “Ravvediti... compi le opere di prima...” cioè, ritorna a vivere l’amore fraterno e la condivisione, perché la zizzania crescendo insieme al grano (Mt.13, 24-30.36-43), potrebbe avere il sopravvento sul buon seme. Difatti, già nelle prime comunità cristiane, fondate direttamente dagli apostoli, compaiono le prime difficoltà: a Gerusalemme la menzogna di Ananìa e Saffìra, e le tensioni per gli ostacoli posti da alcuni all’ingresso dei pagani convertiti, a Corinto le divisioni, il disordine e perfino un caso di incesto (1 Cor. 1, 11-12; 5,1; 11,18). I secoli successivi, fino ai nostri giorni, hanno visto corruzione, violenza, sete di potere e di ricchezza, discriminazioni, intolleranza.

Di fronte a questo quadro poco edificante, potremmo chiederci: “Com’è possibile credere che Gesù sia venuto, se nel mondo nulla è cambiato?”.

La risposta è che la Chiesa, pur essendo la forma autentica e definitiva del popolo di Dio, è ancora in cammino nella storia. Sebbene per l’assistenza dello Spirito Santo sia preservata da una defezione totale, è ancora soggetta nei suoi membri alla tentazione di voltare le spalle a Dio, come lo fu Israele in cammino nel deserto. La Chiesa non è il Regno compiuto; è solo il segno, lo strumento e il germe di esso.

LETTERA ALLA CHIESA DI SMIRNE

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 2, 8-11) 

8.      All’angelo della Chiesa di Smirne scrivi: Così parla il Primo e l’Ultimo, che era morto ed è tornato alla vita:

9.      Conosco la tua tribolazione, la tua povertà – tuttavia sei ricco – e la calunnia da parte di quelli che si proclamano Giudei e non lo sono, ma appartengono alla sinagoga di satana.

10. Non temere ciò che stai per soffrire: ecco, il diavolo sta per gettare alcuni di voi in carcere, per mettervi alla prova e avrete una tribolazione per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita.

11. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo spirito dice alle Chiese: Il vincitore non sarà colpito dalla seconda morte.

 

Commento esegetico.

 

“Smirne”: dopo Efeso, è la città commerciale più importante dell’Asia. I giudei, piuttosto numerosi in quest’area, erano particolarmente ostili ai cristiani.

“Conosco la tua povertà”: la povertà di questa comunità era in parte dovuta all’origine servile dei suoi membri (1 Cor. 1, 26) e in parte alle privazioni causate dalla loro fede cristiana.

“Tuttavia sei ricco”: la ricchezza spirituale di questa chiesa si oppone alla sua povertà materiale.

“E la calunnia...”: i Giudei stavano indubbiamente tentando di screditare Cristo e i cristiani (Atti 13,45), e nell’ostilità di alcuni gruppi giudaici contro le comunità cristiane si ravvisa l’azione nascosta di satana (“sinagoga di satana”), che ha già provocato la morte di Gesù (Gv. 8,44).

“Per dieci giorni”: come i giovanetti del libro di Daniele superarono la prova dei dieci giorni uscendone più belli e più forti (Dan. 1,12.14), così la brevità del tempo della tribolazione, messa in contrasto con l’eternità della ricompensa (2 Cor. 4,17), darà forza a questa comunità.

“La corona della vita”: nel tempo futuro, il fedele riceverà una corona di gloria (3,11; 4,4.10; 12,1; 14,14). La corona (simbolo di vittoria) e la vita faranno dimenticare ai cristiani l’umiliazione della persecuzione e della morte.

“La seconda morte”: è la morte eterna, così chiamata per contrasto con la morte corporale (20,6.14; 21,8). I martiri subiranno la morte fisica, ma sfuggiranno alla morte vera: la dannazione eterna.

 

In sintesi: questa comunità, povera materialmente ma ricca spiritualmente, conoscerà presto una furiosa persecuzione, provocata dai Giudei del posto, ma la durata sarà limitata (“dieci giorni”). La persecuzione avrà l’effetto di rafforzare e consolidare i cristiani di Smirne.

 

Commento spirituale

 

La comunità di Smirne, è povera, piccola, limitata nei mezzi, Dio però “che ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti” (1 Cor. 1,27), non mancherà di assicurare a questa Chiesa la sua presenza e il suo amore.

Il Signore, certamente, non risolverà i problemi e non cambierà le situazioni di questa comunità, come per incanto, ma annuncerà che Dio è dalla loro parte, perché si mette a fianco degli oppressi, degli affamati, dei malati, degli afflitti, dei perseguitati e comincia a liberarli (Mt. 10, 7-8; 11, 4-6).

Rendendo visibile con il suo comportamento l’agire stesso di Dio, Gesù va incontro a ogni miseria spirituale e materiale. Nutre con la parola e con il pane le folle stanche e senza guida, disprezzate dai gruppi religiosi osservanti. Si commuove di fronte ai malati, che gli si accalcano intorno, e li guarisce. Avvicina varie categorie di emarginati, i bambini, le donne, i lebbrosi, i peccatori segnati a dito, come i pubblicani e le prostitute, i pagani. Tende la mano a chiunque è umiliato dal peccato, dalla sofferenza, dal disprezzo altrui.

Gesù proclama beati gli ultimi della società, perché sono i primi destinatari del Regno. Proprio perché sono poveri e bisognosi, Dio nel suo amore gratuito e misericordioso va loro incontro e li chiama ad essere suoi figli, conferendo loro una dignità che nessuna circostanza esteriore può annullare o diminuire: né l’indigenza, né l’emarginazione, né la malattia, né l’insuccesso, né l’umiliazione, né la persecuzione, né alcun’altra avversità.

Anzi, una situazione fallimentare, come sembra vivere la comunità di Smirne, può riuscire addirittura vantaggiosa. I poveri, i sofferenti e i peccatori sperimentano acutamente la loro debolezza. Sono disposti a lasciarsi salvare da Dio. Sono portati a misurare il valore della propria persona non dai beni esteriori, ma dall’amore che il Padre ha per loro. Così “passano avanti nel regno di Dio” (Mt. 21,31). Per farne però l’esperienza gioiosa, devono abbandonarsi al suo amore, con umiltà e fiducia, e quindi convertirsi. In tal caso possono essere beati perfino in mezzo alle tribolazioni (Lc. 6, 22-23).

Il regno è offerto a tutti, ma raggiunge effettivamente solo chi, riconoscendo la propria insufficienza e la precarietà dei beni terreni attende la salvezza unicamente da Dio e, con la sua grazia, diventa giusto mite e misericordioso con gli altri.

LETTERA ALLA CHIESA DI PERGAMO

(Ap. 2, 12-17) 

12. All’angelo della Chiesa di Pergamo scrivi: Così parla Colui che ha la spada affilata a due tagli:

13. So che abiti dove satana ha il suo trono; tuttavia tu tieni saldo il mio nome e non hai rinnegato la mia fede neppure al tempo in cui Antipa, il mio fedele testimone, fu messo a morte nella vostra città, dimora di satana.

14. Ma ho da rimproverarti alcune cose: hai presso di te seguaci della dottrina di Balaàm, il quale insegnava a Balak a provocare la caduta dei figli d’Israele, spingendoli a mangiare carni immolate agli idoli e ad abbandonarsi alla fornicazione.

15. 15.  Così pure hai di quelli che seguono la dottrina dei Nicolaiti.

16. Ravvediti dunque; altrimenti verrò presto da te e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca.

17. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve.

 

Commento esegetico.

 

“Pergamo”: era un centro pagano sincretistico con molti templi dedicati a diversi dei. Anche qui la Chiesa deve aver incontrato grandi difficoltà (v. 13 ss.).

“Dove satana ha il suo trono”. Pergamo viene così definita, o per il culto di Asclepio, simboleggiato da un serpente (12,9: lo stesso simbolo usato per satana), o a causa del culto imperiale, che era particolarmente popolare in questa città.

“Testimone fedele”: il Signore attribuisce ad Antipa un titolo suo proprio (1,5; 3,14; 1 Tim. 6,13), perché egli rimane fedele al suo Maestro fino alla fine.

“La dottrina di Balaam”: secondo una tradizione giudaica (Num. 22-24), il re di Moab, Balak, preoccupato per l’ingresso nel suo territorio delle tribù ebraiche, affida al mago Balaam, l’incarico non solo di bloccare Israele, col ricorso alle sue arti magiche, ma anche di attirare gli israeliti all’idolatria con l’aiuto delle figlie di Moab (Num. 25, 1-3). Nella Bibbia l’idolatria è paragonata alla fornicazione, cioè infedeltà nei confronti del vero Dio (Osea 1,2).

“La dottrina dei nicolaiti”: i nicolaiti e i discepoli di Balaam formavano probabilmente un unico gruppo. La loro dottrina era imparentata con quella dei libertini che avevano travisato la dottrina di S. Paolo sulla libertà cristiana; disdegnando le restrizioni imposte dal decreto apostolico (Atti 15, 22-29), essi incoraggiavano un ritorno alla sfrenatezza morale pagana.

“Verrò presto”: usato sette volte (3,11; 16,15; 22,7; 12.17.20), questo ammonimento mette in luce uno dei concetti centrali dell’Apocalisse: il Cristo glorioso interverrà presto nella storia umana per salvare e giudicare.

“Combatterò contro di loro”: cioè, contro i nicolaiti, ai quali la chiesa di Pergamo, in linea di massima, non si associò.

“La manna nascosta”: questo cibo celeste, simbolo di unione con Dio nella vita eterna, è ora nascosto, come ogni cosa del tempo avvenire (Gv. 6,32; Col. 3,3).

“Una pietruzza bianca, e sulla pietra scritto un nome nuovo”: l’usanza di portare amuleti, su cui era scritto qualche nome magico, era piuttosto diffusa nel mondo pagano. Si credeva che chi conoscesse questo misterioso nome potesse far uso del suo potere per proteggere se stesso dagli spiriti maligni. Cristo, invece, asserisce che è il suo nome, di Messia vincitore, (“nome nuovo”) che nessuno è in grado di leggere (19,12), quello che offre la vera protezione a coloro che gli sono fedeli.

Queste immagini significano la salvezza promessa a chi supererà la prova.

 

In sintesi: questa comunità vive in una città: Pergamo, famosa per i suoi templi pagani. Dio promette “presto” la sua liberazione e la salvezza a coloro che sono rimasti saldi nella prova.

 

Commento spirituale

 

La comunità di Pergamo, vive una situazione dove sembra che satana abbia il suo trono. Vive cioè in una realtà prevalentemente pagana, circondata da idoli e templi. Anche le nostre Comunità oggi si lasciano condizionare dal neo-paganesimo che va sotto il nome di benessere, potere, ambizione, ricchezza, possesso.

“La Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria della terra, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione.

La Chiesa prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, annunziando la passione e la morte del Signore fino a che Egli venga. Dalla virtù del Signore risuscitato trova forza per vincere con pazienza e amore le sue interne ed esterne afflizioni e difficoltà, e per svelare al mondo, con fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di Lui, fino a che alla fine dei tempi sarà manifestato nella pienezza della sua luce” (Conc. Vat. II, Lumen gentium, 8).

La Chiesa non è mossa da ambizione di prestigio o di potere, ma unicamente dalla “cura e responsabilità per l’uomo” (Giovanni Paolo II, Centesimus annus, 53), per ogni uomo concreto, amato e redento da Cristo. E dal mistero di Cristo trae luce per illuminare la vera identità dell’uomo e orientare il suo cammino storico.

Ciò che emerge nella cultura contemporanea è la smania di guadagnare, l’ambizione della carriera, la ricerca del successo ad ogni costo. Il potere e la ricchezza diventano misura di successo  personale, modello di vita proposto dai mezzi di comunicazione. Si è qualcuno, se si possiede una seconda casa, una seconda macchina, se si frequentano certi ambienti raffinati, eleganti, se si fanno certi viaggi. I più deboli finiscono inesorabilmente emarginati dalla concorrenza. Si affonda nel materialismo pratico, incapaci di amore disinteressato, indifferenti verso Dio, spiritualmente ciechi.

Il cristiano si guardi dalla bramosia del possesso, da “quella avarizia insaziabile che è idolatria” (Col. 3,5).

La vicinanza di Dio dà il coraggio delle scelte radicali. Innanzitutto libera dalla bramosia di possedere.

Gesù stesso invita l’uomo a confidare in Dio, Padre sempre premuroso e vicino, e a vivere nel presente libero dall’ansia per il domani. L’uomo vale assai più dei beni materiali e del potere. E’ stoltezza far dipendere il proprio valore e la propria salvezza dalla ricchezza accumulata (Mt. 6, 25-34). La salvezza viene dall’abbandono fiducioso alla parola di Dio e non dall’attivismo pieno di affanni (Lc. 10, 38-42). Anzi, “la preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto” (Mt. 13,22). La ricchezza è un padrone spietato che sbarra la strada verso il regno (Mt. 19, 21-24).

Gesù arriva forse al paradosso quando dice. “Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma”(Lc. 12,33). Solo così l’uomo sperimenta che donare è bello, anzi: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!” (At. 20,35).

LETTERA ALLA CHIESA DI TIATIRA

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 2, 18-29) 

18.  All’angelo della Chiesa di Tiàtira scrivi: Così parla il Figlio di Dio, Colui che ha gli occhi fiammeggianti come fuoco e i piedi simili a bronzo splendente.

19.  Conosco le tue opere, la carità, la fede, il servizio e la costanza e so che le tue ultime opere sono migliori delle prime.

20.  Ma ho da rimproverarti che lasci fare a Iezabèle, la donna che si spaccia per profetessa e insegna e seduce i miei servi inducendoli a darsi alla fornicazione e a mangiare carni immolate agli idoli.

21.  Io le ho dato tempo per ravvedersi, ma essa non si vuol ravvedere dalla sua dissolutezza.

22.  Ebbene, io getterò lei in un letto di dolore e coloro che commettono adulterio con lei in una grande tribolazione, se non si ravvederanno dalle opere che ha loro insegnato.

23.  Colpirò a morte i suoi figli e tutte le Chiese sapranno che io sono Colui che scruta gli affetti e i pensieri degli uomini, e darò a ciascuno di voi secondo le proprie opere.

24.  A voi di Tiàtira invece che non seguite questa dottrina, che non avete conosciuto le profondità di satana – come le chiamano – non imporrò altri pesi,

25.  ma quello che possedete tenetelo saldo fino al mio ritorno.

26.  Al vincitore che persevera sino alla fine nelle mie opere, darò autorità sopra le nazioni;

27.  le pascolerà con bastone di ferro e le frantumerà come vasi di terracotta,

28.  con la stessa autorità che a me fu data dal Padre mio e darò a lui la stella del mattino.

29.  Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.

 

Commento esegetico

 

“Tiatira”: questa città era meno importante delle precedenti e non aveva nessun tempio dedicato all’imperatore. I pericoli che sovrastavano questa  piccola comunità venivano piuttosto dall’interno.

“Gezabele”: la moglie di Acab che aveva indotto Israele all’idolatria (2 Re 9,22), è descritto come il tipo di una falsa profetessa. La sua dottrina di tipo gnostico, collega questa donna ai nicolaiti (1 Cor. 6, 12-20).

“Quanti commettono con lei...”: i cristiani che si erano lasciati indurre in errore da lei (2Cor. 11,2).

“Colpirò i suoi figli”: quelli che hanno abbracciato questa dottrina, sono condannati come i figli di Acab (2 Re 10,7).

“Colui che scruta...”: Cristo rivendica una prerogativa che nell’A.T. è peculiare di Dio (Salmo 7,10; Ger. 11,20; 17,10; 20,12).

“Darò a ciascuno...”: un’altra prerogativa di Dio (Salmo 62,13; Ger. 17,10; Mt.16,27; 25,31-46; Ap. 22,12).

“Le profondità di satana”: gli gnostici presero probabilmente da Paolo l’espressione “le profondità di Dio” (1 Cor. 2,10; Rom. 11,33; Ef. 3,18), al fine di esaltare la loro conoscenza che penetra gli stessi misteri di Dio. Può darsi che nell’intenzione di Giovanni, quest’espressione avesse un tono sarcastico: invece di raggiungere Dio, essi incontrano le profondità di satana.

“Non impongo altro peso”: allude probabilmente al decreto apostolico (Atti 15,28). Cristo non aggiunge nessun altro obbligo, all’infuori del divieto di idolatria e fornicazione.

“Darò autorità sopra le nazioni...”: i fedeli che superano la prova avranno parte alla stessa autorità di Cristo (1,5; 20,4; Mt. 25.21.28; 1 Cor. 6,2).

“La stella del mattino”: simboleggia il potere regale (22,16).

 

In sintesi: i pericoli che minacciano questa comunità, vengono dall’interno: molti cristiani si lasciano distogliere dalla sana dottrina, seguendo culti idolatrici. L’invito che il Signore rivolge è quello di allontanarsi dalla fornicazione.

 

Commento spirituale

 

“Io le ho dato tempo per ravvedersi...se non ti ravvederai...”.

L’invito che viene fatto alla comunità di Tiàtira è quello di convertirsi, per entrare in un rapporto di comunione con Cristo.

Convertirsi significa assumere un diverso modo di pensare e di agire, mettendo Dio e la sua volontà al primo posto, pronti all’occorrenza a rinunciare a qualsiasi altra cosa, per quanto importante e cara possa essere (Mt. 6,33). Significa liberarsi dagli idoli che ci siamo creati e che legano il cuore: benessere, prestigio sociale, affetti disordinati.

La decisione deve essere netta, senza riserve: “Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te... E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te” (Mt. 5,29.30). Tuttavia Gesù conosce la fragilità umana e sa essere paziente. Lo rivela narrando di un padrone, il quale aveva nel campo un magnifico albero, che da tre anni però non gli dava frutti; ordinò al contadino di tagliarlo; ma questi gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai” (Lc. 13, 8-9).

Chi si converte, si apre alla comunione: ritrova l’armonia con Dio, con se stesso, con gli altri e con le cose.

La bellezza e il fascino del regno di Dio consentono di compiere con gioia le rinunce e le fatiche più ardue.

Le rinunce, che Gesù chiede, sono in realtà una liberazione per crescere, per essere di più. Il sacrificio è via alla vera libertà, nella comunione con Dio e con gli altri. Chi riconosce Dio come Padre e fa la sua volontà riceve energie per una storia diversa, personale e comunitaria, che ha come meta la vita eterna (Mc. 10, 29-30).

La conversione risveglia nell’uomo il sentimento vivo della paternità e della tenerezza di Dio. Gli uomini devono convincersi che sono amati dall’eternità e chiamati per nome, che non sono nati per caso, e non sono mai soli nella vita e nella morte. Possono non amare Dio, ma non possono impedire a lui di amarli per primo. Il figlio prodigo, nel suo folle capriccio, può volgere le spalle e fuggire di casa, per andare a sperperare i beni ricevuti; ma il Padre misericordioso aspetta con ansia il suo ritorno; gli corre incontro, lo abbraccia commosso e fa grande festa.

Se da un lato dobbiamo impegnarci seriamente nel cammino della conversione, dall’altro occorre essere pazienti. Ordinariamente il cammino procede faticoso e lento; conosce crisi, ritardi, ricadute. Una certa distanza tra l’ideale e la prassi rimarrà sempre. Riconoscere lucidamente la propria debolezza serve per rimanere umili, per essere miti con gli altri, per confidare in Dio, che ci ama così come siamo.

Il progresso della vita spirituale è dono di Dio, a cui il cristiano è chiamato a cooperare. Accogliendo i primi doni, ci disponiamo a riceverne di più grandi: è questo il concetto di merito. Più ci avviciniamo a Dio e più camminiamo speditamente: compiere il bene diventa sempre più connaturale e spontaneo. La pratica della carità e di tutte le virtù è sempre più sostenuta dai doni dello Spirito Santo, come una nave che avanza a vele spiegate, sospinta più dalla forza del vento che dalle braccia dei rematori.

LETTERA ALLA CHIESA DI SARDI

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 3, 1-6)

1.      All’angelo della Chiesa di Sardi scrivi: Così parla Colui che possiede i sette spiriti di Dio e le sette stelle: Conosco le tue opere; ti si crede vivo e invece sei morto.

2.      Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire, perché non ho trovato le tue opere perfette davanti al mio Dio.

3.      Ricorda dunque come hai accolto la parola, osservala e ravvediti, perché se non sarai vigilante, verrò come un ladro senza che tu sappia in quale ora io verrò da te.

4.      Tuttavia a Sardi vi sono alcuni che non hanno macchiato le loro vesti; essi mi scorteranno in vesti bianche, perché ne sono degni.

5.      Il vincitore sarà dunque vestito di bianche vesti, non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli.

6.      Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese:

 

Commento esegetico

 

“Sardi”: gli abitanti di questa città avevano fama di vivere in modo lussurioso e licenzioso. Il culto predominante a Sardi era quello di Cibele (“dea della fecondità”).

“I sette spiriti”: sono qui i sette angeli (4,5).

“Ti si crede vivo, invece sei morto”: pur conservando le apparenze del cristianesimo, questa comunità è ricaduta nella morte spirituale da cui Cristo l’aveva liberata (Ef. 2,1.5; Col. 2,13).

“Se non sarai vigilante”: è l’atteggiamento che si addice ai cristiani che sono in attesa dell’improvvisa venuta del Padrone (Mt. 24,42; 25,13).

“Non hanno macchiato le loro vesti”: in un tempo di generale depravazione, essi non si sono lasciati contagiare dalla perversione sessuale dei pagani.

“Vesti bianche”:  il bianco simboleggia la purezza ma anche la gioia e la potenza (2,17).L’immagine della veste significa comunemente la realtà profonda degli esseri (Is 51,9; 52,1; Rom. 13,14; 1 Cor. 15, 53-54; Col. 3, 9-12). Conseguendo la loro vittoria finale (7,9), i cristiani fedeli vivranno in unione con il Cristo glorioso e goderanno della beatitudine celeste (4,4; 6,11).

“Libro della vita”: alla maniera di un registro civile, il libro di Dio (Esodo 32, 32-33) contiene solamente i nomi dei cittadini viventi (Salmo 69,29), i giusti (Dan. 12,1; Mal. 3,16). Coloro che sono scritti nel libro fanno parte del popolo di Dio, e possiedono la cittadinanza celeste (Lc. 10,20; Fil. 4,3), che permette loro di sfuggire al giudizio e di entrare nella vita eterna (13,8; 17,8; 20, 12.15; 21,27). La minaccia di Cristo di cancellare i nomi, presuppone che il libro si trovi nelle sue mani (13,8; 21,27).

 

In sintesi: agli occhi di Cristo, questa comunità vive una situazione di ambiguità: “Ti si credi vivo, invece sei morto”. La mediocrità, la stanchezza e l’apparenza si superano tornando all’entusiasmo e alla gioia dell’ascolto della Parola di Dio.

 

Commento spirituale

 

Questa comunità, sotto gli occhi di Cristo, vive una situazione di ambiguità e di apparenza: “Ti si crede vivo, invece sei morto”. L’invito che viene rivolto a questa Chiesa è quello di vigilare.

La comunità cristiana sembra in genere poco propensa a vigilare su se stessa e a interrogarsi sulla propria identità profonda senza fermarsi a indagare soltanto superficialmente sulle questioni, pure importanti ma non “decisive”, di tipo disciplinare o pastorale.

La Chiesa deve essere capace, invece, di custodire gelosamente e difendere la propria identità così come essa scaturisce dalla volontà di Dio, resa visibile in Gesù Cristo.

La vigilanza continua della Chiesa ha come scopo non la soddisfazione di guardarsi allo specchio, ma la sempre più significativa e chiara presenza nella storia degli uomini.

Ci sono, però, due pericoli che la Chiesa deve evitare per non compromettere la sua identità: da un lato la deviazione di una realtà di Chiesa che, per essere presente nel mondo, si confonde con la storia, diluendo il vangelo, per renderlo produttivo come pane a buon mercato, con l’illusione di renderlo così più accettabile; dall’altro la deviazione di una realtà di Chiesa che brandisce il Vangelo come una clava, usandolo per condannare tutti quelli che non entrano a far parte dei “nostri” e per occupare con diritto di conquista spazi di storia nei quali esercitare un “potere” religiosamente illuminato.

Sono le stesse deviazioni che Gesù in persona ha superato, avvertendole come tentazioni diaboliche, nei quaranta giorni del deserto.

Bisogna che la presenza e i gesti della Chiesa siano inseriti e parlino all’umanità di oggi dell’amore di Dio con un linguaggio adatto alla mentalità e alle domande che oggi caratterizzano l’esistenza umana.

La comunità cristiana, vivendo in mezzo agli uomini del nostro tempo, condividendone gioie e speranze, dolori ed angosce, è segno di una presenza del Dio-Amore che realmente si incarna in questo tempo. Non ne segue le mode, non ne assume i criteri, ma, si sforza di conoscerlo, di comprenderne luci ed ombre, di valorizzare gli elementi positivi e di contrastare quelli negativi.

La Chiesa, testimone e serva dell’amore di Dio, non può, insomma, stare fuori della storia con un progetto di salvezza spiritualistico o intimistico. Né può “affondare” nel corso della storia, quasi perdendosi in essa senza darle un sapore “diverso” e senza “lievitarla”.

La Chiesa non è quindi per se stessa, non ha in se stessa il fine e lo scopo della sua esistenza nella storia. Essa deve certo vigilare su se stessa per non tradire la propria identità e la fedeltà al suo Sposo, ma come Cristo non ha vissuto per sé, non ha sofferto per sé, né ha consegnato liberamente se stesso ai peccatori per trarne qualche vantaggio per sé, ma solo e semplicemente “per loro”, così anche la Chiesa è “per la vita del mondo”.

LETTERA ALLA CHIESA DI FILADELFIA

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 3, 7-13) 

7.      All’angelo della Chiesa di Filadelfia scrivi: Così parla il Santo, il Verace, Colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre.

8.      Conosco le tue opere. Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere. Per quanto tu abbia poca forza, pure hai osservato la mia parola e non hai rinnegato il mio nome.

9.      Ebbene, ti faccio dono di alcuni della sinagoga di satana – di quelli che si dicono Giudei, ma mentiscono perché non lo sono - : li farò venire perché si prostrino ai tuoi piedi e sappiano che io ti ho amato.

10. Poiché hai osservato con costanza la mia parola, anch’io ti preserverò nell’ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra.

11. Verrò presto. Tieni saldo quello che hai, perché nessuno ti tolga la corona.

12. Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio e non ne uscirà mai più. Inciderò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme che discende dal cielo, da presso il mio Dio, insieme con il mio spirito nuovo.

13. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.

 

Commento esegetico.

 

“Filadelfia”: nonostante la sua popolazione fosse relativamente piccola a causa dei terremoti, questa città aveva una grande colonia giudaica.

“Il Santo, il Verace”: tratti dall’A.T. (Is. 6,3; 40,25; 65,16), questi attributi manifestano la gloria divina di Cristo (6,10). “Verace” (3,14; 19,11) designa l’ideale in contrasto con le rappresentazioni approssimative e imperfette.

“La chiave di Davide”: (cfr. Is. 22,22; 2 Re 18,18.37) Gesù è il figlio escatologico di Davide (5,5; 22,16), l’unico che sia stato preposto come capo della famiglia di Dio (Ef. 1,22; Eb.3,6). Egli, dunque, possiede ogni potere in cielo e in terra (Mt. 28,18) e persino negli inferi (1,18; Rom. 14,9; Fil. 2,9 ss.). A Filadelfia c’era un tempio dedicato a Giano, protettore delle porte, il cui simbolo è la chiave; Gesù è più grande del dio Giano; con la sua chiave apre a questa piccola comunità le porte della vita eterna.

“Ho aperto davanti a te una porta”: Cristo, che ha la chiave di Davide, (cioè, la pienezza dei poteri del Messia), con la sua autorità ha aperto alla Chiesa di Filadelfia la porta della evangelizzazione, ha dato campo libero al suo apostolato (1 Cor. 16,9; 2 Cor. 2,12; Col. 4,3; Atti 14,27). Il contesto, tuttavia, suggerisce piuttosto un’allusione all’accesso alla gloria escatologica, che solo Cristo, “che ha la chiave di Davide”, può assicurare.

“Quelli che si dicono Giudei”: poiché essi sono nemici dell’Israele di Dio (Gal. 6,15 ss) non meritano più di essere chiamati con il nome onorato di Giudei.

“Si prostreranno ai tuoi piedi”: Is. 45,14; 49,23; 60,14.

“Sappiano che io ti ho amato”: li ha amati, cioè eletti (Is. 42,1; 43,4; Mc.1,11), perché fossero il suo popolo.

“La tentazione che sta per venire sul mondo intero”: il “mondo” ha sempre un senso peggiorativo nell’Apocalisse (6,10; 8,13; 11,10; 12,12; 13,8.12.14; 17,2.8), designa gli increduli pagani, in opposizione ai cristiani che si trovano già nello stato celeste, o che sono destinati ad accedervi.

“Una colonna nel tempio del mio Dio”: i generali vittoriosi facevano erigere nel tempio colonne commemorative e su di esse scolpivano le proprie imprese con scritte e immagini eloquenti; i cristiani di Filadelfia come colonne saldamente erette, diventeranno il monumento vivo di Cristo. Il giudaismo aveva paragonato Abramo e il giusto d’Israele a colonne, e la Chiesa primitiva ha così attribuito questo appellativo agli apostoli (Gal. 2,9; Ef. 2,19-22; 1 Pt. 2,5). Nella Chiesa celeste i cristiani fedeli saranno definitivamente saldi come le colonne di un tempio, e “non uscirà più” : come una colonna non può essere rimossa da un edificio ben solido, così i giusti che hanno ottenuto la vittoria finale non potranno essere estromessi.

 

In sintesi: il Signore ha dato a questa comunità nuove possibilità di evangelizzazione, nonostante gli intrighi di alcuni Giudei. Essa ha mantenuto fede alla parola di Dio; restare aggrappata a questa fedeltà, sarà per lei garanzia di preservazione dalle bufere imminenti e universali.

 

Commento spirituale.

 

La Chiesa di Filadelfia si qualifica come “comunità dalla porta aperta”, cioè accogliente, missionaria, evangelizzatrice. Solo una comunità che troverà la sua forza nell’unità, sarà capace di attirare a sé anche Giudei (della Sinagoga di Satana).

La dimensione missionaria appartiene all’identità stessa della Chiesa e del cristiano.

La comunità cristiana ha il compito di annunciare e rendere in qualche modo visibile il regno di Dio, vivendo la nuova giustizia della carità, delineata nel Discorso della montagna (Mt. 5,11.13-16; 7,13- 14).

E’ chiamata ad essere unita nell’amore fraterno, “perché il mondo creda” (Gv. 17,21): la comunione sperimentata concretamente sarà segno trasparente di Dio e con il suo fascino attirerà gli uomini a lui.

La Chiesa “riceve la missione di annunciare il regno di Cristo e di instaurarlo fra tutte le genti, di questo regno essa costituisce sulla terra il germe e l’inizio” ( Conc. Vat. II, Lumen gentium, 5). Lo annuncia con la predicazione; lo celebra con la liturgia; lo testimonia con il servizio e la condivisione di beni spirituali e materiali. Annuncio, celebrazione e testimonianza costituiscono insieme il segno dell’Amore misericordioso che viene a salvare. Gli uomini possono quasi toccarlo con mano e aprirsi alla speranza di un mondo nuovo, che già adesso germoglia.

Il regno di Dio è carità. La carità è l’energia e il contenuto centrale dell’evangelizzazione. Tutto si concentra nel vangelo della carità: la Pasqua di Cristo, vertice della rivelazione, è evento di carità; Dio è mistero trinitario di carità; la Chiesa è comunione di carità, raccolta intorno all’eucarestia; la vita cristiana è vocazione alla perfezione della carità; la mèta definitiva è l’intimità immediata con Dio nella carità. Perciò anche la missione, in definitiva, non è altro che il dilatarsi della carità: da Dio a noi, da noi agli altri.

La Chiesa, dunque, “è inviata da Cristo a rivelare e comunicare la carità di Dio a tutti gli uomini e a tutte le genti”(Conc. Vat. II, Ad gentes, 10). E’ segno vivo di Dio-Amore nella storia.

E’ triste constatare come nelle nostre Comunità, si imbocchi quasi sempre la strada più facile, che è quella del rigetto dell’elemento estraneo, che disturba, che crea problemi e rappresenta una minaccia per la tranquillità, piuttosto che produrre gli anticorpi dell’amore e della fiducia, scegliere la via del dialogo e della pazienza.

La fuga, la diffidenza, l’emarginazione e la chiusura, certamente rappresentano le soluzioni più semplici, che normalmente prevalgono sull’accoglienza, sull’incontro e sul colloquio.

Troppo spesso l’apparato disciplinare risulta molto più sviluppato e sofisticato in tutti i suoi meccanismi, che non il codice della misericordia.

La legalità tante volte, è amaro dirlo, conta molto di più della fraternità, e persino, tante volte, dell’umanità.

Spesso si pensa che, cacciati i ribelli, gli irregolari, i disturbatori, tutto funzionerà meglio, ma non ci si rende conto che per essere nella pace e nell’amore con Dio, le Comunità devono veramente far posto ai rifiutati. Vorrei concludere questa riflessione con una preghiera:

“Signore Gesù, liberaci dal Vangelo facile, scontato, ovvio, probabile degli Scribi e Farisei; dal Vangelo di chi non ha più fame né sete; liberaci dal Vangelo che ci porta a essere fanatici, che ci fa ritenere giusti, che ci fa credere diversi dagli altri. Liberaci, soprattutto, Signore Gesù, dal nostro Vangelo”.

LETTERA ALLA CHIESA DI LAODICEA

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 3, 14 - 22) 

14.  All’angelo della Chiesa di Laodicéa scrivi: Così parla l’Amen, il testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio:

15.  Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo!

16.  Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.

17.  Tu dici: “Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla”, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo.

18.  Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista.

19.  Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti.

20.  Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.

21.  Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono.

22.  Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.

 

Commento esegetico.

 

“Laodicea”: città prosperosa grazie ai suoi interessi commerciali e alle sue attività bancarie, è famosa per la sua fiorente scuola di medicina. Dopo la distruzione della città in seguito a un terremoto (60/61 d.C.), gli abitanti la ricostruirono senza alcun aiuto dall’esterno. La Chiesa in questa città fu probabilmente fondata da Epafra (Col. 4,12 s.), un compagno di Paolo.

Laodicea era anche la destinataria delle lettere di Paolo ai Colossesi (Col. 4,16).

L’”Amen”: in Gesù le promesse divine hanno trovato il loro compimento finale (2 Cor. 1,20; Isaia 65,16); il Cristo glorificato conclude la storia della salvezza. Ma egli non è soltanto il termine di questa storia; ne è anche il punto di partenza. Di fatto, ogni cosa era stata creata in lui (Gv. 1,3; 1 Cor. 8,6; Eb. 1,2) che è “la sorgente prima della creazione di Dio”.

“Né freddo né caldo”: la comunità che riceve il rimprovero più severo non è accusata di nessuna grave colpa particolare; Cristo condanna l’attuale condizione di tiepidezza e auto-compiacimento.

“Io ti vomiterò”: l’immagine dell’acqua tiepida, che si legge tra le righe, ha probabilmente un nesso con qualche fatto locale.

“Io sono ricco”: questa comunità gode di benessere materiale e non è colpita da tribolazioni particolari. Ciò porta alla superbia che, inducendo l’uomo a ripiegarsi su se stesso, lo chiude a qualsiasi dono da parte di Cristo.0

“Ti consiglio di comprare da me”: oro, vesti bianche e collirio corrispondono a particolari aspetti della vita di Laodicea: le sue numerose banche (oro), un famoso tipo di tessuto (vesti bianche), e una pomata per gli occhi usata dai suoi medici (collirio). Cristo contrappone le ricchezza che egli è in grado di offrire, ai vantaggi illusori offerti da questa città; egli solo dà le vere ricchezze, la pienezza della salvezza e la guarigione autentica.

“Io rimprovero e castigo”: il duro rimprovero di Cristo è suggerito dal suo amore.

“Io sto alla porta e busso”: Mt. 24,33; Lc. 12,36; Giac. 5,9; “se uno ascolta la mia voce”: Gv. 10,3.16 s.; 18,37; “cenerò con lui ed egli con me” : chi presterà attenzione alla chiamata di Cristo e gli aprirà, parteciperà con il Signore alle gioie del banchetto nel tempo avvenire (Mt. 8,11; Mc. 14,25; Lc. 22,29 s.).

“Il vincitore lo farò sedere con me sul mio trono”: non solo il vincitore vivrà con Cristo, ma sarà fatto partecipe della sua regalità (1,6) e del suo potere di giudice (Lc. 22,29 s.; 1 Cor. 6,2).

“Come io ho vinto”: la vittoria del cristiano (1 Gv. 5,4) è intimamente legata alla vittoria di Cristo (Gv. 16,33).

 

In sintesi: in questa ricca comunità (industrie tessili, commercio e banche) dominava una mentalità materialistica, la cui logica conseguenza era la tiepidezza e la mancanza di testimonianza per la verità e la fedeltà. Cristo la consiglia di acquistare da lui la carità, la speranza e la fede.

 

Commento spirituale.

 

Questa Chiesa è una comunità senza orizzonti, non conosce le altitudini, è mediocre e autosufficiente  perché possiede tutto.

Per vincere la mediocrità, la Chiesa, deve liberarsi da varie tentazioni:

-           la facile prosperità materiale, perché si deve cercare “prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia” (Mt. 6,33);

-           l’ambigua popolarità ottenuta con il miracolo spettacolare, perché non si deve strumentalizzare Dio ai propri bisogni di sicurezza;

-           l’ambizione del potere temporale, perché la vera liberazione dell’uomo nasce dal cuore.

La comunità cristiana così purificata e rivestita di “bianche vesti”, (la condizione nuova di risorti, iniziata già col battesimo), incomincerà il cammino di santità attingendo da Cristo il vero “oro” (che è l’amore), e l’autentico “collirio”, (che è il discernimento spirituale, per vedere meglio e in profondità la propria vita e trasformarla).

La santità è un processo di assimilazione a Cristo e ci porta a fare esperienza della creatività dell’amore del Padre e ci fa capire che in noi c’è un’iniziativa continua di Dio.

La santità non è solo la capacità di saper cogliere l’iniziativa di Dio, ma di trasformare la nostra vita in gesti di servizio; non ci santifichiamo da soli, ma con gli altri.

La santità è intimità: o viviamo con Dio questa realtà, oppure saremo degli eterni insoddisfatti.

Il magistero della Chiesa addita insistentemente la comune vocazione alla santità da attuare nella perfezione della carità in ogni ambito di esperienza: “Tutti i fedeli cristiani, di qualsiasi stato o ordine, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità: santità che promuove un tenore di vita più umano anche nella società terrena” (Concilio Vaticano II, Lumen gentium,40). I cristiani sono “abilitati e impegnati a manifestare la santità del loro essere nella santità di tutto il loro operare” (Giovanni Paolo II, Christifideles laici, 16).

L’uomo nuovo, che cresce nella santità, è anche santificatore. Amando gli altri in Dio e con il suo stesso amore, edifica la comunità cristiana, promuove una convivenza civile giusta e pacifica.

Purtroppo per molti la spiritualità resta confinata ai margini della vita, perchè essa segue la logica del piacere e dell’interesse immediato. Si fa riferimento a Dio solo in alcuni momenti marginali, specialmente nelle difficoltà. Molti considerano la spiritualità un lusso, utile solo a chi ne sente il bisogno. Non mancano però tendenze contrastanti: fioriscono numerosi movimenti di spiritualità, come per esempio, le scuole di preghiera.

A questo punto, possiamo domandarci: “In che cosa consiste la perfezione cristiana? Che cosa occorre per essere santi? Sono indispensabili esperienze straordinarie di contemplazione, profonde conoscenze, potere di fare miracoli, oppure basta l’amore concretamente vissuto nella storia di ogni giorno?”.

Gesù, nel Discorso della montagna, indica i contenuti della santità cristiana, presentando una serie di comportamenti ispirati alla carità (Mt. 5, 20-48) e l’apostolo Paolo pone la carità al di sopra di ogni altro valore (1 Cor. 13, 1-13). La santità, in definitiva, consiste nella carità, non occorrono esperienze mistiche o fuga dal mondo, basta vivere con amore la vita ordinaria: preghiera, relazioni familiari e sociali, lavoro, riposo, sofferenza, apostolato.

SETTENARIO DEI SIGILLI: IL TRONO

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 4, 1-11) 

1.      Dopo ciò ebbi una visione: una porta era aperta nel cielo. La voce che prima avevo udito parlarmi come una tromba diceva: Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito.

2.      Subito fui rapito in estasi. Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono uno stava seduto.

3.      Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile a smeraldo avvolgeva il trono.

4.      Attorno al trono, poi, c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro vegliardi avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo.

5.      Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni; sette lampade accese ardevano davanti al trono, simbolo dei sette spiriti di Dio.

6.      Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e intorno al trono vi erano quattro esseri viventi pieni d’occhi davanti e di dietro.

7.      Il primo vivente era simile a un leone, il secondo essere vivente aveva l’aspetto di un vitello, il terzo vivente, aveva l’aspetto d’uomo, il quarto vivente era simile a un’aquila mentre vola.

8.      I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere: Santo, santo, santo il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è e che viene!

9.      E ogni volta che questi esseri viventi rendevano gloria, onore e grazie a Colui che è seduto sul trono e che vive nei secoli dei secoli,

10. i venti quattro vegliardi si prostravano davanti a Colui che siede sul trono e adoravano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettavano le loro corone davanti al trono dicendo:

11. “Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza, perché tu hai creato tutte le cose, e per la tua volontà furono create e sussistono.

 

Commento esegetico.

 

Questa visione (4, 1-11 “il trono”) e la seguente (5, 1-14 “l’Agnello”) sono strettamente connesse; insieme formano la preparazione per la serie dei sette sigilli (6, 1-8).

“Dopo ciò ebbi una visione”: questa formula introduce un’altra visione di particolare importanza; difatti, l’espressione “dopo ciò, o dopo queste cose”, rimanda a una visione precedente, che inizia con quella introduttiva di Apocalisse 1, 12 ss., e prosegue per tutti i primi tre capitoli (con le lettere alle sette Chiese).

“Una porta era aperta nel cielo”: una sola porta è aperta  (non tutto il cielo 19,11). Questa visione è concessa a Giovanni, che è il solo ad essere ammesso nel mondo trascendente.

“Sali quassù”: questa ingiunzione implica la separazione completa dalla terra. Solo un intervento dall’alto, in un’estasi (1,10; 17,3; 21,10; 2 Cor. 12,2) può innalzare l’uomo verso il mondo del divino.

“Le cose che devono accadere”: v. 1,1:  “il piano salvifico di Dio, che si è manifestato in Gesù Cristo e che si sta costruendo nella storia” (vedi commento al Prologo).

“Fui rapito in estasi”: lo Spirito rapisce il veggente e lo accompagna fino alla porta del cielo; può vedere la corte ma non entra.

“C’era un trono nel cielo...”: il “trono” è un’immagine importante dell’Apocalisse (la troviamo più di quaranta volte) e ricorre spesso in contesti che sono polemici nei confronti dei molti troni che gli uomini innalzano ai potenti e ai falsi dei. In cielo c’è il trono di Dio e dell’Agnello, ma sulla terra c’è anche il “trono di satana” (Ap. 2, 13). Il trono è dunque un’immagine che allude alle due sovranità che si contendono il dominio della storia e del cuore dell’uomo. L’A.T. raffigurò Dio che sui cieli colloca il suo trono (Is. 14,13 ss.; 66,1; Mt. 5,34 ss.; 23,22). Il fatto che sia seduto sottolinea la sua funzione di re e giudice universale.

 “E sul trono uno stava seduto”: per rispetto alla divina trascendenza e per un timore riverenziale, il nome di Dio non viene mai menzionato. In conformità con questa usanza, Giovanni si astiene dal nominare o descrivere Dio. Evitando accuratamente ogni dettaglio antropomorfico, il veggente rimane fedele alla tradizione apocalittica che ricorre allo splendore delle pietre preziose per descrivere la trascendenza di Dio. Questa descrizione (Es. 24,10; Ez. 1, 26-28; 10,1) cerca di mostrare come Dio regni in una luce inaccessibile. Dio è luce (1 G. 1,5) e altro di Dio non si può dire. Ma il trono è anche avvolto dall’ “arcobaleno”, che non è soltanto espressione di luminosità, ma anche di pace e di alleanza (il “diluvio” in Gen. 9,13).

“Ventiquattro vegliardi”: questi vegliardi rendono omaggio e lode a Dio (4, 9-11; 5,8-11.14; 11,16-18, 19,4); adempiono anche all’ufficio sacerdotale di offrire le preghiere dei cristiani (5,8). Le loro vesti bianche simboleggiano lo stato glorificato del cielo (3,18; 6,11; 7,9). La loro prerogativa è di essere seduti su troni e pertanto di avere parte alle funzioni di Dio di giudicare e governare il mondo; questa è la promessa di Cristo ai cristiani fedeli (3,21).

Chi sono i vegliardi? Il numero 24 non ricorre altrove nelle letteratura apocalittica. E l’Apocalisse stessa usa il numero solo in questo caso. Alcuni hanno stabilito un nesso con le 24 divinità stellari della religione babilonese, altri con le 24 classi sacerdotali giudaiche. Più probabilmente, il numero è basato su quello delle tribù d’Israele: 12 vegliardi rappresenterebbero il popolo eletto dell’A.T. e 12 il nuovo Israele. Il gruppo dei 24 anziani personifica la Chiesa ideale nella sua totalità. La glorificazione della Chiesa sulla terra sarà attuata nel futuro, ma in pratica ha già avuto luogo nella risurrezione di Cristo (Ef. 2,6).

“Lampi, voci e tuoni”: questi sono i segni, o teofanie, che tradizionalmente esprimono il potere e la gloria di Dio (8,5; 11,19; 16,18; Es. 19,16; Ez. 1,13).

“Sette spiriti di Dio”: sono qui gli “angeli della faccia” (3,1; 8,2; Tb. 12,15), che sono gli inviati di Dio (5,6; Tb. 12,14; Lc.1,26).

“Un mare di vetro”: il tardo giudaismo aveva accettato l’idea dell’esistenza di un mare celeste, che era collocato nella parte più alta della calotta, cioè nel firmamento che divideva le acque superiori da quelle acque inferiori (Gen. 1,6). Si immaginava che sopra questo mare sorgesse il palazzo di Dio (Sal. 104,3; 148,4.). Qui il mare viene descritto come di vetro – un materiale costoso per gli antichi – simile a cristallo. Questa grandiosa immagine mira a porre in evidenza l’enorme distanza che esiste tra il veggente e qualsiasi uomo da una parte, e il sublime trono di Dio dall’altra.

“In mezzo al trono e intorno al trono”: è piuttosto difficile immaginare l’esatta posizione dei quattro esseri viventi. Ma ciò che è importante è il significato dei dettagli: il fatto che gli esseri siano in mezzo al trono, significa che essi sono in contatto intimo con Dio, mentre il fatto che siano attorno indica la loro azione universale nel mondo creato che essi rappresentano e governano nel nome di Dio.

“Quattro esseri viventi”: il concetto fondamentale è quello di Ez. 1,10: quattro esseri viventi (alla lettera: esseri animati, animali) sono i quattro angeli che presiedono al governo del mondo fisico (1,20): quattro è anche una cifra cosmica (i quattro punti cardinali, i venti; 7,1). Questi quattro esseri viventi rappresentano, quindi, la totalità della creazione in cui Dio è costantemente presente.

“Pieni d’occhi davanti e di dietro”: Dio esercita incessantemente la sua conoscenza e la sua vigilanza in modi che sono ravvisabili nell’intera natura (Ez. 1,5-21; 10,12). Questi quattro esseri simboleggiano quanto vi è di più splendido nella vita animata: il leone-nobiltà; il vitello-forza; l’uomo-saggezza;; l’aquila-agilità. L’intera creazione è così raffigurata davanti al trono di Dio, in adorazione della sua divina maestà e in adempimento del suo volere. A partire da Ireneo, la tradizione cristiana, ha considerato questi quattro esseri  come un simbolo dei quattro evangelisti.

“Ognuno aveva sei ali”: le ali possono simboleggiare la celerità con cui la volontà di Dio viene eseguita nell’intera natura creata.

“Giorno e notte... senza cessare”: l’incessante attività della natura, sotto l’influsso della provvidenza, gli rende lode.

“Santo, Santo, Santo”: questa dossologia rende lode al Dio che controlla la storia.

“E che viene”: sulla bocca degli esseri viventi che personificano la natura, si esprime il grande anelito dell’universo alla liberazione. (21,1 ss.; Rom. 8,19).

“Gli esseri viventi rendevano gloria”: la Chiesa (i 24 vegliardi) deve ininterrotamente associarsi alla natura nella lode a Dio. Qualsiasi progresso nella conoscenza della creazione dovrebbe favorire nel credente un approfondimento del suo spirito di adorazione e di lode.

“Si prostrarono”: nei tempi antichi prostrarsi e deporre le proprie corone esprimeva sia omaggio a un supremo padrone, sia sottomissione di vinti che chiedevano clemenza.

“Tu hai creato...”: essendo il Creatore di tutte le cose, Dio è il Signore di tutte le cose ed in particolare del corso della storia. La Chiesa perseguitata sulla terra può dunque sperare.

“Per la tua volontà furono create”: tutte le cose esistevano già nella potenza della volontà di Dio prima che egli le creasse.

 

In sintesi: Giovanni in questa seconda visione (la prima l’aveva avuto all’inizio del libro a Patmos) vede la maestà di Dio sul trono con in mano tutti i poteri (Is. 6, 1-4); contempla, inoltre, la posizione e la dignità immensa di Cristo, ottenute mediante la sua morte e il suo sacrificio. Il piano redentivo di Dio è noto solo a Gesù; per tutti gli altri esseri è un libro sigillato. Non c’è creatura che possa penetrare in questo piano meraviglioso di Dio, solo Gesù con la sua morte espiatoria ha il pieno diritto di penetrare nel piano di Dio riguardo agli uomini e di svelarne il mistero.

 

Commento spirituale.

 

Ci può essere un apparente contrasto tra quello che, in questo brano, dice la “voce” al veggente: “Sali quassù”; e la “voce” dell’angelo agli Apostoli dopo l’Ascensione di Gesù: “Perché state a guardare il cielo?”. In realtà , tra la vita attiva e quella contemplativa, c’è solo il rischio di sbagliare clamorosamente atteggiamento: guardare in direzione del cielo, mentre bisognerebbe con attenzione esplorare la terra e cogliervi le tracce della presenza nascosta del Signore e del suo passaggio misterioso. Ci può essere chi disgustato dalla terra e dai suoi abitanti, si rifugia verso una contemplazione sganciata e totalmente avulsa dalle vicende storiche e dalle realtà più scomode e compromettenti, e chi, invece, incapace di sostare a Gerusalemme in attesa del compimento delle promesse (Atti 1,4), fugge verso un attivismo frenetico. E’ difficile indovinare la via della navigazione evitando gli scogli opposti: uno spiritualismo disincarnato da una parte, e un apostolato senz’anima, di tipo manageriale dall’altra; la rassegnazione e la crociata; l’adattamento a tutte le mode e le ideologie da una parte e l’integrismo più ottuso dall’altra; la paura e il fanatismo; la timidezza e la spavalderia.

Forse sta qui, però, la bellezza anche così sofferta dell’essere cristiani: niente di deciso in partenza, nessun programma definito una volta per tutte, ma un cammino da inventare giorno per giorno, tra incertezze, ambiguità, imprevisti, che ci obbligano a rivedere costantemente le posizioni, il senso della realtà, senza rinunciare alla speranza.

Dobbiamo avere la coscienza di un compito immane, sproporzionato, di un mondo che non cambia, senza esitare, però, a produrre ogni giorno il proprio minuscolo impegno; avere la consapevolezza dei pericoli che ci minacciano senza, però, cedere alla tentazione di rinchiuderci in comodi rifugi, alla ricerca di facili consolazioni; ammettere la propria miseria per avere la possibilità di sperimentare in maniera discreta ma leale, la forza che viene dallo Spirito. Se tutto questo ci fa pensare che essere cristiani, cioè seguaci di Cristo Risorto, può significare lavorare nell’oggi alla costruzione della “civiltà dell’amore”, come diceva Paolo VI, allora l’apertura al trascendente che è Dio, non è alienazione per l’uomo, ma diventa garanzia insostituibile della sua stessa libertà; l’incontro con Dio è per l’uomo motivo di maggior impegno storico, fino all’eroismo.

IL LIBRO E L’AGNELLO

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 5, 1-14) 

1.      E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo,                        scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli.                  

2.      Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: “Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?”.

3.      Ma nessuno né in cielo, né in terra né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo.

4.      Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo.

5.      Uno dei vegliardi mi disse: “Non piangere più, ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli”.

6.      Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra.

7.      E l’Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono.

8.      E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi.

9.      Cantavano un canto nuovo. “Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione

10.  E li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra”.

11.  Durante la visione poi intesi voci di molti angeli intorno al trono e agli esseri viventi e ai vegliardi. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia

12.  E dicevano a gran voce: “L’Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione”.

13. Tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute, udii che dicevano: “A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli”.

14.  E i quattro esseri viventi dicevano: “Amen”. E i vegliardi si prostrarono in adorazione.

 

Commento esegetico.

 

Dopo la grandiosa visione del trono di Dio (4,1-11), ecco la visione dell’Agnello (5, 1-14) morto e risorto, una pagina cristologica fra le più importanti dell’intero Nuovo Testamento. Le due visioni sono strettamente collegate e complementari. Il profeta vede un Agnello come ucciso (è il Crocifisso) e nel contempo ritto in piedi (è il Risorto), con sette corna che significano la pienezza della forza e con sette occhi che si identificano con i sette spiriti di Dio e significano la divina onniscienza. Di Dio si è celebrata la creazione (4,11), dell’Agnello si celebra la redenzione (5,9: “Hai riscattato col tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione”).

I quattro viventi e i ventiquattro anziani si prostrano davanti a Lui come a Dio (7, 4-10 e 5,8). La corte celeste ripete per Lui l’inno di gloria già cantato in onore di Dio. E nel cantico liturgico finale, Dio e l’Agnello sono accomunati: “A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode e onore” (5,13).

Le due visioni sono, pertanto, complementari (il cristiano crede in Dio e nel suo inviato Gesù Cristo), e ci troviamo di fronte a una delle più esplicite affermazioni della divinità di Gesù e della sua sovranità universale e vittoriosa: il mondo è ancora in balìa del male, ma la vittoria è già nelle mani del Cristo morto e risorto.

Per valutare tutta l’importanza di questa pagina, occorre allargare l’orizzonte.

Secondo la concezione apocalittica ebraica e cristiana, la storia si svolge su due piani: la cronaca dei fatti, degli avvenimenti, delle realtà storiche che si susseguono e che si vedono, e il disegno di Dio che non si vede, ma sta nel profondo, nascosto dalla cronaca e tuttavia da essa rivelato.

L’apocalittica è attenta alle persone, agli avvenimenti e alle vicende del suo tempo, ma vede tutti questi fatti come “segni” e “strumenti” di una realtà che sta oltre.

L’apocalittica, quindi, non si accontenta di leggere i singoli avvenimenti, di confrontarli e collegarli tra loro. E’ convinta che per raggiungere la storia “vera” occorre porsi, in un certo senso, fuori di essa. Occorre una rivelazione. Per capire la storia bisogna guardarla dall’alto: il vero storico è il profeta.

La differenza e l’originalità dell’Apocalisse di Giovanni nei confronti di tutta l’apocalittica giudaica, sta nella visione del libro sigillato e dell’Agnello. La visione afferma che Gesù è al centro della storia. E’ osservando la sua vicenda di morte e resurrezione che noi possiamo comprendere la realtà profonda della storia. Non occorre, dunque, una nuova rivelazione, ma una “memoria”. Se “ricordiamo” la vicenda di Cristo, comprenderemo che il disegno di Dio è sempre combattuto; che addirittura c’è un tempo in cui le forze del male sembrano prevalere (la Croce), ma sappiamo anche che l’ultima parola è la risurrezione. La via dell’amore, della non violenza coraggiosa e del martirio, è crocifissa ma non vinta. Se vogliamo fare la storia, dobbiamo metterci alla sequela di Cristo, percorrere la sua stesa via,  metterci  “in cammino”, come Lui, verso Gerusalemme.

Concludendo questo quadro generale del quinto capitolo, possiamo dire che questo libro “sigillato” racchiude i “segreti” della storia, e che solo Cristo (l’Agnello), è capace di rompere i sigilli e aprire il libro, cioè di darne l’esatta interpretazione. E l’uomo può capire la storia, solo guardando Colui che ci ha “riscattati” con la sua morte e risurrezione.

“Io piangevo molto”: la situazione dei cristiani che subiscono la persecuzione sarebbe assurda e senza speranza, se Cristo con la sua morte, non avesse vinto (v.9), in tal modo mostra ai cristiani fedeli la strada per la loro vittoria (2,11.17.26; 3,5.12).

“Il germoglio di Davide”: questo titolo e quello precedente “il leone della tribù di Giuda”, indicano come l’Agnello abbia adempiuto le promesse veterotestamentarie (Is. 11,1.10; Rom. 15,12).

“Vidi in mezzo al trono un Agnello”: la posizione simboleggia lo stretto legame con Dio, della cui conoscenza (“sette occhi”) e potenza (“sette corna”: Deut. 33,17; Lc. 1,69) l’Agnello è partecipe. Ma l’Agnello è anche in mezzo agli anziani, indicando in tal modo che rimane legato alla sua Chiesa (1,13).

“L’Agnello”: questo è il titolo che più di ogni altro viene attribuito a Cristo nell’Apocalisse (28 volte). Il tema di Cristo sacrificato come un agnello (Gv. 1,29.36; 19,36; Atti 8,32; 1 Cor. 5,7; 1 Pt. 1,18 ss.) si riallaccia con quello del Servo di Jahwè (Is. 53,7) e dell’agnello pasquale (Es. 12). Ma l’Apocalisse considera l’Agnello come un conquistatore che dopo il suo sacrificio detiene un dominio universale.

“Come immolato”: porta ancora i segni del suo sacrificio (Gv. 20,25.17) ma non è più prigioniero della morte. L’azione dell’Agnello che prende il rotolo rappresenta la sua ascesa al trono. Le tre dossologie che seguono vv. 9ss. 12.13) corrispondono alle acclamazioni che seguivano di solito l’intronizzazione di un re.

“L’Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono”: la mano destra è simbolo dell’azione: lo Spirito Santo è Dio in azione per tutta la terra. Il libro indica il piano di Dio sul mondo, che, prima della venuta di Cristo, era sconosciuto: Gesù rivela il “mistero nascosto da secoli in Dio”.

“Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli”: prendere il libro, cioè assumere tutta la storia umana (uomini di ogni razza, lingua, popolo e nazione) e darle un senso. Nessuna filosofia è riuscita a farlo in maniera definitiva. Essa inciampa contro i limiti della finitudine e dell’irrazionalità. Solo Gesù, perché Dio (cioè trascendente) e uomo (immanente, dentro la storia), può rivelarne la portata e lo sbocco ultimo. L’uomo non si trova sulla terra solo per passare dall’età della pietra a quella della bomba atomica; egli è fatto per cercare e trovare Dio, e per costruire con lui la Gerusalemme celeste.

“Avendo ciascuno delle cetre”: questo era lo strumento con cui tradizionalmente (14,2; 15,2) si accompagnava il canto dei salmi.

“Le preghiere dei santi”: la chiesa sulla terra si associa alla Chiesa in cielo per rendere il culto a Dio e all’Agnello (8,3; Sal. 141,2; Lc. 1,10). I “santi” ( 8,3; 11,18; 13,7.10; Dan. 7,18) sono i fedeli del regno di Cristo appartenenti a Dio.

“Un cantico nuovo”: quest’espressione frequentemente usata nei Salmi (33,3; 40,3; 98,1), si riferiva originariamente a un insolito inno di lode, ma anche a un avvenimento straordinario (Is. 42,10). Questa novità della lode corrisponde al nome nuovo dato al vincitore (2,17; 3,12), alla nuova Gerusalemme (3,12; 21,1), al nuovo cielo e alla nuova terra (21,1), e infine al rinnovamento universale (21,5). In breve, l’intero universo (i quattro esseri viventi) e la Chiesa (i 24 vegliardi) celebrano Cristo il quale, mediante la risurrezione ha inaugurato la nuova èra.

“Tribù, lingua, popolo, nazione”:  questi quattro termini esprimono tutto l’universo fisico.

Come la dossologia è offerta tanto a Dio quanto all’Agnello, così la regalità e il dominio appartengono indistintamente al Padre e a Cristo (3,21).

Questa solenne liturgia termina con l’omaggio alla Chiesa celeste con i rappresentanti della creazione (v.14).

 

In sintesi: Gesù Cristo riceve dalla mano del Padre il libro sigillato (il piano salvifico è opera del Padre). E’ lui che realizza questo piano e lo rende noto.

 

Commento spirituale.

 

“Non piangere più, ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli”. Solo Gesù Cristo è in grado di spiegare i misteri della vita dell’uomo e della storia, e solo lo  Spirito Santo che guida la Chiesa può portare l’uomo alla comprensione del mistero di Cristo, presente nella storia e nella vita dell’uomo. Gesù stesso, salendo al Padre, ci dà quella profonda garanzia di cui avevamo bisogno: “Sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”. E su questo impegno del Cristo Risorto, che si poggia la fede della Chiesa; è grazie alla presenza del Signore che non verrà mai meno la fede della Chiesa; solo l’avvento del suo regno d’amore, sarà capace di  “rompere i sigilli” e squarciare il velo che nasconde il futuro e rivelare la direzione e il significato della vita dell’uomo.

Gesù di Nazareth non insegna una visione del mondo, ricavata dalla comune esperienza umana, un insieme di verità religiose e morali, frutto di riflessione particolarmente penetrante. Si presenta, invece, come il messaggero di un avvenimento appena iniziato e in pieno svolgimento. Il suo, prima di essere un insegnamento, è un annuncio, un grido di gioia: viene il regno di Dio! Una semplice frase, collocata in apertura del vangelo di Marco, riassume tutta la sua predicazione: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc. 1,15). Questa è la buona notizia che Gesù ha da comunicare. Questa è la causa per cui vive, la ferma speranza che lo sostiene.

Gesù si inserisce nel suo ambiente, inquieto e pieno di aspettative, con continuità e originalità. Il suo passaggio desta nella gente interesse, stupore, entusiasmo; a volte perfino un misterioso timore. Provoca in molti diffidenza, delusione, rifiuto e ostilità. Non lascia però indifferente nessuno.

Il suo annuncio è che il regno di Dio non è più solo da attendere nel futuro; è in arrivo, anzi in qualche modo è già presente. Viene in modo assai concreto, a risanare tutti i rapporti dell’uomo: con Dio, con se stesso, con gli altri e con le cose (Mt. 11, 2-6; 14, 14-21). Vuole attuare una pace perfetta, che abbraccia tutto e tutti. Al suo confronto l’esodo dall’Egitto e il ritorno da Babilonia erano solo pallidi presagi. Tuttavia il Regno non comporta né il trionfo della legge mosaica, né la rivoluzione nazionale, né gli sconvolgimenti cosmici. Bisogna credere innanzitutto all’amore di Dio Padre, che si manifesta attraverso Gesù, e convertirsi dal peccato, che è la radice di tutti i mali (Mt. 6,33).

Nelle parole, nei gesti e nella persona di Gesù, il Padre comincia a manifestare la sua sovranità salvifica, cioè il suo regno: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc. 17,21); “Se io scaccio i demòni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio” (Mt. 12,28).

Il presente, umile e nascosto, contiene una meravigliosa virtualità che si dispiegherà nel futuro. E’ come il seme che silenziosamente germoglia dalla terra e produce la spiga; come il minuscolo granello di senape che poi diventa un albero, come il modesto pugno di lievito che finisce per fermentare tutta la pasta (Mt. 4, 26-29, 13, 31- 32.33).

Il regno di Dio cresce là dove c’è amore e rispetto per il fratello, dove la condivisione è regola di vita e la solidarietà è di casa; il regno di Dio ha bisogno della nostra cooperazione, si nasconde nella normalità della vita quotidiana e addirittura nella debolezza, nell’apparente fallimento. E, comunque, si tratta sempre di un’esperienza germinale, destinata a compiersi perfettamente solo nell’eternità.

L’uomo sa ben poco del futuro che lo attende, può solo prevederlo; l’uomo può preparare il suo futuro con delle tecniche, però dovrà sempre riconoscere che il futuro sfugge al suo pieno controllo e sfuggirà sempre; neanche l’uomo-cristiano ha piani definiti di intervento né rivelazioni particolari che lo possano illuminare sul suo futuro, però ha una speranza che si concretizza non in un’idea ma in una Persona: Gesù di Nazareth, solo lui può rivelare il futuro dell’uomo (cioè “aprire il libro e i suoi sette sigilli”), che si realizzerà solo quando l’amore avrà l’ultima parola, la verità vincerà sulla menzogna e la solidarietà inaugurerà effettivamente un mondo nuovo. Non sopravviverà solo l’amore, ma il cuore che ama; non rimarrà solo la verità, ma la persona che per la verità ha vissuto e sofferto.

L’AGNELLO SPEZZA I SETTE SIGILLI

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 6, 1-17) 

1.      Quando l’Agnello sciolse il primo dei sette sigilli, vidi e udii il primo dei quattro esseri viventi che gridava come una voce di tuono: “Vieni”.

2.      Ed ecco mi apparve un cavallo bianco e colui che lo cavalcava aveva un arco, gli fu data una corona e poi egli uscì vittorioso per vincere ancora.

3.      Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente che gridava: “Vieni”.

4.      Allora uscì un secondo cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra perché si sgozzassero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada.

5.      Quando l’Agnello, aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente che gridava: “Vieni”. Ed ecco, mi apparve un cavallo nero e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano.

6.      E udii gridare una voce in mezzo ai quattro esseri viventi: “Una misura di grano per un danaro e tre misure d’orzo per un danaro! Olio e vino non siano sprecati”.

7.      Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: “Vieni”.

8.      Ed ecco, mi apparve un cavallo verdastro. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli veniva dietro l’Inferno. Fu dato loro potere sopra la quarta parte della terra per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra.

9.      Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa.

10. E gridarono a gran voce: “Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?”.

11. Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli che dovevano essere uccisi come loro.

12. Quando l’Agnello aprì il sesto sigillo, vidi che vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come sacco di crine, la luna diventò tutta simile al sangue,

13. le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra, come quando un fico, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i fichi immaturi.

14. Il cielo si ritirò come un volume che si arrotola e tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto.

15. Allora i re della terra e i grandi, i capitani, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero tutti nelle caverne e fra le rupi dei monti;

16. e dicevano ai monti e alle rupi: Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello,

17. perché è venuto il gran giorno della loro ira, e chi vi può resistere?

 

Commento esegetico.

 

La prima sezione (6, 1-8) ci offre una descrizione simbolica del contenuto del libro sigillato. L’apertura dei primi quattro sigilli, forma un’unità espressa in un parallelismo costituito dalla ripetizione delle stesse espressioni: “Quando l’Agnello ebbe aperto”, “sentii”, “vieni!”. Il veggente poi descrive il cavallo e il cavaliere, entrambi invitati a farsi avanti dai quattro esseri viventi (4,6 ss.). Inoltre, le piaghe scatenate dall’apertura dei quattro sigilli sono strettamente collegate l’una all’altra. I quattro cavalieri di questa prima visione sono ispirati da Zaccaria (1, 8-10 e 6, 1.3), ma simboleggiano anche i quattro flagelli di cui i profeti minacciavano Israele infedele: bestie selvagge, guerra, carestia e peste (Lev. 26, 21-26; Deut. 32,34; Ez. 5,17; 14, 13-21;). Questi mali contrassegnano tradizionalmente i tempi di calamità. Guerra, fame e peste segnano il decorso della storia umana, e nascono da circostanze naturali, ma agli occhi di Giovanni, esse sono un giudizio di Dio, un tipo di giudizio finale.

“Mi apparve un cavallo bianco”: l’apertura del primo sigillo potrebbe alludere ad avvenimenti contemporanei all’Apocalisse. Nel 62 d.C. il re dei Parti, Vologeso sconfisse i Romani; da allora i Parti rappresentarono per l’impero romano la minaccia più grave. Potrebbero essere qui rappresentati come il castigo che Dio infligge alle potenze che perseguitano la sua Chiesa. Difatti, il “bianco” è simbolo di vittoria, come lo è la corona ricevuta dal cavaliere. L’“arco” è l’arma caratteristica dei Parti.

“Colui che lo cavalcava”: a partire da Ireneo è stato spesso identificato con Cristo che in 19,11 ss. appare seduto sopra un cavallo bianco. Ma il contesto rende dubbia questa interpretazione: Cristo è già presente in questa scena come l’Agnello che apre i sigilli; mentre il cavaliere è in stretta connessione con i tre che seguono e che sono tutti portatori di piaghe.

Questo cavaliere rappresenta una potenza vincitrice a cui nessuno può resistere.

“Vieni”: questo verbo (“erchesthai”) nell’Apocalisse si riferisce solitamente alla venuta di Dio o di Cristo. In questo caso l’imperativo corrisponderebbe alle richieste dello Spirito della sposa e di Giovanni (22, 17.20), i quali tutti invocano la venuta di Cristo. In questo caso egli verrebbe in aiuto ai suoi per mezzo di una potenza vincitrice che punirà i persecutori della sua Chiesa.

“Cavallo rosso... grande spada”:  indicano le sanguinose guerre che succederanno alle conquiste del primo cavaliere.

“Cavallo nero... una bilancia”: (Lev. 26,26; Ez. 4,16); “il cavallo nero e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano”: è la carestia, che colpì l’Asia Minore negli anni 92-93 d.C. I prezzi di prima necessità (frumento e orzo) salirono alle stelle, non però il vino e l’olio.

L’orzo era il cibo dei poveri, ed era tre volte meno caro del frumento.

Il denaro, invece, era la paga di un giorno (Mt. 20,2 ss.), e con un denaro si poteva comprare una misura di grano, cioè quel tanto che era strettamente necessario per sopravvivere.

“Cavallo verdastro... morte”: il colore “verde” è quello del cadavere in putrefazione, soprattutto per effetto della peste; la morte colpisce la quarta parte dell’umanità con la guerra, la fame, la peste e le fiere. In Ez. 14,21 questi quattro flagelli indicano la devastazione che segue la guerra.

All’apertura del “quinto sigillo”, la scena cambia improvvisamente, non più sciagure, ma l’anticipo della loro conclusione.

Ad imitazione dell’Agnello immolato, la Chiesa appare perseguitata nei suoi membri, “sotto l’altare”: che è il corrispondente dell’altare degli olocausti nel tempio di Gerusalemme. Le “anime” , sono i martiri che rendono testimonianza a Cristo, il loro sacrificio rievoca il rito di spargere il sangue ai piedi dell’altare (Lev. 17,11.14; Deut. 12,23).

“Fino a quando...”: è il grido dei martiri (“la veste bianca” simboleggia la loro vittoria e la loro partecipazione alla felicità della vita eterna: 7, 13-17) che non sempre comprende il ritardo nel fare giustizia; la pazienza di Dio alle volte sembra noncuranza. La risposta a questo grido è semplice: il tempo non è più tanto lungo (“ancora un poco”) e, comunque, il suo prolungarsi è dovuto alla bontà di Dio che intende completare il numero degli eletti. Per certi versi viene in mente la parabola evangelica dell’albero sterile (Lc. 13, 6-9): il contadino prega il padrone di pazientare ancora un poco prima di sradicarlo. Ma forse la prospettiva dell’Apocalisse è diversa: sembra voglia dire che la storia debba avere il suo tempo: il tempo perché appaia tutto il male di cui è capace, ma anche il tempo in cui possa apparire tutto il coraggio e la forza del martirio di cui è capace: deve completarsi il numero degli eletti.

Per tutto questo non è ancora la fine (“manca ancora un poco”). Siamo ancora nel tempo della salvezza, non del giudizio definitivo. Gli sconvolgimenti che avvengono sono premonitori, segnali di un giudizio vicino e rigoroso, e vogliono spingere al ravvedimento, senza dichiarare chiusa la partita.

La preghiera dei martiri (“Fino a quando, Sovrano, non vendicherai il nostro sangue?”) sembra molto lontana da alcune pagine evangeliche, come ad esempio, dalle parole di Gesù sulla Croce: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc. 23,34). Ma forse più che di lontananza si deve parlare di prospettiva differente: nell’azione di Dio c’è insieme il perdono e la giustizia. Certo il discepolo è invitato al perdono , ma lui sa anche che nella storia c’è una necessità di giudizio e di giustizia, e che i conti devono tornare. L’apocalittica è particolarmente interessata a questo aspetto. E del resto lo stesso Vangelo non ha soltanto parole di perdono illimitato. Ha anche parole di giudizio: “Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti che gridano a lui giorno e notte? Li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente” (Lc. 18, 7-8).

Con l’apertura del “sesto sigillo”  la visione assume una dimensione cosmica: il sole e la luna, le stelle e il cielo, i monti e le isole sono coinvolti nella catastrofe. L’intero passo abbonda di immagini tratte dai profeti. I turbamenti cosmici, specie il dissolversi dei cieli, erano simboli familiari alla tradizione profetica e apocalittica concernente il giorno di Jahwè (Amos 8,9) e la fine del mondo (Lc. 21,25). Sarebbe un errore interpretare queste immagini in senso letterale; designano piuttosto sconvolgimenti sociali.

“Terremoto”: Is. 2,19: Gioele 2,10; Am. 8,8; Mc. 13,8.

“Il sole e la luna”: Is. 13,10; Ez. 32,7; Gioele 3,4; Mc. 13,24; Atti 2,20.

“Stelle”: sono rappresentate come fisse nel firmamento. Cadono a terra come fichi acerbi, in primavera, scossi da un forte vento (Naum 3,12; Mc. 13,25).

“Il cielo si ritirò”: la volta del cielo, considerata come una calotta solida, sarà arrotolata con la stessa rapidità con cui si avvolge un rotolo (2 Pt. 3,12).

“I re della terra”: sono gli imperatori romani, in quanto capi di stato ostili a Cristo e alla sua Chiesa (Salmo 2,2 ss.; Atti 4,26 ss.) e sono in cima alla lista.

“I grandi”: sono gli ufficiali di stato, per esempio, i proconsoli persecutori.

“I ricchi e i potenti”: né il benessere né la forza fisica permetteranno di sfuggire al giudizio di Dio.

“Si nascosero”: consci della propria colpa, gli empi temono Dio più della morte. Questa reazione psicologica del peccatore, già notata in Gen. 3,8 continuerà a torturare anche l’ultima generazione dell’umanità empia.

“Il gran giorno”: Gioele 2,11; 3,4; Sof. 1,14 ss.; 2,3.

“Chi può resistere?”: Naum 1,6; Mal. 3,2.

 

In sintesi: la storia umana è una storia di salvezza, anche se lungo i secoli, le generazioni future vedranno ancora schiere foltissime di martiri giungere alla vita attraverso la morte, pervenire alla vittoria per mezzo della sconfitta e arrivare alla gloria mediante il sacrificio. Dio misura le cose con spanne infinitamente più grandi delle nostre e pensa in termini di millenni. Non si deve quindi badare alle tribolazioni del momento, sapendo che la crescita della Chiesa trionfante è continua ed esplosiva, bisogna avere l’ottimismo della fede: si deve cioè essere certi che il Regno di Dio aumenta ininterrottamente e che alla fine tutto si consumerà nella luce e nella gloria.

 

Commento spirituale.

 

“Fino a quando...”: questa è la preghiera del perseguitato, dell’oppresso, di colui che attende solo da Dio la giustizia, E’ la supplica che la vedova rivolge al giudice iniquo “fammi giustizia”.

La preghiera non è solo accettazione, rassegnazione, ma è principio di trasformazione, è potenza di cambiamento radicale, perchè noi tutti, lo vogliamo o no, dobbiamo fare i conti con la banalità del quotidiano; tutti noi giorno per giorno avvertiamo l’assenza di novità, di avvenimenti eccezionali, questo stanco succedersi di giorno feriali: le stesse cose, le stesse occupazioni, le stesse persone senza interesse, spesso siamo impigliati nella soffocante ragnatela della monotonia. La preghiera può cambiare tutto se noi troviamo nelle cose quotidiane, banali, piatte, grigie un’impronta di eternità e un presagio di Dio.

La preghiera ci risarcisce della banalità del quotidiano, ci fa intuire lo splendore delle cose, sotto la polvere che la ricopre.

Gesù stesso prega a lungo, interrompendo la sua attività, per farci capire che la vita non è solo efficienza e lavoro, è anche contemplazione, amicizia, gioco, festa. Nella preghiera l’uomo vive consapevolmente la dipendenza da Dio e l’amore per lui; ringrazia e loda per i doni ricevuti; chiede e si dispone ad accogliere quelli sperati.

“Tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete” (Mt. 21,22). Con queste parole il Signore non si è impegnato a esaudire tutti i nostri desideri, ma a compiere tutte le sue promesse. Dobbiamo chiedere innanzitutto il regno di Dio, la presenza dello Spirito Santo in noi. Possiamo anche chiedere con semplicità e fiducia qualunque cosa buona, secondo le nostre necessità; ma senza pretese, subordinando il nostro desiderio alla volontà di Dio, lasciandoci condurre per le vie misteriose della Provvidenza.

Dio spesso non esaudisce la nostra richiesta concreta; ma ci viene incontro in un modo più alto, come fece con Gesù che fu liberato dalla morte in maniera diversa da come umanamente desiderava (Eb. 5, 7-9). Così veniamo trasformati interiormente; ci conformiamo alla divina volontà di salvezza; riceviamo energie e motivazioni più pure. In questo senso la preghiera è sempre efficace.

Nel nostro contesto, però, la preghiera: “Fino a quando...” è l’invocazione dei martiri che attendono solo da Dio una risposta alle loro richieste di giustizia, e sappiamo che il martire è il primo testimone di Cristo, non perché ha vissuto qualcosa e fornisce un resoconto delle sue emozioni interiori o esteriori, ma perché ha consegnato la sua vita al Signore.

Testimone di Gesù non è certamente la persona più colta, più curata, ma è quel povero che nulla è, e nulla ha, dal momento che ha consegnato tutto, soprattutto se stesso a Dio, una volta per sempre, nella speranza che se egli cerca il Signore, tutto il resto gli sarà dato in sovrappiù.

Con Gesù è arrivato il tempo in cui gli uomini possono essere trasformati e così partecipare alla vita stessa di Dio pur nella precarietà della condizione umana. L’uomo è fatto per la gloria e Gesù gli manifesta che c’è qualcosa in lui che va oltre ciò che egli è, ciò che egli fa.

Il mondo d’oggi vuole contemplare sul nostro volto la luce del Signore risorto.

IL TRIONFO DEGLI ELETTI

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 7, 1-17) 

1.      Dopo ciò, vidi quattro angeli che stavano ai quattro angoli della terra, e trattenevano i quattro venti, perché non soffiassero sulla terra, né sul mare né su alcuna pianta.

2.      Vidi poi un altro angelo che saliva dall’oriente e aveva il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli ai quali era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare:

3.      “Non devastare né la terra, né il mare, né le piante, finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi”.

4.      Poi udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila, segnati da ogni tribù dei figli d’Israele:

5.      dalla tribù di Giuda dodicimila; dalla tribù di Ruben dodicimila; dalla tribù di Gad dodicimila;

6.      dalla tribù di Aser dodicimila; dalla tribù di Nèftali dodicimila; dalla tribù di Mànasse dodicimila;

7.      dalla tribù di Simeone dodicimila; dalla tribù di Levi dodicimila; dalla tribù di Issacar dodicimila;

8.      dalla tribù di Zàbulon dodicimila; dalla tribù di Giuseppe dodicimila; dalla tribù di Beniamino dodicimila.

9.      Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani.

10. E gridavano a gran voce: “La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello”.

11. Allora tutti gli angeli che stavano intorno al trono e i vegliardi e i quattro esseri viventi, si inchinarono profondamente con la faccia davanti al trono e adorarono Dio dicendo:

12. “Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen”.

13. Uno dei vegliardi allora si rivolse a me e disse: “Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?”.

14. Gli risposi: “Signore mio, tu lo sai”. E lui: “Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello.

15. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.

16. Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta,

17. perchè l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi”.

 

Commento esegetico.

 

Tra il sesto e il settimo sigillo, Giovanni inserisce la visione della Chiesa, che ha lo scopo di contrapporre la Chiesa, gloriosa e protetta da Dio, agli “abitanti della terra” che sono presi dal panico per l’approssimarsi del giudizio (6, 15-17). In questa prima visione, Giovanni vede il popolo di Dio su questa terra posto sotto la divina protezione in vista del tempo dell’imminente tribolazione.

“Quattro angoli della terra”: la terra è vista come una superficie rettangolare (20,8; Is. 40,22).

“Quattro venti”: si credeva che i venti favorevoli spirassero dai lati della terra, mentre quelli nocivi dagli angoli. I quattro venti che soffiano dai confini della terra (Ger. 49, 36; ; Mc 13,27; Dan. 8,8; 11,4) simboleggiano le forze distruttrici di questo mondo e annunciano l’ultimo giorno (Dan. 7,2; Zacc. 6,5).

“Quattro angeli”: come un angelo ebbe il potere sul fuoco (14,18) e un altro il dominio sull’acqua (16,5), così i quattro angeli sono qui preposti ai venti con il compito di imbrigliarli.

“Il sigillo del Dio vivente”: secondo l’usanza degli antichi, i signori orientali imprimevano il sigillo del loro anello sulle loro proprietà; qualunque cosa contrassegnata dal sigillo apparteneva al signore ed era sotto la sua protezione (Ez. 9,4; Es. 12, 7-14).

Chiunque porti “il sigillo del Dio vivente” sarà perciò sua proprietà (2 Cor. 1,22; Gal. 6,17; Ef. 1,13; 4,30; Gv. 6,27). Ciò non vuol dire che i cristiani debbano sfuggire alla persecuzione o alla morte (6,11; 13,15; 20,4); ma Dio darà agli oppressi la forza necessaria per aiutarli a perseverare.

“144 mila”: cioè 12x12x1000. Il numero 12 corrisponde alle tribù d’Israele, (il popolo di Dio) e 1000 indica un numero molto grande, perciò 144.000 simboleggia la moltitudine degli eletti il cui vero numero è noto a Dio soltanto (6,11).

“Nazione, razza, popolo e lingua”: la folla degli eletti è incalcolabile. In un primo momento sembra che gli eletti provengano unicamente dalle tribù d’Israele, ma poi si precisa che la folla dei salvati proviene da ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Giovanni non pensa all’antico Israele, ma al “nuovo”, che non è racchiuso entro i confini della razza, ma della fede.

“Giuda”: questa tribù è enumerata per prima perché da essa proviene Cristo (5,5).

“Levi”: sostituisce Dan, tribù considerata infedele e dalla quale, secondo la tradizione più tardiva, sarebbe sorto l'anticristo.

“Una folla che nessuno poteva contare”: i vv. 9-12 descrivono il trionfo degli eletti, mentre i vv. 13-17 si soffermano a spiegare i dettagli che simboleggiano la loro felicità: “le palme” sono un segno della vittoria e del ringraziamento degli eletti (1 Macc. 13,51; 2 Macc. 10,7); “la salvezza” esprime la lode degli eletti a Dio e all’Agnello, per la loro salvezza; l’“Amen”: posto all’inizio e alla fine della dossologia, fa da cornice all’intero inno ed esprime la piena partecipazione di tutti gli angeli alla lode degli eletti (5,14; 19,4).

“Questi sono coloro che sono passati dalla...”: molti li identificherebbero solo con i martiri. Sarebbe tuttavia forse meglio identificare questa folla con tutti i membri della Chiesa che sono rimasti fedeli durante la crisi finale: questa visione continua quella precedente concernente l’intera Chiesa sulla terra.

“Grande tribolazione”: allude, forse, alle persecuzioni scatenate contro i cristiani, soprattutto a quella di Nerone che ne era il prototipo. Ma può anche riferirsi alla grande tribolazione (Dan. 12,1; Mc. 13,19) descritta in 13,7-10  che, (secondo tutti i testi apocalittici) precederà il giudizio finale.

“Hanno lavato le loro vesti”: la “veste bianca” significa molto spesso la gloria celeste degli eletti (3,5; 6,11; 19,8) e degli angeli (4,4; 19,14).

Tuttavia, la “veste bianca” non è una conseguenza dell’ingresso nella gloria escatologica, ma piuttosto una condizione (22,14). In realtà quest’immagine designa la stessa condizione cristiana, un dono di Cristo elargito nel momento in cui l’uomo diventa membro della Chiesa. Ma c’è il pericolo di perdere questo dono; la “veste bianca” pertanto connota, per il cristiano tuttora sulla terra, un aspetto morale, cioè di impegno per conservare questo dono fino al termine della vita terrena.

“Nel sangue dell’Agnello”: il “sangue” è simbolo della morte di Cristo e dell’efficacia della sua opera salvifica (Ef. 1,7; Col. 1,20; Eb. 9,14). La formula “nel sangue” utilizzata nel N.T. (Ef. 2,13; Rom. 3,25) potrebbe derivare dalla liturgia eucaristica (1 Cor. 11,25).

Come gli angeli (4,8 ss.), gli eletti che vivono in unione con Dio sono rappresentati nell’atto di celebrare senza interruzione una liturgia celeste (21,5; 22,5). La totalità del popolo santo di Dio prende parte a questa adorazione, e non soltanto i sacerdoti.

La felicità celeste è descritta in una serie di espressioni veterotestamentarie. I verbi sono tutti al futuro e pongono in risalto come questa visione termini con una promessa: i cristiani non conosceranno mai più la “sofferenza” (Is. 49,10; Salmo 121,6; Gv. 4,14; 6,35; 7,37). L’ “Agnello sarà loro pastore”: Sal.23; 80,2;Is. 40,11; Ez. 34,23; Gv. 10, 11-16; “li guiderà”: Es. 15,13; Deut. 1,33; Sal. 5,9; 86,11; “alle fonti delle acque della vita”: Ger. 2,13; Sal. 35,10; “asciugherà ogni lacrima”: Is. 25,8.

 

In sintesi: il testo mostra una visione anticipata della beatitudine celeste (che verrà descritta al cap. 21), della Chiesa trionfante, la Gerusalemme celeste il cui “progettista e architetto è Dio stesso” (Eb. 11,10).

 

Commento spirituale.

 

Questo brano descrive con alcune immagini bibliche la gioia escatologica e la felicità dei “beati”: “l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi”.

Il Cristianesimo è la religione della gioia, non a caso la figura letteraria della “beatitudine” è piuttosto frequente nella Bibbia.

Come mai allora molti credenti non mostrano di essere particolarmente felici? Qual è la via cristiana della felicità?

Secondo le beatitudini dell’Antico Testamento, la felicità si trova nella fede in Dio, nel devoto rispetto verso di lui, nell’obbedienza alla sua legge: “Beata la nazione il cui Dio è il Signore, il popolo che si è scelto come erede” (Sal. 33,12); “Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe, chi spera nel Signore suo Dio, creatore del cielo e della terra, del mare e di quanto contiene. Egli è fedele per sempre, rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati” (Sal. 146, 5-7); “Beato l’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie” (Sal. 128,1), “Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte” (Sal. 1, 1-2).

Nel Nuovo Testamento si incontrano le beatitudini della fede (Lc. 1,45; 11,28; Gv. 20,29), della scoperta di Gesù (Mt. 13,16; 16,17), della vigilanza operosa (Mt. 24,46), del servizio reciproco (Gv. 13,17) e altre ancora. Soprattutto risaltano le beatitudini del Regno (Mt. 5, 3-12; Lc. 6, 20-23), che sintetizzano la perfezione cristiana e delineano il ritratto del discepolo di Gesù. Anzi, prima ancora, “sono una specie di autoritratto di Cristo e, proprio per questo, sono inviti alla sua sequela e alla comunione di vita con lui” (Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor, 16). Esse indicano una via imprevedibile e paradossale alla felicità: è la via dell’amore crocifisso, che dà significato alla sofferenza anche prima di eliminarla e, quando è possibile, lotta con mezzi pacifici per superarla.

I poveri, i malati, i perseguitati possono essere felici. Con il dono di se stessi nell’amore partecipano alla vita e alla gioia di Dio, che riscatta qualsiasi situazione. L’annuncio di Gesù trova sorprendente verifica nell’esperienza concreta dei suoi discepoli. Così si esprime Paolo con i cristiani di Corinto: “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione” (2 Cor. 1, 3-4); “Afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!” (2 Cor. 6,10), “Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione” (2 Cor. 7,4); “Mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor. 12,10).

Questa gioia, che può coesistere anche con la sofferenza, è partecipazione del cristiano alla pasqua di Cristo. “Come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione” (2 Cor. 1,5); “Abbiamo questo tesoro in vasi di creta... portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo” (2 Cor. 4,7.10).

La via cristiana alla felicità si delinea con particolare nitidezza nel Discorso della Montagna o “Beatitudini”; esse si riassumono nell’affidarsi totalmente all’amore di Dio e nel riamare Dio e gli altri fino al dono totale di sé. Su questa via Gesù si pone davanti a noi come modello vivo e personale, con una forza di persuasione e una ricchezza di valori che trascende qualsiasi norma etica. Egli incarna la legge e la supera nell’amore. Chi lo segue “non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv. 8,12).

SETTENARIO DELLE TROMBE

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 8, 1-13) 

1.      Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora.

2.      Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe.

3.      Poi venne un altro angelo e si fermò all’altare, reggendo un incensiere d’oro. Gli furono dati molti profumi perché li offrisse insieme con le preghiere di tutti i santi bruciandoli sull’altare d’oro, posto davanti al trono.

4.      E dalla mano dell’angelo il fumo degli aromi salì davanti a Dio, insieme con le preghiere dei santi.

5.      Poi l’angelo prese l’incensiere, lo riempì del fuoco preso dall’altare e lo gettò sulla terra: ne seguirono scoppi di tuono, clamori, fulmini e scosse di terremoto.

6.      I sette angeli che avevano le sette trombe si accinsero a suonarle.

7.      Appena il primo suonò la tromba, grandine e fuoco mescolati a sangue scrosciarono sulla terra. Un terzo della terra fu arso, un terzo degli alberi andò bruciato e ogni erba verde si seccò.

8.      Il secondo angelo suonò la tromba: come una gran montagna di fuoco fu scagliata nel mare. Un terzo del mare divenne sangue,

9.      un terzo delle creature che vivono nel mare morì e un terzo delle navi andò distrutto.

10. Il terzo angelo suonò la tromba e cadde dal cielo una grande stella, ardente come una torcia, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque.

11. La stella si chiama Assenzio; un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono per quelle acque, perchè erano diventate amare.

12. Il quarto angelo suonò la tromba e un terzo del sole, un terzo della luna e un terzo degli astri fu colpito e si oscurò: il giorno perse un terzo della sua luce e la notte ugualmente.

13. Vidi poi e udii un’aquila che volava nell’alto del cielo e gridava a gran voce: “Guai, guai, guai agli abitanti della terra al suono degli ultimi squilli di tromba che i tre angeli stanno per suonare!”

 

Commento esegetico.

 

Il settimo sigillo contenente la volontà di Dio per quanto riguarda la storia (5,1) è aperto per ultimo. Dopo tutti gli avvenimenti straordinari che hanno accompagnato l’apertura dei sigilli precedenti, ci si aspettava il momento culminante, il giudizio di Dio (6,17). Invece non accade nulla, in effetti il settimo sigillo preannuncia la serie successiva e il suo contenuto viene svelato man mano che squillano le sette trombe.

“Si fece silenzio per circa mezz’ora”: come nella tradizione profetica (Is. 41,1; Sof. 1,7; Zc. 2,17) il silenzio solenne precedeva e annunziava la gloriosa venuta di Jahwé nel gran giorno del giudizio, così anche in questo contesto, c’è un forte contrasto tra gli inni che precedono (vv. 3 e 4) e il frastuono che segue (v.5).

“Le sette trombe”. Le sette trombe ripetono, in una sorta di parallelismo, lo stesso movimento dei sette sigilli. Anche il contenuto è molto simile, ma non è pura ripetizione: le immagini variano e le sciagure sembrano aumentare di intensità. Anche qui una scena celeste (8, 2-6) serve da introduzione. Le prime quattro trombe (8, 7-12) formano un gruppo compatto, come i primi quattro sigilli. La quinta (9,1-12) e la sesta tromba (9, 13-21) hanno uno sviluppo più ampio rispetto alle precedenti. Infine, una duplice visione precede lo squillo della settima tromba.

Il simbolismo della tromba ricorre con una certa frequenza nei passi escatologici e apocalittici (Gioele 2,1). E’ presente anche nel Vangelo (Mt. 24,31) e in Paolo (1 Tess. 4,16).

“Sette angeli ritti davanti a Dio”:  sono denominati gli “angeli della presenza” perché, secondo la tradizione giudaica (Tobia 12,15), stanno alla presenza immediata di Dio (Lc. 1,19). Questo modo di descriverli è preso dal protocollo delle corti orientali.

“Poi venne un altro angelo”: come l’“angelo di pace” di certe apocalissi, egli compie qui il ruolo di intermediario tra Dio e gli uomini, offrendo a Dio le preghiere dei santi (Tobia 12,15), e agendo in qualità di esecutore sulla terra del decreto di Dio.

“Altare”: il testo qui ha messo insieme in un unico altare (6,9; 9,13; 14,18; 16,7), i due corrispondenti nel tempio di Gerusalemme: quello degli olocausti e  quello dei profumi (Es. 30,1).

“Si fermò all’altare”: è l’altare dei profumi (Es. 30,1; 1 Re 6, 20-21); - “un incensiere d’oro” – la BJ (la Sainte Bible de Jérusalem/ Paris) traduce: “paletta d’oro”; serviva a trasportare le braci ardenti dall’altare degli olocausti sull’altare dei profumi.

“Le preghiere dei Santi”:  sono le ferventi preghiere che tutti i cristiani perseguitati rivolgono a Dio. Per purificare queste preghiere dall’imperfezione umana e renderle gradite a Dio, l’angelo aggiunge “molti profumi”. Le preghiere così purificate e presentate a Dio dall’angelo, s’innalzano fino a Dio come il fumo dell’incenso. I cristiani che combattono e soffrono sulla terra possono avere la garanzia che le loro preghiere saranno esaudite. Infatti il profumo dell’incenso che sale verso Dio e, poi, il fuoco disceso sulla terra, significano che le preghiere dei giusti, supplicanti e perseguitati, sono state esaudite. Giovanni si riferisce certamente alla preghiera riportata in Ap. 6, 9-11: “Fino a quando, o Signore, tu che sei santo e fedele, non farai giustizia vendicando il nostro sangue?”.

“Il fuoco dell’altare”: è il simbolo dell’ira di Dio sulla terra (Ez. 10,2; Gen. 19,24), la sua risposta alla preghiera dei santi che attendevano la liberazione dalla persecuzione. Infatti, le piaghe non colpiranno coloro che portano il sigillo divino, ma solo i loro empi persecutori (9, 4.20 ss.).

“Tuoni, fulmini e terremoti”: sono i segni premonitori dell’ira divina che si manifesterà attraverso le piaghe che si sprigioneranno dalle sette coppe.

Le prime quattro trombe: sono descritte in modo parallelo (8, 7-12) e richiamano catastrofi naturali della fine del I secolo. Le descrizioni sono brevi e contengono espressioni simili. Le piaghe riguardano direttamente la natura, divisa com’è in quattro sezioni: terraferma, mare, fonti delle acque e stelle (14, 7; 16, 2-9). Solo un terzo di questi elementi viene colpito: le calamità distruggono la sicurezza dell’esistenza umana, ma non costituiscono la totalità del giudizio divino, servono da ammonimento, invitano gli uomini al pentimento. Molti tratti sono presi dalle piaghe d’Egitto (Es. 7 ss.), e riflettono il tipo degli interventi storici di Dio contro coloro che si oppongono al suo piano di salvezza.

“Grandine e fuoco”: della prima tromba fanno riferimento alla settima piaga d’Egitto (Es. 9, 22-26; Ez. 38,22; Gioele 3,3ss.; Atti 2, 19ss.), anche se ne supera le dimensioni.

“Una montagna di fuoco”: della seconda tromba, allude probabilmente all’eruzione del Vesuvio (79 d.C.) o ad altri vulcani presso il mare.

“Un terzo del mare divenne sangue”: questa piaga corrisponde alla prima piaga d’Egitto (Es. 7, 20-21; Salmo 78,44).

“Assenzio”: era considerata una sostanza estremamente amara e velenosa. L’A.T. aveva usato la metafora della trasformazione in assenzio per indicare i frutti amari dell’idolatria (Deut. 29, 17), la perversione della giustizia (Am. 5,7; 6,12) e la punizione di Dio (Ger. 9,14; 23,15).

“Molti morirono per quelle acque”: un terzo delle provviste di acqua fresca, una necessità di vita, è avvelenato.

“La terza parte degli astri si oscurò”: è il richiamo alla nona piaga d’Egitto (Es. 10,21), annunciata per la fine dei tempi (Amos 8,9; Gioele 4, 15).

“Un’aquila”: adempie alla funzione di “un angelo”, annuncia le piaghe che si sprigionano dalle ultime tre trombe e che si abbatteranno direttamente sul genere umano. Il triplice anatema “Guai, guai, guai”, è rivolto a “coloro che abitano sulla terra”, cioè agli increduli pagani.

 

In sintesi: dopo l’apertura del settimo sigillo che doveva rivelare la venuta trionfale del Signore Gesù, non accade nulla, c’è un’atmosfera di suspense resa ancora più acuta da un silenzio impressionante. Non accade nulla: segno che non è ancora giunto il momento della fine. L’ora della fine dei tempi non è ancora scoccata. Ecco perché il contenuto del settimo sigillo viene tenuto nascosto.

 

Commento spirituale.

 

“Si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora...”.

Voglio commentare questo brano parlando del silenzio.

L’Angelico - il pittore domenicano del XV secolo, che fu denominato “beato” per l’atmosfera quasi paradisiaca che pervade i suoi dipinti - ha immaginato come ambiente per l’Annunciazione, il chiostro del suo convento fiorentino di S. Marco, e raffigura Maria al centro di un prato cosparso di fiori multicolori e inquadrato entro archi slanciati e sottili colonne.

Un poeta ha scritto che il chiostro è “l’anello della sposa” per significare che esso collega, nel segno della bellezza e dell’intimità, il monastero (segno dell’anima) con la chiesa (abitazione di Dio). Nel chiostro l’anima vive lo spazio del silenzio, lontano dai rumori del luogo ove scorre la vita, anzi dallo stesso risuonare dei canti liturgici e dal salmeggiare degli oranti, per trovare, nella libertà del silenzio, la via della comunione con Dio.

Il silenzio non è mutismo. Il mutismo è una sorte di malattia, che coglie chi è incapace di credere ai molti modi di parlare di Dio.

Il silenzio è lo spazio nel quale lo spirito può aprire le ali, perché durante la permanenza in esso lo spirito si arricchisce dei desideri, delle aspirazioni e delle forze che lo liberano dai legami che gli impediscono di levarsi in alto e prendere il volo. Nel Vangelo è detto che Gesù impone il mutismo soltanto ai demoni (Mc. 1,25; Lc. 4,35); ma compie la sua missione salvifica “facendo parlare i muti” (Mt. 7,37): libera perciò l’uomo dal mutismo che è un male, e cerca invece per sé il silenzio, ritirandosi “in un luogo appartato per pregare” (Lc. 9,18; 5,16; Mt. 14,23) e invitando i suoi discepoli a fare altrettanto: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’” (Mc. 6,31).

 

                                                                  Preghiera

 

“Il silenzio ci circonda, Signore

e l’uomo vorrebbe turbarlo. Non ci riesce.

Tutta la natura ci parla continuamente di Te,

e Tu ci parli attraverso questa immensità,

profondamente immersa nella pace divina.

Silenzio! Il tuo silenzio, Signore!

Lo sentiamo, ma fatichiamo ad ascoltare la Tua voce che parla,

in tono quasi impercettibile.

Ci chiami uno per uno, e rimani in attesa,

in ascolto del sussurro nostro

per accoglierlo e ricambiarlo

in pienezza Tua, che è tutto Amore.

Amo la solitudine, Signore,

perché in essa trovo Te,

trovo il tuo amore che acquieta la mia meschinità

e mi fa apparire creatura Tua, come fossi l’unica.

Grazie, Signore, di questo dono, di questo silenzio che è in noi,

attorno a noi, e che, a saperlo cogliere, ci porta all’unione con Te,

a capire che Tu sei per me amico, come fossi il solo,

e io amico Tuo e di chi mi hai posto accanto,

nel divino Tuo silenzio,

da dove ci chiami. Amen.”

QUINTA E SESTA TROMBA

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 9, 1-21)

1.      Il quinto angelo suonò la tromba e vidi un astro caduto dal cielo sulla terra. Gli fu data la chiave del pozzo dell’Abisso;

2.      egli aprì il pozzo dell’Abisso e salì dal pozzo un fumo come il fumo di una grande fornace, che oscurò il sole e l’atmosfera.

3.      Dal fumo uscirono cavallette che si sparsero sulla terra e fu dato loro, un potere pari a quello degli scorpioni della terra.

4.      E fu detto loro di non danneggiare né erba né arbusti né alberi, ma soltanto gli uomini che non avessero il sigillo di Dio sulla fronte.

5.      Però non ha concesso loro di ucciderli, ma di tormentarli per cinque mesi, e il tormento è come il tormento dello scorpione quando punge un uomo.

6.      In quei giorni gli uomini cercheranno la morte, ma non la troveranno; brameranno morire, ma la morte li fuggirà.

7.      Queste cavallette avevano l’aspetto di cavalli pronti per la guerra. Sulla testa avevano corone che sembravano d’oro e il loro aspetto era come quello degli uomini.

8.      Avevano capelli, come capelli di donne, ma i loro denti erano come quelli dei leoni.

9.      Aveva il ventre simile a corazze di ferro e il rombo delle loro ali come rombo di carri trainati da molti cavalli lanciati all’assalto.

10. Avevano code come gli scorpioni, e aculei. Nelle loro code il potere di far soffrire gli uomini per cinque mesi.

11. Il loro re era l’angelo dell’Abisso, che in ebraico si chiama Perdizione, in greco Sterminatore.

12. Il primo “guai” è passato. Rimangono ancora due “guai” dopo queste cose.

13. Il sesto angelo suonò la tromba. Allora udii una voce dai lati dell’altare d’oro che si trova dinanzi a Dio.

14. E diceva al sesto angelo che aveva la tromba: “Sciogli i quattro angeli incatenati sul gran fiume Eufràte”.

15. Furono sciolti i quattro angeli pronti per l’ora, il giorno, il mese, e l’anno per sterminare un terzo dell’umanità.

16. Il numero delle truppe di cavalleria era duecento milioni; ne intesi il numero.

17. Così mi apparvero i cavalli e i cavalieri: questi avevano corazze di fuoco, di giacinto,, di zolfo. Le teste dei cavalli erano come le teste dei leoni e dalla loro bocca usciva fuoco, fumo e zolfo.

18. Da questo triplice flagello, dal fuoco, dal fumo e dallo zolfo che usciva dalla loro bocca, fu ucciso un terzo dell’umanità.

19. La potenza dei cavalli infatti sta nella loro bocca e nelle loro code; le loro code sono simili a serpenti, hanno teste e con esse nuocciono.

20. Il resto dell’umanità che non perì a causa di questi flagelli, non rinunziò alle opere delle sue mani; non cessò di prestar culto ai demòni e agli idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né vedere, né udire, né camminare;

21. non rinunziò nemmeno agli omicidi, né alle stregonerie, né alla fornicazione, né alle ruberie.

       

Commento esegetico.

 

Questa piaga rievoca l’ottava piaga d’Egitto (Es. 10,1 ss.). Ma la fonte più immediata dell’Apocalisse è Gioele 1-2, dove il profeta annuncia che il “giorno del Signore” sarà caratterizzato da un’invasione di locuste, una calamità particolarmente temuta in oriente.

“Vidi un astro caduto dal cielo sulla terra”: nelle apocalissi giudaiche un astro che precipita è immagine della caduta degli angeli ribelli, forse di Satana stesso (v.11 e Lc. 10,18).

“Le fu data la chiave del pozzo dell’Abisso”: un angelo apre il luogo dove sono detenuti gli angeli decaduti in attesa del castigo finale (11,7; 17,8).

Nella letteratura apocalittica l’Abisso è un luogo in cui gli spiriti maligni sono temporaneamente trattenuti e tormentati (Lc. 8,31), in attesa della loro destinazione finale, che sarà lo “stagno di fuoco e di zolfo” (20,10). L’Abisso, prigione del demonio, è concepito come una vasta caverna sotterranea, senza fondo, colma di fuoco. Non ha alcuna comunicazione con la superficie della terra, ad eccezione di un pozzo il cui ingresso è chiuso a chiave. Un principe - non Satana – comanda su di esso (9,11). Da questo luogo escono le cavallette (9,3), e la “bestia” (l’anticristo” 11,7;17,8). Qui sarà relegato Satana durante il regno millenario (20, 1.3).

“Cavallette...scorpioni... cavalli da guerra”: in questa visione ci sono immagini che si sovrappongono, dalla voragine esce un numero sterminato di cavallette, che hanno un potere pari a quello degli scorpioni (la loro caratteristica velenosità era proverbiale: Ez. 2,6; Lc. 11,12 ed era abbastanza naturale associarli alle forze del male: Sir. 39,30; Lc. 10,19).Loro compito è di “tormentare” gli uomini che non hanno impresso sulla fronte il sigillo di Dio, cioè coloro che perseguitavano i cristiani.

La puntura dello scorpione palestinese è raramente fatale, ma è molto dolorosa. Subire di continuo questo tremendo dolore sarebbe una tortura insopportabile, sembrerebbe preferibile la morte. Questa tortura è il segno della collera di Dio verso il mondo peccatore e durerà “cinque mesi”: un periodo stabilito da Dio, più o meno corrispondente alla durata della vita delle locuste.

Infine le cavallette non sono più tali, ma cavalli pronti all’assalto, e poi uomini dalle lunghe chiome, feroci come leoni (si riferisce all’invasione dei Parti).

Giovanni enumera otto caratteristiche indicanti che queste locuste sono creature fantastiche e diaboliche.

1)        “Simile a cavalli”: Gioele 2,4 ss.

2)        “Corone somiglianti all’oro”: nota distintiva dei conquistatori.

3)        “Come volti umani”: ritratto di un esercito vittorioso.

4)        Capelli simili a quelli delle donne”: capelli sciolti e lunghi, una caratteristica dei popoli barbari. I demoni sono così raffigurati per accentuare la loro ferocia.

5)        “Corazza di ferro”: come i carri da guerra (Gioele 2,5).

6)        Le loro ali”: il rumore è simile a quello che accompagna un attacco che distrugge tutto ciò che incontra sul suo sentiero.

7)        “Nelle code il potere”: come lo scorpione, mentre la locusta è temuta per la sua bocca.

8)        “Il loro re era l’angelo dell’Abisso”: l’intera catastrofe è guidata dal principe dei demoni.

 

LA SESTA TROMBA (9, 13-21)

Questa visione assomiglia alla quinta. Presenta un altro attacco da parte delle forze diaboliche contro il mondo pagano. Ma anziché descriverlo in termini di una normale catastrofe naturale, Giovanni gioca sull’angoscia contemporanea causata da un pericolo militare, la presenza della temibile cavalleria dei Parti sulla frontiera dell’Eufrate. Questa piaga causerà molta sofferenza e distruggerà un terzo della popolazione.

“Dai lati (corni) dell’altare d’oro”: i corni erano situati ai quattro angoli dell’altare (Es. 27,2; 30,2 ss.) sul quale l’angelo offriva le preghiere dei santi (8,3). La vendetta di Dio è la risposta alle loro preghiere (6,9; 14,18; 16,7).

“I quattro angeli”: il numero di questo gruppo (diverso da quello di 7,1) indica che la loro attività distruttiva sarà estesa in tutto l’universo. Questi angeli corrispondono agli “angeli della vendetta” della letteratura apocalittica.

 “Sono legati”: cioè non sono in grado di agire di loro iniziativa ma solo nel tempo – “l’ora e il giorno” (v.15) – e nel modo stabiliti da Dio. Quando vengono “sciolti” nessun altro ostacolo si frappone al loro intervento.

“Il gran fiume Eufrate”: tradizionalmente noto come il “grande fiume”, l’Eufrate era il confine orientale ideale d’Israele (Gen. 15,18; Deut. 1,7).

Al di là di esso stavano le grandi nazioni pagane le cui invasioni della Palestina furono annunciate da Isaia (7,20; 8,7) e Geremia (46,10) come lo “straripamento del grande fiume”. Al tempo dell’Apocalisse questo territorio (la regione a est dell’Eufrate) era occupato dai Parti, che rappresentavano la minaccia più seria per l’impero romano. E’ probabile che Giovanni li presenti qui come tipo delle punizioni che Dio infliggerà ai regni colpevoli di aver perseguitato la Chiesa.

“Duecento milioni (miriadi di miriadi)”: questo stravagante numero indica che il passo si riferisce a una potenza sovrumana (5,11; Dan. 7,10).

Cavalli e cavalieri sono presentati come creature fantasiose. Ciò ci ricorda il Leviatan (Giobbe 41,11 ss.) e la terribile scena di Sodoma e Gomorra (Gen. 19, 24.28). Vari elementi della descrizione indicano che queste creature sono mostri diabolici saliti dall’Abisso.

“Le opere delle loro mani”: Isaia 2,8; Ger. 1,16.

“Adorare i demoni”: una tradizione relativamente antica, ma non molto bene attestata, ci informa che i culti pagani erano rivolti ai demoni (Deut. 32,17; Sal. 106,37; 1 Cor. 10,20), “che non possono né vedere né udire né camminare”. Un altro tema tradizionale era l’accentuazione della totale impotenza degli idoli (Ger. 10, 3-5; 1 Cor. 8,4). Anche se un idolo rappresenta un essere inesistente, è pur sempre un segno visibile di rivolta contro il Dio vivente.

“Non si ravvidero dei loro omicidi”: l’idolatria, il rifiuto del vero Dio, sfocia nella perversione morale (Rom. 1, 21-32; Ef. 5,6).

 

In sintesi: Ciò che è avvenuto al settimo sigillo, si ripete al settimo squillo di tromba. Anche qui si parla esplicitamente di fine e di compimento ma non vengono dati particolari ulteriori. Soltanto al momento in cui verrà versata la settima fiala dell’ira, tutto sarà svelato.

 

Commento spirituale.

 

Questo testo che contiene castighi, “guai”, flagelli, potrebbe indurci a pensare a un Dio vendicativo, che non trova di meglio, per comunicare con gli uomini che le minacce. Ma non è proprio così, perché, gli avvenimenti di cui Dio si serve per rivelarsi, non sono gli avvenimenti catastrofici o gli interventi sensazionali, ma i piccoli fatti della vita quotidiana, le solite occupazioni, il solito orario. E’ vero, il Signore opera grandi cose, ma alla sua maniera e secondo un suo stile di discrezione e l’uomo dovrebbe imparare a leggere gli avvenimenti della propria vita, come espressione del passaggio di Dio. Dio è sorprendente, soprattutto quando si serve dei segni più modesti, come il pane, il vino, la tavola, per introdurre l’uomo in una realtà più grande, fino a farci sfiorare l’infinito.

Colui che Gesù chiama familiarmente “Abbà” è il Creatore del cielo e della terra; davanti a lui l’universo, popolato di stelle e galassie, malgrado la sua immensità che dà le vertigini, appare come un granello di polvere sulla bilancia, “come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra”(Sap. 11,22).

Il Padre è dunque la pura gioia del donare senza riserve. Davanti a lui riconosciamo: “Tutto il bene è Dio, tutto il bene viene da Dio; tutto il bene ritorna a Dio”.

L’amore inaudito di Dio per noi trova il suo fondamento nel mistero d’amore che Dio è in se stesso. Davanti a questo mistero il discorso umano è un povero balbettare e volentieri cede il posto al silenzio e all’adorazione.

Dio ha voluto condividere con altri la sua vita. Ha creato gli uomini, per introdurli nella comunione trinitaria: “In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà” (Ef. 1, 4-6).

Cristo è il primo eletto. Noi siamo progettati in modo da poter realizzare la nostra identità in dipendenza da lui. E’ questa la nostra vocazione costitutiva, che può essere rifiutata, non annullata. Da parte sua Dio vuole che tutti si salvino.

La predestinazione è alla salvezza e non alla perdizione.

IMMINENZA DEL CASTIGO FINALE

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 10, 1-11) 

1.      Vidi poi un altro angelo, possente, discendere dal cielo, avvolto in una nube, la fronte cinta di un arcobaleno; aveva la faccia come il sole e le gambe come colonne di fuoco.

2.      Nella mano teneva un piccolo libro aperto. Avendo posto il piede destro sul mare e il sinistro sulla terra,

3.      gridò a gran voce come leone che ruggisce. E quando ebbe gridato, i sette tuoni fecero udire la loro voce.

4.      Dopoché i sette tuoni ebbero fatto udire la loro voce, io ero pronto a scrivere quando udii una voce dal cielo che mi disse: “Metti sotto sigillo quello che hanno detto i sette tuoni e non scriverlo”.

5.      Allora l’angelo che avevo visto con un piede sul mare e un piede sulla terra, alzò la destra verso il cielo

6.      e giurò per Colui che vive nei secoli dei secoli; che ha creato cielo, terra, mare, e quanto è in essi: “Non vi sarà più indugio!

7.      Nei giorni in cui il settimo angelo farà udire la sua voce e suonerà la tromba, allora si compirà il mistero di Dio come egli ha annunziato ai suoi servi, i profeti”.

8.      Poi la voce che avevo udito dal cielo mi parlò di nuovo “Va’, prendi il libro aperto dalla mano dell’angelo che sta ritto sul mare e sulla terra”.

9.      Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: “Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele”.

10. Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza.

11. Allora mi fu detto: “Devi profetizzare ancora su molti popoli, nazioni e re”.

 

Commento esegetico.

 

Il corso degli eventi escatologici è nuovamente interrotto, come avvenne dopo l’apertura del sesto sigillo. Fino a questo punto, il popolo di Dio è stato protetto contro le calamità causate dalle forze diaboliche (9,4), ma nulla è stato detto circa il compimento della salvezza. Ci viene ora detto che la fine è imminente (10,6 ss.) e che il regno di Dio, che segnerà la liberazione definitiva di tutti i cristiani, sta per essere inaugurato (11,15 ss.).

Così le due visioni di questo intermezzo sono intese a consolare il veggente e i suoi fratelli.

“Vidi poi un altro angelo possente...”: tutti gli elementi di questa descrizione sono simboli tradizionali della gloria di Dio. La visione di un glorioso essere celeste rievoca la trasfigurazione di Gesù (Mt. 17,2 ss.) e in special modo la visione introduttiva del Figlio dell’uomo (1, 12-16).

“Libro aperto”: è diverso dal libro sigillato di 5,1 che l’Agnello ricevette dalla mano di Dio. Il libro è aperto e Giovanni lo riceve dall’angelo. Il libro non è importante come quello di 5,1, né ha lo stesso significato; il suo contenuto è espresso in 11, 1-13.

“Il piede destro...”: è un’allusione alla mole colossale dell’angelo, ma esprime specialmente l’universalismo del suo messaggio. Il mare, la terra e il cielo: formula che abbraccia la totalità della creazione (Es. 20,4.11).

“Come un leone”: un altro attributo veterotestamentario di Dio (Os. 11,10; Gioele 3,16; Am. 1,2).

“Sette tuoni”: la spiegazione più probabile a questa difficile frase sta nella sua somiglianza con il Salmo 29, dove la voce di Jahwè – il tuono – è lodata sette volte. Qui Dio stesso (Gv. 12,27-33), nella pienezza della sua maestà, risponderebbe al grido dell’angelo.

“Una voce dal cielo”: probabilmente Cristo (v.8).

“Metti sotto sigillo...non scriverlo”: un comando straordinario (Dan. 8,26; 12,4.9; 2 Cor. 12,4) dato che Giovanni riceve nell’Apocalisse ripetuti ordini di scrivere le sue visioni (1,11.19; 14,13; 19,9; 21,5). Forse la proibizione indica la natura limitata delle rivelazioni dell’Apocalisse.

Il maggior influsso che sottostà a questa descrizione si trova in Dan. (12, 5-7).

“Alzò la mano e giurò”: Gen. 14,22; Deut. 32,40.

“Non vi sarà più indugio”: riallacciandosi a Dan. 12,7 questo brano potrebbe alludere alla breve battaglia (tre anni e mezzo in Dan.) contro l’anticristo (cap.13 ss.) che deve immediatamente precedere la fine. O potrebbe significare che la dilazione di cui si parla in 6,11 è giunta al termine, e che il tempo della liberazione è vicino (11,15 ss.)

“Il mistero di Dio”: il misterioso piano salvifico di Dio che riguarda la totalità della storia umana.

“Come egli ha annunciato ai suoi servi”: la promessa di felicità nel regno di Dio dopo la vittoria sulle potenze del male è davvero una “buona notizia” per la Chiesa.

“I profeti”: principalmente i profeti cristiani, ma non dobbiamo escludere quelli dell’A.T. perché anche essi conoscevano e proclamavano, a modo loro, il piano della salvezza.

“Prendilo e divoralo”: questa descrizione si ispira alla scena dell’investitura profetica di Ezechiele (2, 8-3,3). L’azione del mangiare (Ger. 15,16) simboleggia la completa assimilazione del contenuto del libro: “dolce come il miele...amaro nelle viscere” ; questo duplice effetto esprime il duplice aspetto del contenuto del libro: annuncia la vittoria gloriosa dei fedeli, ma avverte che questo trionfo sarà preceduto da una dura battaglia (11, 1-13). Questa, in breve, è la regola generale di vita cristiana: si possono conseguire beatitudine e gloria solo dopo essere stati provati dalla croce.

“Devi profetizzare ancora...”: queste profezie contengono giudizi pronunciati contro i popoli del mondo intero e i loro capi.

 

In sintesi: il regno di Dio, cioè il compimento ultimo della salvezza, non è ancora completo, ma il suo cammino, iniziato da Cristo,  è inarrestabile. Questo è di conforto all’uomo che vive l’esperienza della croce.

 

Commento spirituale.

 

“Presi quel piccolo libro...  e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza”.

Oggi la parola è inflazionata nel chiasso della pubblicità e della propaganda, nel vuoto di tanti discorsi, perciò la sua “quotazione” è in ribasso. Si sente dire: “contano i fatti e non le parole”. Ma è veramente così? La parola non è solo informazione: è comunicazione e azione. Provoca gioia e dolore, amicizia e ostilità, reazioni e iniziative. La sua forza costruisce e distrugge, unisce e divide; fa andare avanti la storia non meno dei fatti economici e tecnici.

A maggior ragione è attiva e feconda la parola di Dio che crea, libera, santifica, giudica e sconvolge. “La mia parola non è forse come il fuoco e come il martello che spacca la roccia?” (Ger. 23,29). “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare... così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is. 55, 10-11). “La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di una spada a doppio taglio” (Eb. 4,12).

La parola di Dio è Dio stesso che si rivela e si dona nella storia degli uomini, fino a comunicarsi personalmente in Gesù di Nazareth. Gesù è la Parola eterna del Padre e creatrice di Dio fatta carne (Gv. 1, 1-18) e dice parole che “sono spirito e vita” (Gv. 6,63): risana i malati, apre gli occhi ai ciechi, risuscita i morti, converte i peccatori, chiama i discepoli, promette e dona lo Spirito Santo.

Secondo gli Atti degli apostoli, la Parola, colma di Spirito Santo, porta avanti il cammino della Chiesa: cresce, si rafforza e si diffonde (At. 6,7; 12,24; 13,49; 19,20). I protagonisti umani sono i suoi servitori (At. 6, 2-4) e si affidano ad essa “che ha il potere di edificare e di concedere l’eredità con tutti i santificati” (At. 20,32). I servitori possono essere fermati e messi in catene, ma la Parola “non è incatenata” (2 Tm. 2,9) e corre.

Questa Parola non solo ha per contenuto Cristo morto e risorto, ma prima ancora è Cristo stesso, che parla attraverso i suoi inviati: “Mossi da Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo di Cristo”(2 Cor. 2,17; 5,20; 13,3). I discepoli continuano a predicare e a insegnare in suo nome e con la sua presenza (Mt. 28,20).

Il Cristianesimo non è la religione di un libro, per quanto sacro possa essere, ma la religione “della Parola incarnata e vivente”.

Nella Chiesa “Dio parla ancora al suo popolo e Cristo annuncia ancora il Vangelo” (Conc. Vat. II, Sacrosantum Concilium, 33). Lo fa attualizzando incessantemente la rivelazione compiuta “una volta per sempre” e consegnata alla Sacra Scrittura e alla Tradizione della fede (Conc. Vat. II , Dei Verbum, 7). Quando nella Chiesa sotto la guida dei pastori si legge e si interpreta correttamente la Sacra Scrittura, il Cristo risorto rivolge ancora la sua parola agli uomini, una parola viva, come risuscitata dal libro, carica della forza dello Spirito Santo (Conc. Vat. II, Sacrosantum Concilium, 7). Non insegna solo una dottrina, ma realizza un incontro e un evento di grazia: suscita la fede (Rm. 10,17; 1 Ts. 2,13), rigenera chi ascolta (1 Pt. 1,23); e lo fa passare “dalla morte alla vita” (Gv. 5,24), raduna il popolo  di Dio e lo conduce per le sue vie.

Attraverso la Parola e i Sacramenti, debitamente accolti, il Signore conforma a sé i credenti e viene a vivere in loro (Gal. 2,20; Fil. 1,21), prolungando in qualche modo la sua incarnazione. Con la parola fa risplendere davanti al loro sguardo la propria immagine e li attrae a sé. Con i Sacramenti ristruttura la loro esistenza secondo la medesima immagine e li unisce a sé.

La Chiesa, come il profeta Ezechiele, riceve il libro della parola di Dio come qualcosa da mangiare, simbolicamente: “Figlio dell’uomo, mangia ciò che hai davanti, mangia questo rotolo, poi va’ e parla”... Io lo mangiai e fu per la mia bocca dolce come il miele” (Ez. 3, 1-3). Il Signore affida la Sacra Scrittura alla Chiesa perché incessantemente la legga, la interpreti la viva e l’annunci

I DUE TESTIMONI

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 11, 1-19) 

1.      Poi mi fu data una canna simile a una verga e mi fu detto: “Alzati e misura il santuario di Dio e l’altare e il numero di quelli che vi stanno adorando.

2.      Ma l’atrio che è fuori del santuario lascialo da parte e non lo misurare, perchè è stato dato in balìa dei pagani, i quali calpesteranno la città santa per quarantadue mesi.

3.      Ma farò in modo che i miei due Testimoni, vestiti di sacco, compiano la loro missione di profeti per milleduecentosessanta giorni”.

4.      Questi sono i due olivi e le due lampade che stanno davanti al Signore della terra.

5.      Se qualcuno pensasse di far loro del male, uscirà dalla loro bocca un fuoco che divorerà i loro nemici. Così deve perire chiunque pensi di far loro del male.

6.      Essi hanno il potere di chiudere il cielo, perchè non cada pioggia nei giorni del loro ministero profetico. Essi hanno anche potere di cambiar l’acqua in sangue e di colpire la terra con ogni sorta di flagelli tutte le volte che lo vorranno.

7.      E quando poi avranno compiuto la loro testimonianza, la bestia che sale dall’Abisso farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà.

8.      I loro cadaveri rimarranno esposti sulla piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sòdoma ed Egitto, dove appunto il loro Signore fu crocifisso.

9.      Uomini di ogni popolo, tribù, lingua e nazione vedranno i loro cadaveri per tre giorni e mezzo e non permetteranno che i loro cadaveri vengano deposti in un sepolcro.

10. Gli abitanti della terra faranno festa su di loro, si rallegreranno e si scambieranno doni, perchè questi due profeti erano il tormento degli abitanti della terra.

11. Ma dopo tre giorni e mezzo, un soffio di vita procedente da Dio entrò in essi e si alzarono in piedi, con grande terrore di quelli che stavano a guardarli.

12. Allora udirono un grido possente dal cielo: “Salite quassù” e salirono al cielo in una nube sotto gli sguardi dei loro nemici.

13. In quello stesso momento ci fu un grande terremoto che fece crollare un decimo della città: perirono in quel terremoto settemila persone; i superstiti presi da terrore davano gloria al Dio del cielo.

14. Così passò il secondo “guai”; ed ecco viene subito il terzo “guai”.

15. Il settimo angelo suonò la tromba e nel cielo echeggiarono voci potenti che dicevano: “Il regno del mondo appartiene al Signore nostro e al suo Cristo: egli regnerà nei secoli dei secoli”.

16. Allora i ventiquattro vegliardi seduti sui loro troni al cospetto di Dio, si prostrarono faccia a terra e adorarono Dio dicendo:

17. “Noi ti rendiamo grazie, Signore Dio onnipotente, che sei e che eri, perchè hai messo mano alla tua grande potenza, e hai instaurato il tuo regno.

18. Le genti ne fremettero, ma è giunta l’ora della tua ira, il tempo di giudicare i morti, di dare la ricompensa ai tuoi servi, ai profeti e ai santi e a quanti temono il tuo nome, piccoli e grandi, e di annientare coloro che distruggono la terra”.

19. Allora si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l’arca dell’alleanza. Ne seguirono folgori, voci, scoppi di tuono, terremoto e una tempesta di grandine.

 

Commento esegetico.

 

L’atto di misurare (Ez. 40,3.5.35.47; 41,13) indica distinzione, separazione o, meglio ancora, preservazione: ciò che viene misurato può far affidamento sulla protezione di Dio. Il tempio, l’altare, gli adoratori simboleggiano il popolo di Dio rinnovato, cioè la comunità cristiana. Il cortile esterno, dei gentili, che non era considerato parte integrante del tempio di Gerusalemme, non è misurato: in altre parole non è protetto, ma lasciato in balìa della violenza dei persecutori. Questa descrizione sembra alludere alla caduta di Gerusalemme e alla profanazione del tempio che ne seguì (Lc. 21,14). E’ certo, però, che le forze del male hanno un sopravvento limitato ed effimero:

“Quarantadue mesi”: equivalenti a tre anni e mezzo (12,14; Lc. 4,25; Gc. 5,17) e a 1260 giorni (11,3;12,6). Queste tre espressioni temporali designano la durata dell’attività dell’anticristo (13,5). Sono tratte da Dan. 7,25 e 12,7 (“un tempo, due tempi, e la metà di un tempo”; 9,27 “metà settimana”). La persecuzione di Antioco IV Epifane, descritta nel libro di Daniele (c.8), durò approssimativamente tre anni e mezzo (giugno 168 – dicembre 165 a.C.). Tre anni e mezzo – metà di sette – si riferisce simbolicamente a cose che sono precarie e transitorie. La persecuzione di Antioco divenne il modello dei successivi periodi di oppressione, tutti destinati a protrarsi per un tempo limitato.

“I due testimoni”: costituiscono uno dei problemi più difficili dell’Apocalisse. Alcuni esegeti, colpiti dal contesto marcatamente giudaico, interpretano l’intero passo alla luce della distruzione di Gerusalemme (70 d.C.). Tuttavia alcuni dettagli trascendono l’ambiente giudaico; come per es., il riferimento universalista: “gli abitanti della terra” (11,10). Inoltre “la grande città” (11,8a), con riferimento a Gerusalemme, svierebbe da una giusta interpretazione. Sembra pertanto preferibile interpretare il brano in riferimento alla Chiesa universale che svolge la funzione di testimone in un mondo ostile a Dio. La sua testimonianza può condurre al martirio, ma la sua incrollabile fiducia nella protezione divina le dà la garanzia che il suo sacrificio sfocerà in una vittoria completa e promuoverà sempre più la gloria di Dio.

La descrizione dei due testimoni (vv. 5-6 e 12) inquadrano perfettamente le figure di Mosè ed Elia. Secondo la tradizione giudaica (Deut. 18,15; Mal. 3, 22-24), entrambi ritorneranno a predicare la penitenza prima del giorno del Signore. Nel N.T. si riscontra una variazione di questa tradizione, Mosè ed Elia rappresentano la legge e i profeti che rendono testimonianza a Cristo (Lc. 9,30 ss.). In questo brano i due personaggi rappresenterebbero l’intera Chiesa, che deve rendere una testimonianza viva e perpetua a Cristo (Atti 1,8). “Due testimoni” sono comprensibili alla luce della ben nota legge che stabiliva le condizioni preliminari di una testimonianza valida (Deut. 19,15; Gv. 8,17; Mc. 6,7).

“Vestiti di sacco”: è un segno di lutto o penitenza (Gen. 37,34; Giona 3,5).

La Chiesa per dare testimonianza deve praticare e predicare la penitenza.

“Due olivi e due candelabri”: In Zaccaria 4, 1-14 i due olivi rappresentano Zorobabele e Giosuè, i due capi, l’uno politico e l’altro religioso, della comunità giudaica nel ritorno dall’esilio babilonese.

I “due candelabri” (o candelabro a sette braccia) è simbolo di Dio, che ispira e incoraggia questi due capi, a ricostruire la comunità.

In Apocalisse 1,12.20 l’immagine del candelabro denota una comunità cristiana. Qui dovremmo interpretare il simbolo in riferimento alla Chiesa, alimentata dalla ricchezza dello Spirito e splendente come una lampada per portare testimonianza alla luce divina.

“Posti davanti al Signore”: i cristiani vivono alla presenza di Dio e lo servono mediante la loro testimonianza. I cristiani che riconoscono Dio non potranno essere uccisi finché non avranno terminato di rendere testimonianza (v. 7).

“Fuoco uscirà dalla loro bocca”: Elia aveva lasciato cadere il fuoco dal cielo sopra i suoi nemici (2 Re 1,10 ss.; Sir. 48,3). Questi testimoni uccidono con il fuoco della parola che proclamano (Ger. 5,14; Sir. 48,3).

“Hanno il potere di chiudere il cielo”: una tradizione giudaica associava la siccità provocata da Elia (1 Re 17,1; Sir. 48,3) con la persecuzione di Antioco: si diceva che entrambi gli eventi fossero durati 3 anni e mezzo.

“Cambiare l’acqua in sangue”: se lo volesse (Mc. 9,23; Gv. 15,7) la Chiesa potrebbe colpire con ogni sorta di flagelli (1 Sam. 4,8), persino in modo più efficace di Mosé.

“La bestia”: poiché sale dal pozzo dell’Abisso (9,1ss.) è ispirata da satana, che essa rappresenta sulla terra. E’ l’anticristo (l’imperatore Nerone 13.1.18; 17,8) che arruola e mette in marcia i nemici dei due testimoni.

“La grande città”: quest’espressione è costantemente nell’Apocalisse in riferimento a Babilonia, cioè, Roma (14,8;16,19;17,5.18; 18.2.10-21). E’ chiamata Sodoma ed Egitto a causa dei suoi due delitti più gravi: la perversione morale e l’oppressione e la schiavitù del popolo di Dio. Alcuni commentatori, però, identificano “la grande città” con Gerusalemme, perché il testo allude alla piazza di questa città “dove il Signore è stato crocifisso”.  Una interpretazione di questo tipo, però, contrasta con l’inizio del versetto dove “la grande città” viene identificata con Roma. La più accettabile delle molte interpretazioni è quella che universalizza l’intero passo. Sia Roma che Gerusalemme si riferiscono alla città terrestre del male, cioè al mondo pagano ostile a Dio e al suo popolo. Questa città è impaziente di annientare la Chiesa; continua a crocifiggere Cristo nei suoi fedeli.

“Tre giorni e mezzo”: corrisponde alla durata di quarantadue mesi (11,2), cfr. 12,14.

“Non permetteranno la sepoltura”: rifiutare la sepoltura è generalmente considerato il modo più vergognoso di trattare i morti (Sal. 79,2 ss.; Ger. 8,2; 16,4; 2 Macc. 5,10). Qui indica l’intensità d’odio a cui sono spinti i pagani dal messaggio cristiano.

“Si rallegreranno”: il mondo pagano, torturato dal rimorso a motivo della testimonianza della Chiesa, prova ora sollievo (1 Re 18,17; 21,20; Mc. 6,20).

“Ma dopo tre giorni...”: i testimoni risuscitano e salgono al cielo, nella gloria dietro al loro Signore. “Salirono al cielo”:  come Elia (2 Re 2,11; Sir.48,9).

“Un gran terremoto”: simbolo usato spesso dai profeti per sconvolgimenti sociali o spirituali. Tali fenomeni contrassegnano la risurrezione dei cristiani più o meno allo stesso modo in cui caratterizzarono la morte e la risurrezione del loro Signore (Mt. 27,54; 28,2).

“Settemila persone”: un numero simbolico, che esprime probabilmente una grande moltitudine composta di tutte le classi sociali.

“I superstiti davano gloria a Dio”:   cioè si convertirono (16,9): una sorprendente svolta degli eventi, apparentemente in contrasto con il tono generale dell’Apocalisse, in cui troviamo un riferimento continuo all’ostinazione dei nemici di Dio.

“La settima tromba”: (11, 15-19). Il suo squillo corrisponde al settimo sigillo (8,1). Il corso degli eventi escatologici viene di nuovo sospeso e viene inserita una scena celeste in anticipazione del conflitto e della vittoria che si verificheranno presto sulla terra.

“Il regno del mondo appartiene al Signore”: il trionfo sulle forze diaboliche, ha permesso l’effettivo dominio divino sul mondo. Questo compimento della storia della salvezza, che è l’oggetto essenziale delle promesse di Dio, è certo.

“Egli regnerà”: il singolare indica che il regno di Dio e quello di Cristo sono la stessa cosa (1 Cor. 15,27 ss.).

“I ventiquattro vegliardi”: questi rappresentanti celesti della Chiesa si prostrano con un proprio atto individuale di adorazione (4,10; 5,8.14; 19,4).

“Che era e che viene”: la frase: “che viene” (1,8), è qui omessa perché la venuta di Dio è considerata come qualcosa che si è già realizzato.

“I popoli ne fremettero”: il mondo pagano, ostile a Cristo e al suo popolo, fu indotto dall’anticristo a tentare di annientare la Chiesa (13,1 ss.; 20,9) e persino di assalire Cristo (19,19; Sal. 2,1-5).

“L’ora di giudicare i morti”: peccatori e santi sono risuscitati per il giudizio finale.

“Piccoli e grandi”: cioè tutti, senza alcuna eccezione (Gen. 19,11; Sal. 115,13; Ap. 13,16; 19,5.18; 20,12).

“L’arca dell’alleanza”: l’apparizione dell’arca in questo tempo di giudizio indica che Dio è ora accessibile, non più nascosto, ma presente in mezzo al suo popolo (21,3.22). Può darsi che questo dettaglio sia stato preso dall’aspettativa giudaica secondo cui l’arca ricomparirà nel tempio quando il Messia riunirà il suo popolo (2 Macc. 2,4-8).

“Folgori, voci, tuoni...”: come dopo il settimo sigillo (8,5) e la settima coppa (16,18), simboli di maestà e potenza annunciano gli imminenti giudizi divini.

 

In sintesi: la Chiesa è sottoposta alla persecuzione, ma per resistere deve ricorrere ai mezzi che Cristo stesso le ha suggerito: la povertà, la penitenza e la pazienza nella prova.

 

Commento spirituale.

 

Quando la Scrittura e i documenti del Magistero parlano della Chiesa, la chiamano con nomi diversi e ne descrivono i vari aspetti: popolo di Dio, Corpo mistico di Cristo, Tempio vivo dello Spirito, Regno di Dio in cammino, Sacramento di salvezza... La Chiesa è un mistero che abbraccia infinite ricchezze. Ma c’è un “qualcosa” di talmente essenziale, che entra in tutte le definizioni e descrizioni della Chiesa.

La Chiesa è “testimone”: “Farò in modo che i miei due Testimoni, vestiti di sacco, compiano la loro missione di profeti... Questi sono i due olivi e le due lampade che stanno davanti al Signore della terra”.

L’unico linguaggio che la Chiesa oggi possiede per comunicare con l’uomo e la società moderna è quello della “comunione”. In un mondo immerso sempre più nel relativo, nell’effimero, e nella divisione, la Chiesa deve apparire e crescere sempre come “comunità-comunione”.

Gesù l’ha voluta così. E ha voluto ricordarcelo nel suo “testamento” prima di morire: “Padre... prego non soltanto per loro, ma per quelli che crederanno in me mediante la loro parola, affinché siano una sola cosa, come tu, Padre, sei in me e io in te. Anch’essi siano una sola cosa in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato...” (Gv. 17,20).

Sarebbe una visione superficiale ritenere che in una comunità ecclesiale tutto va a gonfie vele quando presenta strutture valide, organizzazioni efficienti, ricchezza di iniziative, una buona frequenza alla pratica religiosa... Tutte cose importanti, necessarie, ma che restano sempre un mezzo, una via o una naturale conseguenza.

Una comunità ecclesiale è autentica, risponde al disegno di Dio, nella misura in cui vive e cresce come comunità.

La stessa parola “Chiesa” significa: assemblea riunita nell’amore.

“Cristo, primogenito fra molti fratelli... ha istituito attraverso il dono del suo Spirito, una nuova comunione fraterna, in quel corpo che è la Chiesa, nella quale tutti, membri fra di loro, si prestassero servizi, secondo i doni diversi a loro concessi...” (Conc. Vat. II, Gaudium et spes, 32).

Soltanto se ci lasceremo afferrare da una continua conversione all’amore, potremo comprendere il comando del Signore di perdonare “settanta volte sette”, di amare i nemici, di amare tutti come Lui ci ha amati, cioè disposti a dare la vita; e sapremo prendere sul serio... l’esame finale che fisserà la nostra sorte eterna: “Ero povero, ammalato, affamato, nudo... e voi mi avete soccorso... Venite benedetti...” (Mt. 25,31).

Quando il senso comunitario è genuino scava profondamente nella vita, crea una mentalità nuova, porta al dono di sé, al vero senso della Chiesa.

Di qui lo spirito di servizio, che dilata il cuore per comprendere, apre le mani per donare...; che non ha bisogno di riconoscimenti umani, che “sa lavare i piedi” come il Maestro (Gv. 13).

Di qui lo spirito di condivisione, di solidarietà. “La Chiesa c’è, quando un mendicante indica a un altro mendicante dove tutti e due possono trovare il pane per mangiare” (Assemblea ecumenica di Nairobi, del 1976).

Di qui lo spirito di collaborazione, di corresponsabilità, di partecipazione, sul piano ecclesiale e sul piano umano.

Quando il mondo potrà ripetere quello che dicevano i pagani osservando, quasi sbalorditi, i primi cristiani. “Vedete come si amano i cristiani!”, allora la Chiesa avrà riacquistato la sua credibilità, e sarà “segno di salvezza”.

LA DONNA E IL DRAGO

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 12, 1-18) 

1.      Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle.

2.      Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto.

3.      Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi;

4.      la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato.

5.      Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono.

6.      La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perchè vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni.

7.      Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli,

8.      ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo.

9.      Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli.

10. Allora udii una gran voce nel cielo che diceva: “Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, poichè è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte.

11. Ma essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio; poichè hanno disprezzato la vita fino a morire.

12. Esultate, dunque o cieli, e voi che abitate in essi. Ma guai a voi terra e mare, perchè il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo”.

13. Or quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio.

14. Ma furono date alla donna le due ali della grande aquila, per volare nel deserto verso il rifugio preparato per lei per esservi nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo lontano dal serpente.

15. Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d’acqua dietro alla donna, per farla travolgere dalle sue acque.

16. Ma la terra venne in soccorso alla donna, aprendo una voragine e inghiottendo il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca.

17. Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù.

18. E si fermò sulla spiaggia del mare.

 

Commento esegetico.

 

Questa sezione è il cuore dell’Apocalisse. Il potere del male, rappresentato da un drago rosso, viene radicalmente contrapposto al Messia e al suo popolo. Il demonio, pieno di odio, si impegna con tutti i mezzi, a distruggere Cristo e la sua Chiesa (cap.12). Per conseguire il suo scopo, il dragone incita la bestia contro la Chiesa; questa bestia è l’impero romano, che esige che tutti gli uomini rendano onori divini all’imperatore (cap.13). Tuttavia i cristiani non devono perdersi d’animo di fronte alla furia scatenata di questo disegno infernale, perché Dio e l’Agnello hanno già conseguito la vittoria (cap.14). Qui, come in tutta la Bibbia, riscontriamo una salda fede nel Dio che dirige la storia verso un unico traguardo: la salvezza del suo popolo.

Il sottofondo biblico di questo brano è massiccio, come sempre. Possiamo pensare a Genesi 3,15 (il protovangelo); a Isaia 7,14 (la vergine che partorisce un figlio maschio) e a Isaia 66,7 (la nuova Gerusalemme che genera il popolo messianico); a Daniele 7,7 (l’immagine del dragone) e a Dan.10,13 (la guerra dell’arcangelo Michele); e molti altri brani.

“Nel cielo”: il veggente si trova sulla terra, secondo la sua stessa descrizione (10,1), mentre gli appaiono nel cielo i segni della donna e del dragone.

“Una donna”: molti degli antichi commentatori la identificarono con la Chiesa; nel Medio Evo era diffusa l’opinione che essa rappresentasse Maria, la Madre di Gesù. Gli esegeti moderni si sono orientati alla prima interpretazione (la Chiesa), perché numerosi dettagli non si adattano all’interpretazione mariana. Per esempio, ci è difficile immaginare che Maria sia giunta al massimo delle sofferenze nei dolori del parto (v.2), che sia stata inseguita nel deserto dopo la nascita di suo figlio (6,13 ss.) o che infine sia stata perseguitata attraverso gli altri suoi figli (v.17).

L’accento posto sulla persecuzione della donna è veramente appropriato solo se essa simboleggia la Chiesa, che viene continuamente presentata nel libro come oppressa dalle forze del male, ed è tuttavia protetta da Dio.

Inoltre l’immagine di una donna come simbolo di un popolo, una nazione, o una città, è comune nella Bibbia (Isaia 50,1; Ger. 50,12).

Molto meglio, pertanto, è ravvisare nella donna, il popolo di Dio, il vero Israele dell’A.T. e del N.T. L’Apocalisse (e il Cristianesimo primitivo in generale) non fece alcuna chiara distinzione tra Israele e la Chiesa. Il Messia proviene dal popolo delle 12 tribù (v.5) e questo stesso popolo  guidato dai 12 apostoli è la madre di tutti coloro che credono in Cristo (v.17; Is. 54, 1-3; Gal. 4,27) e soffre in essi a causa della sua fede in Gesù.

La Chiesa che il veggente ha qui in mente, non è, però, la Chiesa terrena con i suoi errori e difetti (cap. 2 e 3), ma la Chiesa ideale, celeste (“nel cielo apparve un segno grandioso” 12,1). Secondo la credenza giudaica, tutte le promesse di salvezza avevano già una realtà esistenziale in cielo, al cospetto di Dio (1 Pt. 1,4). Così anche la Chiesa, la Gerusalemme celeste (21,2,10; Eb. 12,22; Gal. 4,26), che è un elemento basilare della promessa escatologica, esiste al cospetto di Dio in quanto norma dello sviluppo che dovrà attuarsi nella comunità cristiana sulla terra.

Questa interpretazione, comunque, non esclude necessariamente qualsiasi riferimento a Maria; è del tutto possibile che Giovanni abbia scritto da una duplice prospettiva: individuale e collettiva, implicante sia il popolo di Dio (la Chiesa), sia Maria (Colei che diede alla luce il Messia).

“Il sole...la luna...dodici stelle”: la donna celeste è avvolta nello splendore (Gen. 37, 9). Il sole la copre come un mantello (1,16; 10,1; 19,17; Sal. 104,2). La corona di 12 stelle sembra simboleggiare le 12 tribù (7,4-8; 21,12; Gc. 1,1) e i 12 apostoli (21,14); esse rappresentano così Israele e la Chiesa.

“Gridava per le doglie del parto”: l’avvento della nuova èra veniva paragonato al parto (Is. 66, 7-14), che è di solito accompagnato da forti dolori (Is. 26,17; Gv. 16,21; Gal. 4,19). L’èra escatologica inizia con la nascita del Messia.

“Un enorme drago”: questo mostro mitico conosciuto anche come il Leviatan (Sal. 74,14 ss.) o Raab (Gb. 26,12 ss.; Sal. 89,11) era considerato il simbolo dell’opposizione delle forze del male a Dio (Is. 51,9). Secondo la tradizione popolare Dio aveva sconfitto questo mostro al momento della creazione, ma il suo ripudio definitivo fu rinviato alla fine dei tempi (Is. 27,1). “Rosso”: simbolo della sua crudele attività (Gv. 8,44; 1 Gv. 3,12). “Sette diademi”: simbolo della pienezza della sua sovranità sui regni di questo mondo (Lc. 4,6; Gv. 12,31; 14,30; 16,11). Cristo, d’altro canto, ha il diritto a un numero indefinito di diademi (19,12) in quanto conquistatore del demonio (1,5).

“La sua coda trascinò...”: Dan. 8,10. Gli antichi interpretarono spesso questo brano in riferimento alla caduta degli angeli ribelli (lettera di Giuda 6); ma forse Giovanni intende semplicemente illustrare la grandezza e la forza inaudita del mostro.

“Il dragone si pose davanti alla donna”: questa frase echeggia probabilmente la condanna primordiale in Gen. 3, 14-15 ed è un riferimento a tutto quel lungo periodo in cui l’umanità era in attesa della venuta del seme della donna che doveva calpestare la testa del serpente.

“Partorì un figlio...destinato a governare”: il Messia doveva infrangere il potere del dragone sul mondo; il dragone pertanto sarebbe ansioso di annientarlo all’atto stesso della nascita. Tale nota che riguarda Cristo è anche riferita a tutti coloro che devono vincere con lui (2,26 ss.).

“Fu rapito”: Giovanni sintetizza l’intera vita di Cristo nei suoi poli estremi: la nascita e la gloriosa ascensione (“fu rapito”; 1 Tim. 3,16). Questi due eventi (passando sotto silenzio tutta la vita di Cristo, persino la sua passione) sono sufficienti per mostrare che malgrado la sua vigilanza, l’odio del dragone non riuscì a prevalere.

“Verso Dio e verso il suo trono”: l’ascensione implica il “sedersi” alla destra di Dio (Mc. 6,19; Atti 7,55 ss.; Ef. 1,20; Col. 3,1) e il divenire partecipi della sua sovranità universale.

“La Donna fuggì nel deserto”: umiliata dalla persecuzione dei suoi membri (vv. 14 ss.), la Chiesa deve fuggire nel deserto, il tradizionale luogo di rifugio per gli oppressi d’Israele (1 Re 19,3 ss.; 1 Macc. 2,29 ss.). Sembra sia qui implicita la tipologia dell’esodo. Come Israele fu costretto ad affrontare le prove del deserto (Deut. 8,2 ss.), così anche la comunità escatologica deve aprirsi la strada alla redenzione attraverso il deserto.

“Per essere nutrita”: come Israele (Es. 16) ed Elia (1 Re 17, 2-6; 19, 5-8;) della vita divina (Mt.4,3-4; 14,13-21).

“Scoppiò una guerra nel cielo...”: la connessione tra questa pericope e la precedente non è chiara. L’unico tratto comune ai due episodi è il dragone. Il suo avversario qui non è il Messia, ma Michele, menzionato soltanto qui nell’Apocalisse. La spiegazione più plausibile è pertanto che l’esaltazione del Messia (v. 5b) viene messa in relazione con la vittoria di Michele: il trionfo di Michele sarebbe possibile in virtù della intronizzazione dell’Agnello.

Se questo brano fosse indipendente dalla sezione precedente potrebbe riferirsi alla rivolta degli angeli cattivi e alla loro espulsione dal cielo prima delle origini della storia umana (Is. 14,12 ss.). Ma è molto probabile che Giovanni abbia inteso collegare i due brani. All’annientamento del potere del dragone e all’inaugurazione del regno di Dio è assegnata un’unica causa: sia qui che nei vangeli, questa causa è il ministero di Cristo (Mt. 12,28); Lc. 10,18), culminante nella sua passione e glorificazione (Gv. 12,31; 16,11; 1 Gv. 3,8). Il fatto che la battaglia abbia luogo in cielo, indica che la sconfitta del dragone è veramente operata nel Cristo glorificato. I cristiani fedeli al loro Signore possono avere la certezza che sconfiggeranno satana sulla terra.

“Michele e i suoi angeli”: Michele (il suo nome vuol dire : “Chi (è) come Dio?”) è una delle figure principali dell’apocalittica. Daniele (10, 12-21; 12,1) lo descrive come l’angelo custode e il protettore d’Israele; egli libererà Israele dall’oppressione, specialmente durante gli ultimi giorni. Dopo Daniele, Michele diventa il protettore del resto d’Israele, il compagno dei giusti.

“Il serpente antico”: Gen. 3,1; Sap. 2,24; 2 Cor. 11,3. La copiosità degli appellativi attribuiti al dragone sconfitto, indica la gravità della minaccia che egli costituiva e l’importanza della vittoria di Michele.

Un Inno (10-12) celebra il trionfo di Dio, perché Michele è soltanto il suo servo. Con questo trionfo su satana il regno di Dio e di Cristo è già istituito e può essere celebrato come un evento del passato (v.11; 11,15).

“L’accusatore dei nostri fratelli”: l’A.T. assegna a satana questo ruolo (Gb. 1,6 ss.; Zc. 3,1). Egli continua ad accusare i discepoli di Cristo (Lc. 22,31) ma le sue accuse cadono nel vuoto (Rom. 8,33).

“Sangue dell’Agnello”: la fonte principale della vittoria dei cristiani è il sacrificio di Cristo (7,14). Il suo trionfo rende possibile il trionfo dei suoi seguaci (Gv. 16,33; 1 Gv. 4,4; 5,4 ss.).

“Grazie alla testimonianza...”: il sacrificio di Cristo fa conseguire la vittoria solamente a coloro che si fanno vittima con lui (Rom. 8,17; 2 Tim. 2,11).

“Hanno disprezzato la vita...”: cioè, hanno osservato la legge fondamentale della vita cristiana: il sacrificio del dono di sé, per essere discepoli di Cristo (Mt. 10,39; Mc. 8,35; Gv. 12,25; Atti 20,34; 21,13).

“Voi che abitate...”: il participio presente “skènountes” significa che essi abitano in una “skènè”, = una divina (“tenda”) (7,15; 21,3; 2 Cor. 5,1).

“Terra e mare”:  è l’intero universo, che sarà teatro della futura attività del dragone.

“Gli resta poco tempo”:   In radice satana è già vinto, inoltre il tempo che gli è concesso è breve. (vv. 6 e 14).

“Si avventò contro la donna”: il dragone non potendo più ingaggiare battaglia con il Messia glorificato (v.5), cerca di attaccarlo indirettamente, nella sua Chiesa e nei suoi membri (Mt. 25,45; Atti 9,4).

“Due ali della grande aquila”: nel tema dell’Esodo (Es. 19,4; Deut. 32,11; Is. 40,31) l’aquila simboleggia la divina potenza che dà a tutto il popolo di Dio la garanzia di una pronta ed efficace protezione.

“Per esservi nutrita”: come Elia, in fuga per la salvezza, di un cibo celeste (1 Re 17, 4-6; 19, 5-8).

“Allora il serpente vomitò...”: questo episodio è simile a un mito che racconta di un primordiale conflitto tra la terra e il mare. Il mare è presentato come il rifugio del mostro che personifica il male, nel nostro caso, il dragone (Sal. 74,13; Ez. 29,3; 32,2). La terra  è considerata una persona, in qualche modo simile alla terra madre dell’antica credenza.

Fiumi e in particolare modo torrenti che scompaiono nelle sabbie del deserto sono un fenomeno familiare nell’oriente.

“Contro il resto della sua discendenza”: Giovanni fa una distinzione tra la Chiesa e i suoi membri: la Chiesa come tale è miracolosamente salvata da Dio (Mt. 16,18), ma i cristiani rimangono esposti agli attacchi del demonio e sono soggetti alla morte, anche se Dio assicura loro la sua protezione.

“Osservano i Comandamenti e sono in possesso della testimonianza”: per essere un vero figlio della Chiesa e fratello di Cristo (Rom. 8,29), occorre possedere queste due caratteristiche (14,12; Gv. 15, 9-10).

 

In sintesi: la lotta tra il bene e il male accompagnerà sempre il cammino della Chiesa; anche se satana è stato definitivamente sconfitto, la Chiesa dovrà ancora affrontare prove e lotte (il deserto) per arrivare alla salvezza definitiva (terra promessa).

 

Commento spirituale

 

E’ d’obbligo in questo capitolo fare la nostra riflessione su satana. La sua forza distruttiva e il suo influsso nella storia sono indicati dalla Bibbia in termini impressionanti: “il principe di questo mondo” (Gv. 12,31); “il grande drago, il serpente antico... che seduce tutta la terra” (Ap. 12,9); “omicida fin da principio... e padre della menzogna” (Gv. 8,44); “colui che della morte ha il potere” (Eb. 2,14); il “maligno” che domina “tutto il mondo” (1 Gv. 5,19).

Tutta la missione di Gesù si sviluppa in un conflitto con “l’impero delle tenebre” (Lc. 22,53), fino all’ora decisiva della sua passione.

Dove passa Gesù di Nazateth, si manifesta una potenza di liberazione, di guarigione e di riconciliazione (At. 10,38). Poveri e malati, peccatori e ossessi vengono sollevati con l’energia dello Spirito di Dio. Il dominio del nemico arretra inesorabilmente: “Io vedevo satana cadere come la folgore” (Lc. 10,18).

“Il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo (1 Gv. 3,8), perché gli uomini “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv. 10,10). La vittoria di Gesù e dei suoi discepoli sul peccato e la morte, sulla sofferenza, la malattia e il disordine della natura (Mt.10, 7-8), è la vittoria del regno di Dio su quello del diavolo (Mt. 12,28).

A volte la lotta di Gesù contro il male assume la forma di uno scontro diretto, di un esorcismo con l’ordine di lasciare liberi gli indemoniati.

Nei confronti di Satana e dei demòni bisogna essere vigilanti, ma senza paura. Essi ricevono da Dio le loro energie; possono agire liberamente finché Dio lo permette; loro malgrado, con le loro stesse macchinazioni, come è avvenuto nella passione di Cristo, finiscono per contribuire al regno di Dio e al nostro bene. La supremazia di Dio e di Cristo è totale, dal principio alla fine. Non abbiamo nulla da temere. Cristo ha vinto i demòni e ha dato anche a noi la possibilità di lottare vittoriosamente contro di essi. (Eb. 2,14; 1 Gv. 3,8).

Ordinariamente l’azione degli spiriti maligni nei confronti degli uomini consiste nella tentazione al peccato. Oltre alla tentazione, ad essi vengono attribuiti alcuni fenomeni prodigiosi di carattere negativo: l’ossessione, che è violenza interiore o esteriore per recare turbamento; la possessione, che è presa di possesso del corpo con crisi tempestose, alternate a periodi di calma; la infestazione, che riguarda i luoghi e provoca danni e timori.

Nell’interpretare questo genere di fenomeni, occorre essere estremamente cauti. Per la maggior parte dei casi si tratta di immaginazioni e dicerie senza fondamento o di malattie psichiche. Per un prudente discernimento, vanno consultati psicologi e psichiatri competenti e rispettosi della fede.

Qualche volta però la spiegazione psicologica non sembra adeguata. Si può supporre con buona probabilità l’azione demoniaca in presenza di alcuni segni concomitanti: forza fisica sovrumana, comunicazione attraverso lingue ignote, conoscenza di cose ignote, conoscenza di cose lontane o segrete, atmosfera malsana, avversione alle realtà religiose.

In questi casi è consigliabile ricorrere alla preghiera, umile e fiduciosa, che non pretende di conseguire i risultati ad ogni costo, ma accetta quello che Dio, nella sua provvidenza dispone. E’ bene impegnarsi seriamente in un cammino di vita cristiana, comprendente il sacramento della riconciliazione e la comunione eucaristica, le opere di penitenza e di carità, la fedeltà ai propri doveri. Infine si può ricorrere all’esorcismo.

L’esorcismo è un sacramentale, un gesto compiuto a nome della Chiesa. Nella forma deprecativa ci si rivolge a Dio, perché cacci il demonio; nella forma imperativa, confidando nella vittoriosa potenza di Cristo, si ordina al demonio di andare via. In ambedue le forme implica un atteggiamento di umile fiducia. L’efficacia non è automatica, dipende dalla volontà di Dio.

Può fare l’esorcismo solo un ministro autorizzato dal vescovo. L’autorizzazione viene data a persone dotate di pietà, scienza, prudenza e integrità morale (Codice di diritto canonico, 1172). La celebrazione deve avvenire in un ambiente riservato, in un clima di preghiera che coinvolga tutti i presenti.

LE DUE BESTIE

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 13, 1-18)

1.      Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo.

2.      La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e la sua potestà grande.

3.      Una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita. Allora la terra intera presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia

4.      e gli uomini adorarono il drago perchè aveva dato il potere alla bestia e adorarono la bestia dicendo: “Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?”.

5.      Alla bestia fu data una bocca per proferire parole d’orgoglio e bestemmie, con il potere di agire per quarantadue mesi.

6.      Essa aprì la bocca per proferire bestemmie contro Dio, per bestemmiare il suo nome e la sua dimora, contro tutti quelli che abitano in cielo.

7.      Le fu permesso di far guerra contro i santi e di vincerli; le fu dato potere sopra ogni stirpe, popolo, lingua e nazione.

8.      L’adorarono tutti gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto fin dalla fondazione del mondo nel libro della vita dell’Agnello immolato.

9.      Chi ha orecchi, ascolti:

10. Colui che deve andare in prigionia, andrà in prigionia; colui che deve essere ucciso di spada di spada sia ucciso. In questo sta la costanza e la fede dei santi.

11. Vidi poi salire dalla terra un’altra bestia, che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, che però parlava come un drago.

12. Essa esercita tutto il potere della prima bestia in sua presenza e costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia, la cui ferita mortale era guarita.

13. Operava grandi prodigi, fino a fare scendere fuoco dal cielo sulla terra davanti agli uomini.

14. Per mezzo di questi prodigi, che le era permesso di compiere in presenza della bestia, sedusse gli abitanti della terra dicendo loro di erigere una statua alla bestia che era stata ferita dalla spada ma si era riavuta.

15. Le fu anche concesso di animare la statua della bestia sicché quella statua perfino parlasse e potesse far mettere a morte tutti coloro che non adorassero la statua della bestia.

16. Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte;

17. e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome.

18. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.

 

Commento esegetico.

 

La bestia diventa l’agente terreno del dragone. Questa visione (11,7) si richiama a Dan. 7, dove la bestia dalle dieci corna rappresenta Antioco IV Epifane, il persecutore d’Israele. Sotto molti aspetti la bestia è un falso Agnello, e pertanto, una specie di anticristo. Il veggente ha fuso in un’unica immagine varie caratteristiche delle quattro fiere di Dan. 7; il risultato è una creatura mostruosa che valica i confini dell’immaginazione.

“Una bestia”: questa è l’impero romano, simbolo delle potenze secolari che perseguitano la Chiesa (Dan. 7,17.23).

“Sette teste”: rappresentano, stando a 17,9 ss., i sette colli di Roma e i sette re.

“Dieci corna”: in questo essa assomiglia al dragone (12,3; 17,12 ss. Dan. 7,7.24).

“Titolo blasfemo”: assegnare titoli divini all’imperatore era, per i giudei e i cristiani, un’attribuzione indebita e blasfema (Dan. 11,36; 2 Tess. 2,4).

“Il drago le dette la sua potenza”: l’investitura della bestia, è la controparte dell’intronizzazione dell’Agnello (5,12). Il dragone, il principe di questo mondo, si arroga poteri temporali (Lc. 4,6 ss.) di cui Dio è l’unico vero detentore (Gv. 19,11; Rom. 13,1).

“Una delle sue teste...colpita a morte”: come l’Agnello, che fu ucciso e poi risuscitato (5,6), la bestia sembra scomparire e poi ritornare in vita (17,89. Questo brano può essere un riferimento a qualche evento specifico, come l’assassinio di Cesare e la restaurazione dell’impero sotto Augusto.

“Tutta la terra presa d’ammirazione”: la portentosa guarigione della bestia suscita ammirazione e induce all’adorazione del dragone e della bestia (17,8). E’ questa un’allusione al rapido progresso del culto imperiale e alla rapida assimilazione dell’esempio immorale degli imperatori.

“Chi è simile alla bestia?”: immagine caricaturale degli onori resi all’Agnello (5,9) e a Dio stesso (Es. 15,11).

“Una bocca che proferiva”: Dan.7,8.11.20.25, 1 Macc. 1,24. Gli insulti sono diretti contro Dio e il popolo in mezzo al quale egli dimora (Gv. 1,14).

“Quarantadue mesi”: la stessa durata della profanazione della città santa (11,2), della missione profetica dei due testimoni (11,3) e della permanenza della donna nel deserto (12.6.14). E’ un numero simbolico della Chiesa militante.

“Le fu dato...di far guerra”: agli insulti segue la persecuzione, descritta in termini presi da Dan. 7,6.21. Il potere ricevuto dalla bestia (Lc. 4,6) è una simulazione di quello ricevuto dall’Agnello (5,9; 7,9).

“Il cui nome non è scritto”: adorare la bestia significa essere esclusi dal numero degli eletti (17,8). La formula “fin dal principio del mondo” (Gv. 17,5) è familiare negli scritti apocalittici; nasce dal desiderio di collegare l’evento escatologico con i disegni eterni di Dio (Ef. 1,4).

“Prigionia...spada”: ciascun cristiano deve accettare il destino che Dio ha voluto per lui, per quanto duro esso sia. Questo abbandono alla volontà di Dio è il terreno della pazienza e della serenità dei santi (14, 12-13).

“Vidi poi un’altra bestia”: (11-18) la prima bestia salì dal mare, mentre la seconda si alza dalla terra (Dan. 7,3). Più avanti le verrà dato il nome di falso profeta (16,13; 19,20; 20,10). La sua voce è quella del dragone (v.11), dal quale riceve il suo potere; e come la prima bestia tenta di imitare l’Agnello (vv. 12.13). Sembra una personificazione dell’anticristo della sfera religiosa, incarnato nel sacerdozio pagano (specialmente in Asia Minore) che cercava di indurre tutti gli uomini alla pratica del culto imperiale.

1)            La prima caratteristica di questa bestia che “viene dalla terra” è quella di assomigliare a un agnello, ma di parlare come un dragone: è una potenza ingannevole, e le sue apparenze sono menzognere. Sembra di riudire l’avvertimento di Cristo. “Guardatevi dai falsi profeti...” (Mt. 7,15).

2)            La seconda caratteristica è di essere in grado di compiere prodigi strabilianti, capaci di disorientare gli uomini e di trarli in inganno: fa scendere il fuoco dal cielo e fa parlare la statua. Nel mondo antico non era raro sentire raccontare di statue di celebri santuari che parlavano e si muovevano. Il sorgere di falsi profeti che fanno prodigi per ingannare i credenti è un tratto tradizionale dei passi escatologici del N.T. Si legge in Mc. 13,22 “Sorgeranno falsi profeti e compiranno prodigi, allo scopo di indurre in inganni anche gli eletti” (cf. 2 Tess. 2,9).

3)            La terza caratteristica è l’intolleranza: perseguita a morte tutti coloro che si rifiutano di adorare la prima bestia, e a tutti coloro che rifiutano di appartenerle impedisce di “comprare e vendere”. Vuole, appunto, che tutti le appartengono, e per questo imprime ai suoi seguaci un marchio riconoscibile. Il vocabolo greco usato per indicare il “marchio di appartenenza” era il termine burocratico corrente per designare il sigillo dei Cesari.

4)            Ma la sua caratteristica più importante, il tratto che la individua, è di essere totalmente a servizio della prima bestia. Tutto ciò che fa è per rendere credibile la prima bestia e per indurre gli uomini a sottomettervisi. Le fa erigere una statua e poi impone che venga adorata. La pretesa di farsi adorare non è nuova per la Bibbia: Nabucodonosor aveva fatto già una cosa simile (Dan. 3,5 ss.).

Queste, dunque, le sue principali caratteristiche. Si aggiunga che nei capitoli successivi il mostro che viene dalla terra è designato come il falso profeta (16,13; 19,20; 20,10).

Diversi tratti della visione fanno pensare che l’autore avesse davanti agli occhi il culto imperiale, che ha origini orientali, ma entrò anche nel mondo ellenistico (Alessandro Magno) e poi a Roma (I sec. d.C.). Lo si favorì per farne una specie di vincolo unitario capace di unire insieme popoli tanto numerosi e diversi. Probabilmente il primo imperatore a pretendere -  ancora in vita – onori divini fu Domiziano. Si compiaceva che il popolo in occasioni di grandi feste acclamasse lui e l’imperatrice al grido. “Salve al nostro Signore e alla nostra Signora”. Iniziava le circolari ufficiali con la formula: “Il nostro Signore e Dio ordina...”. In tutto l’impero si fece erigere statue, che poi erano oggetto di venerazione, e a Efeso si fece costruire un tempio grandioso.

“Salire dalla terra”: probabilmente un’allusione all’Asia Minore, mentre la prima bestia salita dal mare rappresenta Roma.

“Grandi segni”: riferimento ad Elia in 1 Re 18,38; 2 Re 1,10 ss.; Lc. 9,54.

“Seduce”: come satana (12,9).

“Erigere una statua della bestia”: rappresentazioni degli imperatori romani divinizzati.

“Che era stata ferita dalla spada”: forse un’allusione alla ferita mortale che Nerone si inflisse nel 68 d.C. Nerone rivive nel persecutore Domiziano.

“Fino al punto da farla parlare”: un riferimento alle pratiche fallaci e ingannevoli, come il ventriloquio, in uso nei culti pagani.

“Un marchio sulla mano destra e sulla fronte”: una controparte del sigillo divino che contrassegna i servi di Dio (7,3 ss.). Il sigillo della bestia si riferisce probabilmente all’esclusione dei cristiani dalla vita sociale.

“Il numero della bestia è 666”: alcuni testi antichi leggono 616. Il numero della bestia rappresenta un nome d’uomo, cioè, un numero equivalente alla somma delle lettere che compongono il nome di una persona. Il gioco di nascondere un nome sotto un numero era noto a giudei e greci: si sostituiva ciascuna lettera del nome con il numero corrispondente (allora i numeri venivano indicati con le lettere dell’alfabeto), si faceva la somma, e si sostituiva al nome la cifra che ne risultava. Il gioco era popolare al punto che su una parete di una casa a Pompei si legge: “Amo quella che ha il numero 545”. In tal modo il nome della ragazza rimaneva sconosciuto, eccetto che agli amici che erano a conoscenza del segreto del numero.

La teoria che ha ricevuto il maggior numero di consensi, identifica 666 con Nerone; scrivendo “Imperatore Nerone” in lettere ebraiche: “NRWN QSR”, e sostituendo alle lettere i numeri che ne corrispondono, le lettere in ebraico danno la somma di 666 ( 50+200+6+50+100+60+200 = 666). Si tratta cioè di ogni Nerone che abusa del potere statale per lottare contro Cristo e i suoi fedeli. La Bestia porta la cifra 666 per indicare il triplice assalto alla perfezione, seguito da un triplice fallimento: tre volte 7 meno 1. “Sarete come Dio” aveva suggerito il serpente nell’Eden.

Nerone ben si inquadra nel contesto, perché fu il primo imperatore che perseguitò i cristiani: egli incarnò tutte le peggiori caratteristiche della bestia, e ritornò in vita sotto le spoglie di Domiziano.

 

In sintesi: Satana, il dragone, comunica la sua natura e il suo potere infernale a due altre potenze ausiliarie chiamate “Bestie”, e che rappresentano, l’idolatria politica (impero romano) e religiosa (il falso profeta).

 

Commento spirituale.

 

“Colui che deve andare in prigionia, andrà in prigionia; colui che deve essere ucciso di spada di spada sia ucciso. In questo sta la costanza e la fede dei santi”.

La perseveranza dei santi nelle prove e nelle persecuzioni della vita terrena, sarà premiata con la visione dell’Agnello immolato.

La retribuzione personale al termine della vita, va sotto il nome di “Giudizio particolare”.

La morte pone fine alla vita dell’uomo come tempo aperto all’accoglienza o al rifiuto della grazia apparsa in Cristo (2 Tm. 1, 9-10). Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell’incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l’immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede. La parabola del povero Lazzaro (Lc. 16,22) e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone (Lc. 23,43), così come altri testi del Nuovo Testamento (2 Cor. 5,8; Fil. 1,23; Eb. 9,27; 12,23), parlano di una sorte ultima dell’anima (Mt. 16,26) che può essere diversa per le une e per le altre.

Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto con Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre.

Nel corso dei secoli, il magistero della Chiesa ha definito, con Benedetto XII nel 1336, la retribuzione immediata dopo la morte e, con il concilio Lateranense V nel 1513, la sopravvivenza di ogni singolo uomo.

Dopo la morte, quindi, sopravvive l’io personale, dotato di coscienza e di volontà. Se si vuole chiamarlo “anima”, bisogna intendere questa parola alla maniera biblica. Esso perde il corpo, cioè l’insieme dei suoi rapporti sensibili con il mondo naturale e umano, ma continua a sussistere nella sua singolarità, in attesa di raggiungere la completa perfezione, al termine della storia, con la risurrezione.

L’uomo comincia a risuscitare già adesso sulla terra con un’esistenza di fede e di carità: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli” (1 Gv. 3,14).

La nostra morte e la nostra risurrezione si giocano nella trama del nostro quotidiano, la parte migliore della nostra vita sarà resa eterna. Tutti i nostri atti d’amore tessono il nostro volto di eternità. La nostra morte non farà altro che manifestare lo stato della nostra crescita, non bisogna dimenticare che il corpo storico di Cristo che è stato trasfigurato, quel corpo che si è donato, offerto e che ha affrontato la morte per amore di Dio  e degli uomini. Solo l’amore, storicamente vissuto, è energia di risurrezione.

L’AGNELLO E I REDENTI

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 14, 1-20)

1.      Poi guardai ed ecco l’Agnello ritto sul monte Sion e insieme centoquarantaquattomila persone che recavano sue uve sono mature”.

2.      L’angelo gettò la sua falce sulla terra, vendemmiò la vigna della terra e gettò l’uva nel grande tino dell’ira di Dio.

3.      Il tino fu pigiato fuori della città e dal tino uscì sangue fino al morso dei cavalli, per una distanza di duecento miglia.scritto sulla fronte il suo nome e il nome del padre suo.

4.      Udii una voce che veniva dal cielo, come un fragore di grandi acque e come un rimbombo di forte tuono. La voce che udii era come quella di suonatori di arpa che si accompagnano nel canto con le loro arpe.

5.      Essi cantavano un cantico nuovo davanti al trono e davanti ai quattro esseri viventi e ai vegliardi. E nessuno poteva comprendere quel cantico se non i centoqarantaquattromila, i redenti della terra.

6.      Questi non si sono contaminati con donne, sono infatti vergini e seguono l’Agnello dovunque va. Essi sono stati redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l’Agnello.

7.      Non fu trovata menzogna sulla loro bocca;  sono senza macchia.

8.      Poi vidi un altro angelo che volando in mezzo al cielo recava un vangelo eterno da annunziare agli abitanti della terra e ad ogni nazione, razza, lingua e popolo.

9.      Egli gridava a gran voce: “Temete Dio e dategli gloria, perchè è giunta l’ora del suo giudizio. Adorate colui che ha fatto il cielo e la terra, il mare e le sorgenti delle acque”.

10. Un secondo angelo lo seguì gridando: “E’ caduta, è caduta Babilonia la grande, quella che ha abbeverato tutte le genti col vino del furore della sua fornicazione”.

11. Poi, un terzo angelo li seguì gridando a gran voce: “Chiunque adora la bestia e la sua statua e ne riceve il marchio sulla fronte o sulla mano,

12. berrà il vino dell’ira di Dio che è versato puro nella coppa della sua ira e sarà torturato con fuoco e zolfo al cospetto degli angeli santi e dell’Agnello.

13. Il fumo del loro tormento salirà per i secoli dei secoli, e non avranno riposo né giorno né notte quanti adorano la bestia e la sua statua e chiunque riceve il marchio del suo nome”.

14. Qui appare la costanza dei santi, che osservano i comandamenti di Dio e la fede in Gesù.

15. Poi udii una voce dal cielo che diceva: “Scrivi: Beati d’ora in poi, i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perchè le loro opere li seguono”.

16. Io guardai ancora ed ecco una nube bianca e sulla nube uno stava seduto, simile a un Figlio d’uomo; aveva sul capo una corona d’oro e in mano una falce affilata.

17. Un altro angelo uscì dal tempio, gridando a gran voce a colui che era seduto sulla nube: “Getta la tua falce e mieti; è giunta l’ora di mietere, perchè la messe della terra è matura”.

18. Allora colui che era seduto sulla nuvola gettò la sua falce sulla terra e la terra fu mietuta.

19. Allora un altro angelo uscì dal tempio che è nel cielo, anch’egli tenendo una falce affilata.

20. Un altro angelo, che ha potere sul fuoco, uscì dall’altare e gridò a gran voce a quello che aveva la falce affilata: “Getta la tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vigna della terra, perchè le

 

Commento esegetico.

 

Riassumiamo brevemente quanto abbiamo detto finora.

Le lettere alle sette Chiese (cc. 2-3) avevano lo scopo di preparare i cristiani a una terribile prova che Giovanni vedeva avvicinarsi: in seguito abbiamo capito che si trattava della persecuzione da parte di uno stato totalitario (l’impero romano) che avrebbe costretto le comunità a scegliere fra l’adorazione del “Signore Gesù” e l’adorazione del “Signor Cesare”.

Abbiamo anche capito – da un lato – che la donna e il bambino e i loro seguaci sono “protetti”, ma non tolti dal mondo; e che – dall’altro lato – satana è sconfitto in cielo, ma è ancora attivo in terra e si incarna nelle potenze idolatre che di volta in volta dominano la scena del mondo e pretendono di sostituirsi a Dio. Di qui la domanda: il popolo di Dio saprà resistere? (6,17). La risposta è una descrizione – anticipata – della vittoria del popolo di Dio. Giovanni rimane fedele alla sua abitudine di inserire, nei momenti più drammatici, un’anticipazione del futuro di vittoria e di pace che attende chi supera la prova.

La Chiesa di Dio sopravviverà alla furia delle potenze brutali e ostili (le due bestie). La presente visione è consolante e rassicurante.

La nozione tradizionale del “resto” d’Israele (Is. 4, 2-3; 10, 19-21; 28, 5-6; Ger. 3,14; Sf. 2,7.9; Rom. 11,5) sembra fornire lo sfondo a questa descrizione dell’assemblea sul monte Sion (Is. 2,3).

“Il capitolo 14” è in un certo senso la conclusione dei capitoli 12 e 13.

Nel capitolo 12 abbiamo visto che il dragone è stato vinto in cielo, ma che ancora sta perseguitando la comunità cristiana in terra.

Nel capitolo 13 ci è stata descritta la forma storica in cui il dragone si incarna: l’idolatria politica e religiosa.

Nel capitolo 14 viene descritta - anticipandola – la sorte di coloro che rimangono fedeli a Cristo e la sorte di coloro che, invece, adorano la potenza del dragone. La narrazione si sviluppa in tre quadri:

1)        Il trionfo dell’Agnello sul monte Sion circondato dai 144.000 che portano scritto sulla fronte il suo nome (14, 1-5).

2)        L’annuncio della caduta di Babilonia (14, 6-13).

3)        La mietitura e la vendemmia (14, 14-20).

 

a) IL TRIONFO DELL’AGNELLO: questa visione dei centoquarantaquattromila va letta insieme alla precedente visione di 7, 1-8. Sembra una ripetizione, ma qui ci sono delle indicazioni più precise.

“Sul monte Sion”: Sion è il trono di Jahwè (Is. 24,23), il monte santo del Messia-Re (Sal. 2,6), la roccia incrollabile (Is. 28,16), la città del Dio vivente (Eb. 12,22), il santuario dei fuggitivi (Gioele 3,5). La Chiesa è costruita sopra solide fondamenta (Mt. 16,18), come una casa costruita sopra la roccia (Mt. 7,24).

“144.000”: i seguaci dell’Agnello sono così distinti da quelli della bestia. Avere il nome di Dio sulla fronte significa essere consacrati al suo servizio.

“Un canto nuovo”:  (vv. 2-3) questi due versi descrivono il possente e melodioso cantico celeste che solo i 144.000 potevano comprendere. Il cantico è presentato in termini di metafore bibliche familiari: “il rumore delle grandi acque” (1,15; 19,6; Ez. 43,2), del grande tuono (4,5; Es. 19,16; Ez. 1,7), la “voce degli arpisti” (5,8; 15,2).

L’Apocalisse è tutta pervasa da inni liturgici: 4, 1-11; 5, 1-14; 7, 9-17,   11, 15-19; 12, 10-12; 15, 2-4; 19, 1-10. Svolgono diverse funzioni: sono la risposta di fede e di ringraziamento nei confronti dell’azione salvifica di Dio, della sua vittoria su satana; sono professione di fede in Dio e in Cristo (e quindi un rifiuto dell’idolatria), sono anticipazioni del risultato finale della storia.

In questo passo non è indicato il contenuto del canto: sarà trascritto soltanto alla fine del libro (19, 1-10). La visione è soltanto un’anticipazione del compimento futuro e come tale va letta. Si tratta di un canto “nuovo”. Perché e in che senso “nuovo?”.

Di un canto nuovo si era già parlato in Ap. 5,9 (“cantavano un canto nuovo”): era il canto dei quattro viventi e dei ventiquattro anziani all’Agnello degno di prendere il libro e di rompere i sigilli.

Nelle lettere alle chiese, si è parlato di un “nome nuovo” promesso al discepolo vittorioso (2,17) e, anche, di un nome nuovo di Cristo (3,12). Ma è soprattutto al cap. 21 che il motivo della novità si presenterà con una certa insistenza. “Vidi un nuovo cielo e una terra nuova” (21,1); “e vidi la città santa la nuova Gerusalemme, discesa dal cielo” (21,2); “e colui che sedeva sul trono disse. Ecco, faccio nuove tutte le cose”.

Si tratta della novità del mondo di Dio: un mondo che in pienezza è nel futuro, ma che già ora è anticipato. E’ la novità escatologica, che al mondo sfugge e che solo i discepoli scorgono, che è promessa ai vittoriosi e che è rifiutata agli idolatri di ieri e di oggi (“cantavano un canto nuovo, e nessuno poteva comprenderlo se non i 144.000).

“I redenti della terra”: la terra significa “mondo” nel senso giovanneo, il “mondo” per cui Gesù non pregò (Gv. 17,9), perché si rifiutò di credere e fu condannato. I 144.000 non sono tolti dal mondo (Gv. 17,15), ma sono riacquistati dal sangue dell’Agnello.

“Sono vergini”: la verginità va qui intesa in senso metaforico; in senso biblico “prostituirsi” equivale ad abbandonare il vero Dio per idolatrare altre divinità, quindi vergine è colui che rifiuta di prostituirsi all’idolatria. Non, dunque, un gruppo di celibi e di asceti, ma il popolo di Dio, che porta il sigillo sulla fronte, e che si è sottratto al fascino dell’idolatria delle due bestie e del dragone.

In  numerosi testi dell’A.T. la verginità indica fedeltà a Dio (Os. 2, 14-21; Ger. 2, 2-6; Sf. 3, 9-13) ; l’idolatria è associata alla prostituzione (2,14; Ez. 16; 23). Babilonia è una meretrice (17, 4-6); ma la Chiesa è la sposa dell’Agnello (19,7; 21, 2-9).

“Seguono l’Agnello dovunque va”: vivono cioè la “sequela”.

“Redenti come primizie”: la metafora delle primizie include l’idea di anticipazione e di rappresentanza. Le primizie sono i frutti maturati prima (in un certo senso hanno anticipato i tempi) e indicano che anche il resto della mietitura è prossimo a maturazione. I 144.000 sono dunque un numero “limitato” che fa presagire una moltitudine molto più vasta.

“Non fu trovata menzogna”: dire menzogne è la condotta caratteristica dei seguaci di satana: il padre della menzogna (Gv. 8,44), ma non c’è inganno sulle labbra del servo di Jahwè (Is. 53,9; 1 Pt. 2,22).

“Sono senza macchia”:  perché salvati dal sangue dell’Agnello (Es. 12,5; 1 Pt. 1,19).

 

b) LA CADUTA DI BABILONIA: Giovanni  (Ap. 14, 6 –13) riprende la visione del “piccolo libro”.

Il primo angelo annuncia il giudizio sul mondo.

“Un vangelo eterno”: la buona notizia dell’evento qui annunziato (cioè l’instaurazione definitiva del regno) è la realizzazione nel tempo di un eterno e misterioso decreto (Ap. 10,7; Rom. 16,25).

Temete Dio”: un invito ad approfittare della tregua finale facendo penitenza prima del “gran giorno d’Iddio Onnipotente” (16,14).

L’appello è rivolto a tutti i pagani; non vengono direttamente invitati a credere nel vangelo (Mc. 1,15), ma a riconoscere Dio come Creatore (Atti 4,24), così come egli si è rivelato nell’A.T. (Qo 12,13). Questo riconoscimento deve essere il primo passo verso la fede cristiana (Atti 14,15, 1 Tess. 1,9).

“E’ caduta Babilonia”: il secondo angelo applica l’oracolo di Isaia 21,9 a Babilonia (Ger. 50,23; 51,8); Babilonia comunque va intesa come un riferimento allegorico alla Roma pagana (1 Pt. 5,13) e simboleggia, al pari della prima Babilonia, città ed imperi ostili al popolo di Dio. L’epiteto “grande” deriva da Dan. 4,27 e pone in evidenza l’alterigia dei Romani (16,19; 17,5; 18,2.20.21).

“Quella che ha abbeverato...col vino”: qui e in 18,3 troviamo la combinazione di due idee: “berrà del vino dell’ira di Dio” (14,10; Sal. 75,8 ss.) e “inebriato... col vino della sua lussuria” (17,2).

Sono immagini usate dai profeti per illustrare il malefico influsso della nuova Babilonia (Ger. 51,7). Sedotte dall’idolatria e dalla dissolutezza, tutte le nazioni berranno al calice dell’ira (14,10; Is. 51,17).

L’immagine del vino inebriante (Ger. 25, 15-16) ben si addice ad illustrare lo stato di chi si è abbandonato al peccato; la moltiplicazione dei peccati è un segno della collera di Dio (Rom. 1,18 ss.).

“Il terzo angelo”: preannuncia il giudizio che verrà pronunciato nei confronti dei seguaci della bestia.

“Fuoco e zolfo”: immagine spesso usata per descrivere la punizione corporale degli empi; si richiama al racconto della distruzione di Sodoma e Gomorra (Gen. 19,24), e vi si accenna anche in Ez. 38,22; Is. 34, 8-10.

“Qui appare la costanza...”: la pazienza o la sopportazione è una virtù propriamente cristiana (Gc. 1,3), che rifulge con maggiore splendore in tempi di persecuzione (13,10; Rom. 5,3); richiede una duplice fedeltà: fede in Cristo e osservanza dei comandamenti.

“Beati i morti che muoiono nel Signore”: (1 Cor. 15,18; 1 Tess. 4,14 ss.) riposeranno dalle loro fatiche, e anche se le loro fatiche saranno giunte al termine, le loro opere li accompagneranno. Nel pensiero giudaico le opere degli uomini li seguivano come testimoni davanti alla corte di Dio. Nell’insegnamento cristiano le opere buone, il frutto dello Spirito (Gal. 5,22 ss.), devono accompagnare la fede (Gc. 2, 14-26).

“D’ora innanzi”: quest’espressione lascia pensare che i giusti entreranno nella beatitudine immediatamente dopo la morte (Fil. 1,23; 2 Cor. 5,8).

 

c) “LA VENDEMMIA E LA MIETITURA”. (14, 14-20).

La prima scena del giudizio finale consiste nell’assemblea di tutti i giusti, presieduta da “uno simile a Figlio d’uomo”, un personaggio misterioso (1,7.13) che si libra su una nuvola (Dan. 7,13; Mc. 14,62); le nubi fanno da carro di Dio (Sal. 104,3).

“Una corona ... una falce”: Cristo porta la corona del conquistatore (6,2), ma la falce indica che ora egli viene nel suo ruolo di giudice (Gv. 5,27).

“La messe”: universale (Gioele 4,13; Mc. 4,29) coincide con la parusia del Figlio dell’uomo (Mt. 25,31). L’ordine di raccogliere la messe viene dal tempio perché il padrone della messe è il Padre.

Il giudizio include però una seconda operazione (Mt. 13,30): gli angeli devono cogliere l’uva dalla vigna della terra. In contrasto con Gioele 4,13 dove queste due fasi sono riunite, l’Apocalisse le mantiene distinte, perché la raccolta dell’uva simboleggia l’esecuzione della punizione divina. Nota che gli angeli, e non il Salvatore getteranno i cattivi nella fornace ardente (Mt. 13,41 ss.).

“Uscì dall’altare”: c’è un solo altare nel tempio celeste; quello degli olocausti (6,9; 11,1), che richiama il sangue dei martiri; e quello delle offerte dell’incenso (8,3.5; 9,13) che sono le preghiere dei santi, che l’angelo porta a Dio per domandare giustizia.

“Il tino”: dal tempo dei profeti del post-esilio, il giudizio di Dio contro i peccatori è stato paragonato all’azione di un vendemmiatore, che pigia l’uva sotto i piedi.

“Fuori della città”: lo sterminio delle nazioni pagane deve effettuarsi fuori di Gerusalemme e Jahwè doveva assurgere a giudice sul Monte degli Ulivi (Zc. 14,2 ss.; Ez. 38-39; Eb. 13, 11-12). Per Gioele 4,12 invece, Jahwè doveva giudicare tutte le nazioni nella valle di Giosafat.

“Uscì sangue”: poiché il vino era chiamato “il sangue dell’uva” (Gen. 49,11; Deut. 32,14), il ruolo del sangue è naturale in questo contesto. L’enorme quantità di sangue versato è una buona illustrazione della veemenza dello stile apocalittico.

In conclusione, sembra che Giovanni abbia voluto proporci un insegnamento tradizionale. Sulla base di un passo di Gioele (4,13), egli ha messo insieme tratti già presenti nel Nuovo Testamento: il ritorno del Figlio dell’uomo per il giudizio definitivo (Mc. 13,26), e la venuta degli angeli con il compito di togliere tutti gli scandali e gli operatori di iniquità (Mt. 13,41).

 

In sintesi: Gesù si presenta sotto il simbolo dell’Agnello, ritto e visibile sul monte Sion; il vero Figlio di Davide che ha espugnato Sion sulla terra, con la sua morte e risurrezione, ora conquista la Sion celeste, nelle sue vesti di giudice universale.

 

Commento spirituale.

 

Il testo attraverso l’immagine della “vendemmia” e “della mietitura” ci riporta al giudizio universale, tema di estrema attualità, soprattutto in vista della fine del secondo millennio.

Sebbene ciascuno con la morte raggiunga la propria salvezza definitiva o la perdizione eterna, salvezza e perdizione diventano complete, secondo tutte le dimensioni della persona, solo alla fine del mondo.

Dio dirige la storia e la porta a termine. I profeti dell’Antico Testamento annunziano il giorno del Signore, come suprema manifestazione della sua gloria su tutta la terra, per punire i nemici, per purificare e salvare i fedeli. Sarà vittoria totale, separazione definitiva del bene dal male.

Sullo sfondo di questa attesa emerge progressivamente la fede nella risurrezione: “Quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna” (Dn. 12,2). I sette fratelli, di cui narra il secondo Libro dei Maccabei, muoiono con la certezza di essere risuscitati da Dio nell’ultimo giorno (2 Macc. 7,9.14.29).

L’insegnamento di Gesù conferma la fede nella risurrezione: “A riguardo dei morti che devono risorgere, non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto ardente, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe? Non è un Dio dei morti ma dei viventi!” (Mc. 12, 26-27). Alla risurrezione dei morti sarà congiunto il giudizio universale, separazione del “buon grano dalla zizzania”, delle “pecore dai capri”.

La risurrezione dei giusti è un prolungamento della sua, perché “tutti riceveranno la vita in Cristo” (1 Cor. 15,22).

Il legame tra la risurrezione di Gesù e la nostra è così stretto, che i primi cristiani pensavano, a torto, che, avvenuta l’una, fosse ormai imminente l’altra (1 Ts. 4,15-17; 1 Cor. 15, 51-57). Presto si accorsero che il “giorno del Signore” tardava a venire (Mt. 24,48; 25,5; 2 Pt. 3,4). Ma non si scandalizzarono: “davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo” (2 Pt. 3,8). Rimase il desiderio che il disegno di Dio si compisse.

Il cuore dei credenti rimase sempre proteso verso l’ultima perfezione. Non arriva però a raffigurarla nei suoi lineamenti. Il Nuovo Testamento, pur mettendo la risurrezione al centro della fede, non la descrive mai nelle sue modalità concrete. Alla richiesta esplicita: “Come risuscitano i morti?” Con quale corpo?” (1 Cor. 15,35), l’apostolo Paolo risponde che risuscitano con un corpo identico a quello attuale e nello stesso tempo diverso. Muore il chicco di grano e rinasce come pianticella. Il corpo umano, che ora è debole, corruttibile e gravato di limiti, risorgerà incorruttibile, trasfigurato dalla forza dello Spirito Santo a immagine del Cristo glorioso (1 Cor. 15, 39-49). La trasformazione sarà profonda, perché “ciò che è corruttibile non può ereditare l’incorruttibilità” (1 Cor. 15,50), tuttavia sarà proprio questo nostro corpo a rivestire l’immortalità (1 Cor. 15,54). A motivo dell’identico soggetto personale, esso rimarrà quello di prima, nonostante il profondo cambiamento, come durante la vita terrena rimaneva se stesso nel variare della statura e nella continua sostituzione delle singole cellule.

Sebbene non si possa immaginare la condizione del corpo glorificato, tuttavia dobbiamo ritenere che essa comporti ancora un legame con il mondo materiale. L’uomo e il mondo si appartengono reciprocamente, perciò la creazione sarà “liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm. 8,21).

Nel corso dei secoli il magistero della Chiesa ha proclamato molte volte la fede nella risurrezione dei morti e nel giudizio universale. Così si esprime il concilio Lateranense IV: “Gesù Cristo... verrà alla fine dei tempi per giudicare i vivi e i morti e renderà a ciascuno secondo le proprie opere, sia ai cattivi che agli eletti. Tutti risorgeranno con i propri corpi, gli stessi di adesso, per ricevere ciascuno secondo le loro opere, cattive o buone, gli uni la pena eterna con il diavolo, gli altri con Cristo per la gloria eterna”.

A ben riflettere, risurrezione di vita e risurrezione di condanna sembrano coincidere con il giudizio universale, in quanto significano la salvezza e la perdizione dell’uomo nella sua totalità, comprese le dimensioni comunitaria e cosmica. Si tratta di un solo avvenimento, conclusivo della storia umana, l’ora della messe (Mt. 13,39).

La risurrezione di tutti i morti precederà il Giudizio finale. Sarà “l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna” (Gv. 5, 28-29). Allora Cristo “verrà nella sua gloria, con tutti i suoi angeli... E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri... e se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna” (Mt. 25,31.32.46).

Il Giudizio finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l’ora e il giorno, egli solo decide circa la sua venuta. Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l’opera della creazione e di tutta l’Economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la Provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il Giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte.

Dopo il giudizio universale i giusti regneranno per sempre con Cristo, glorificati in corpo e anima, e lo stesso universo sarà rinnovato:

“Allora la Chiesa... avrà il suo compimento... nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito con l’uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo”

(Concilio Ecum Vat. II, Lumen Gentium,48).

Questo misterioso rinnovamento, che trasformerà l’umanità e il mondo, dalla Sacra Scrittura è definito con l’espressione: “i nuovi cieli e una terra nuova” (“ Pt. 3,13; Ap. 21,1). Sarà la realizzazione definitiva del disegno di Dio di “ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra” (Ef. 1,10).

In questo nuovo universo (nella “Gerusalemme celeste”, Ap. 21,5), Dio avrà la sua dimora in mezzo agli uomini. Egli “tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate” (Ap. 21,4. 27).

Per l’uomo questo compimento sarà la realizzazione definitiva dell’unità del genere umano, voluta da Dio fin dalla creazione del mondo e di cui la Chiesa nella storia è “come sacramento” Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 1). Coloro che saranno uniti a Cristo formeranno la comunità dei redenti, la “Città santa” di Dio (Ap. 21,2), “la Sposa dell’Agnello”(Ap. 21,9). Essa non sarà più ferita dal peccato, dalle impurità, dall’amor proprio, che distruggono o feriscono la comunità terrena degli uomini. La visione beatifica, nella quale Dio si manifesterà in modo inesauribile agli eletti, sarà sorgente perenne di gaudio, di pace e di reciproca comunione.

Quanto al cosmo, la Rivelazione afferma la profonda comunione di destino fra il mondo materiale e l’uomo.

“La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio... e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione... Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” (Rm. 8, 19-23).

Anche l’universo visibile, dunque, è destinato ad essere trasformato, “affinché il mondo stesso, restaurato nel suo stato primitivo, sia, senza più alcun ostacolo, al servizio dei giusti”, partecipando alla loro glorificazione in Gesù Cristo risorto.

“Ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l’umanità, e non sappiamo il modo in cui sarà trasformato l’universo. Passa certamente l’aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo, però, dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini” (Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 39,1).

Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo.

IL CANTICO DI MOSE’

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 15, 1-8) 

1.      Poi vidi nel cielo un altro segno grande e meraviglioso: sette angeli che avevano sette flagelli; gli ultimi, poiché con essi si deve compiere l’ira di Dio.

2.      Vidi pure come un mare di cristallo misto a fuoco e coloro che avevano vinto la bestia e la sua immagine e il numero del suo nome, stavano ritti sul mare di cristallo. Accompagnando il canto con le arpe divine,

3.      cantavano il cantico di Mosè, servo di Dio, e il cantico dell’Agnello: “Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti!

4.      Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a te, perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati”.

5.      Dopo ciò vidi aprirsi nel cielo il tempio che contiene la Tenda della Testimonianza;

6.      dal tempio uscirono i sette angeli che avevano i sette flagelli, vestiti di lino puro, splendente, e cinti al petto di cinture d’oro.

7.      Uno dei quattro esseri viventi diede ai sette angeli sette coppe d’oro colme dell’ira di Dio che vive nei secoli dei secoli.

8.      Il tempio si riempì del fumo che usciva dalla gloria di Dio e dalla sua potenza: nessuno poteva entrare nel tempio finché non avessero termine i sette flagelli dei sette angeli.

 

Commento esegetico.

 

Dopo la serie dei sigilli e delle trombe, questo terzo e ultimo “gruppo di sette”, ci parla delle calamità che prefigurano il giudizio finale sul mondo e sui suoi abitanti. Qui, come nelle prime due serie, un preludio celeste (15, 1-8) introduce la serie delle sette coppe (16, 1-21).

“Ultimi sette flagelli”: queste piaghe rappresentano la definitiva manifestazione della collera di Dio.

“Mare di cristallo misto a fuoco”: l’elemento del fuoco, associato alla nozione dell’infinita distanza che separa Dio da tutta la creazione (4,6), indica qui, come in tutta la Bibbia, che Dio esige la santità.

Tale richiesta può trovare la sua applicazione nelle prove che hanno purificato i cristiani vittoriosi; o più probabilmente, può qui riferirsi all’ira di Dio (Mt. 3,12) che si manifesterà nell’imminente giudizio (16, 1-21).

“Coloro che avevano vinto...”: si riferisce in modo particolare ai martiri (12,11) che non si sono piegati all’influsso tirannico dell’anticristo (13, 7.15). La scena corrisponde a quella di Ap. 7, 9-17.

“Il cantico di Mosè”: il veggente fa uso esplicito della tipologia dell’esodo (Ez. 15, 1-18; Deut. 32, 1-43). La vittoria dell’Agnello redentore e di coloro che gli appartengono (3,21) è l’apice e il traguardo ultimo della storia della salvezza, di quel processo che è stato sempre sotto il controllo del Dio vivente che liberò il suo popolo dalla schiavitù egiziana.

Ma il vero Mosè - di cui il primo era la figura – è il Cristo morto e risorto, e il vero esodo non è la liberazione dall’Egitto, ma la vittoria sulle forze del male e l’entrata nel Regno di Dio.

Il cantico è un inno all’onnipotenza e alla giustizia del Dio della storia della salvezza. Egli è il padrone assoluto, tutti i suoi interventi sono perfetti, in modo particolare la redenzione operata dall’Agnello e il compimento della storia che saranno descritti nella successiva visione delle sette coppe.

La seconda parte dell’inno ci parla delle ripercussioni che queste “meraviglie di Dio” avranno tra i “popoli” che riconosceranno la gloria di Dio (21, 24-26; 22,2).

Il cantico non contiene nessuna allusione né a Mosè né all’Agnello; la nostra attenzione viene interamente rivolta al Signore, il “Re delle genti”. L’inno è un mosaico di espressioni prese dall’A.T.: “le tue opere” (Sal. 111,2; 139,14); “le tue vie” (Sal. 145,17;Deut. 32,4); “chi non ti temerà” (Ger. 10,7); “tutti i popoli verranno” (Sal. 86,9; Is. 2, 2-4, 66, 19-21).

Dopo il cantico di Mosè, si ritorna ai flagelli che stanno per cadere su Babilonia, cioè Roma (16, 18-19). Come nei cc. 8-9 richiamano le piaghe d’Egitto. Gli angeli che ne sono incaricati escono dalla tenda, che è il vero tempio del cielo (11,19). In un quadro di teofania, essi compiono la liturgia della giustizia.

“Vidi aprirsi nel cielo il tempio”: questo tempio celeste è il modello del “tabernacolo della testimonianza” (Es. 25,9.40; Eb. 8,5) o della tenda dell’assemblea (Es. 25,22; 27,21; Num. 9,15), che “fu aperta” (11,19) durante l’esodo.

“Lino puro... fascia d’oro”: tali vesti simboleggiano la funzione sacerdotale che gli angeli sono sul punto di svolgere.

“Uno dei quattro esseri...”: le coppe vengono consegnate agli angeli da uno dei quattro rappresentanti della natura, le piaghe contenute nelle coppe dovranno colpire l’intero universo (4,6 ss.).

“Il tempio si riempì del fumo”: in linea di massima il fumo è un simbolo biblico della gloriosa e maestosa presenza di Dio (Es. 19,9.18, Is. 6, 1-4), ma può anche essere come in questo caso, un segno della sua potenza e della sua collera (Sal. 18,8, Is. 65,5).

“Nessuno poteva entrare”: il giudizio di Dio è inesorabile; nessuno può entrare nel tempio per intercedere a favore della terra e per allontanare l’imminente serie di catastrofi.

 

In sintesi: il popolo d’Israele aveva intonato un grande inno di vittoria quando sotto la guida di Mosè era stato liberato dalla schiavitù d’Egitto. Il popolo cristiano intona un inno di vittoria perché, per il Sangue dell’Agnello Gesù, è stato liberato dalla schiavitù del peccato. Questo cantico, più che il rigore del castigo, sottolinea il trionfo del Signore e dei suoi.

 

Commento spirituale.

 

Il Cantico di Mosè fa riferimento al Cristo che con la sua morte e resurrezione ha liberato definitivamente l’uomo dalle forze del male e lo introduce nella “vita”, oltre la morte.

Israele, in epoca antica, sperava da Dio benedizione e prosperità per la vita presente. Quanto all’aldilà, pensava, insieme ad altre culture arcaiche, che i morti sopravvivano in una triste condizione di debolezza e di isolamento, come ombre evanescenti (1 Sam. 28,15): “Non ci sarà né attività, né ragione, né scienza, né sapienza negli inferi, dove stai per andare” (Qo 9,10). “Nel paese dell’oblio” (Sal. 88,13) il defunto non ha più rapporti con Dio e con il mondo; “soltanto i suoi dolori egli sente e piange sopra di sé” (Gb. 14,22).

Più tardi la fede comincia a rischiarare anche la vita ultraterrena. Si fa strada la convinzione che l’alleanza con Dio si prolungherà dopo la morte, in modo da assicurare ai giusti una sorte felice, diversa da quella dei malvagi. “Io pongo sempre innanzi a me il Signore, egli sta alla mia destra, non posso vacillare. Di questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima, anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra” (Sal. 16, 8-11). “Io sono con te sempre: tu mi hai preso per la mano destra. Mi guiderai con il tuo consiglio e poi mi accoglierai nella tua gloria. Chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra. Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre. Ecco, perirà chi da te si allontana, tu distruggi chiunque ti è infedele. Il mio bene è stare vicino a Dio: nel Signore Dio ho posto il mio rifugio” (Sal. 73, 23-28). C’è dunque un premio per i giusti e un castigo per gli empi già subito dopo la morte, anche se la retribuzione completa si avrà nel giorno dell’ultimo giudizio e della risurrezione. “La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo, e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono. Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace... Nel giorno del loro giudizio risplenderanno, come scintille nella stoppia, correranno qua e là. Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro” (Sap. 2, 24-3,8).

Gesù, nella parabola del ricco cattivo e del povero Lazzaro come anche nella promessa al ladrone pentito, mostra di condividere la stessa concezione (Lc. 16, 19- 31; 23,43). La novità è il ruolo decisivo che riveste la sua persona. La comunione con lui è più forte della morte, si prolunga per l’eternità. “Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia” (Gv. 6, 48-50): “In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte” (Gv. 8,51). Chi crede nel Figlio di Dio, già adesso possiede la vita eterna e nell’ultimo giorno riceverà la salvezza completa con la risurrezione” (Gv. 6,40.47).

La Chiesa dei primi tempi vive questa gioiosa certezza. Stefano, mentre viene ucciso, esclama: “Signore Gesù, accogli il mio spirito” (At. 7,59). Paolo è ancora più esplicito: “Sia che viviamo, sia che moriamo, apparteniamo al Signore e viviamo insieme a lui” (1 Ts. 5,10; Rm. 14, 7-9); “Sulla terra ci troviamo in esilio, perché non possiamo vederlo (2 Cor. 5, 6-8); “Per noi è molto meglio morire” (Fil. 1, 21-24), per “abitare presso il Signore” (2 Cor. 5,8). La comunione con il Risorto, e attraverso di lui con il Padre, vince ogni ostacolo (Rm. 8, 35-39). Perfino i giusti delle passate generazioni vengono da lui raggiunti, portati alla perfezione e introdotti nel santuario celeste (Eb. 9,8; 10,1; 11,  39-40; 12,23).

Nel corso dei secoli, la Chiesa, con l’invocazione dei santi e il suffragio per i defunti, ha mostrato di credere che i morti vivono ancora e “la vita non è tolta ma trasformata” (Messale Romano, Prefazio dei defunti I). Il magistero della Chiesa ha definito, con Benedetto XII nel 1336, la retribuzione immediata dopo la morte e, con il Concilio Lateranense V nel 1513, la sopravvivenza di ogni singolo uomo.

Possiamo concludere che dopo la morte sopravvive l’io personale, dotato di coscienza e di volontà. Se si vuole chiamarlo “anima”, bisogna intendere questa parola alla maniera biblica. Esso perde il corpo, cioè l’insieme dei suoi rapporti sensibili con il mondo naturale e umano, ma continua a sussistere nella sua singolarità, in attesa di raggiungere la completa perfezione, al termine della storia, con la risurrezione.

L’uomo percorre una vicenda lineare di partecipazione alla vita del Signore risorto. Comincia a risuscitare già adesso sulla terra con un’esistenza di fede e di carità: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli” (1 Gv. 3,14). L’uomo al termine della vita terrena, passa a un’esistenza ancora più alta, dando la sua adesione definitiva a Dio, senza più pericolo di perderlo. Infine, al termine della storia, la risurrezione si estenderà alla dimensione corporea e cosmica.

SETTENARIO DELLE COPPE

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 16, 1-21) 

1.      Udii poi una gran voce dal tempio che diceva ai sette angeli: “Andate e versate sulla terra le sette coppe dell’ira di Dio”.

2.      Partì il primo e versò la sua coppa sopra la terra; e scoppiò una piaga dolorosa e maligna sugli uomini che recavano il marchio della bestia e si prostravano davanti alla sua statua.

3.      Il secondo versò la sua coppa nel mare che diventò sangue come quello di un morto e perì ogni essere vivente che si trovava nel mare.

4.      Il terzo versò la sua coppa nei fiumi e nelle sorgenti delle acque, e diventarono sangue.

5.      Allora udii l’angelo delle acque che diceva; “Sei giusto, tu che sei e che eri, tu, il Santo, poichè così hai giudicato.

6.      Essi hanno versato il sangue di santi e profeti, tu hai dato loro sangue da bere: ne sono ben degni!”

7.      Udii una voce che veniva dall’altare e diceva: “Si, Signore, Dio onnipotente; veri e giusti sono i tuoi giudizi!”

8.      Il quarto versò la sua coppa sul sole e gli fu concesso di bruciare gli uomini con il fuoco.

9.      E gli uomini bruciarono per il terribile calore e bestemmiarono il nome di Dio che ha in suo potere tali flagelli, invece di ravvedersi per rendergli omaggio

10. Il quinto versò la sua coppa sul trono della bestia e il suo regno fu avvolto dalle tenebre. Gli uomini si mordevano la lingua per il dolore e

11. bestemmiarono il Dio del cielo a causa dei dolori e delle piaghe, invece di pentirsi delle loro azioni.

12. Il sesto versò la sua coppa sopra il gran fiume Eufràte e le sue acque furono prosciugate per preparare il passaggio ai re dell’oriente.

13. Poi dalla bocca del drago e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta vidi uscire tre spiriti immondi, simili a rane:

14. sono infatti spiriti di demòni che operano prodigi e vanno a radunare tutti i re di tutta la terra per la guerra del gran giorno di Dio onnipotente.

15. Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non andar nudo e lasciar vedere le sue vergogne.

16. E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armaghedòn.

17. Il settimo versò la sua coppa nell’aria e uscì dal tempio, dalla parte del trono, una voce potente che diceva: “E’ fatto!”.

18. Ne seguirono folgori, clamori e tuoni, accompagnati da un grande terremoto, di cui non vi era mai stato l’uguale da quando gli uomini vivono sopra la terra.

19. La grande città si squarciò in tre parti e crollarono le città delle nazioni. Dio si ricordò di Babilonia la grande, per darle da bere la coppa del vino della sua ira ardente.

20. Ogni isola scomparve e i monti si dileguarono.

21. E grandine enorme del peso di mezzo quintale scrosciò dal cielo sopra gli uomini, e gli uomini bestemmiarono Dio a causa del flagello della grandine, poichè era davvero un grande flagello.

 

Commento esegetico.

 

Le disastrose calamità contenute nelle coppe ci richiamano alla mente le piaghe d’Egitto (Es. 7-12) e sono assai simili a quelle scatenate sul mondo allo squillo delle trombe (8, 2-11,19).

La maggior parte di queste piaghe erano tradizionalmente considerate come segni dell’imminenza dell’ultimo giorno.

Le prime quattro sventure annunciate dalle trombe (8, 7-12) erano circoscritte a un terzo del mondo, mentre le piaghe del cap. 16 hanno un carattere universale e definitivo.

Queste piaghe non vanno interpretate letteralmente, ma metaforicamente.

Le piaghe colpiranno i seguaci dell’anticristo (16, 2.10), cioè il mondo infedele e impenitente, loro scopo è la conversione del mondo (16, 9.11).

“Udii una gran voce”: questa voce è solitamente quella di un angelo (5,2; 7,2; 10,3; 14,7; ecc.), ma qui è probabilmente la voce di Dio, dato che nessuno può entrare nel tempio (15,8).

1)“La prima coppa”: contiene una calamità simile alla sesta piaga d’Egitto (Es. 8, 8-12; Deut. 28,27).

2)“La seconda coppa”: mentre la prima piaga egiziana colpì soltanto il Nilo (es. 7, 17-21) e il flagello scatenato dalla seconda tromba distrusse solo un terzo degli esseri viventi (8,8 ss.), “la seconda coppa” trasforma il mare in sangue, e tutti i viventi che vi si trovano muoiono.

3)“La terza coppa”: con questa terza coppa, l’acqua dolce è mutata in sangue, simile al cambiamento subìto dall’acqua salata (cfr. la terza tromba, 8,10 ss.). Due voci si associano nel dare il loro assenso alla catastrofe, lodando la giustizia divina manifestata in questo intervento:

a) l’“angelo delle acque”:  era frequente nell’apocalittica giudaica la convinzione che le forze della natura fossero controllare dagli angeli; analogamente abbiamo già sentito parlare dei quattro angeli che trattengono i venti (7,1) e dell’angelo che ha il potere sul fuoco (14,18).

b)        “la voce che veniva dall’altare”: la voce appartiene o all’angelo dell’altare (14,18) o ai martiri uccisi che sono sepolti sotto l’altare (6, 9-11; 8,3 ss.).

4)“Il quarto versò”: diversamente dalla quarta tromba, essa non produce oscurità (8,12). Gli uomini indurirono il loro cuore, come fece il faraone dell’esodo (Es. 7,3.22; 8,15).

5) L’oscurità causata dalla “quinta coppa” assomiglia alla calamità annunciata dalla quinta tromba (9, 1-12) e particolarmente alla nona piaga d’Egitto (Es. 10, 21-23).

“Sul trono della bestia”:  (cfr. 2,13; 13,2). Probabilmente un’allusione a Roma in quanto tipo delle potenze ostili alla Chiesa di Dio.

6)“Il sesto versò...sul fiume Eufrate”: precedentemente menzionato in connessione con la sesta tromba (9, 13-21), l’Eufrate era di un’importanza strategica vitale in quanto una difesa naturale contro i Parti (6,3). Se il fiume è in secca, i Romani perdono ogni protezione di fronte ai guerrieri Parti (9,14).

“Il falso profeta”: menzionato qui per la prima volta, va identificato con la bestia dalle due corna (13,11). Egli opera prodigi (13,14). L’attività dei falsi profeti, preannunciata da Gesù (Mc. 13,22), è attestata nella Chiesa primitiva (Atti 13,6), ed è paragonabile all’attività dell’anticristo nelle lettere giovannee (1 Gv. 2,22, 4,3; 2 Gv. 7).

“Rane”:  le rane erano considerate come esseri al servizio del dio delle tenebre, ma, forse qui c’è un’allusione alla seconda piaga d’Egitto (Es. 7,26 ss.) o un riferimento all’elenco degli animali impuri (Lev. 11,10).

“Operano prodigi”: alla maniera dei maghi d’Egitto (Es. 7,22), del falso profeta (Deut. 13, 1-3), dell’empio degli ultimi giorni (2 Tess. 2,9).

“Armaghedòn”: nome greco che significa “la montagna di Meghiddo”. Questa città che costeggia la catena dei monti del Carmelo, è il luogo della disfatta del re Giosia (2 Re 23,29 ss.), resta un simbolo del disastro per gli eserciti che vi si radunano (Zc. 12,11).

7) “Il settimo angelo”: è il preludio immediato del giudizio su Babilonia.

“Lampi tuoni... terremoto”: questi fenomeni accompagnano di solito i maggiori interventi di Dio.

“In tre parti”: non è più un decimo della città ad essere distrutto (11,13), l’intera città (probabilmente Roma e l’impero) è devastata (18, 1-24), e il crollo di Roma comporterà la distruzione dei popoli satelliti.

“Ogni isola... e i monti”: la scomparsa dei monti è un elemento del simbolismo apocalittico del tempo finale.

“Grandine grossa”: la settima piaga d’Egitto (Es. 9, 22-26) e la burrasca di Bet-Horon (Gs. 10,11) esercitarono probabilmente una influenza sulla tradizione posteriore, portando  ad interpretare le paurose tempeste di grandine come un simbolo della collera di Dio verso i nemici d’Israele (Is. 28,2; Ez. 38,22) e verso i falsi profeti (Ez. 13,13), o come un segno del giudizio definitivo emesso nei confronti degli empi (Sp. 5,22).

 

In sintesi: come in Egitto si trattava degli ultimi interventi e ammonizioni di Dio prima del giudizio finale in favore del suo popolo, così qui la descrizione dei flagelli indica che tutto sta precipitando verso l’imminente conclusione: se l’indurimento dei cattivi persisterà, allora il messaggio di salvezza si tramuterà in condanna per chi lo rifiuta.

 

Commento spirituale.

 

Nell’Antico Testamento gli eventi prodigiosi dell’esodo (nel nostro testo, il riferimento alla piaghe d’Egitto) e in genere i miracoli compiuti da Dio e dai suoi inviati attestano la presenza salvifica del Signore nella storia del suo popolo (Es. 7,3; Dt. 6,22; Sal. 105, 26-27).

Nel Nuovo Testamento questi fatti straordinari sono chiamati “miracoli, prodigi e segni” (At. 2,22): “miracoli”, perché manifestano la potenza creatrice di Dio; “prodigi”, perché sono avvenimenti straordinari e inspiegabili, che destano l’ammirazione degli uomini; “segni”, perché nel contesto della predicazione evangelica trasmettono un preciso significato: la venuta del Regno. Dei tre segni il più adeguato è l’ultimo.

I miracoli sono gesti con cui Dio ci parla. Si rivolgono sempre alle persone, o perché le riguardano direttamente, come le guarigioni di malati, o perché recano loro qualche beneficio materiale e spirituale, come accade nella moltiplicazione dei pani e in altre trasformazioni della natura. E per costituire il segno, non conta solo il fatto straordinario, ma anche il modo e il contesto in cui avviene.

Gesù di Nazareth mostra il suo stile inconfondibile anche nel fare miracoli. Coerente con la sua missione di Messia-Servo, fermo nel respingere le tentazioni della ricchezza, del successo e del dominio, non si serve mai del miracolo per il proprio interesse personale, ad esempio per alleviare la propria fame, sete, stanchezza. Rifiuta le richieste di miracoli spettacolari, che costringano a credere (Mc. 8, 11-13; Gv. 6,30). Proibisce ai malati, che ha risanato, di fare pubblicità (Mc. 1,44; 5,43; 7,36). Rimprovera chi con il miracolo vorrebbe punire i recalcitranti e i ribelli (Lc. 9, 54-55), come talvolta era avvenuto nell’Antico Testamento (Nm. 16,31-35; 2 Re 1,10) e come viene rimarcato anche in questo testo apocalittico. Si difende alla maniera dei deboli, nascondendosi davanti ai nemici (Gv. 10,39; 11,54). Non scende dalla croce, quando nell'ora suprema gli avversari lo sfidano con ingiuriosa ironia: “Ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo” (Mc. 15, 31-32).

Gesù come insegna con autorità, così compie i miracoli con autorità, a nome proprio: “Io ti dico” (Mc. 5,41); “Ti ordino” (Mc. 2,11). Agisce con naturalezza, senza sforzo e senza alcuna preparazione; gli basta una semplice parola (Mc. 1, 40-42; 3,5; 4,39; Lc. 18,43; Gv. 11,44). Il risultato è istantaneo, sebbene i casi siano diversi: guarigioni di lebbrosi, ciechi, sordomuti, paralitici, epilettici; risurrezione dei morti; moltiplicazione dei pani e dei pesci, trasformazione dell’acqua in vino, una pesca miracolosa, una tempesta sedata. Alla singolare autorità si unisce una sorprendente umanità e tenerezza: a volte interviene senza essere richiesto, per compassione (Mc. 8,2; Lc. 7,13); a volte non esita a infrangere le prescrizioni della legge, guarendo in giorno di sabato o toccando i lebbrosi e i morti (Mc. 1,41; 3, 1-5; 5,41).

I miracoli di Gesù sono strettamente collegati alla sua predicazione. E’ sempre in cammino, infaticabile, per città e villaggi della Galilea, “predicando la buona novella del Regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo” (Mt. 4,23; Mt. 9,35). Affida ai discepoli la stessa duplice missione. “Li mandò ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi” (Lc. 9,2). Predicazione e miracoli attestano e attuano la nuova venuta salvifica di Dio nella storia. La sua parola converte e risana. Il messaggio è centrato sul regno di Dio; i miracoli ne lasciano intravedere la presenza, ne sono i segni trasparenti.

Il loro significato è molteplice. Dio si è fatto vicino in modo nuovo (Mt. 12,28; Lc. 11,20), per vincere il peccato, la malattia, la morte e ogni forma di male, per dare all’uomo la salvezza integrale, spirituale, corporea, sociale e cosmica, ora come anticipo e poi alla fine della storia in pienezza, facendo “nuove tutte le cose” (Ap. 21,5).

La stessa riluttanza a compiere miracoli, che Gesù manifesta più volte, ha un suo significato. Egli vuole evitare che la gente strumentalizzi Dio ai propri interessi immediati (Gv. 6,26). Per chi non cerca la comunione con Dio, ma unicamente i suoi benefici, il miracolo diventa fuorviante. Gesù esige almeno una fede iniziale, un’apertura al mistero. Alla folla curiosa e avida di prodigi si sottrae volentieri, appena capita l’occasione favorevole (Mc. 1, 36-38).

Essendo “segni certissimi della divina rivelazione” (Concilio Vat. II, Dei Filius, III DS 3009), i miracoli aiutano a credere in modo ragionevole. Lo suggerisce Gesù stesso: “Se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre” (Gv. 10,38).

Tuttavia non bastano certo i miracoli a produrre la fede: è l’attrazione interiore del Padre che la suscita (Gv. 6,44). Né sono i miracoli gli eventi salvifici principali: il vero pane non è quello moltiplicato, ma quello eucaristico (Gv. 6, 26-58); la vera luce non è quella restituita al cieco nato, ma quella della fede battesimale (Gv. 9, 1-41). I sacramenti, prefigurati dai miracoli, sono una comunicazione di salvezza più alta.

IL CASTIGO DI BABILONIA

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 17, 1-18)

1.      Allora uno dei sette angeli che hanno le sette coppe mi si avvicinò e parlò con me: “Vieni, ti farò vedere la condanna della grande prostituta che siede presso le grandi acque.

2.      Con lei si sono prostituiti i re della terra e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione.

3.      L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna.

4.      La donna era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle, teneva in mano una coppa d’oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione.

5.      Sulla fronte aveva scritto un nome misterioso: “Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra”.

6.      E vidi che quella donna era ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. Al vederla, fui preso da grande stupore.

7.      Ma l’angelo mi disse: “Perché ti meravigli? Io ti spiegherò il mistero della donna e della bestia che la porta, con sette teste e dieci corna.

8.      La bestia che hai visto era ma non è più, salirà dall’Abisso, ma per andare in perdizione. E gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era e non è più, ma riapparirà.

9.      Qui ci vuole una mente che abbia saggezza. Le sette teste sono i sette colli sui quali è seduta la donna, e sono anche sette re.

10. I primi cinque sono caduti, ne resta uno ancora in vita, l’altro non è ancora venuto e quando sarà venuto, dovrà rimanere per poco.

11. Quanto alla bestia che era e non è più, è ad un tempo l’ottavo re e uno dei sette, ma va in perdizione.

12. Le dieci corna che hai viste sono dieci re, i quali non hanno ancora ricevuto un regno, ma riceveranno potere regale, per un’ora soltanto con la bestia.

13. Questi hanno un unico intento: consegnare la loro forza e il loro potere alla bestia.

14. Essi combatteranno contro l’Agnello, ma l’Agnello li vincerà, perchè è il Signore dei signori e il Re dei re e quelli con lui sono chiamati, gli eletti e i fedeli”.

15. Poi l’angelo mi disse: “Le acque che hai viste, presso le quali siede la prostituta, simboleggiano popoli, moltitudini, genti e lingue.

16. Le dieci corna che hai viste e la bestia odieranno la prostituta, la spoglieranno e la lasceranno nuda, ne mangeranno le carni e la bruceranno col fuoco.

17. Dio infatti ha messo loro in cuore di realizzare il suo disegno e di accordarsi per affidare il loro regno alla bestia, finché si realizzino le parole di Dio.

18. La donna che hai vista simboleggia la città grande, che regna su tutti i re della terra”.

 

Commento esegetico.

 

La caduta di Babilonia è stata menzionata già due volte (14,4; 16,19) senza ulteriori chiarimenti. Ora il veggente descrive in maniera enigmatica la grande meretrice (17, 1-18); egli ci presenta la caduta di Babilonia come se fosse un evento del passato e ci parla delle lamentazioni che seguono a tale disastro (18, 1-24), mentre dei canti di esaltazione risuonano nei cieli (19, 1-10). Questa distruzione delle forze persecutrici serve da preparazione immediata allo stadio finale dell’Apocalisse che consiste nella vittoria di Cristo e della sua Chiesa (19, 11-22,5).

“La grande meretrice”: Babilonia, l’antitesi della donna che personifica il popolo di Dio (12,1 ss.), è qui caratterizzata come una meretrice per la prima volta. Ma la tradizione di condannare gli idolatri e i popoli o le città empie come meretrici era già ben radicata nell’A.T.: per es., Tiro (Is. 23,16 ss.), Ninive (Naum 3,4 ss.), Israele (Ez. 16), Samaria e Gerusalemme (Ez. 23). Al termine della visione (v.18), l’angelo insinua chiaramente che la meretrice rappresenta Roma.

“Le grandi acque”: l’immagine è interpretata nel v. 15, ed è un’eco di Ger. 51,13 dove è letteralmente applicata a Babilonia, ma è un riferimento, anche se simbolico, a Roma.

“Con lei si sono prostituiti...” le nazioni pagane e i loro re, che hanno adottato il culto imperiale. Ciò spiega perché Roma merita il titolo di meretrice. “I re della terra”, sono i governi satelliti di Roma, che si beano di accettare la sua sovranità, la sua idolatria (specialmente il culto imperiale), e i suoi vizi.

“In un deserto”: il deserto era tradizionalmente il soggiorno degli animali impuri (18,2 cfr. Lev. 16,8; 17,7). L’immagine evoca la totale desolazione di qualsiasi luogo da cui sia assente Dio. In contrasto, quando il veggente contemplerà la nuova Gerusalemme, sarà trasportato su un alto monte (21,10).

“Una donna seduta sopra una bestia scarlatta”: la “donna” è la città di Roma (cfr. v.18); la “bestia”, la stessa del cap.13, rappresenta un imperatore, forse Nerone, che, secondo un’opinione popolare, si ritiene ritrovi la vita e la potenza divina prima della venuta dell’Agnello (2 Tess. 2, 8-9).

Il colore “scarlatto” simboleggia il superbo splendore dell’impero romano.

Le “sette teste” sono i sette colli di Roma (v. 9); ma anche i “sette re” (dato che la bestia rappresenta l’impero romano, le sette teste devono rappresentare gli imperatori, chiamati re nell’oriente). Il numero sette è probabilmente simbolico e sta a significare la totalità degli imperatori romani, ma molti esegeti interpretano il numero alla lettera a motivo dei dettagli che seguono: “cinque sono caduti”: secondo l’interpretazione normalmente accettata, i cinque imperatori già morti sono Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone. Il sesto imperatore, colui che regna attualmente (“Ne resta uno ancora in vita”), dovrebbe essere Vespasiano (69-79 d.C.). “L’altro non è ... rimarrà per poco tempo”: è l’imperatore Tito, consumato dalla malattia, regnò soltanto dal 79 all’81 d.C.

“L’ottavo re”: sarebbe il successore di Tito, Domiziano, considerato il più terribile di tutti e fuori dalla serie precedentemente indicata (in questo senso “ottavo”), ma che la leggenda popolare considerava come la reincarnazione di Nerone (e in questo senso “uno dei sette”).

Alcuni studiosi hanno proposto la teoria secondo cui Giovanni avrebbe scritto durante il regno di Vespasiano (69-70 d.C.), mentre in realtà scrive più tardi, al tempo di Domiziano (81-96 d.C.).

Le “dieci corna”: i dieci re (17,12) - simboleggiati dalle dieci corna (Dan. 7,24) – sono senza dubbio re satelliti, che alleandosi con la bestia ottengono un effimero successo (“per un’ora soltanto”). Dipendono in tutto e per tutto dalla bestia (17, 13.17), e insieme ad essa – e da essa manovrati – muovono guerra all’Agnello (“Essi combatteranno contro l’Agnello”), che li sconfiggerà. Prima però hanno una importante funzione storica da compiere nel piano di Dio: rivoltarsi contro Roma e distruggerla (17,16). Ma questi re satelliti, una volta ottenuta la vittoria sull’impero romano, si inorgogliscono e si avventano contro il popolo di Dio (come già avevano fatto i popoli antichi che Dio aveva convocati per punire Israele), ma saranno sconfitti dall’Agnello.

“Signore dei signori”: questo appellativo divino (Deut. 10,17; Sal. 136,3) è applicato qui e in 19,16 a Cristo, come in 1 Tim. 6,16.

“Le acque che hai viste”: simboleggiano la moltitudine dei popoli sopra cui si estende la dominazione romana. I re, (v.16) strumenti inconsapevoli di un decreto divino, offrono le loro forze riunite alla bestia (v.13) per distruggere la meretrice. Come descrizione della punizione di Roma, questa pericope ricapitola molte metafore tradizionali (Osea 2,5; Is. 49,26; Ez. 23, 25-29). “Fuoco”: la pena della legge per delitti molto gravi (Lev. 20,14; 21).

In conclusione possiamo dire che, in questo capitolo, Giovanni concentra la sua attenzione sull’impero romano, Roma (“la donna”), i sui suoi imperatori (“la bestia”) e i loro alleati (“i dieci re”).

La bestia attira i re nella propria orbita e offre loro un regno, ma è per poco: in realtà li sottomette e li trascina in una sconfitta irrimediabile. La bestia sorregge la città idolatra ma poi l’abbandona, le si rivolta contro e la distrugge: così Roma cade per mano di quelle stesse forze che l’hanno sostenuta. Il sistema divora se stesso, gli idoli si rivoltano contro i loro adoratori.

Il tema della visione e della sua spiegazione è, dunque, un fatto storico: il crollo di Roma (e quindi la sconfitta della bestia). Ma questo non è tutto. Tanto è vero che la nostra pagina non si presenta come un racconto della caduta di Roma, né semplicemente come una sua predizione bensì come una rivelazione di un mistero (17,5.7), parola che allude al “progetto di Dio”, nascosto allo sguardo dell’uomo, ma che si manifesta allo sguardo della fede. E difatti il susseguirsi dei simboli e della spiegazione non si accontenta di annunciare la fine della prostituta, ma – più ampiamente – ne svela le ragioni, i meccanismi profondi che a quella distruzione inevitabilmente conducono.

Di qui due sottolineature. La prima è che - pur concentrandosi su di un fatto della storia – lo sguardo di Giovanni offre una serie di elementi che travalicano quel singolo fatto e assurgono a schema di lettura applicabile a molte analoghe situazioni. La seconda è che alla comunità sono richieste anche qui (come in altre pagine di particolare importanza: Ap. 13,9.18) un’attenzione particolare e un’intelligente capacità di discernimento (“qui occorre una mente che abbia sapienza”). E’ la capacità di osservare il simbolo, scorgerne il significato e applicarlo alle situazioni storiche in cui la comunità si trova a vivere. In altre parole: avere la lucidità (che viene dalla fede e dalla conoscenza in Cristo delle leggi fondamentali con cui Dio guida la storia e realizza il suo progetto) di scorgere dietro i fatti il meccanismo profondo e nascosto che li determina.

 

In sintesi: in questo capitolo S. Giovanni descrive con un’ampiezza sorprendente la condanna e la rovina di Babilonia. L’ampiezza però ha un motivo: agli occhi dei cristiani perseguitati di tutti i tempi, ogni organizzazione di potere, statale e non, ostile a Dio, sembra ingrandirsi e diventare smisuratamente invincibile e invulnerabile. Eppure quella potenza avversaria è interamente vuota e destinata al crollo.

Babilonia è la Roma imperiale, sede del potere e del piacere. I barbari che essa domina le si rivolteranno contro. Questa profezia immediata non è che la realizzazione, in piccolo, di ciò che avverrà lungo tutti i secoli della storia del mondo.

 

Commento spirituale.

 

Molti diffidano della politica, preferiscono starsene fuori. Altri vi entrano per affermare interessi personali o di parte. Altri, infine, ne fanno una specie di messianismo, in grado di liberare l’uomo da tutti i suoi mali.

La Chiesa ha un’altra stima per la genuina azione politica; la dice “degna di lode e di considerazione” (Conc. Vat. II, Gaudium et spes, 75), l’addita come “forma esigente di carità” (Paolo VI, Octogesima adveniens, 46). Riconosce che la necessità di una comunità politica e di una pubblica autorità è inscritta nella natura sociale dell’uomo e quindi deriva dalla volontà di Dio. D’altra parte essa indica i limiti della politica e vigila perché non diventi invadente o addirittura totalitaria. Questa sua posizione è in continuità con quanto al riguardo insegna la Bibbia.

Nella cultura dell’antico oriente, il re veniva adorato come un dio, come manifestazione della divinità suprema. Secondo la Bibbia, invece, i governanti sono soltanto servitori di Dio per il bene del popolo, sottoposti anch’essi alla legge morale e al giudizio esigente del Signore. Così essa si esprime: “Ascoltate, o re, e cercate di comprendere; imparate, governanti di tutta la terra... La vostra sovranità proviene dal Signore; la vostra potenza dall’Altissimo, il quale esaminerà le vostre opere e scruterà i vostri propositi; poiché, pur essendo ministri del suo regno, non avete governato rettamente, né avete osservato la legge, né vi siete comportati secondo il volere di Dio” (Sap. 6,1.3-4). “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” (Mc. 12,17) “Non c’è autorità se non da Dio... Essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza” (Rm.13, 1.4-5). Occorre pregare “per tutti quelli che stanno al potere, perchè possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità” (1 Tm. 2,2).

Lo Stato assume un volto demoniaco quando, dimentico del suo ruolo sussidiario di servizio, diventa totalitario e prende il posto di Dio: “Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo...Il drago le diede la sua forza, il suo trono e la sua potestà grande” (Ap. 13, 1-2). In situazioni del genere ai cristiani si impone il dovere della resistenza.

Secondo la dottrina della Chiesa, l’autentica azione politica è servizio per il bene comune, con trasparenza e competenza.

Il bene comune di una popolazione consiste “nell’insieme di quelle condizioni di vita sociale, con le quali gli uomini, la famiglia e le associazioni possono ottenere il conseguimento più pieno e più spedito della loro perfezione” (Conc. Vat.II, Gaudium et Spes, 74). Comprende i diritti fondamentali della persona, i valori morali e culturali che sono oggetto di generale consenso, le strutture e le leggi della convivenza, la prosperità e la sicurezza.

I cittadini sono nello stesso tempo destinatari e protagonisti della politica (Giovanni Paolo II, Christifideles laici, 42). Sono obbligati in coscienza a osservare le leggi giuste e a pagare le tasse. Hanno il diritto-dovere di approvare l’ordinamento politico, di eleggere i governanti e di controllare il loro operato. Inseriti nelle comunità intermedie e nelle associazioni, partecipano alla gestione di numerosi servizi, specie nei settori dell’educazione, della cultura, della sanità e dell’assistenza.

La legittimità di un governo si misura dalla capacità di rispettare e sostenere i diritti delle persone e dei soggetti sociali intermedi. Il potere deve essere esercitato per il  popolo e con il popolo.

Ai fedeli laici, occupati nella gestione della cosa pubblica, la Chiesa ricorda il dovere della coerenza con la visione cristiana della vita.

CADUTA DI BABILONIA

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 18, 1-24)

1.      Dopo ciò, vidi un altro angelo discendere dal cielo con grande potere e la terra fu illuminata dal suo splendore.

2.      Gridò a gran voce: “E’ caduta, è caduta Babilonia la grande ed è diventata covo di demòni, carcere di ogni spirito immondo, carcere d’ogni uccello impuro e aborrito e carcere di ogni bestia immonda e aborrita.

3.      Perchè tutte le nazioni hanno bevuto del vino della sua sfrenata prostituzione, i re della terra si sono prostituiti con essa e i mercanti della terra si sono arricchiti del suo lusso sfrenato”.

4.      Poi udii un’altra voce dal cielo: “Uscite, popolo mio, da Babilonia per non associarvi ai suoi peccati e non ricevere parte dei suoi flagelli.

5.      Perchè i suoi peccati si sono accumulati fino al cielo e Dio si è ricordato delle sue iniquità.

6.      Pagàtela  con la sua stessa moneta, retribuitele il doppio dei suoi misfatti. Versatele doppia misura nella coppa con cui mesceva.

7.      Tutto ciò che ha speso per la sua gloria e il suo lusso, restituiteglielo in tanto tormento e afflizione. Poichè diceva in cuor suo: Io seggo regina, vedova non sono e lutto non vedrò;

8.      per questo, in un sol giorno, verranno su di lei questi flagelli: morte, lutto e fame; sarà bruciata dal fuoco, poichè potente Signore è Dio che l’ha condannata”.

9.      I re della terra che si sono prostituiti e han vissuto nel fatto con essa piangeranno e si lamenteranno a causa di lei, quando vedranno il fumo del suo incendio,

10. tenendosi a distanza per paura dei suoi tormenti e diranno: “Guai, guai, immensa città, Babilonia, possente città; in un’ora sola è giunta la tua condanna!”

11. anche i mercanti della terra piangono e gemono su di lei, perchè nessuno compera più le loro merci:

12. carichi d’oro, d’argento e di pietre preziose, di perle, di lino, di porpora, di seta e di scarlatto; legni profumati di ogni specie, oggetti d’avorio, di legno, di bronzo, di ferro, di marmo;

13. cinnamòmo, amòmo, profumi, unguento, incenso, vino, olio, fior di farina, frumento, bestiame, greggi, cavalli, cocchi, schiavi e vite umane.

14. “I frutti che ti piacevano tanto, tutto quel lusso e quello splendore sono perduti per te, mai più potranno trovarli”.

15. I mercanti divenuti ricchi per essa, si terranno a distanza per timore dei suoi tormenti; piangendo e gemendo, diranno:

16. “Guai, guai, immensa città, tutta ammantata di bisso, di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle!

17. In un’ora sola è andata dispersa si grande ricchezza!”. Tutti i comandanti di navi e l’intera ciurma, i naviganti e quanti commerciano per mare se ne stanno a distanza,

18. e gridano guardando il fumo del suo incendio: “Quale città fu mai somigliante all’immensa città?”.

19. Gettandosi sul capo la polvere gridano, piangono e gemono: “Guai, guai, immensa città, del cui lusso arricchirono quanti avevano navi sul mare! In un’ora sola fu ridotta a un deserto!

20.  Esulta, o cielo, su di essa, e voi, santi, apostoli, profeti, perchè condannando Babilonia Dio vi ha reso giustizia!”.

21. Un angelo possente prese allora una pietra grande come una mola, e la gettò nel mare esclamando: “Con la stessa violenza sarà precipitata Babilonia, la grande città e più non riapparirà.

22.  La voce degli arpisti e dei musici, dei flautisti e dei suonatori di tromba, non si udrà più in te; ed ogni artigiano di qualsiasi mestiere non si troverà più in te; e la voce della mola non si udrà più in te;

23. e la luce della lampada non brillerà più in te; e voce di sposo e di sposa non si udrà più in te. Perchè i tuoi mercanti erano i grandi della terra; perchè tutte le nazioni dalle tue malìe furono sedotte.

24. In essa fu trovato il sangue dei profeti e dei santi e di tutti coloro uccisi sulla terra”.

 

Commento esegetico.

 

In questa sezione del libro non si parla più di giudizi parziali, ma definitivi. Tuttavia Giovanni sa molto bene che la caduta di Roma non è ancora la fine della storia: restano la bestia e il dragone, che nessuno sa - neppure Giovanni – quante volte torneranno nella storia a incarnarsi. Ma non è il numero delle loro incarnazioni storiche che interessa: ciò che conta è che il loro destino è segnato. Scompariranno come scompare Babilonia.

Il giudizio di Dio sulla “grande città” è descritto principalmente mediante un cantico di lamentazione, cioè attraverso reazioni e commenti di diversi spettatori. Non una narrazione della caduta di Babilonia, ma un coro di commenti e di valutazioni. Intervengono personaggi diversi, celesti e terrestri, e le loro reazioni sono, ovviamente, differenti.

Il primo personaggio è un angelo e annuncia la caduta della città: pone il tema, o il fatto, attorno a cui si sviluppano le reazioni (vv. 1-3).

Il secondo personaggio è ancora un angelo e lancia un avvertimento al popolo di Dio a fuggire dalla città ormai condannata (vv. 4-8).

A questo punto intervengono i re della terra, cioè coloro che avevano tratto profitto dalle stravaganze della potenza, del commercio e dello sfarzo romano (specialmente re, mercanti e marinai). Le loro voci esprimono stupore, paura e lamento (vv. 9-20).

Infine di nuovo un angelo, con un gesto simbolico sigilla per sempre l’annientamento dell’impero (vv. 21-24).

Non c’è nessuna descrizione delle fasi successive della distruzione, perché l’attenzione  è rivolta sulle contrastanti reazioni dei pagani e dei cristiani. Espressioni prese dall’A.T. si susseguono continuamente in questo capitolo, esse sono tratte principalmente dai poemi sarcastici composti dai profeti contro le città orgogliose di Babilonia, Tiro e Ninive (Is. 23-24-47; Ger. 50-51; Ez. 26-27). Roma  è il simbolo di tutti i peccati e i vizi delle antiche città. Roma è l’incarnazione del concetto giovanneo di “mondo”, che rivendica una struttura e una vitalità indipendenti da Dio. Ma la sventura si abbatterà su di essa “in un attimo” (il ritornello nei vv. 10.17.19), perché il giudizio efficace di Dio la colpirà come un fulmine.

“La terra illuminata dal suo splendore”: tutti gli esseri celesti hanno lo stesso splendore della divina maestà.

“Covo di demoni”: Roma diventerà una terra desolata, come le antiche città condannate da Dio (Is. 34, 11-15), sarà la dimora dei demoni (Baruc 4,35), delle belve (Is. 13,22; Ger. 9,10; 50,39; Sf. 2,14) e degli uccelli immondi (Is. 13,21).

“Tutte le genti hanno bevuto”: un richiamo all’immoralità della città senza Dio (14,8; 17, 2.4 ss.), per evidenziare la giustizia della sua condanna.

“Uscite popolo mio...”: anche gli episodi biblici più antichi insistono sulla separazione dai peccatori: la chiamata di Abramo (Gen. 12,1), la liberazione di Lot (Gen. 19,12 ss.), la ribellione di Datan e Abiram (Num. 16,26). In particolare, quest’ingiunzione fu fatta ad Israele verso la fine dell’esilio (Is. 48,20; 52,11; Ger. 50,8; 51,6.45). Divenne in seguito un elemento tradizionale nell’apocalittica (Mt. 24, 16-20).

Sarebbe un errore interpretare questa pericope come un consiglio alla comunità romana di evacuare la città a un’ora ben stabilita immediatamente prima della distruzione. La “fuga” consiste nel rifiuto a prendere parte ai peccati dei Romani. Paolo ammette che noi siamo incapaci di lasciare il mondo (1 Cor. 5,10), ma ci sollecita a rifuggire da qualsiasi partecipazione alle opere delle tenebre (2 Cor. 6, 14-18).

“Pagatela con la stessa moneta”: la legge del taglione (Es. 21,24 ss.) fu applicata a Babilonia, la persecutrice d’Israele (Ger. 50,29; Sal. 137,8). Il doppio risarcimento (Es. 22, 4.7.9) è già stato riscosso da Gerusalemme (Is. 40,2; Ger. 16,18).

“Io seggo regina”: il peccato principale di Roma e di tutti gli imperi pagani consiste nella asserzione che il loro potere e la loro autorità derivano esclusivamente da se stessi, che con hanno padroni al di sopra di se stessi, e che non riconoscono quindi alcuna legge da cui dipendere.

 

Lamentazione sulle rovine di Babilonia. (18, 9-19).

Tre gruppi la cui prosperità dipendeva da Roma piangono sul loro destino:

1)          “I re della terra” (vv. 9-10).

2)          “I mercanti della terra” (vv. 11-17a).

3)          “I marinai” (17b-19).

I loro lamenti sono ispirati all’egoismo, perché la prosperità di Roma era la chiave dei loro profitti. L’intero brano, basato su Ez. 26-27 (che si riferisce a Tiro), si richiama alla potenza, alla ricchezza e allo splendore di Roma, e il contrasto rende ancora più tragica la sua fulminea devastazione.

“I re della terra”:  (Ez. 26, 16-18). Sono i re alleati e assoggettati (17,2; 18,3).

“I mercanti della terra”: (Ez. 27, 9b-36) sono i più gravemente colpiti dal crollo di Roma.

“Perchè nessuno comprerà”: questa frase mette a nudo la ragione egoistica del lamento dei mercanti (v. 19).

“Le loro merci”: questo impressionante elenco di oggetti di lusso riflette il commercio romano del tempo.

“Legni profumati”: Un legno profumato importato dall’Africa, usato per tavoli da pranzo e opere d’arte. “Frumento”:

“Frumento”: la massima parte del grano che si consumava a Roma era prodotta in Egitto. “Vite umane”: un’espressione presa da Ez. 27,13 e si riferisce agli schiavi - bestiame umano – venduti dai mercanti perché facessero i servi nelle case dei ricchi, o usati come strumenti di piacere nei bordelli e nell’anfiteatro.

“I frutti”: metaforicamente il risultato di una lunga fatica e che si è sul punto di gustare.

“Bisso”: (lino finissimo). I re erano colpiti dalla potenza di Roma (v. 10); i mercanti dalle sue ricchezze (vv. 16 ss.).

“Esulta o cielo”: questo invito alla gioia sarà ripetuto in 19, 1-10.

“Apostoli e profeti”: tra i “santi”, cioè, i martiri, questi sono i principali rappresentanti della Chiesa (1 Cor. 12,28).

 

Un’azione simbolica segnala la scomparsa di Babilonia (18, 21-24).

“La gettò nel mare”: Il libro di Geremia che annunciava la distruzione di Babilonia era stato legato a una pietra e gettato nell’Eufrate (Ger. 51, 63-64). Proprio come una pietra gettata nel mare scomparirebbe senza lasciar traccia, così Babilonia, vale a dire Roma, sarà annientata (Es. 15,5; Lc. 17,2).

“Non si udrà più”: la distruzione di Babilonia sarà talmente completa che la città non darà più alcun segno di vita. Questo tema della punizione divina, concretizzata nella distruzione totale di una città dominata dalla colpa, era già stato applicato a Gerusalemme (Is. 24,8; Ger. 7,34, 16,9), a Babilonia (Ger. 25,10), e specialmente a Tiro (Ez. 26,13).

“Voce di sposo”: cfr. Ger. 7,34; 16,9; 25,10; 33,10 ss.; Baruc 2,23.

“Perché i tuoi mercanti”: il punto dell’accusa è probabilmente il fatto che Roma aveva abusato della sua potenza commerciale, servendosene per propagare i suoi falsi modelli di vita.

“Tue malìe”: (pratiche magiche, incantesimi), cfr. Is. 47,12. Roma aveva ammaliato e contaminato il mondo con i suoi vizi e la sua idolatria (21,8; 22,15). Questo passo potrebbe essere un’allusione alla pratica romana della magia nera.

“Fu trovato il sangue”: la colpa di Roma viene ricordata ancora una volta. Ciò che Giovanni ha in mente sono probabilmente i massacri del 64 d.C. e del regno di Domiziano. Cristo lanciò un’accusa analoga contro Gerusalemme (Mt. 23,34; Mt. 27,25).

“Furono uccisi sulla terra”: essi furono sgozzati come l’Agnello (5,12).

 

In sintesi: alla morte di Gesù i Giudei avevano riecheggiato le parole di Dio a Caino: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”. L’Inferno è proprio l’Amore di Dio rifiutato che diventa maledizione per libera scelta dell’uomo. L’Inferno è eterno perché il peccato è eterno.

 

Commento spirituale.

 

La caduta di Babilonia, richiama una data della nostra storia recente, 1989, forse passata inosservata: è la caduta del “muro” di Berlino, e il crollo dell’ideologia comunista in tutti i Paesi dell’Est. Il Concilio chiama questa lettura critica della storia “segni dei tempi” (Concilio Vatticano II, Gaudium et spes, 4).

I segni dei tempi sono i germi del regno di Dio che crescono nella storia, gli eventi in cui si manifesta la divina Provvidenza.

Il mondo, distinto e dipendente da Dio, è storia protesa al compimento in lui. Quanto di buono cresce nella storia fiorisce nell’eternità. Tutto è prezioso, anche “un bicchiere d’acqua fresca” (Mt. 10,42) dato con amore.

In quanto preparazione e anticipo del Regno, la storia è il luogo dove agisce la Provvidenza divina e di questa azione è possibile discernere i segni indicatori: “Quando si fa sera, voi dite: bel tempo, perché il cielo rosseggia; e al mattino: oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi?”(Mt. 16, 2-3). I segni, ai quali Gesù fa riferimento, sono la sua stessa presenza, la sua predicazione e le sue opere. Ne preannuncia altri in un prossimo futuro: la rovina di Gerusalemme e la diffusione del vangelo attraverso la Chiesa (Mt. 24, 1-36).

I segni pubblici e non ambigui si riducono in definitiva a uno solo: Cristo annunciato e testimoniato dalla Chiesa. In base a questo criterio occorre operare il discernimento riguardo a tutte le altre realtà storiche, per evitare di confondere i germi del regno con le linee di tendenza prevalenti in una determinata epoca. Altrimenti il discorso sui segni dei tempi si ridurrebbe a un’ideologia, per giustificare l’adeguamento al mondo e benedire ogni presunto progresso. La Chiesa deve orientare la storia non andarne a rimorchio. Insieme al grano cresce ancora la zizzania (Mt. 13, 24-30); Cristo combatte ancora contro le potenze ostili (1 Cor. 15, 24-25).

D’altra parte, se Dio creatore e redentore agisce nella storia e in lui “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At. 17,28), bisogna ritenere che “tutto quello che è vero, nobile, giusto” (Fil. 4,8) deriva da lui e manifesta le ricchezze del mistero di Cristo.

Procedendo secondo queste indicazioni, è possibile individuare i segni della Provvidenza nel nostro tempo. Il Concilio Vaticano II considera tali il rinnovamento della liturgia (Conc. Vat. II, Sacrosantum Concilium, 43), l’ecumenismo (Conc. Vat. II, Unitatis Redintegratio, 4), il riconoscimento del diritto alla libertà di religione (Conc. Vat. II, Dignitatis Humanae, 15), il crescente senso di solidarietà tra tutti i popoli (Conc. Vat. II, Apostolicam Actuositatem, 14). Ovviamente se ne potrebbero addurre molti altri.

Ciò che è dono della Provvidenza è anche frutto della libera cooperazione dell’uomo che contribuisce a preparare il futuro e a disegnarne la figura: “L’attesa di una terra nuova non deve indebolire, ma piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova, che già riesce a offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo” (Conc. Vat. II, Gaudium et Spes, 39). Se i contenuti tecnici, economici e politici del progresso appartengono alla figura di questo mondo che passa, invece i beni morali, in essi incorporati, sono destinati ad essere assunti e perfezionati: “Non sappiamo il modo con cui sarà trasformato l’universo”; ma resterà “la carità con i suoi frutti” e ritroveremo “purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati” i valori che avevamo diffuso nel mondo, “quali la dignità dell’uomo, la fraternità e la libertà”.

La speranza cristiana non fa concorrenza alle speranze terrene autentiche, anzi risveglia e mette a loro disposizione preziose energie. A chi cerca la salvezza eterna, i beni storici sono dati in aggiunta” (Mt. 6,33).

INNI DI TRIONFO

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 19, 1-21)

1.      Dopo ciò, udii come una voce potente di una folla immensa nel cielo che diceva: “Alleluia! Salvezza, gloria e potenza sono del nostro Dio;

2.       Perchè veri e giusti sono i suoi giudizi, egli ha condannato la grande meretrice che corrompeva la terra con la sua prostituzione, vendicando su di lei il sangue dei suoi servi!”.

3.      E per la seconda volta dissero: “Alleluia! Il suo fumo sale nei secoli dei secoli!”.

4.      Allora i ventiquattro vegliardi e i quattro esseri viventi si prostrarono e adorarono Dio, seduto sul trono, dicendo: “Amen, alleluia”.

5.      Partì dal trono una voce che diceva: “Lodate il nostro Dio, tutti voi suoi servi, voi che lo temete, piccoli e grandi!”.

6.      Udii poi come una voce di una immensa folla simile a fragore di grandi acque e a rombo di tuoni possenti, che gridavano. “Alleluia. Ha preso possesso del suo regno il Signore, il nostro Dio, l’Onnipotente.

7.      Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perchè son giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta,

8.      le hanno dato una veste di lino puro splendente”. La veste di lino sono le opere giuste dei santi.

9.      Allora l’angelo mi disse: “Scrivi: Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!”. Poi aggiunse: “Queste sono parole veraci di Dio”.

10. Allora mi prostrai ai suoi piedi per adorarlo, ma egli mi disse: “Non farlo! Io sono servo come te e i tuoi fratelli, che custodiscono la testimonianza di Gesù. E’ Dio che devi adorare”. La testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia.

11. Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava “Fedele” e “Verace”: egli giudica e combatte con giustizia.

12. I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco, ha sul suo capo molti diademi; porta scritto un nome che nessuno conosce all’infuori di lui.

13. E’ avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è Verbo di Dio.

14. Gli eserciti del cielo lo seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino bianco e puro.

15. Dalla bocca gli esce una spada affilata per colpire con essa le genti. Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente.

16. Un nome porta scritto sul mantello e sul femore: Re dei re e Signore dei signori.

17. Vidi poi un angelo, ritto sul sole, che gridava a gran voce a tutti gli uccelli che volano in mezzo al cielo:

18. “Venite, radunatevi al grande banchetto di Dio. Mangiate le carni dei re, le carni dei capitani, le carni degli eroi, le carni dei cavalli e dei cavalieri e le carni di tutti gli uomini, liberi e schiavi, piccoli e grandi”.

19. Vidi allora la bestia e i re della terra con i loro eserciti radunati per muover guerra contro colui che era seduto sul cavallo e contro il suo esercito.

20. Ma la bestia fu catturata e con essa il falso profeta che alla sua presenza aveva operato quei portenti con i quali aveva sedotto quanti avevan ricevuto il marchio della bestia e ne avevano adorato la statua. Ambedue furono gettati vivi nello stagno di fuoco, ardente di zolfo.

21. Tutti gli altri furono uccisi dalla spada che usciva di bocca al Cavaliere; e tutti gli uccelli si saziarono delle loro carni.

 

Commento esegetico.

 

Questa visione è strettamente legata e contrapposta (“dopo ciò”) alla precedente: là la costernata reazione del mondo (re, mercanti e marinai) di fronte alla caduta di Babilonia, qui la reazione del cielo e dei suoi abitanti (angeli, martiri e santi) che partecipano con passione alle vicende terrene e reagiscono di fronte a tutto ciò che succede. La comunità non deve sentirsi sola.

Il presente brano contiene due inni; il primo è cantato dagli angeli e celebra la giustizia di Dio manifestatasi nella punizione di Babilonia considerata ormai come un dato di fatto (vv. 1-4); il secondo, cantato dall’intera Chiesa, ci permette di intravedere le nozze dell’Agnello come una speranza più immediata. Queste nozze simboleggiano l’unione del Messia con la comunità degli eletti.

“Alleluia”: il fatto che questa esclamazione di lode (“lodate Jahwè”) sia frequente nei salmi attesta la sua importanza nella liturgia giudaica. Nel N.T. si trova solo in questo brano, dove è però ripetuta quattro volte; dev’essere pertanto già stata in uso nella liturgia cristiana.

“Veri e giusti”: il resto di questo versetto ricorda i due principali delitti della “grande meretrice” (17, 1-5) che motivarono la divina condanna: l’idolatria e la persecuzione.

Corrompeva la terra”: per mezzo dell’idolatria (11,18; 14,8; 17,2.5; 18,3.

“Il sangue dei suoi servi”: i santi e i profeti (18,24), la totalità della Chiesa e i suoi capi. La persecuzione dei cristiani contrassegna il massimo vertice dell’iniquità di Babilonia.

“I vegliardi”: come nelle precedenti scene di liturgia celeste (4, 8-11; 5, 8.14), gli esseri viventi e i vegliardi, che rappresentano l’universo fisico e la Chiesa, si associano alle lodi angeliche (11, 15-18).

Voi tutti suoi servi”: vale a dire, l’intera Chiesa. Essa unisce il suo cantico di lode a quello degli angeli (vv. 5-8).

“Alleluia”:  (v. 6) il tema dell’inno della Chiesa è identico a quello degli angeli, ma mentre il canto di questi sottolineava l’aspetto negativo - la punizione e la distruzione di Babilonia – quest’inno tratta della restaurazione del regno di Dio (11,15.17; Sal. 97,1).

“Rallegriamoci ed esultiamo”: Mt. 5,12; Lc. 6,23; Sal. 98,4; 117,24.

“Sono giunte le nozze dell’Agnello”: questo motivo, che include l’esultanza della Chiesa, è un’anticipazione della visione conclusiva del libro (20, 11-22,5). Il tema del matrimonio che unisce Dio al suo popolo era già ben radicato nell’A.T. (Os. 1, 1-23; Is. 54, 4-8; Ez. 16,7 ss.); nel N.T. l’immagine è utilizzata per esprimere l’unione vitale tra Cristo e la sua Chiesa (Mt. 22, 1-14; Mc. 2,19, Gv. 3,29; 2 Cor. 11,2; Ef. 5, 23-32). Il simbolo esprime l’unione intima e indissolubile con la comunità che Cristo si è acquistata con il suo sangue (1,5; 5,6.9; 7,14; 14, 3-4). Nell’Apocalisse la Chiesa è presentata contemporaneamente come madre (12,1 ss.) e come sposa, ma la sua rivale è condannata come meretrice (17,1 ss.).

“Lino puro splendente”: questa stoffa semplice, leggera, e tuttavia di gran pregio contrasta con l’abbigliamento sfarzoso e scintillante della meretrice (17,4; 18,16). Nessuno è ammesso allo sposalizio se non indossa questo abito (Mt. 22, 11-13), lavato nel sangue dell’Agnello (7,9.14).

“Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello”: non è più semplicemente una questione di riposo (14,13), ma di piena partecipazione al banchetto messianico (Is. 25,6, Mt. 8,11). Gli invitati sono i fedeli compagni dell’Agnello (14,4; 17,14).

“Queste sono parole veraci”: si riferiscono alle ultime rivelazioni (17, 1-19,9). L’immutabilità delle parole di Dio sarà riaffermata (21,5; 22,6).

“Per adorarlo”: il veggente è tentato di identificare il messaggero che trasmette queste rivelazioni, con Dio. L’angelo glielo impedisce, rammentandogli che Dio solamente è degno di adorazione (15,3 ss.; Deut. 6,13). La ripetizione di questa scena in 22, 8-9 sembra essere una forte reazione contro il culto eccessivo che veniva prestato agli angeli. Gli ammonimenti di Col. 2,18; Eb. 1,13 ss.; 2,5 e la testimonianza della Chiesa primitiva sembrano provare che un simile culto esagerato degli angeli si era infatti sviluppato nelle Chiese dell’Asia.

“Io sono un servo come te”: la missione dell’angelo, del tutto simile a quella dei profeti, è di comunicare la rivelazione di Dio. Per questa ragione si annovera nel gruppo dei profeti e si dà l’appellativo, come essi, di servo di Dio (1,1; 10,7; 11,18; 22,6.9).

“La testimonianza di Gesù è lo spirito della sua profezia”: questa difficile espressione sembra significare che la parola di Dio, in quanto rivelata e attestata da Gesù (1,2; 20,4), continua ad essere udita nella Chiesa, grazie all’azione dello Spirito (Gv. 14,26; 16,13 ss.) che parla attraverso le labbra dei profeti.

 

La venuta di Cristo e il compimento della storia (19, 11-22,5).

Quasi tutti gli elementi di questa scena trionfale sono stati presi dai capitoli precedenti (12,5; 14, 6-20; 16, 13-16; 17,14).

Nella tradizione apocalittica, la restaurazione del regno di Dio sarebbe stata preceduta da una violenta battaglia in cui il Messia avrebbe trionfato sopra le potenze del male (2 Esdra 13; Sal. 17, 23-27; Ez. 38 ss.; Gioele 4, 1-3.15-17; Zc 12,14).

All’inizio del presente brano Cristo appare come giudice e guerriero. Le tre immagini della “spada affilata”, della “verga di ferro” e del “tino dell’ira di Dio” indicano che egli viene per giudicare. Non è più il bambino che deve fuggire di fronte al dragone (12,5), ma il cavaliere che affronta il drago e lo abbatte. Nella sua prima venuta ha percorso la via della Croce, nella sua seconda venuta percorrerà la via della vittoria. Non due vie contrapposte però, la seconda non farà che mostrare ciò che la prima nascondeva. Si tratta sempre, infatti, di una vittoria legata alla Croce, come sembra indicare l'immagine del "mantello intriso di sangue”: nella visione di Isaia era il sangue di nemici.

Giovanni intende attirare l’attenzione sull’identità del cavaliere vincitore e per questo costruisce attorno al suo nome una sorta di contrasto. Per un verso il suo nome rimane nascosto, per un altro è svelato. Il mistero di Cristo rimane incomprensibile come il mistero di Dio, irraggiungibile nella sua profondità: tuttavia molto di Lui ci è dato conoscere. Egli è la “vivente garanzia” che Dio è fedele alle sue promesse (“si chiama Fedele e Verace”); è certo che i suoi disegni si realizzano sempre: di questo il Cristo (con la sua morte e risurrezione) è la garanzia.

“Cavallo bianco”: simbolo di vittoria.

“Fedele e verace”: questi due titoli sono qui rievocati (1,5; 3,7.14) perché Cristo sta compiendo la sua promessa di combattere e giudicare i nemici di Dio (1 Cor. 15, 24-28).

“Con giustizia”: la giustizia è una nota caratteristica del Messia (Is. 11, 3-4; Sal. 96,13; Atti 17,31).

“I suoi occhi”: simboli della perfetta conoscenza di Cristo giudice della Chiesa e del mondo.

“Molti diademi”: Egli è, infatti,  il re dei re (v. 16). I suoi diademi contrastano con quelli del dragone (12,3) e della bestia (13,1).

“Scritto un nome”: nel mondo semitico, il nome di una persona corrispondeva alla sua essenza; pertanto, dato che Cristo è un essere divino, il suo nome trascende ogni umana conoscenza (Mt. 11,27). Il cristiano, avendo parte all’essere di Cristo, riceve un nome ineffabile, da non potersi esprimere a parole (2,17; 3,12; cfr. Gen. 32,29; Gdc. 13,18).

“Mantello intriso di sangue”: Giovanni applica al Messia ciò che era stato detto di Dio (Is. 63, 1-3). Il sangue non è quello di Cristo, ma quello dei suoi nemici (v.15), perché tutto il contesto verte sul giudizio più che sulla redenzione..

“Il suo nome è Verbo di Dio”:  questo nome è il perno attorno a cui ruota tutta l’Apocalisse. E’ la Parola, infatti, che rivela il piano di Dio nella storia (apre i 7 sigilli), è la Parola che annuncia il messaggio di salvezza (le 7 trombe), è la Parola che, rifiutata, diventa il “boomerang” più esplosivo con i 7 flagelli.

“Gli eserciti del cielo”: il Messia era comunemente raffigurato accompagnato dai suoi angeli al momento della parusìa (Mc. 8,23; 13,27; 2 Tess. 1, 7-8). Gli angeli, che furono al servizio di Cristo durante la sua vita terrena (Mt. 4,11), saranno con lui anche nel giorno della sua esaltazione (Mt. 13,41 ss.; 16,27). Nel nostro contesto, tuttavia, gli eserciti sono i martiri (17,14), con le loro caratteristiche vesti bianche (3,5; 6,11; 19,8).

I prossimi tre elementi specificano lo scopo della venuta di Cristo.

“Dalla bocca...”: questa è la parola con cui i decreti fatali di Dio saranno attuati contro i suoi nemici (2 Tess. 2,8).

“Verga di ferro”: Cfr. 2,27; 12,5; Sal. 2,9; Is. 11,4. Il Messia è qui rappresentato nel suo ruolo di guerriero.

“Il tino del vino”: 14, 8-10.19 ss.: è il segno della collera di Dio.

“Un nome scritto sul mantello”: diversamente dalla bestia che è ricoperta di nomi blasfemi (17,3), Cristo mostra apertamente il titolo attribuitogli da Dio: “Re dei re”, e “Signore dei signori”. Il primo titolo è riservato a Dio nell’A.T. (Deut. 10,17; cfr. 1 Tim. 6,15); significa che la gloria di Cristo domina tutta la creazione (Fil. 2, 9-11).

“Mangiate le carni...”: l’esito della battaglia è talmente certo che vengono convocati in anticipo gli uccelli rapaci affinché si cibino dei cadaveri di tutti i nemici di Dio (6, 15-17). Questo macabro banchetto sembra essere una controparte del banchetto nuziale dell’Agnello (19,9).

“Il falso profeta”: Cfr. 13, 11-18.

“Uno stagno di fuoco”: indica la dannazione eterna (14,10 ss.; 20,10.14 ss.; 21,8). “Ardente di zolfo”: un’allusione a Sodoma e Gomorra (Gen. 19,24; cfr. Ez. 38,22).

“Tutti gli altri furono uccisi”: i re della terra (v.19) e le loro genti, cioè, i re dei popoli pagani di cui si è parlato in 17, 12-14. Sono tutti abbattuti dalla spada di Cristo, in seguito essi verranno gettati nello stagno del fuoco (20,15).

 

In sintesi: l’immagine del banchetto (di cui l’Eucarestia è anticipo reale) risponde al bisogno di vivere; l’immagine delle nozze risponde al bisogno di amare e di essere amati. L’Agnello-Gesù sazia per l’eternità e in modo assoluto questi due bisogni fondamentali dell’uomo. La Bestia che comandava gli avversari di Dio, i re della terra al suo servizio e gli eserciti potenti al suo seguito sono disfatti: non c’è stata vera battaglia perché Dio non ha bisogno di combattere se non con la sua Parola.

 

Commento spirituale.

 

I due Inni di questo brano, attraverso il simbolismo delle nozze, mettono in luce la speranza della comunità degli eletti, di unirsi allo Sposo. Ma per cantare il nostro “Alleluia” nelle celeste Gerusalemme, dobbiamo “lavare le nostre vesti rendendole bianche col sangue dell’Agnello”, cioè dobbiamo “purificarci” dai nostri peccati, e se su questa terra, il tempo che Dio ha destinato per la nostra conversione non è stato sufficiente, nell’altra vita continuerà questa purificazione. Questo stato di purificazione, noi lo chiamiamo: “Purgatorio”.

Su questa terra siamo chiamati a conformarci sempre più a Cristo, crescendo nella carità,, orientando al bene tutte le nostre energie, purificandoci dai nostri peccati.

Il tempo del pellegrinaggio terreno ci è dato perché, attraverso i sacramenti, la preghiera, le opere buone e le sofferenze liberamente accettate, possiamo avvicinarci a Dio e prepararci ad accogliere il dono di sé che egli vuol farci nell’eternità.

Ma l’esistenza terrena può non bastare. Chi al termine di essa non è in piena sintonia con il Signore Gesù, dovrà proseguire la propria liberazione dal peccato, per essere “senza macchia né ruga” (Ef 5,27). Tutto in noi deve essere degno della sua compiacenza. Si chiama “Purgatorio” la completa purificazione dal peccato di quanti muoiono in grazia di Dio, ma non sono ancora pronti per la comunione perfetta e definitiva con lui.

Poco prima dell’era cristiana si diffuse nel mondo ebraico l’intercessione per la purificazione dei defunti, rimasti sostanzialmente fedeli all’alleanza ma con qualche incoerenza: Giuda Maccabeo, dopo una battaglia, fa pregare e manda ad offrire un sacrificio al tempio, perché i caduti siano purificati dai peccati, in vista della risurrezione nell’ultimo giorno (2 Macc. 12, 38-45). Gesù stesso sembra alludere a una possibilità di perdono nel secolo futuro (Mt. 5,26; 12,32).

Il Cristianesimo antico, in continuità con la tradizione ebraica, coltiva la pietà verso i defunti: preghiera, elemosina, digiuno e soprattutto celebrazione dell’eucarestia. Col passare dei secoli si sovrappongono credenze popolari e vivaci rappresentazioni riguardanti il luogo, la durata e la natura del Purgatorio. Ma l’insegnamento del magistero ecclesiale, soprattutto nei Concili di Firenze e di Trento, si mantiene estremamente sobrio e si può così riassumere: al termine di questa vita terrena, è concessa ai defunti, che ne hanno ancora bisogno, una purificazione preliminare alla beatitudine celeste, nella quale possono essere aiutati dai suffragi della Chiesa e dei singoli cristiani, soprattutto dalla santa Messa.

Se consideriamo l’infinita santità di Dio, appare del tutto ragionevole che la perfetta comunione con lui in Cristo comporti un rinnovamento assai più esigente di quello che ci è dato osservare ordinariamente nelle stesse persone generose e impegnate. Occorre un risanamento totale.

Appare ragionevole ammettere anche l’efficacia dei suffragi, se la collochiamo nel contesto della socialità dell’uomo, che si attua pienamente nella comunione dei santi. Solo in relazione agli altri si vive e si cresce. Per questo la solidarietà dei credenti e della comunità cristiana ha un potere di intercessione presso Dio per facilitare la purificazione dei defunti.

IL REGNO DEI MILLE ANNI

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 20, 1-15)

1.      Vidi poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell’Abisso e una gran catena in mano.

2.      Afferrò il dragone, il serpente antico – cioè il diavolo, satana – e lo incatenò per mille anni;

3.      lo gettò nell’Abisso, ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni. Dopo questi dovrà essere sciolto per un pò di tempo.

4.      Poi vidi alcuni troni e a quelli che vi si sedettero fu dato il potere di giudicare. Vidi anche le anime dei decapitati a causa della testimonianza di Gesù e della parola di Dio, e quanti non avevano adorato la bestia e la sua statua e non ne avevano ricevuto il marchio sulla fronte e sulla mano. Essi ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni;

5.      gli altri morti invece non tornarono in vita fino al compimento dei mille anni. Questa è la prima risurrezione.

6.      Beati e santi coloro che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per mille anni.

7.      Quando i mille anni saranno compiuti, satana verrà liberato dal suo carcere

8.      e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magòg, per adunarli per la guerra: il loro numero sarà come la sabbia del mare.

9.      Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d’assedio l’accampamento dei santi e la città diletta. Ma un fuoco scese dal cielo e li divorò.

10. E il diavolo, che li aveva sedotti, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta: saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli.

11. Vidi poi un grande trono bianco e Colui che sedeva su di esso. Dalla sua presenza erano scomparsi la terra e il cielo senza lasciar traccia di sé.

12. Poi vidi i morti, grandi e piccoli, ritti davanti al trono. Furono aperti libri. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere.

13. Il mare restituì i morti che esso custodiva e la morte e gli Inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere.

14. Poi la morte e gli Inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco.

15. E chi non era scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco.

 

Commento esegetico.

 

Questo capitolo presenta tre visioni:

1)          l’angelo che incatena il dragone,

2)          i martiri che insieme a Cristo regnano per mille anni,

3)          il grande trono di Dio e il giudizio finale.

Le tre visioni sono disposte in modo da formare una storia: una storia iniziata (il dragone incarcerato), interrotta (la visione dei giusti), e poi ripresa e conclusa (il dragone di nuovo libero per poco tempo e poi definitivamente precipitato nello stagno di fuoco).

La vicenda del dragone, che costituisce la trama principale, si svolge in tre tempi (- imprigionato per la durata di mille anni - un breve momento di libertà - la sconfitta definitiva).

Satana è ridotto all’impotenza per mille anni, nei quali regnano i martiri (vv. 4-6). Poi si rivolterà di nuovo (vv. 7-10), prima che le sue forze armate siano definitivamente sconfitte (vv. 14-15).

L’intuizione che Giovanni vuole comunicarci è che Cristo ha già sconfitto satana, tuttavia il diavolo è ancora attivo e temibile, ma per poco.

Nelle correnti apocalittiche del tardo giudaismo, s’era andata sempre più affermando l’idea che tutta la storia del mondo fosse suddivisa sul modello dei sei giorni della creazione. Mediante l’associazione di Gen. 1, 1-2,4 (il racconto dei sette giorni della creazione) con il Salmo 90,4 (“Mille anni ai tuoi occhi sono come il giorno di ieri che è passato”) (cfr. 2 Pt. 3,8), si concludeva che ogni giorno occupasse lo spazio di mille anni. La storia mondiale veniva così pensata sullo schema di sei millenni (6x1000, cioè i 6 giorni della creazione e i mille anni per ogni giorno della creazione). Questi sei millenni erano destinati a concludersi nel settimo giorno: il grande ed eterno sabato. Il santo giorno del sabato, poi, era considerato il regno messianico, che  (preceduto da un temporaneo imprigionamento di satana), non avrebbe avuto termine; questa salvezza finale, però, veniva considerata in termini terrestri.

Il nostro testo fa riferimento a questa escatologia giudaica, che nel I sec. a.C. e in quello seguente, si scisse in due principali tendenze.

1)           Alcuni sostenevano che il mondo è troppo corrotto per essere il teatro della costituzione del regno messianico e ritenevano che il compimento delle promesse avvenisse in un mondo completamente nuovo, che avrebbe avuto inizio con il giudizio universale.

2)           Altri si attenevano all’idea di un regno messianico terreno e nazionale, con la durata limitata (le opinioni variavano tra i 40 e i 7.000 anni), concepito come una specie di fase intermedia tra l’èra presente e il regno eterno di Dio. Ap. 20, 1-6 fa uso di certi elementi di questa seconda teoria, senza, tuttavia, includere necessariamente il concetto di un regno terrestre di Cristo. Tutto il materiale utilizzato da Giovanni è convogliato verso il suo scopo generale: infondere coraggio nei martiri del suo tempo. Un lungo periodo (1.000 anni) di felicità seguirà la breve persecuzione (3 anni e mezzo, Ap. 11,2; 12,6, 13,5), ma in nessun passo si dice che i martiri regneranno con Cristo “sulla terra”. In contrasto con la nozione giudaica, il ruolo del Messia non è limitato al regno intermedio; Cristo è, con Dio, al centro del regno eterno (21,22 ss.; 22, 1- 3).

Un regno intermedio di Cristo sembra un concetto del tutto estraneo al N.T.; nessuno dei testi proposti fa  riferimento al tema del regno intermedio (Mt. 19,28; 1 Cor. 6,2 ss.; 15,24; 2 Tim 2,12).

Questo millenarismo letterale, non ha mai avuto il favore della Chiesa.

Qual è il significato di questa utilizzazione giovannea dell’escatologia giudaica? Tra le molte interpretazioni della pericope, quella di S. Agostino è stata l’interpretazione che ha ricevuto più consensi: i mille anni simboleggiano l’intera storia della Chiesa, militante e trionfante (cioè la Chiesa sulla terra e quella del cielo), dalla risurrezione di Cristo alla sua venuta definitiva (la parusìa). La “prima risurrezione” (Ap. 20, 4b.5.6) si riferisce al passaggio dalla morte del peccato alla vita nella fede. Tuttavia, la questione non riguarda tutti i cristiani, ma solo i martiri: essi hanno già sperimentato tale risurrezione morale prima della loro morte fisica.

Recentemente molti esegeti cattolici, hanno visto una certa relazione tra Ap. 20 1-6 ed Ez. 37 1-14. Sia Giovanni che Ezechiele hanno in mente la risurrezione corporea dei martiri, ma qui la risurrezione è simbolo del risultato positivo del loro sacrificio: il rinnovamento della Chiesa dopo il periodo della persecuzione; il regno di Cristo e dei suoi martiri in cielo sarà manifestato sulla terra dall’espansione della Chiesa. Sembra chiaro che ciò a cui si riferisce qui Giovanni è un evento escatologico riguardante i martiri. Un evento, senza dubbio, simboleggiante una speciale felicità celeste riservata ai martiri, e tuttavia avente un effetto salutare per l’intera Chiesa sulla terra.

“La chiave dell’Abisso”: cfr. 9, 1-11.

“Afferrò il dragone”: una delle speranze dell’apocalittica era che Dio avrebbe incatenato le potenze infernali e le avrebbe ridotte all’impotenza. Satana è già stato cacciato dal cielo (12,9); qui è cacciato anche dalla terra e relegato alla sua connaturale sfera d’influenza.

“Lo incatenò per mille anni”: questo numero rientra nel quadro della simbologia apocalittica, come abbiamo già ricordato, e designa un periodo di tempo piuttosto prolungato. In questo tempo dei “mille anni” i “martiri”, che hanno dato la vita per Cristo e con lui hanno vinto Satana, “regneranno con lui per mille anni” (20,7). Fin dalla Chiesa antica qualcuno (Giustino, Ireneo, Tertulliano) ha interpretato questo brano in senso letterale: e cioè dopo una prima risurrezione reale, quella dei martiri, il Cristo ritornerebbe davvero sulla terra per un regno “millenario”, sereno e pacifico, in compagnia dei suoi fedeli. E’ il cosiddetto “millenarismo”, che oggi è portato avanti da certe sette (Anabbattisti, Avventisti, Testimoni di Geova) e riemerge un pò anche nella coscienza collettiva, fatta di attesa e di angoscia, allo scoccare dei vari millenni. Si pensi alle attese “deluse” dell’anno Mille: e anche a certe avvisaglie di trepidazione e di paura alle soglie ormai imminenti del Duemila.

Proprio a motivo delle delusioni del passato e soprattutto a motivo del linguaggio simbolico del genere apocalittico, fra gli studiosi moderni prevale l’interpretazione simbolica, anticipata in qualche misura da S. Agostino: prendendo spunto dalla persecuzione dei cristiani da parte di Roma, l’autore ne prevederebbe la fine e annuncerebbe un periodo piuttosto esteso di tranquillità della Chiesa o, comunque, di maggiore rinvigorimento e di resistenza alle forze del male. In ultima analisi, i “mille anni” designerebbe la fase terrestre del regno di Dio, rappresentata dalla Chiesa, fino alla venuta finale del Cristo, che nessuno sa quando ritornerà: è allora che Satana tenterà di nuovo il suo ultimo attacco (“dovrà essere sciolto per un pò di tempo”: 20,3.7), prima di essere definitivamente sconfitto (20,10).

“Perché non potesse sedurre”: la vitalità malefica di satana è tale che egli riprenderà la sua attività alla fine dei mille anni (20, 8-10). Per questo motivo il testo non tratta primariamente della punizione di satana, ma piuttosto delle misure preventive adottate in favore dei cristiani.

“Poi vidi alcuni troni...”: questa nuova visione completa quella precedente: inserisce un fattore positivo per dare un’idea più completa dell’espulsione di satana.

“Vidi anche le anime dei dacapitati”: i martiri che avevano gridato vendetta (6,9) e sono stati esauditi (19,2).

“Quanti non avevano adorato la bestia”: coloro che si sono rifiutati di concedersi alla bestia (13,15; 14, 9-11; 16,2, 19,20) sono associati ai martiri.

“La prima risurrezione”: “Prima” e “seconda” sono a volte usate per distinguere la realtà del presente da quella escatologica: la prima e la seconda morte (2,11; 20,6.14, 21,8); il primo cielo e la prima terra (21,1). ). Qui “prima risurrezione” si riferisce al passaggio dal peccato alla grazia.

“Sacerdoti di Dio”: sacerdozio e regalità sono elementi complementari nel servizio di Dio (22,3.5).

“Quando i mille anni saranno compiuti”: dopo i mille anni, la storia umana è andata avanti, e la rabbia di satana, dovuta al suo lungo imprigionamento, può essere paragonata allo stesso furore con cui egli scatenò la persecuzione contro la Chiesa dopo la sua espulsione dal cielo (12,13).

“Quattro punti della terra”: la terra è descritta come una piazza con quattro angoli (7,1; Ez. 7,2).

“Gog e Magog”: la profezia di Ez. 38-39 era spesso ampliata dall’apocalittica giudaica. Gog e Magog  (sinonimi di popoli ostili ad Israele), dovevano sferrare un attacco contro il popolo di Dio dopo il regno messianico.

“Marciarono su tutta la terra”: il luogo dove la Chiesa è riunita appare al veggente come una nuova terra d’Israele, con Gerusalemme sua capitale. Alla maniera di molti popoli antichi, i giudei consideravano la loro capitale il centro dell’universo (Ez. 38, 12-16).

“L’accampamento dei santi e la città diletta”: l’immagine dell’accampamento richiama alla mente le peregrinazioni d’Israele nel deserto (Num. 2,2ss.). La città è Gerusalemme, simbolo della Chiesa universale; è diletta da Dio (Sal. 78,68; 87, 1-3) perché Cristo regna in essa.

“Un fuoco scese dal cielo”: immagine tradizionale che simboleggia gli splendidi interventi di Dio contro i nemici del suo popolo (Gen. 19,24; Ez. 38,22, 39,6; 1 Re 1, 10-12; Lc. 9,54).

“Dove sono la bestia e il falso profeta”: con l’espulsione finale di satana non rimane più alcun ostacolo alla costituzione definitiva del regno di Dio su una nuova terra.

“Vidi poi...” : dopo il regno intermedio di Cristo ci sarà la risurrezione dei morti e il giudizio finale che segneranno la fine di questo mondo e l’inizio di una nuova èra. La pericope si conforma al modello escatologico degli altri scritti apocalittici.

“Un grande trono bianco”: questo unico trono, diversamente da quelli menzionati in 20,4 (cfr. Dan. 7,9), simboleggia l’assoluta sovranità di Dio; nulla può opporsi alla sua volontà. Il nome del giudice viene taciuto, forse per rispetto (4,2), forse per sottolineare la solennità della circostanza; ma nell’Ap. “colui che siede sul trono” è sempre Dio (4, 2-9; 5,1.7.13; 6,16; 7,10; 19,4; 21,5). In altri passi del N.T. il giudice può essere o Dio stesso (Mt. 18,35, Rom. 14,10), o Cristo, che esercita il giudizio nel nome di Dio (Mt. 16,27, 25, 31-46, Gv. 5,22; Atti 10,42; 17,31; 2 Cor. 5,10).

“Erano scomparsi la terra e il cielo”:  la creazione presente sta per scomparire davanti a un’altra, tutta nuova.

Come conseguenza del peccato, tutta la creazione cadde sotto la maledizione divina (Gen. 3,17) e fu assoggettata alla corruzione (Rom. 8, 19-22). L’interpretazione biblica del rapporto tra questo mondo corrotto e l’éra futura è duplice. La scuola di pensiero meglio attestata sostiene che la presente creazione sarà completamente distrutta (Sal. 102,26; Is. 51,6; Mc. 13,31; Atti 3,21; 2 Pt. 3,7.10-12) e che un nuovo cielo e una nuova terra ne prenderanno il posto (21,1); d’altro canto, il N.T. parla anche della liberazione (Rom. 8,21) e della rigenerazione della creazione (Mt. 19,28).

“I morti grandi e piccoli”: sono coloro che non hanno preso parte alla prima risurrezione (20,5; cioè “coloro che non sono passati dal peccato alla grazia”), e che ritorneranno in vita per il giudizio finale. Il N.T. insiste sull’universalità del giudizio (Mt. 25,32; Gv. 5,28 ss.; 2 Tim. 4,1; 1Pt. 4,5).

“Furono aperti libri”: i due libri contengono tutte le azioni degli uomini, buone e cattive (Dan. 7,10; Is. 65, 6-7; Mal. 3,16).

“Libro della vita”: V. comm. a 3,5. Questo libro è distinto dai due precedenti e contiene i nomi di quelli destinati alla vita eterna. L’immagine suggerisce un’elezione divina ma non esclude la libertà umana (3,5).

“La Morte e gli Inferi”: simboleggiano l’insaziabile diabolico mostro e il luogo di dimora dei morti (6,8). Nel mondo futuro, la morte sarà sconosciuta.

“Nello stagno di fuoco”: una personificazione della morte riunisce il falso profeta (19,20) e satana (v.10) nello stagno di fuoco, la morte è annientata (Is. 25,8, Osea 13,14; 1 Cor. 15,26.54).

“La seconda morte”: coloro che subiscono questa morte devono abbandonare ogni speranza, perché per loro non rimane più alcuna possibilità di una nuova risurrezione.

 

In sintesi: al momento della morte ognuno sarà per l’eternità esattamente quello che vuol essere. Il più felice sarà colui che si sarà dedicato al servizio di Dio e degli altri, in comunione d’amore con tutto il creato. Il più infelice al contrario sarà colui che, ripiegato su se stesso nell’isolamento, avrà più di tutti escluso ogni rapporto con Dio e con gli altri. E’ una scelta dunque tra l’apertura all’infinito e il ripiegamento nel limite essenziale; in altre parole, poiché l’iniziativa viene da Dio, è una scelta tra l’accettazione o il rifiuto di un invito e di un’offerta da parte di Dio.

 

Commento spirituale.

 

“E il diavolo, che li aveva sedotti, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta: saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli”.

Quante volte, solo a pronunciare la parola “Inferno”, veniamo presi da un senso di angoscia e di smarrimento! Questo sta a significare che la nostra libertà ha una drammatica serietà: siamo chiamati alla vita eterna, ma possiamo cadere nella perdizione eterna. “Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà” (Sir. 15,17). Dio vuole che tutti siano salvati e vivano come suoi figli in Cristo (1 Tm. 2, 4-6), eppure per ciascuno c’è la triste possibilità di dannarsi: mistero inquietante, ma richiamato tante volte nella Bibbia, con parole accorate di minaccia e di ammonimento. Riguardo al diavolo e ai suoi angeli, sappiamo che sono già condannati di fatto (Mt. 25,41). Per gli uomini invece si tratta di un rischio reale. La Scrittura non fa previsioni, ma rivolge appelli pressanti alla conversione, come volesse dire: ecco che cosa vi può succedere, ma non deve assolutamente accadere. Anche questa rivelazione è un atto di misericordia.

La pena dell’inferno è per sempre: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno... E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna” (Mt. 25,41.46). “Il loro verme non muore e il fuoco non si estingue” (Mc. 9,48). “Il fumo del loro tormento salirà per i secoli dei secoli, e non avranno riposo né giorno né notte quanti adorano la bestia” (Ap. 14,11). L’eternità dell’inferno fa paura. Si è cercato di metterla in dubbio, ma i testi biblici sono inequivocabili e altrettanto chiaro è l’insegnamento costante della Chiesa.

In che cosa consiste questa pena? La Bibbia per lo più si esprime con immagini: Geenna di fuoco (Mt. 18,9), fornace ardente (Mt. 13,42), stagno di fuoco (Ap. 19,20; 21,8), pianto e stridore di denti (Mt. 24,51), morte seconda (Ap. 2,11; 20,14).

La terribile serietà di questo linguaggio va interpretata, non sminuita. La Chiesa crede che la pena eterna del peccatore consiste nell’essere privato della visione di Dio e che tale pena si ripercuote in tutto il suo essere. Il nostro testo parla di un tormento eterno “giorno e notte per i secoli dei secoli”.

La pena, allora, va intesa come esclusione dalla comunione con Dio e con Cristo: “Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità” (Lc. 13,27). “Costoro saranno castigati con una rovina eterna, lontano dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza” (2 Ts. 1,9).

Dio non predestina nessuno ad andare all’inferno, esso è la conseguenza di un’avversione volontaria a Dio, in cui si persiste fino alla fine.

“Ogni peccatore accende da sé la fiamma del proprio fuoco. Non che sia immerso in un fuoco acceso da altri ed esistente prima di lui. L’alimento e la materia di questo fuoco sono i nostri peccati” (Origene, I principi, 2, 10,4).

L’inferno è dunque la sofferenza di non poter amare nessuna cosa, il rifiuto totale e definitivo di Dio, degli altri, del mondo e di se stessi, in contraddizione con la vocazione originaria a vivere in comunione.

Tutti vengono da Dio e tutti tornano a lui, o nell’amore o nel terrore: Dio è unito a tutti, secondo la disposizione intima di ogni persona.

Il testo accenna al v.14 agli “Inferi”.

Secondo la fede della Chiesa, formulata nel “Credo apostolico”, Gesù morendo, “discese agli inferi”. Cosa significa questa espressione piuttosto oscura? Gli inferi sono la dimora simbolica dei defunti (Gb. 30,23). Al tempo di Gesù si riteneva che vi fossero sedi e condizioni diverse per i giusti e per i malvagi (Lc. 16,23), mentre gli uni e gli altri attendevano la piena retribuzione nel giudizio finale.

Gesù è andato tra i morti e poi è risorto dai morti (At. 3,15; Rm. 8,11). Ha raggiunto i morti come Salvatore, ha portato loro i benefici della sua morte redentrice: “E’ stata annunziata la buona novella anche ai morti”(1 Pt. 4,6). I giusti delle passate generazioni ottengono “la perfezione” (Eb. 12,23) e vengono introdotti nel santuario celeste, al seguito di Cristo risorto (Eb. 9,8; 10,1; 11, 39-40).

Il senso di questa fede neotestamentaria si riassume in tre affermazioni:

-            Gesù è veramente morto.

-            La sua morte redentrice ha valore salvifico per tutti gli uomini, anche quelli vissuti prima di lui.

-            Il suo incontro con i giusti già morti comunica loro la pienezza della comunione con Dio.

In definitiva la discesa agli inferi, più che soggezione alla morte, è vittoria su di essa.

LA GERUSALEMME CELESTE

TORNA ALL'INDICE

(Ap. 21, 1-27)

1.      Vidi poi un nuovo cielo e una terra nuova, perchè il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più.

2.      Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.

3.      Udii allora una voce potente che usciva dal trono: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”.

4.      E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perchè le cose di prima sono passate”.

5.      E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco io faccio nuove tutte le cose”; e soggiunse: “Scrivi, perchè queste parole sono certe e veraci.

6.      Ecco sono compiute! Io sono l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita.

7.      Chi sarà vittorioso erediterà questi beni; io sarò il loro Dio ed egli sarà mio figlio.

8.      Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. E’ questa la seconda morte”.

9.      Poi venne uno dei sette angeli che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: “Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello”.

10. L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio,

11. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino.

12. La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele.

13. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte.

14. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.

15. Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura.

16. La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi, la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono eguali.

17. Ne misurò anche le mura: sono alte centoquatantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo.

18. Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo.

19. Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffiro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo,

20. il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di ametìsta.

21. E le dodici porte sono docici perle; ciascuna porta formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.

22. Non vidi alcun tempio in essa perchè il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio.

23. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.

24. Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza.

25. Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, poichè non vi sarà più notte.

26. E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni.

27. Non entrerà in esso nulla di impuro, né chi commette abominio o falsità, ma solo quelli che son scritti nel libro della vita dell’Agnello.

 

(Ap. 22, 1-15)

1.      Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva limpida come cristallo che scaturiva dal trono di dio e dell’Agnello.

2.      In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese, le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni.

3.      E non vi sarà più maledizione. Il trono di Dio e dell’Agnello sarà in mezzo a lei e i suoi servi lo adoreranno;

4.      vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome sulla fronte.

5.      Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, nè di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli.

6.      Poi mi disse: “Queste parole sono certe e veraci. Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi ciò che deve accadere tra breve.

7.      Ecco, io verrò presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro”.

8.      Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste cose. Udite e vedute che le ebbi, mi prostrai in adorazione ai piedi dell’angelo che me le aveva mostrate.

9.      Ma egli mi disse: “Guardati dal farlo! Io sono un servo di Dio come te e i tuoi fratelli, i profeti, e come coloro che custodiscono le parole di questo libro. E’ Dio che devi adorare”.

10. Poi aggiunse: “Non mettere sotto sigillo le parole profetiche di questo libro, perchè il tempo è vicino.

11. Il perverso continui pure a essere perverso, l’impuro continui ad essere impuro e il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora.

12. Ecco, io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere.

13. Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine.

14. Beati coloro che lavano le loro vesti: avranno parte all’albero della vita e potranno entrare per le porte nella città.

15. Fuori i cani, i fattucchieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!

 

Commento esegetico.

 

La prima creazione è scomparsa (20,11); gli empi sono stati puniti (20,15). Non rimane altro che contemplare estasiati la magnificenza del Regno di Dio. La descrizione di questa nuova creazione è il punto culminante del libro. E’ tutto uno scintillio di luci, di colori, di trasparenze, d’immensa gioia di vivere in questa “città” ideale, dove Dio ormai abita con gli uomini ed è loro intimo e familiare, e il male e la tristezza sono fugati per sempre. Un desiderio incontenibile afferra l’autore, che trasmette anche ai suoi lettori, ed è che il Cristo venga “presto” (22,17).

Il lettore che ha affrontato l’intero libro dell’Apocalisse si accorge - a questo punto - di aver percorso un viaggio: dal tumulto della storia umana e dalle sue contraddizioni alla pace e alla semplicità del Regno di Dio. E’ come se gli fosse stato posto sotto gli occhi l’intero cammino dell’umanità, dal passato al presente, dal presente al futuro. La pagina che stiamo leggendo è, infatti, il punto terminale verso cui l’umanità è incamminata.

Anche in questa parte conclusiva ritroviamo i generi letterari e i toni presenti in precedenza: narrazione e canto liturgico, visione del futuro e ammonimento, quadro positivo e negativo. Soprattutto i simboli: tre visioni (la nuova creazione – la nuova Gerusalemme – il fiume dalle acque abbondanti), che ripetono la stessa cosa.

“Un cielo nuovo e una terra nuova”: la creazione deve essere rinnovata o trasformata affinché si adatti all’umanità redenta. In Is. (65,17; 66,22) l’espressione era solo il simbolo del rinnovamento dell’epoca messianica. Dopo Cristo (Mt. 19,28; 2 Pt. 3.13), S. Paolo apre prospettive più realistiche: tutta la creazione sarà un giorno rinnovata, liberata dalla schiavitù della corruzione, trasformata dalla gloria di Dio (Rom. 8,19).

“Il mare non c’era più”: il mare, dimora del drago e simbolo del male (Gb. 7,12) scomparirà per sempre davanti alla marcia vittoriosa del nuovo Israele (Is. 51, 9-10; Sal. 74, 13.14). Ma il mare con le sue pericolose tempeste scatenate da forze brutali e implacabili, può aver dato origine ai miti concernenti i mostri che causavano i caos primordiali: Tiamat nella Babilonia e Raab o Leviatan nella Bibbia. Dio soggiogò questi mostri quando sistemò l’ordine dell’universo (Gb. 25,12 ss.; Sal. 74,13 ss.; Is. 51,9). Dio stesso li annienterà al momento della nuova creazione (Is. 27,1); la forza brutale e la violenza sono inconciliabili con la pace del mondo futuro.

“Vidi la città santa”: discende dal cielo, e pertanto è di origine divina: Dio è l’architetto e il costruttore della città (Eb. 11,10). E’ “santa” perché è definitivamente consacrata a Dio. Questo è un tema che si riscontra nelle lettere paoline (Gal. 4,26; Fil. 3,20; Eb. 12,22), ma già noto nell’A.T. (Is. 54; 60; Ez. 48, 30-35).

“Una voce potente”: uno dei quattro esseri viventi dà una spiegazione della nuova creazione.

“Ecco la dimora di Dio”: questo è il compimento delle profezie che preannunciavano l’intima unione di Dio con il popolo eletto nell’èra della salvezza (Lev. 26,11; Ger. 3133 ss.; Ez. 37, 26-28; 8,8). L’intimità di cui il primo uomo godette in paradiso e che Israele sperimentò nel deserto e nel tempio è ora accordata a tutti i membri del popolo di Dio, per sempre (7, 15-17).

“Non ci sarà più lutto...”: il mondo del passato scompare, con tutte quelle caratteristiche che gli conferivano la fisionomia di una creazione asservita al peccato.

“Ogni lacrima”: Is. 35,10; 65,19. Questa nuova condizione del mondo è esattamente l’opposto del destino di Babilonia (18, 22-23).

“Io faccio nuove tutte le cose”: Is. 43,18 ss.; 2 Cor. 5,17; Gal. 6,15. Questo è l’unico passo nell’Apocalisse in cui è Dio stesso che parla. Egli dichiara che tutte le cose descritte in 21, 1-4 saranno compiute.

“Fedeli e veraci”: 3,14; 19,11; 22,6.

“Alfa e omega”: 1,8.

“Acqua della vita”: l’acqua simbolo della vita era nell’A.T. caratteristica dei tempi messianici: Is. 55,1; Zc. 14,8. Nel N.T. diviene simbolo dello Spirito: Gv. 4,10.14; 7, 37-39.

“Chi sarà vittorioso”:    V. commento 2,7. Un’eco della promessa fatta alla fine d’ognuna delle lettere alle sette Chiese (2-3).

“Erediterà”: una nozione che implica la figliolanza divina del cristiano e la gratuità della ricompensa che riceverà (Rom. 4,13 ss.; 8,17; Gal. 4,7).

“Io sarò il suo Dio...”: Gen. 17,7; 2 Sam. 7,14; Sal. 89, 26-27.”Gli sarò Dio” e non “gli sarò Padre” perché Giovanni parla di Dio come Padre solo in relazione a Gesù. Ciò significa che la figliolanza divina di cristiani è mantenuta chiaramente distinta dalla figliolanza del Figlio unigenito (Gv. 20,17). Ma l’Apocalisse a differenza del Vangelo di Giovanni, guarda in primo luogo al futuro, per la realizzazione delle speranze escatologiche: “io sarò” ed “egli sarà”, nel grande giorno della risurrezione finale.

“I vili”: l’enumerazione giovannea dei peccatori assegna la prima posizione a coloro che hanno peccato contro la fede.

“Gl’increduli”: fra coloro che non hanno la fede sono associati sia i cristiani che rinnegano Cristo, sia i pagani che bestemmiano contro di lui.

“Gli abietti”: sono coloro che, con fede superficiale e malferma, non hanno retto durante la persecuzione, sono come i disertori in un esercito (Sir. 2,12).

“Gl’immorali”: coloro che sono dediti ai vizi contro natura (così frequenti negli ambienti pagani) o meglio, coloro che si sono contaminati associandosi al culto imperiale.

“I fattucchieri”: 9,21; 18,23. Lett. “coloro che mescolano sostanze medicinali e veleni (Atti 19,19).

“I mentitori”: tutti i peccatori che parlano e agiscono nella falsità (21,27; 22,15; Gv. 8,44).

“La seconda morte”: la morte eterna (20,6.14). Il fuoco divorante si oppone all’acqua (v.6); l’uno e l’altro sono simbolici.

“Ti mostrerò la sposa dell’Agnello”: il veggente per descrivere la nuova Gerusalemme, ha preso quasi tutti gli elementi dalla tradizione apocalittica, specialmente da Ez. 40-48.

“Mi trasportò”: il veggente fu condotto nel deserto per vedere la meretrice; ora viene trasportato sopra un alto monte per ammirare la sposa che discende da Dio, Ez. 40, 2-3.

“Risplendente della gloria di Dio”: la presenza di Dio, che riempie la Chiesa, la trasfigura.

“Pietra di diaspro cristallino”: i dettagli di questa descrizione indicano che la gloria della Chiesa viene confrontata con la sua fonte: la gloria di Dio (4,3; 2 Cor. 4,6).

“Dodici porte... dodici tribù”: anche qui, come in 7, 4-8 Giovanni, allude alla continuità perfetta tra il popolo di Dio nell’A.T. (Ez. 48, 30-35; Es. 28, 17-21) e la Chiesa nel N.T. (Mt. 19,28; Lc. 22,29).

“Dodici angeli”: poiché la città è di origine celeste deve avere dei guardiani celesti.

“Dodici apostoli”: la predicazione degli apostoli (e dei profeti: Ez. 2,20) è per la costituzione della Chiesa ciò che il fondamento è per un edificio.

“Una canna... per misurare”: cfr. Ez. 40,3 ss.; tutti i numeri che seguono contengono elementi del numero 12, simbolo del popolo di Dio, e di 100, simbolo di grande abbondanza. Es.: dodici mila stadi, 12 (il numero del nuovo Israele) moltiplicato per 1000 (moltitudine); cioè la moltitudine del popolo di Dio.

“Quadrato”: è la forma geometrica perfetta (Ez. 43,16; 48,16 ss.).

“La lunghezza, la larghezza e l’altezza”: la Gerusalemme celeste forma un cubo perfetto, secondo il modello del santo dei santi (1 Re 6,19 ss.); ma le sue dimensioni trascendono qualsiasi possibilità terrena (12.000 stadi equivarrebbero a circa 2.400 km). La cifra è utilizzata come una specie di concretizzazione della suprema grandiosità e perfezione della città.

“144 cubiti”: l’altezza del muro è insignificante (circa 66 metri) a confronto con l’altezza della città, che eccede i 2.400.000 metri. Sembra che il muro serva unicamente da linea di divisione tra la città e la zona circostante.

“18-21”: Giovanni elenca i materiali straordinari usati nella costruzione del muro della città: i dodici basamenti, le dodici porte e la singola strada che attraversa la città. L’oro puro e le pietre preziose sono catalogate solo per l’impressione generale che essi creano: lo splendore e la sublimità della città in cui Dio dimora, cioè il riflesso della sua stessa gloria (2 Cor. 3,18). Dei testi che assomigliano a questo brano (Is. 54,11 ss.; Ez. 28,13; Tb. 13,16 ss.) quelli che descrivono il pettorale del sommo sacerdote (Es. 28, 17-21; 39, 10-14) sembrano i più analoghi.

“Non vidi alcun tempio in essa”: il tempio era un punto focale della Gerusalemme storica, perché in esso Dio dimorava in mezzo al suo popolo; di conseguenza Ezechiele (40-48) non poteva concepire una Gerusalemme ideale senza il tempio, e Giovanni stesso ha precedentemente parlato di un tempio in cielo (11,19; 14,15.17; 15, 5-16,1). Ma la presenza di Dio nel nuovo mondo non è delimitata dai muri del tempio (Gv. 4,21.24); la gloria di Dio e dell’Agnello pervade completamente la città (Gv. 2, 19-22: 2 Cor. 6,16).

“L’Agnello”: il luogo del nuovo culto spirituale è ormai il Corpo del Cristo immolato e risuscitato.

“Non ha bisogno né di sole né di luna”: è il Risorto che irradia la sua luce su tutte le nazioni riunite (22,5, Gv. 8,12; 2 Cor. 4,6).

“24-26”: questi vv. sono principalmente ispirati da Is. 60,3.5.11: nell’èra escatologica i popoli vicini verranno non più come nemici oppressori, ma in sottomissione a Jahwé e al suo popolo. Coloro che convergono nella Gerusalemme celeste non sono più pagani agli occhi di Giovanni, ma credenti, ammessi nella città perché i loro nomi sono scritti nel libro della vita.

“Non vi sarà più la notte”: la luce gloriosa della presenza di Dio non si estinguerà mai.

“Nulla di immondo”: Is. 35,8; 52,1; Ez. 44,9.

“Il libro della vita”: V. commento a 3,5.

Il veggente descrive, ora, la Gerusalemme celeste come la dimora della vita divina. Qui sgorga un fiume da cui tutti possono bere l’acqua della vita; sul suo argine fiorisce l’albero del frutto che dà la vita. Dio e l’Agnello prendono il posto del tempio in quanto essi sono ora l’unica fonte (Gen. 2, 10-14; Sal. 46,4; Ger. 2,13 Ez. 47, 1-12; Gioele 3,18; Zc. 14,8)

“L’albero della vita”: poiché questa visione è essenzialmente ispirata da Ez. 47,7.12, la parola “xjlon” = “albero” dovrebbe essere interpretata al singolare. Anziché un solo albero della vita, come in Gen. 2,9; 3,22 la città escatologica contiene molti alberi che offrono la pienezza della vita (12 tipi di frutto, 12 volte l’anno; infatti il numero 12 indica pienezza), e tutti i suoi cittadini possono coglierne liberamente i frutti.

“Le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni”: coloro che faranno parte di questo nuovo mondo non conosceranno sofferenza, malattia, o morte (21,4).

“Non vi sarà più maledizione”: Zc. 14,11. Nessuna cosa sarà occasione di peccato (Deut. 7,26); nessuno incorrerà nell’ira di Dio a motivo del peccato.

“Il trono di Dio”: è il centro della divina presenza, che sostituisce ora il tempio; segue pertanto immediatamente un servizio liturgico per dare un’idea dell’intima comunione con Dio e con Cristo di cui goderanno i santi.

“Vedranno la sua faccia”: un privilegio negato a Mosè (Es. 33,20.23), perché inaccessibile in questo mondo (Gv. 1,18). Eppure le persone pie aspiravano alla visione di Dio, perlomeno nel tempio in cui egli dimorava (Sal. 17,15; 42,2). Tale aspirazione sarà realizzata nell’èra escatologica (Mt. 5,8, 1 Cor. 13,12; 1 Gv. 3,2; Eb. 12,14).

“Porteranno il suo nome sulla fronte”: ora essi gli appartengono in maniera definitiva (3,12; 7,2 ss.). Il regno dei santi sarà eterno (Dan. 7,18.27) come eterna sarà la condanna degli empi (20,10).

“Poi mi disse”: l’angelo di 21,9.15; 22,1 parla ancora una volta. Questo angelo è probabilmente lo stesso menzionato in 1,1.

“Queste parole”: è il contenuto dell’intero libro, non solamente i vv. 3-5.

“Dio ispira i profeti”: lo Spirito di Dio parla attraverso i profeti elevando le loro facoltà naturali. Giovanni associa costantemente se stesso all’intero gruppo dei profeti cristiani (10,7; 22,9), senza mai isolarli dal resto della comunità (11,18; 16,6, 18,20.24).

“Io vengo presto”: la voce di Cristo annuncia che la sua venuta in qualità di giudice supremo è imminente (2,16; 3,11; 22,12.20).

“8-9”: Dio è presentato nell’apocalittica come un essere talmente trascendente che è impossibile accedere a lui direttamente, è attraverso gli angeli che egli si rivela agli uomini e riceve il loro omaggio e la loro adorazione. Tuttavia questa insistenza sul potere mediatore degli angeli potrebbe facilmente aver originato equivoci.

“Non mettere sotto sigillo”: le parole di Giovanni si avvereranno presto, devono quindi essere proclamate alle Chiese. Diversamente da Dan. 8,26; 12,4.9 (cfr. Ap. 10,4), non c’è qui alcuna attesa di una qualche èra futura in cui il messaggio possa essere reso noto.

“Il perverso... l’impuro...”: Ez. 3,27. Tale invito a perseverare sia nel male che nel bene può essere spiegato dal fatto che il giudizio è ormai imminente; negli ultimi giorni non esiste più alcuna opportunità di pentimento (Mt. 25,10; Lc. 13,25). Ogni uomo deve ora accettare le conseguenze di una decisione liberamente presa, e la dannazione non sarà altro che la retribuzione del ripetuto e definitivo rifiuto degli inviti di Dio.

“Beati coloro che lavano le loro vesti”: il perdono per il peccato e la purificazione del cuore sono donati con abbondanza dal sangue dell’Agnello, attraverso la partecipazione alla sua morte.

“Fuori i cani...”: gli increduli non sono ammessi al banchetto del Signore e solo i fedeli possono ricevere il corpo e il sangue di Cristo, similmente i peccatori e gli empi saranno esclusi dai benefici della salvezza. Saranno tenuti fuori dalla Gerusalemme celeste, i “cani”: questa parola, con le sue forti connotazioni d’impurità, è spesso applicata ai pagani (Deut. 23,19; Mt. 7,6; 15,26; 2 Pt. 2,22).

 

In sintesi: Dio è il costruttore della nuova Gerusalemme. Gesù ha detto: “Io sono il Pane vivo disceso dal cielo”. “Disceso”, cioè tutto dono del Padre per il mondo. Questa comunità di amore scende dal Cuore stesso di Dio: è il sogno di Dio per gli uomini. Ma Dio ci regalerà tutto questo in proporzione di quanto noi sapremo accogliere il Regno di Dio come un dono, cioè con cuore di bimbi.

 

Commento spirituale.

 

“Vidi la città santa”. La suprema perfezione e felicità, che noi chiamiamo “Paradiso”, è ineffabile. Per evocarla, la Bibbia si serve di immagini derivate dalle esperienze più gratificanti: cielo (2 Re 2,11; Ef. 2,6), città di pietre preziose (Is. 54,12; Ap. 18,16), giardino (Ger. 31,12; Ez. 36,35), convito (Is. 25, 6-7; Mt. 22, 1-14), nozze (Mt. 25, 1-13; Ap. 19,9), festosa liturgia (Ap. 7, 10-12), canto (Is. 42,10; Ap. 14, 2- 3).

Incontro immediato con Dio uno e trino, totale comunione con gli altri, armoniosa integrazione con il mondo: ecco la meta, verso cui gli uomini sono incamminati. “Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita”. (Ap. 7, 15- 17).

“Vidi poi un nuovo cielo e una terra nuova, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”. E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco io faccio nuove tutte le cose”. (Ap. 21, 1-5)”.

“La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello... Il trono di Dio e dell’Agnello sarà in mezzo a lei e i suoi servi lo adoreranno; vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome sulla fronte... e regneranno nei secoli dei secoli “(Ap. 21,23; 22, 3-5).

Nella beatitudine celeste, come già nel cammino terreno, sarà sempre Gesù Cristo la porta di accesso al Padre. Il Signore crocifisso e risorto, comunicando in modo definitivo il suo Spirito, ci unirà perfettamente a sé e ci renderà pienamente figli di Dio, capaci di vedere il Padre “come egli è” (1 Gv. 3,2). La Chiesa sarà “tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata”(Ef. 5,27). Gli uomini abiteranno nella celeste Gerusalemme in festosa convivialità e Dio abiterà con essi (Ap. 21, 2-3). Le esperienze attuali più riuscite di comunione tra amici, tra coniugi, tra genitori e figli prefigurano l’universale comunione dei santi in Dio, ma sono ben poca cosa al confronto di essa. Se è meravigliosa già adesso la compagnia delle persone buone e intelligenti, che cosa sarà la compagnia di tanti fratelli “portati alla perfezione” (Eb. 12,23)?

Non ha senso però situare il paradiso in qualche parte dell’universo piuttosto che in altre. Il cielo, nel linguaggio biblico, è un simbolo per indicare Dio e, secondo la fede cristiana, “la vita è essere con Cristo: dove è Cristo, lì è la vita, lì è il Regno”.

Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata “il cielo”. Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva.

Vivere in cielo è “essere con Cristo” (Gv. 14,3; Fil. 1,23; 1 Ts. 4,17). Con la sua morte e la sua Risurrezione Gesù Cristo ci ha “aperto” il cielo. Il cielo è la beata comunità di tutti coloro che sono perfettamente incorporati in lui. Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1 Cor. 2,9).

I santi formeranno una comunità di persone e non una massa collettiva senza volto. Ognuno sarà introdotto alla festa con un invito personalissimo: avrà “una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi lo riceve” (Ap. 2,17). Anche la perfezione sarà diversa secondo i doni ricevuti nella vita terrena e la corrispondenza verso di essi (Mt. 16,27; 1 Cor. 3,8). Tutti però saranno beati secondo la loro capacità  tutti si rallegreranno del bene degli altri come del proprio.

Armonia con Dio, con gli altri, con la natura e con se stessi: nel gaudio eterno si quieterà il desiderio illimitato del cuore; sarà il riposo, la festa, il giorno del Signore senza tramonto.

“Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza... Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio”.

La Gerusalemme celeste viene descritta come l’incontro di uomini di razze diverse, di nazioni, di cultura, di mentalità differenti. Da quando è venuto l’Agnello, cielo e terra si sono incontrati, il Tempio di Dio non c’è più, perché il Tempio è lo stesso Agnello. Ma questa Gerusalemme celeste non è solo un avvenimento futuro, ma ci appartiene già oggi.

Il “cielo” di Gesù, dunque, è l’incontro con quanti non camminano con Lui, con quanti sono diversi da noi e che sono lontani. Il cielo di Gesù è la partecipazione alla gioia del Padre che fa festa, perché è tornato un figlio lontano. Ogni volta che nelle nostre comunità si verifica una situazione di questo genere, il cielo si trasferisce sulla terra, cielo e terra si incontrano un’altra volta. Quando, invece, le nostre Chiese sono dure e sprezzanti verso chi ritorna dopo aver sbagliato, e quando non si accetta di fare festa al peccatore pentito, cielo e terra si allontanano di nuovo e crescono le divisioni tra gli uomini.

Il cielo di Gesù è un banchetto a cui sono invitati gli uomini della strada: storpi, ciechi, zoppi, i rifiutati dalla nostra mentalità; un banchetto in cui sono invitati i perseguitati e gli emarginati e di cui si è commensali a casa di ogni Zaccheo e di ogni Maddalena, che possiamo incontrare amichevolmente: questo è il cielo di Gesù Cristo.

Nel cielo di Gesù, l’ultimo è messo al posto d’onore e chi ha più autorità deve lavare i piedi a tutti. Il cielo di Gesù è la celebrazione della diversità:

“apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua”.

EPILOGO

TORNA ALL'INDICE

     (Ap. 22, 16-20)

16. Io, Gesù, ho mandato il mio angelo, per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino”.

17. Lo Spirito e la sposa dicono. “Vieni!”. E chi ascolta ripeta: Vieni!”. Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita.

18. Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro; a chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro;

19. e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro.

20. Colui che attesta queste cose dice: “Sì, verrò presto!”. Amen. Vieni, Signore Gesù. La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi. Amen”

 

Commento esegetico.

 

L’Apocalisse è una parola che viene da Dio, una parola che scende dall’alto, e si conclude con una risposta della comunità, una risposta che sale dal basso. Si conclude con un’invocazione: “Vieni, Signore Gesù”. E con un atto di fede: “Amen”. L’assemblea, che ha ascoltato e compreso, non chiede questo o quello, ma semplicemente che il Signore venga. Non c’è cosa più importante di questa. E non chiede che Dio modifichi il suo disegno, ma semplicemente che realizzi quanto lui stesso promette: “Vengo presto”, “Vieni, Signore Gesù”.

L’Apocalisse e la Bibbia intera si chiudono con una parola di completa sottomissione alla sua volontà. “Amen”.

“Io, Gesù...”: Cristo stesso si fa garante degli oracoli contenuti nel libro e rievoca due profezie messianiche che gli stesso portò a compimento:

1)          “La stirpe di Davide”: Is. 11,1 ss.; Mt. 1,1 ss.; Rom. 1,3, 2 Tim. 2,8; egli non è solo il figlio di Davide, ma suo Signore (Mt. 22,42 ss.). In Cristo, Re dei re, tutte le speranze sono realizzate.

2)          “La stella del mattino”: tra gli antichi era un simbolo di dominazione (2,28). Questo brano è probabilmente inteso come un’allusione a Num. 24,17 che il tardo giudaismo interpretò come una profezia messianica. Cristo, la stella del mattino, è il Re dei re, e ha il controllo dell’universo.

“Lo Spirito e la sposa”: si riferisce ai “profeti” e ai “santi” (16,6; 18,24); è dunque la Chiesa che risponde alla chiamata di Cristo.

“Chi ascolta”: la preghiera dell’intera Chiesa (la sposa) è il dovere personale di ciascun cristiano presente nell’assemblea liturgica.

“Chi ha sete”: Cristo ci chiede non solo di accoglierlo quando viene, ma di accostarsi attivamente a lui (Gv. 6,35; 7,37).

“18-19”: Gesù stesso enuncia l’avvertimento - ispirato a Deut. 4,2 – contro il falsificatore cosciente.

Per la terza volta nell’epilogo Gesù annuncia che ritornerà presto. E’ un tema principale del libro, e rappresenta una conclusione particolarmente adatta all’intera Bibbia. La storia della salvezza, tema centrale della Scrittura, deve essere portata a compimento dal ritorno trionfale di Cristo.

“Vieni, Signore Gesù”: tramite la sua fede e la sua speranza, il cristiano testimonia di avere il suo ruolo nella storia della salvezza.

Tre sono le parole ricorrenti nell’intero libro dell’Apocalisse: ascolto - conversione - testimonianza profetica. Non c’è conversione senza ascolto, come non c’è testimonianza senza conversione.

 

In sintesi: l’Apocalisse è una celebrazione liturgica della storia del mondo. Essa descrive l’umanità ideale e reale che rende culto a Dio. Ma al suo vertice, l’Apocalisse è una celebrazione eucaristica. Gli inni disseminati lungo i 22 capitoli culminano in un grido: “Marana-thà”, “Vieni Signore Gesù”. Questa invocazione era la parola d’ordine della cristianità primitiva. Quel grido risuonava nelle catacombe, era inciso sulle tombe dei martiri, sussurrato nelle ore del dolore. L’invocazione da allora corre attraverso i secoli del cristianesimo.

 

Commento spirituale.

 

L’Apocalisse termina con la parola ebraica “AMEN”. La si trova frequentemente alla fine delle preghiere del Nuovo Testamento. Anche la Chiesa termina le sue preghiere con “Amen”.

In ebraico, “Amen” si ricongiunge alla stessa radice della parola “credere”. Tale radice esprime la solidità, l’affidabilità, la fedeltà. Si capisce allora perché l' “Amen” può esprimere tanto la fedeltà di Dio verso di noi quanto la nostra fiducia in lui.

Nel profeta Isaia si trova l’espressione “Dio di verità”, letteralmente “Dio dell’Amen”, cioè il Dio fedele alle sue promesse: “Chi vorrà essere benedetto nel paese, vorrà esserlo per il Dio fedele” (Is. 65,16). Nostro Signore usa spesso il termine “Amen” (Mt. 6,2.5.16), a volte in forma doppia (Gv. 5,19), per sottolineare l’affidabilità del suo insegnamento e la sua autorità fondata sulla verità di Dio.

Dire “Amen” significa credere alle parole, alle promesse, ai comandamenti di Dio, significa fidarsi totalmente di colui che è l’“Amen” d’infinito amore e di perfetta fedeltà.

La vita cristiana di ogni giorno sarà allora l’“Amen” all’“Io credo” della professione di fede del nostro Battesimo.

Gesù Cristo stesso è l’“Amen” (Ap. 3,14). Egli è l“Amen” definitivo dell’amore del Padre per noi; assume e porta alla sua pienezza il nostro “Amen” al Padre. “Tutte le promesse di Dio in lui sono divenute “si”. Per questo sempre attraverso lui sale a Dio il nostro Amen per la sua gloria” (2 Cor. 1,20).

 

 

 

 

 

 

SINTESI GENERALE

TORNA ALL'INDICE

 

L’Apocalisse rivela il piano di Dio nella storia. Una visione inaugurale descrive la maestà di Dio che domina in cielo, padrone assoluto dei destini umani (Prologo). Gesù, l’Inviato da Dio ha ricevuto il messaggio dal Padre e lo fa conoscere (cap. 1). Giovanni in visione riceve il contenuto di questo messaggio e lo invia alle 7 Chiese (cap. 2-3). Dopo la prima visione, Giovanni vede in una successiva il “trono” (cap. 4) e l’ “Agnello” (cap. 5). Il “libro sigillato” che l’Agnello riceve da “Colui che era seduto sul trono”, contiene le linee di questo piano e soprattutto gli interventi del Padre. Sarà proprio l’Agnello che spezzerà i “sette sigilli”, cioè colui che rivelerà il piano di Dio sul mondo, che, prima della venuta di Cristo, era sconosciuto (cap. 6). Tra il sesto e il settimo sigillo, Giovanni nella visione della Chiesa trionfante (cap. 7), rivela il progressivo costituirsi del nuovo popolo di Dio, dei “segnati dal sigillo del Dio vivo” ( cioè i battezzati) in mezzo a tutti gli avvenimenti e i cataclismi della storia. Dopo l’apertura del settimo sigillo, inizia il settenario delle trombe (cap. 8-9) dove viene descritto il peccato e tutte le conseguenze disastrose che esso provoca. Per resistere al male ed essere forte nelle tentazioni, la Chiesa deve vivere il Vangelo “quel piccolo libro da assimilare e annunciare”  e dimostrare  “pazienza nella prova” (cap. 10-11).

Siamo così giunti al cuore dell’Apocalisse (cap. 12-13): i due segni (la “Donna vestita di sole” e l’“enorme dragone rosso”) che appaiono in cielo rivelano che la lotta tra il bene e il male sulla terra è la logica conseguenza della guerra avvenuta in cielo tra Michele e i suoi angeli da una parte e il Dragone e i suoi angeli dall’altra. In questo conflitto intervengono anche le forze sataniche (le due Bestie). L’azione demoniaca si farà sentire in tutti i tempi e in tutti i paesi: “Le fu dato ogni potere”. Ma se il potere della Bestia è grande, il potere della Grazia lo è di più: “Chi avrà perseverato sino alla fine, dice Gesù, sarà salvo”. Occorre soltanto “farsi piccoli” per credere e mettersi dalla parte di Dio, la cui vittoria è certa e definitiva. Dio lascia fare, ma non strafare. Coloro che rimangono fedeli seguiranno l’Agnello, coloro invece che adoreranno la Bestia, “dovranno bere il vino del furore di Dio” (cap. 14). La vittoria dell’Agnello redentore e di coloro che gli appartengono è il traguardo ultimo della storia della salvezza, di quel processo che è stato sempre sotto il controllo del Dio vivente che liberò il suo popolo dalla schiavitù egiziana (cap. 15). Il castigo (la collera) in Dio, rappresentato dai sette flagelli (cap. 16), è sempre una reazione di amore, è l’estremo tentativo pedagogico per portare l’uomo al ravvedimento: (“Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti” Ap. 3,19). La risposta dell’uomo decide della sua sorte definitiva, così come la rovina di Babilonia (cap. 17), è scaturita dalla pretesa di voler costruire la Città dell’uomo al di fuori e contro Dio; è la “casa costruita sulla sabbia”. Nei lamenti degli amici di Babilonia (cap. 18), c’è la descrizione psicologica dell’Inferno che fa eco alle parole di Gesù: “Gettatelo fuori nelle tenebre, là sarà pianto e stridore di denti” (Mt. 22,13). Coloro invece che si mantennero fedeli partecipano alle  nozze eterne, cioè all’unione del Messia con la comunità degli eletti (cap. 19). Nello scontro frontale tra il Verbo di Dio e il Demonio, quest’ultimo avrà la peggio. Ecco ormai il giudizio definitivo, universale. Dopo ciò anche la Morte è vinta e incatenata: è l’ora in cui il Verbo-Gesù, Vincitore assoluto, consegna il Regno al Padre (cap. 20). S. Giovanni negli ultimi due capitoli dell’Apocalisse (cap. 20- 21), descrive con immagini, per analogia, la patria dove andremo, il Paradiso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CONCLUSIONE

TORNA ALL'INDICE

 

Termino questa mia riflessione sul libro dell’Apocalisse con la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, del Concilio Ecumenico Vaticano II:

“In faccia alla morte l’enigma della condizione umana diventa sommo. Non solo si affligge, l’uomo, al pensiero dell’avvicinarsi del dolore e della dissoluzione del corpo, ma anche, ed anzi più ancora, per il timore che tutto finisca per sempre. Però l’istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando, aborrisce e respinge l’idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona. Il germe dell’eternità, che porta in sé, irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte. Tutti i tentativi della tecnica, per quanto utilissimi, non riescono a calmare le ansietà dell’uomo. Il prolungamento della longevità biologica non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore che sta dentro invincibile nel suo cuore.

   Se qualsiasi immaginazione viene meno di fronte alla morte, la Chiesa, invece, istruita dalla rivelazione divina, afferma che l’uomo è stato creato da Dio per un fine di felicità oltre i confini della miseria terrena. Inoltre, come insegna la fede cristiana, la morte corporale, dalla quale l’uomo sarebbe stato esentato se non avesse peccato, sarà vinta, quando l’uomo sarà restituito allo stato perduto per il peccato dall’onnipotenza e dalla misericordia del Salvatore. Dio infatti ha chiamato e chiama l’uomo a stringersi a lui con tutta intera la sua natura in una comunione perpetua con la incorruttibile vita divina, Questa vittoria l’ha conquistata il Cristo risorgendo alla vita, dopo aver liberato l’uomo dalla morte mediante la sua morte. La rivelazione, offrendosi con solidi argomenti a chiunque voglia riflettere, dà una risposta alle sue ansietà circa la sorte futura. Al tempo stesso dà la possibilità di comunicare in Cristo con i propri cari già strappati alla morte. Nutre, infatti, la speranza che essi abbiano già raggiunto la vera vita presso Dio.

   Il cristiano certamente è assillato dalla necessità e dal dovere di combattere contro il male attraverso molte tribolazioni e di subire la morte. Ma associato al mistero pasquale e assimilato alla morte di Cristo, andrà incontro alla risurrezione, confortato dalla speranza.

   Ciò non vale solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia. Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina, perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale.

   Tale e così grande è il mistero dell’uomo che si manifesta agli occhi dei credenti attraverso la rivelazione cristiana! Per Cristo e in Cristo riceve luce quell’enigma del dolore e della morte, che senza il suo Vangelo sarebbe insopportabile. Cristo è risorto, distruggendo la morte con la sua morte, e ci ha donato la vita, perché, figli nel Figlio, esclamiamo nella Spirito: Abbà, Padre!”. (“Gaudium et Spes Nn. 18. 22).

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Dizionario dei concetti Biblici del N.T. – EDB Bologna

Grande Commentario Biblico Queriniana Brescia

Il Concilio Vaticano II – Documenti  - Ed. Dehoniane Bologna

La Bibbia per la famiglia – G. Ravasi – Ed. S. Paolo

Pagine difficili della Bibbia (A.T.) – E. Galbiati, A: Piazza – Massimo Milano

Piccolo Glossario del Cristianesimo – Edizioni Dehoniane –Roma

L’Apocalisse –  Bruno Maggioni - Cittadella Editrice Assisi -

Il Libro dell’Apocalisse – Ugo Vanni S.I. - III Convegno Ecclesiale – Palermo 1995

Il Rosario e la nuova Pompei - Settimio Cipriani – Anno 114 – N.7 – Luglio/Agosto 1998

 

HOME          RIFLESSIONI a cura di DON ANTONIO SCHENA - MOTTOLA (TA)TORNA ALL'INDICE